sabato 24 maggio 2014

di Anna Meacci

Ripercorrere tutte le fasi del lavoro su Romanina non è facile perché è una storia lunga 18 anni, più o meno.

Tutto ebbe inizio a Roma.
Nel giugno/luglio del 1996 venni invitata da Vladimir Luxuria a partecipare a dieci serate Mucca Assassina alla stazione ostiense.
Le serate vedevano alternarsi sul palco un paio di comici, numeri di en travesti, Vladimir e poi discoteca.
Situazione non facilissima per chi come me è si una comica ma non una cabarettista.
Lo spettacolo vero, per me, era nei camerini, prima di andare in scena.
Io non avevo bisogno di molto tempo per prepararmi, ma arrivavo sempre molto presto, per godermi la preparazione delle drag Queen, la cui "metamorfosi" metteva in crisi ogni giorno di più la mia femminilità!
Durante le dieci serate passai da semplice osservatrice a divertita  protagonista di quello strano gioco di ruoli tanto da sentirmi una di loro. (Vladimir da allora mi chiama "la vera trans".)
Uno degli ultimi giorni, Vladimir  mi fece conoscere Mery, di Mery per sempre, e con lei conobbi per la prima volta la storia di una transessuale.
La vita vera prese il posto del gioco.
Ne rimasi profondamente colpita.
Tornata a Firenze raccontai i miei dieci giorni romani a Luca Scarlini con il quale stavamo facendo uno studio (poi mai realizzato) sul Bon Ton. Gli parlai di Mary, e del mio desiderio di raccontare la sua storia. Senza batter ciglio mi consegnò un libro "Io la Romanina perché sono diventata donna" dicendomi : "Se vuoi raccontare la storia di una transessuale, non puoi non leggere questo libro" Lo lessi in due giorni, poi telefonai a Luca e gli dissi " Voglio fare la Romanina!".
E da quel giorno non ho fatto altro che raccontare a tutti questo mio desiderio. Gli amici piano piano hanno sposato questo progetto e si sono incuriositi ed appassionati con me. Chi invece non riuscivo ad appassionare e convincere, era la mia agenzia di allora. Non ci credevano. Non credevano nella storia, nell'importanza di doverla raccontare e nella mia capacità di interpretare un personaggio così "complesso"!
Fatemi recitare Ofelia e vedete che bel risultato ottengo!

In quel tempo due persone sono entrate a far parte della mia vita: Luigi e Pier Paolo. Loro hanno avuto un ruolo importante nella nascita del personaggio teatrale della Romanina.
Luigi oggi vive a N.Y. e si chiama Virna e purtroppo ci sentiamo raramente.
Pier Paolo vive ancora a Firenze e ci sentiamo tutti i giorni.
Grazie a loro ho conosciuto e frequentato per un po' di tempo Tina. Transessuale operata e sposata.

Quanto più conoscevo a fondo il mondo della transessualità, tanto più aumentava il mio desiderio di scrivere lo spettacolo su Romina.

Nel frattempo il mio rapporto lavorativo con l' agenzia di cui sopra si era chiuso. Avevo scritto altri spettacoli. Fatto i Monologhi della vagina con Katia Beni e Dodi Conti e Uno Due Tre Chiacchiere sempre con Katia e Dodi, senza mai perdere la speranza che prima o poi qualcuno avrebbe rischiato sul mio progetto.
Rischiato.
Mi sentivo rispondere sempre così.
"E' un progetto troppo rischioso!"
Sono anche arrivata a dubitare delle mie capacità di autrice e di attrice.
Ho insistito per nove lunghi anni fino a quando non ne ho parlato con Massimo Paganelli e Fabio Masi di Armunia Festival costa degli Etruschi di Castiglioncello.
Conoscevo Massimo e Fabio da qualche anno grazie a Francesco Niccolini, (con il quale ho scritto tre dei miei monologhi), e una sera d'estate, dopo uno dei tanti spettacoli del Festival, davanti ad un bicchiere di vino, raccontando la storia di Romina e il mio desiderio di mettere in scena la sua vita, raccontandola in prima persona Massimo mi ha sorriso e mi ha detto:" Per me è un progetto impossibile ma proprio perché impossibile lo produco!"
Pausa teatrale.
Poi ho guardato Fabio e gli ho chiesto:
" Ma dice sul serio? "
" Se l'ha detto! "
L'aveva detto.
Da quel momento tutto si è svolto velocemente.
Massimo ha proposto la regia dello spettacolo a giovanni Guerrieri dei Sacchi di Sabbia, il teatro della Limonaia di Sesto, nelle persone di Barbara Nativi ( mia insegnante di teatro) e Dimitri Milopulos suo compagno nella vita e nel lavoro, misero a disposizione  il loro teatro per le prove e per il debutto, Luca Scarlini accettò la collaborazione nella stesura del testo e Romina Cecconi mi concesse i diritti della sua storia.
L'unico problema era che dopo sette anni di attesa, adesso scrittura, prove e debutto dovevano avvenire nel giro di pochissimi mesi incastrando altri lavori e tournée massacranti.
E poi chi lo avrebbe distribuito?
Con un "pacchetto completo" la mia vecchia agenzia accettò di distribuire lo spettacolo.
I tempi erano stretti quindi decidemmo di dividere il lavoro in due fasi: un primo studio prima dell'estate, e il debutto all'apertura della stagione teatrale della Limonaia.
Durante la prima fase del lavoro Luca Scarlini, Giovanni Guerrieri ed io ci ritiravamo in "eremitaggio" al Castello Pasquini di Castiglioncello e parlavamo parlavamo parlavamo. Ogni giorno Giovanni proponeva di far slittare il debutto ed io rispondevo che forse avremmo dovuto teorizzare meno e iniziare a mettere sul palco le rispettive idee. Dopo sette anni non avevo nessuna intenzione di far slittare il debutto.
Dopo un paio di mesi di chiacchiere, scontri e prime stesure del copione, partii per la tournée del Borghese e gentiluomo, con Panariello e la regia di ......
Scrivevo giorno e notte. Unica pausa lo spettacolo la sera con Giorgio.
In quel periodo accettai anche un paio di lavori "discutibili" ma che mi permisero di pagare costumi e tecnici.
L'ultima replica del Borghese era a Genova. Domenica pomeriggio. Finita la replica partii subito per Firenze durante una terribile bufera di neve. Arrivai a casa a notte fonda distrutta ma con il copione dello spettacolo terminato.
La mattina dopo subito in teatro per gli ultimi tre giorni di prove e poi debutto dello studio.
Arrivai alla presentazione dello studio con il fiato corto e ancora troppo Anna e poco Romina, ma con un testo forte e una messa in scena convincente.
Lo spettacolo si poteva fare!
Bisognava "solo" lavorare sulla mia "transessualità"!
Virna e Pier Paolo da questo momento fino al debutto diventarono i miei personal training.
Nel giugno del 2005 Barbara Nativi mia maestra di teatro prima e amica carissima poi, ci lasciò dopo una lunga malattia.
Barbara aveva scommesso molto su questo spettacolo. Già malata aveva visto lo studio e si era innamorata anche lei della storia di Romina. Senza dubbio alcuno aveva confermato il debutto a novembre nel suo piccolo grande teatro a Sesto: novembre 2005.
Per la prima volta dopo tanti anni avrei debuttato senza di lei.

A Pier Paolo venne l'idea di allestire una mostra sulla vita di Romina Cecconi.
Non avevamo economie per affrontare l'allestimento. L'idea piacque a Dimitri Milopulos e decise di accollarsi come Teatro della Limonaia, tutte le spese per la realizzazione della mostra. E' stato un grande regalo.
Pier Paolo ha raccolto tutto il materiale fotografiuco, i documenti e gli articoli di giornale che parlavano del più " famoso travestito di Firenze".
Tra una foto e l'altra a confezionato abito e pelliccia e assieme a Virna ha studiato il giusto look per il mio personaggio.
Abito attillato luccicante che metteva in mostra il mio corpo. Corpo che fin da adolescente ho sempre nascosto sotto ampi maglioni. Ora il mio corpo avrebbe dovuto "raccontare" assieme al testo. Credevo sarebbe stata la sfida più grande, ed invece si è dimostrato il gioco più divertente.

La conferenza stampa venne fatta al teatro del Sale di Fabio Picchi e Maria Cassi.
Non ricordo quasi nulla della sera del debutto, ma non dimenticherò mai quella mattinata. L'arrivo di Romina  elegantissima e con un fascio di rose rosse in braccio, regalategli dal mio ufficio stampa Tommaso Rosa, tutte le testate giornalistiche toscane e non solo. Quelle testante che tanto l'avevano perseguitata e giudicata.
Non ricordo più quanti fotografi.
Romina era tornata a Firenze da diva. 
Tornata perché ormai cittadina Bolognese dal 1984 (?) dopo la bruttissima esperienza di una aggressione avvenuta nella sua casa.

Durante le tre settimane di repliche, ho visto di fronte a me persone di ogni età e stato sociale. Gay, lesbiche, transessuali, eterosessuali, un'umanità eterogenea che rideva e si commuoveva assieme a Romina e a me.

Dopo quelle tre settimane è iniziata la tournée che mi ha vista in giro per l'Italia. Non c'è stato paese o città che non abbia accolto favorevolmente questo spettacolo. Il pubblico lo ha amato e ha amato la Romanina. 
Il pubblico ma molto spesso non le istituzioni o addirittura i teatri che il giorno prima che arrivassi in teatro mi chiedevano di cambiare spettacolo perché c'erano troppe pressioni politiche. Ci sono state anche una serie di interpellanze comunali dopo il mio spettacolo perché " non si può pagare uno spettacolo che tratta argomenti discutibili con i soldi pubblici".
Quello che più mi è dispiaciuto è stata la quasi totale mancanza di sostegno da parte di associazioni di genere. Non tutte certo, ma molte si.
( A parte azione Gay e Lesbica di Firenze )
Addirittura il MIT di Bologna, prima del debutto, non vedeva di buon occhio questo mio progetto. Non trovavano giusto che una donna raccontasse la storia di una transessuale. Avevano paura che potessi mancare di rispetto al vissuto di Romina. Avevano paura che potessi essere giudicante. Dopo il debutto i dubbi sono spariti ed anzi hanno amato anche loro questo spettacolo.

Ci sono festival e teatri che fanno programmazioni sulle tematiche di genere ma sono stata ospitata solo dal Gay Pride di Torino.

Ad un certo punto ho deciso che era arrivato il momento di scrivere altre storie e di mettere in un cassetto questo sogno che ero riuscita a realizzare ma che troppi intoppi aveva incontrato. Ma ogni volta che mi chiedono di tornare in teatro con la Romanina anche se per una sola replica io accetto.
Questo spettacolo è stato amato da molte persone. Dagli organizzatori a tutto il pubblico che lo ha potuto vedere, dagli amici ai tecnici, dagli addetti ai lavori ai miei colleghi.
Tutti coloro che ho nominato lo hanno amato e sostenuto ed è grazie ad ognuno di loro se sono riuscita a realizzarlo.


giovedì 22 maggio 2014

Roberto Castello- Studio Uno
work in progress
Pistoia
Posted  by Renzia D’Incà

In un luogo che è lo spazio del  Centro Culturale Il Funaro a Pistoia, spazio  d’arte di area metropolitana nato di recente, si  sta realizzando, con la pazienza che richiede semplicemente tempo, un’utopia teatrale di gran respiro con in programma una prima a giugno di quel genio di Vargas.
Intanto stasera ha ospitato il primo studio di un lavoro in corso di definizione che debutterà a fine anno con progettazione, regia e coreografia di Roberto Castello. Un percorso iniziato con i “Quattro Studi”, presentati per la prima volta a fine 2013 in contesti di pubblico selezionato.
E’ nato un cucciolo” ha detto il coreografo presentando questa primizia, ma data la tessitura del progetto, la traccia  di percorso anche se solo a grandi linee a cui abbiamo assistito, lascia presagire una crescita forte e preziosa, insomma un esito più che felice di alcuni nuclei appena abbozzati di notevole impatto di novità artistica che da una personalità artistica quale quella di Roberto Castello tutti ci attendiamo.
Il lavoro  presenta in scena  quattro danzatori, due donne e due uomini in abiti neri inattuali, atmosfere cupe d’altri tempi  e d’altri luoghi, non certo mediterranei, insomma suggestioni di spazi in rarefazione come in certi film in bianco e nero di Dreyer o Bergman. Il lavoro sulle luci abbastanza impostato, già scandisce definendolo un quadro di piste interpretative del disegno coreografico: un videoproiettore sparato sulla quinta un po’ giallo seppia seriale ossessivo su iconografia astratta inintelleggibile scandisce i tempi delle micro-narrazioni. E poi la scelta musicale a sua volta in loop per ben quaranta minuti a scandire i tempi di microdrammaturgie disegnate sulle azioni collettive dei quattro, ora single ora in coppia, francamente poco coppie ma molto molto individui esasperati, in un crescendo drammatico di disperazione-si corre come su tapis roulant solo per rimanere nel medesimo luogo come il povero criceto sulla sua ruota, nella gabbietta, in corsa verso cosa, verso dove? Prima da soli, gruppo indistinto in corsa  sempre più affannata, a volte più o meno casualmente accoppiati per poi spaiarsi-il cinetismo ossessivo ricorda il film Tempi Moderni di Chaplin, forse o il Fritz Lang di Metropolis, che  potrebbero essere tracce di visionarietà in qualche modo contaminazioni di questa prima ondata di ricerca artistica.
A tratti, ma solo a tratti, questa ripetizione meccanica che è dei singoli uno accanto all’altro come formiche, come cloni, come esasperate inconsapevoli vite senza sviluppo nè memoria, esplodono in poche sequenze di gioia. Pur sempre incasellata nel tema  del tragico, a sfiorare non tanto il comico-che qui non traspare almeno per ora, ma del grottesco.
Progetto, regia e coreografia di Roberto Castello
Interpreti: Mariano Nieddu, Stefano Questorio, Giselda Ranieri, Irene Russolillo
Elaborazioni musicali di Roberto Castello
Produzione ALDES con il sostegno di MIBACT e Regione Toscana
Visto a Pistoia–Il Funaro venerdì 16 maggio


giovedì 15 maggio 2014

Bulle & impossibili-cronaca di un miracolo supplementare
Posted by Renzia D’Incà
Cascina ( Pisa)

 La prima cosa che mi viene in mente,  una volta visto l’esilarante Bulle ( remake o meglio: rivisitazione quasi pedissequa se non per pochi dettagli dell’edizione del 1995) e dopo l’aver avuto a disposizione il testo, nelle due versioni, la storica  e l’attuale, a firma della drammaturga   e sceneggiatrice Donatella Diamanti anche attuale Direttrice della Città del Teatro di Cascina, è: capperi di una attualità s/travolgente!
Sì, perché se un testo non solo resiste ma se appena rimaneggiato (diversa per forza d’anagrafe  l’età delle  protagoniste, un Iphone che si aggira per la scena, oggetto-feticcio dell’immaginario che è solo dell’oggi)funziona a pieno ritmo  nel suo motore di comicità intrinseca di allora,  forse è il caso di  incominciare  o ricominciare ad interrogarsi sul senso  e valore di una intuizione di ricerca ovvero di alcune questioni essenziali peculiari a questa drammaturgia femminile e “al femminile”  che è di  Donatella e delle sue collaboratrici , in primis Letizia Pardi regista di Bulle  e attrice in scena nonché delle  stesse Galline. Ma c’è forse  di più: occorre interrogarsi anche sul senso di un percorso coerente  decennale di un gruppo storico di persone che al Teatro cascinese, nelle sue diverse evoluzioni istituzionali e fasi creative tanto hanno dato e stanno dando, arricchendo sia sul territorio locale che regionale e nazionale la promozione  e diffusione della cultura così come la cura dell’educazione delle nuove generazioni e l’impegno verso le scuole del territorio locale e nazionale, un progetto artistico davvero importante in Regione Toscana.
Bulle & Impossibili, racconta di una “ associazione per delinquere” ( non a caso la & commerciale) fra tre cinquantenni strampalate un po’ fuori di zucca. Ciascuna delle tre si presenta con un carattere  femminile un po’ da commedia dell’arte o fumettistica dilatando  esasperandole senza mai arrivare al grottesco,nella sapiente gestione del comico  che è di Donatella, dei tratti che sono comunque presenti nelle donne più o meno giovani odierne: la vamp oca giuliva (Sonia Grassi), l’ingenuotta goffa in regressione da psicoterie new age (Katia Beni), la dura dark esecutiva che va al sodo ( Erina Lo Presti).  Insomma un terzetto ben poco raccomandabile che sarebbe meglio non frequentare, almeno  da parte  di noi brave ragazze borghesi. L’interno ( la scena è firmata da Lucio Diana)  si presenta di uno squallore che non è  tanto della povertà ma dell’assoluta mancanza di gusto, della sciatteria, colori scialbi, trascuratezza, essenze puzzolenti comprate come gadget con  riviste di terz’ordine, accompagnamenti di musichine da istituto estetico da periferie come tante anonime e tristi, in terra  biancheria non lavata e resti di cibo spazzatura,  insomma anni luce lontana dallo scintillio che si vorrebbe acquisizione dello stereotipo  della casa-tipo  pubblicitaria che potrebbe appartenere sia alla brava massaia   rurale che alla manager più chic. In realtà dietro questo evento che le tre ex ragazze vivono  alla vigilia di una rapina in banca che dovrebbe cambiar loro una vita difficilmente  ristrutturabile e non solo per limiti di età, c’è il dramma della disoccupazione (Eva- Sonia vorrebbe ancora essere ingaggiata come attrice inventandosi carte false anagrafiche), della solitudine: Betty-Catia rivivere una storia d’amore molto lontana nel tempo da cui tenta d’uscire  senza successo con improbabili percorsi d’auto aiuto, e infine la dura e pura  Erina-Linda, la  sua voglia di rivincita: bulle e impossibili orizzontale foto di scena_tagliata.jpg forse, quella più organizzata che conduce le altre, ma anche la meno sfaccettata delle tre e forse la più misteriosa, una lady dark forse  un po’ lady Macbeth ma senza un lui.
I dialoghi fra le tre ragazzacce sono esplosivi e scoppiettanti, i particolari curati da  Letizia  Pardi- molto intelligenti come la trovata della pistola-cellulare che  diventa bomba- ma non eravano nel 74? . L’epifania che coincide con la chiusura della pièce, prevede l’ingresso nientedimeno che della  Madonna su accompagnamento di profumi di rose ( Letizia Pardi- in forma di icona da immaginetta con manto azzurro e movenze icastiche) – una specie di dea ex machina come nelle migliori soluzioni delle commedie classiche.  Il miracolo dell’incontro con questa super Donna, madre di tutte le madri e di tutte le donne salverà le tre donnacce dal loro delirio e fallimento esistenziale? La soluzione  rimarrà aperta. In questo caso è apparsa la  Madonna o sono le tre disgraziate ad apparire a Lei? e poi: in Paradiso esistono le banche? le faremo saltare in aria?
Un pubblico di diverse età ha applaudito numerosissimo e molto divertito a conclusione di un’intera giornata dedicata dalla Città del Teatro alle donne e alla loro rappresentazione nella cronaca e nella finzione intitolata Senza sfumature. Un impegno sulla solidarietà femminile ma anche oltre il genere che è segno forte e peculiare di questi due anni di direzione artistica di Donatella Diamanti
Fondazione Sipario Toscana onlus
di Donatella  Diamanti
Regia Letizia Pardi con Katia Beni Sonia Grassi  Erina  Lo Presti ( in arte Le Galline)
e Letizia Pardi
Scene di Lucio Diana
Visto alla Città del Teatro, Cascin

venerdì 9 maggio 2014


Posted  Renzia D’Incà

Foto di Paolo Foti
Dario Marconcini non è nuovo a  scovare testi inediti e mai rappresentati di grandi autori contemporanei  internazionali e a cimentarsi con micropièces in controtendenza,  magari di non facile appetibilità per un pubblico teatrale avvezzo a ben altro. Ma questo del resto è il coraggio che l’ha contraddistinto nella sua lunga permanenza  alla direzione artistica del Teatro di Buti. Così la prima a cui abbiamo assistito si è rivelata al solito, come un omaggio al Nobel  Harold Pinter- autore molto amato dal regista e attore e da Giovanna Daddi, e una prova magistrale da parte dei tre monologanti in scena, Ellen ( Giovanna Daddi in tailleur grigio) , Rumsey , Emanuele Carucci Viterbi in tenuta da cavallerizzo e Bates,  lo stesso in versione  country Dario Marconcini. Testo inedito ( del 1969), quindi, questo Silence e  quasi mai rappresentato  nella bella traduzione di Alessandra Serra, definito dallo stesso autore complesso a causa della” sua struttura piuttosto difficile” tanto da richiedergli diverse stesure, è di una modernità sconvolgente. Tre personaggi in scena con storie intrecciate, tre solitudini assolute che dell’incomunicabilità cifrano leproprie monologanti aporie, aggrappati ai loro sgabelli uno di fianco all’altro, vicini ma ineffabilmente separati, sullo sfondo della campagna inglese , tre singole finestre , tre ferite-feritoie, forse bovindo su un paesaggio astratto di rami di bosco d’inverno. La scena ( e le luci)ideate da Riccardo Gargiulo e  Valeria Foti,  rimarcano la liquidità dello sfondo  a misurare e dilatare il senso della rarefazione degli spazi, dei gesti e del parlato- quel gradiente che è  specchio esistenziale del“ guardar fuori- guardarsi dentro”.

E’ il testo  qui a fare da padrone, e come potrebbe non esserlo, in questa mezzora di spettacolo. Poesia allo stato puro ma adattata ad un trattamento da micropièce come ci ha abituati quel geniaccio arrabbiato di Pinter. Al centro del discorso di tutti e tre i personaggi vi è la memoria, una memoria pesante, franta, scheggiata di vissuti che in una maniera o in un’altra hanno interagito in una vita passata e che provano a raccontarsi nel presente, un presente disattuale tutto impastato di reminescenze apodittiche, attraverso microflashback, ripetizioni di luoghi, azioni, forme, parole irrisuonanti, il tutto dentro una narrazione in forma circolare ossessiva-che a me ha ricordato anche un certo modo di scrivere per la scena  del  grande Thomas Bernhard in certe sue drammaturgie (specie  in Ritter Dene  Voss).

La circolarità della scrittura è  dotazione sicura di questo inglese  che non cessa di stupire  a distanza di decenni per la modernità del suo tratto che incide come un maglio e fa della  parola una costruzione  classica a scandagliare nei meandri della psiche, i misteri della circonvoluzione del discorso che non dice non parla ( per dirla alla Lacan)   gira a vuoto fino a raggiungere per sottrazione e per necessario punto d’arrivo, stazione fine corsa al punto esatto  nel centro esatto  che solo può essere occupato dallo spartito della parola “silenzio”.
Del resto Pinter la questione del “ silenzio” l’ha trattata spesso nei suoi lavori, per esempio in Ache( testo del 1959). Stessa ambientazione  antiteatrale: una stanza (topos letterario pinteriano), tre personaggi  una donna e due uomini. Il terzo incomodo sposta fuori il e dal discorso. In questo Silence sembra essere la donna la vera protagonista  della insana misteriosa relazione a tre.  Si intravede una incestuosità ( nella piece originale la ragazza è parecchio più giovane dei due)?  Forse una trasfigurazine  di una relazione antica col padre ( sulle ginocchia un bacio sulla guancia destra uno sulla sinistra).Una relazione sessuale  che appartiene al passato dei tre? Spezzoni di storie si susseguono a rimbalzo: lei ( loro)  raccontano a  ruota di passeggiate, di paesaggi londinesi con latrati di cani, di latte ( ecco, qui ho trovato  il riferimento a Dylan Thomas col suo Sotto il bosco di latte, ma c’è anche il moniologo della  Molly Bloom di Joyce). Il flusso di coscienza passa ai due uomini, coi loro vissuti, le loro reminescenze. Lei è la bambina, motore che accende desiderio, impone ascolto. Che non si dà se non per schegge, ricordi, assiomi, percezioni della natura di suoni, animali – i cani, appunto, sensorialità specie visiva- ma anche  la discarica, il fetore, la sporcizia  fuori e dentro. Le frasi, ossessivamente, si ripetono nella scansione ideata da Pinter fino ad assottigliarsi come echi  per approdare alla smemorizzazione, quasi da malattia, quasi ripetizione ossessiva di chi ha perso quei neuroni che sono potrebbero essere ancora, autocoscienza.

In una mezzora, insomma, una densità di storie inenarrabili, perché ciascuno la stessa storia se la racconta a modo suo, colla sua piccola memoria. Con ciò che vuole ricordare, veramente coi limiti della propria età che comunque incide parecchio, nel ricordare. E tutto il resto  oltre la verbosità oltre il troppo, richiede la lezione  della pulizia, quella  del  silenzio.


Visto a Buti , 5 Maggio 2014

sabato 19 aprile 2014

Magi di  e con Silvia Garbuggino e Gaetano Ventriglia
Al trombone Tony Cattano
Posted Renzia D’Incà
Delicato e intelligente questo lavoro che è riflessione tutta interna, metateatrale sul senso dell’essere attore, ma anche drammaturgo sul perché del teatro  e più in generale sull’arte del dono, sul senso della bellezza e della vita, grandi interrogativi filosofici  che hanno attraversato la storia dell’umanità. Il teatro, un certo tipo di teatro infatti ha più a che vedere con la filosofia che con l’arte tout court pur esprimendosi con gli strumenti  e la forma del proprio specifico.
Così anche le figure evocatorie dei Magi- Ventriglia, Garbuggino  con gran cappelli in testa  e fuochi delle bacchette luminose del fine anno, accompagnati da un musicista al trombone, diventano pretesto, icone, metafora del cammino  da compiere guidati dalla luce magica della Stella Cometa  per recare dono a chi ascolta col cuore, il pubblico  che dell’attore  è cuore e anima per rinnovare insieme un mistero che è il mistero della vita di ogni uomo che si è fatto carne.
La riflessione sul tema viene trattata attraverso  citazioni da scrittori come Eduardo, Florenskij, Cechov, Shakespeare, il varietà di inizio Novecento.
La vita degli artisti di teatro, il teatro è contemporaneamente pregiudizio e routine, la vita del teatrante è un paradosso, i grandi autori scrivono per l’autore”-  queste solo alcune delle tracce tratte dai testi dei drammaturghi che hanno riflettuto sul proprio lavoro e sul lavoro dell’attore messe a disposizione da questi “ Magi”, in una scena minimalista dove la parola è centrale, trattata con estrema cura del sussurrato della Garbuggino- una assai suggestiva presenza scenica e della poeticità sommessa di Ventriglia, le note gravi di Cattano quasi ad abbassare ulteriormente i toni del discorso così alto, per restituirle alla semplicità, alla discrezione più pop, da banda di paese. Nella seconda parte i toni si fanno lievemente più comici, ma di una comicità eduardiana, che fa solo sorridere e restituiscono la tragedia con leggerezza. E’ la commedia umana, quella che questi Magi, questi attori del carrozzone di Tespi che rinnovano il rito nel tempo,  ci donano  ogni sera, che è la sintesi del pianto e del riso, della vita e della morte, del dolore e della gioia però guardando alla Cometa, alla speranza, alla straordinaria storia del Bambino che ogni 25 dicembre si rinnova. E  non poteva che non concludere con: Ve piace ‘o presebbio?
Visto a Buti


venerdì 18 aprile 2014

Aldo morto- tragedia di e con Daniele Timpano

posted per Rumor(s)cena

 Renzia D’Incà

Daniele Timpano ci aveva abituati ad assistere e commentare le sue scorribande autorali sui morti eccellenti, a cominciare da Dux in scatola per continuare con Risorgimento pop. Stavolta ha parecchio alzato il tiro della sua indagine sulle icone , sui corpi del potere,  arrivando a scomodare un personaggio politico come Aldo Moro, assassinato dalla  Brigate rosse nel 1978, un pezzo di storia italiana ancora fiammeggiante di polemiche, ferite, ambiguità, lacerazioni  sia per le generazioni che ricordano l’evento sia per chi, come Timpano è nato dopo ( lui aveva  quattro anni) ma è stato contaminato dagli anni di piombo attraverso i vissuti dei propri padri e nonni. Un atto coraggioso da parte di questo strano attore-autore, uno dei più interessanti della sua generazione già scoperto da Nico Garrone  col Ecce robot nelle cantine romane e adesso noto anche grazie ad una originalità di stile che supera il modello del teatro politico e di narrazione  in auge, per approdare ad un altro, tutto suo, modello assai più complesso di traduzione  per le scene dei cosiddetti fatti di cronaca, sfaccettato, cattivo, che scava nelle zone buie delle nostre coscienze di bravi cittadini perbene. Avevamo seguito quell’esperimento diffuso su Facebook lo scorso inverno, una singolare modalità  di meticciamento fra il televisivo  della fiction e il virtuale interattivo in cui Daniele provava a sperimentare i 54 giorni di prigionia dello statista raccontando ogni 24 ore l’evoluzione della sua carcerazione da parte dei brigatisti autorelegandosi dentro una microstanza e provando ad identificarsi con la narrazione tratta dalle lettere di Moro e le testimonianze di foto dei suoi assassini. Un esperimento che aveva anche sollevato polemiche importanti. Adesso, leggere le trame di Storia cadaverica d’Italia che comprende la trilogia Dux in scatola, Risorgimento pop e Aldo morto ( Titivillus) e aver visionato lo spettacolo sempre più convince della peculiarità dell’autore  che tratta materia incandescente con lo sguardo fra il cinico  e il compassionevole per poi virare sul registro parodistico anche aiutato da una corporeità da guitto, rapido, imprendibile, inincasellabile.
Timpano parte dai suoi dati anagrafici: avevo quattro anni, non mi ricordo non posso ricordarmi, per poi accusare su di sé tutta una cronistoria fatta di pezzi giornalistici sul sequestro, sia  televisivi che di carta stampata  attacca Biagi, Montanelli,  il regista Bellocchio, prende di mira ridicolizzandoli la Faranda che scrive libri sulla sua esperienza da brigatista guadagnando sulle copie , Curcio travestito da Mazzinga che si occupa di editoria sociale.  Usa materiali musicali dalla Pappa al pomodoro ad Eros Ramazzotti per insinuare, provocare, contestualizzare ma insieme per èpater le bourgeois- avrebbe detto qualcuno proprio in quei tempi.  Utilizza una macchinina  radiocomandata la Renault 4 dove Moro è stato trovato cadavere per narrare l’inerrabile, per finire sotto una stella a cinque punte, simbolo ambiguissimo logo  e delle  bierre e delle logge massoniche e di un certo movimento molto attuale.
Insomma una prova d’artista per ben un’ora e quaranta minuti dove Timpano è un fuoco d’artificio e alla fine il pubblico applaude quando mi sarei aspettata anche qualche fischio dato il magma dei contenuti e l’intento volutamente dissacrante.


Visto a Castelfiorentino 

giovedì 17 aprile 2014

Nel bosco di Luca Ricci

Posted Renzia D’Incà per Rumor(s)cena di Roberto Rinaldi


 Ispirato dalle straordinarie atmosfere oniriche  dell’opera  Il Galateo in bosco, poema di Andrea Zanzotto uno dei poeti maggiori del secondo Novecento, questo delicato lavoro di Luca Ricci coglie del capolavoro zanzottiano gli aspetti più magici: le atmosfere rarefatte del bosco, della foresta, richiamano alla fitta e simbolica complessa trama dell’inconscio con tutti i rimandi antropologici  e letterari che solo un poeta di quella straordinaria levatura ha saputo tradurre in versi, una summa filosofica di molteplici sapienze.
In un paradiso terrestre, un Eden più notturno che diurno o forse al confine fra la notte ed il giorno, o crepuscolo dove al limite del buio-luce le schiere sonore degli uccellini amplificano il canto: ecco la favola di Adamo ed Eva, ecco il lavoro di Luca Ricci con la sua compagnia Capotrave. Due giovani che si incontrano, per caso, al limite del dentro e del fuori che è la realtà interiore con tutto il carico di attese, sogni, desideri. E’ la ragazza a rappresentare il pensiero, non il sesso. Sta seduta con un libro mentre lui, per primo in scena è il più  fisico, selvatico. Corre, scalcia le foglie- è l’autunno, la stagione  della caccia. L’incontro avverrà, sarà dolce anche se la caduta corrisponde all’incursione dei cacciatori, colla muta dei cani invertendo l’ordine simbolico vita-morte, canto delle creature-spari. La fine dell’innocenza?  La cacciata dal paradiso terrestre, quella che comporta il passaggio necessario ma dolorosissimo, il varco della linea d’ombra.
Pochi  ma essenziali ed emblematici i versi tratti dal poema zanzottiano a  tentare di tracciare un percorso narrativo al susseguirsi del plot. Magistralmente letti come  voce fuori campo dall’attore più significativo della sua generazione, il poliedrico sensibile rabdomantico costiano Roberto Herlitzka.
Da elogiare il lavoro sulle luci e sul sonoro, in una difficile prova: scena fissa su una ricerca che si pervade della più  astratta e forse, antiteatrale, delle arti, la poesia ( in compagnia  anche della musica), una ricerca coraggiosa quella perpetrata da Luca Ricci insieme al suo gruppo di lavoro dove la strategia è quella di confrontarsi coll’abisso delle contaminazioni plurilinguistiche  che l’arte complessa del teatro può permettersi ma a proprio rischio e pericolo. Ma in questo la giovane compagnia Capotrave ha già ampiamente dimostrato possedere, per mantenere la metafora della caccia, parecchie frecce al proprio arco


CapoTrave è una compagnia residente a Sansepolcro (Ar), che opera tra la Toscana e Roma. CapoTrave ha ideato e organizza Kilowatt, l’energia della scena contemporanea (Premio Ubu 201)
Ideazione e drammaturgia Lucia Franchi e Luca Ricci. Collaborazione alla scrittura scenica e azione di Roberto Gudese e Alessia Pellegrino. Scena di Katia Titolo. Luci di Gianni Staropoli
Ambiente sonoro Fabrizio Spera. Voce fuori campo Roberto Herlitzka.
Effetti video Andrea Giansanti. Effetti sonori Antonello Lanteri.

Regia di  Luca Ricci
co-produzione Kilowatt Festival – con il sostegno di  Regione Toscana.
La parola padre- Cantiere Koreja
di Gabriele Vacis

Posted Renzia D’Incà  - Rumor(s)cena di Roberto Rinaldi

Ola, Simona, Irina, Anna Chiara, Alessandra, Maria Rosaria: sei donne, sei storie di giovani donne in fuga. Dai padri, dalle rispettive patrie. Una drammaturgia che nasce da drammi  di guerre, di  confusione e insieme tentativi di incontri  di linguaggi.  In prima battuta narrati dentro un laboratorio teatrale voluto da Koreja ed affidati ad uno dei più importanti drammaturghi italiani di teatro di narrazione Gabriele Vacis,  per dare corpo ed ascolto a vissuti di contemporaneità femminile lacerata, disperata, che masochisticamente, o forse no, non ancora,  reitera i percorsi, raccontandosi. Percorsi che si intrecciano incontrandosi  per poi lasciarsi fra voli low cost  in aeroporti dove le lingue si confondono e insieme ci cercano, per provare a capirsi, fra donne,  fra persone che reclamano la propria identità, il diritto alla propria vita. Sono le  tre donne dell’est europeo-  che sbarcano a Brindisi,  insieme alle altre  tre italiane del sud.
Sullo sfondo lo spettro del comunismo, da cui fuggono. Il comunismo dei padri, il comunismo  o patriarcato delle patrie in liquidazione.
Una scena spoglia, ai due lati uno stendino con abiti  di diverse fogge che continuamente indossano e ripongono nell’alternarsi delle azioni sceniche su uno sfondo creato interamente e coreograficamente da bottiglioni di plastica,  l’acqua gratis, quelli che si trovano in luoghi senza patria-  i non luoghi, aeroporti ma anche palestre appunto, utilizzati in maniera geniale   minimalista dall’inizio alla fine del lavoro. A occhio  all’inizio sembrano mammelle  o quinta poi, via via  assurgono a spazi  usati come praticabili dove salire  e cadere- la caduta delle frontiere, dei muri, per trovare una dimensione onirico-spaziale femminile dove andare per poi sprofondare, nella propria confusione di spazi|linguaggi. In scena le sei giovani donne sono tradotte dalle loro lingue- non in automatico  ma da una loro alter ego- in inglese ( una ragazza  seduta a tavolino col suo modernissimo  tablet). E si raccontano  alternandosi al microfono posto al centro della scena. Sono pezzi di vite, brevi data la loro età, ma dense di  testimonianze  appassionate di violenze, desideri frustrati,  voli, speranze che confluiscono nella necessità di fuggire, dai propri padri e patrie per cercare fuori di dove e da chi sono state  generate il proprio riscatto. Le valige- il trolley nella versione moderna della contemporaneità- bagagli leggeri sono il simbolo di questa necessaria presa di distanze da ciò che è stato e mai più sarà. Le donne senza padri, e soprattutto, senza patria, non torneranno. Mai. Mai più. Anche se il filo della memoria le riconduce- e non potrebbe non esser così al discorso dei padri, ai ricordi legati alle loro infanzie e prime giovinezze. Qualcuna proverà a confondersi  in istituti di bellezza- come le altre  come le donne dei Paesi dove emigreranno, fra fanghi  e  unghie da ricostruire. E anche qui  per operare la riproduzione di racconti, di storie.  Fra cambi di abiti tra scintillio- le speranze? e provocazioni palesi: mettersi la carta igienica dentro lo slip per trasformare il proprio sesso  nell’altro, quello paterno, appunto.
Uno spettacolo dinamico, sei attrici di grande impatto scenico, una drammaturgia poetica ma  dallo stile impetuoso e graffiante, una scrittura di scena dura che restituisce le dinamiche attualissime  di donne alla ricerca della propria individuazione che può essere agita solo attraverso la fuga, attraverso la negazione di una identità- quella del padre e delle patrie ( identica radice semantica) disfatte del comunismo,  ma anche della società patriarcale ( le ragazze italiane) da cui è possibile ripartire solo tracciando un niet sulla lavagna della Storia. Per ripartire col coraggio delle donne.

Con Irina Andreeva, Alessandra Crocco, Aleksandra Gronowska, Anna Chiara Ingrosso, Maria Rosaria Ponzetta, Simona Spirovska
Drammaturgia e regia di Gabriele Vacis.  Produzione  Koreya Scene di Roberto Tarasco. Progetto Archeo
Visto a Pontedera- Teatro Era


giovedì 27 marzo 2014

Daniele Timpano

Storia cadaverica d'italia

Dux in scatola
Risorgimento pop
Aldo morto

Titivillus a cura di Graziano Graziani ( Roma, 1978)

Daniele Timpano ( Roma, 1974)

mercoledì 26 marzo 2014

20YEARS of Spellpound
di Renzia D’Incà

SU RUMOR(S)CENA di Roberto Rinaldi

 Da vent’anni e forse più, seguo  a Pisa il lavoro del Teatro  Verdi, teatro storico  cittadino dove, come del resto  in tutti i teatri  d’opera nazionali il melodramma è stato ( ed è)  il cuore della programmazione artistica.
Tuttavia  questo   storico Teatro,  ha rivendicato a sé tutta una  serie di competenze complesse, che fanno capo alla cultura artistica ed alla formazione in generale,  comuni anche ad altre  realtà nazionali, dove l’attenzione  specifica per la Danza è stata ed è patrimonio peculiare, oggi in grande attenzione della  Fondazione Toscana Spettacolo ( anche in relazione al progetto NID- Showcase open to Italian and International programmers, quest’anno ospitato proprio a Pisa  dal 22 al 25 maggio , in collaborazione con Fabbrica  Europa)  soprattutto grazie  ad alcune direzioni artistiche,  nel tempo  particolarmente sensibilizzate al settore.
La sensibilizzazione è stata capillare anche rispetto al territorio: memorabili  i “ ritrovamenti”( con termine che personalmente aborrro: location) - anche  talvolta , adibiti a mostre- degli spazi straordinariamente magici   i  cittadini della Chiesa di San Zeno dove erano state accolte, a suo tempo,  stagioni di danza di notevole  visibilità nazionale ed internazionale.
 E quindi ecco che si rinnova il sodalizio con la  Compagnia Spellbound  del coreografo Mauro Astolfi  che  proprio a Pisa ha deciso di presentare  in forma di  Galà  dalle sue migliori produzioni  internazionali che sono state in tour nei maggiori palcoscenici del mondo ( e con una prima assoluta),  i  venti anni di attività che  a Pisa ha visto  spesso la sua  presenza ( Spellbound  Contemporary art nasce  nel 1994, ha lavorato in tutto il mondo, è reduce da una tournée negli Stati Uniti) con  presenza stabile in questa città, anche in stage di formazione.
Il programma  del ventennale prevedeva due  tempi ( quante ragazzine in platea, le scuole di danza cittadine) in questo luogo  dove  il grande coreografo ha  di nuovo siglato la sua  straordinaria cifra artistica.
Il programma comprendeva due  momenti:  “Controfase”, che è stato in prima mondiale  a Russelsheim nel 2014, e poi adesso  in prima nazionale a Pisa.
Uno scontro tra due danzatori. Due identità forti.  Due comprimari in scena. Nella lotta nessuno soccombe. Difficile  comprendere il senso della lotta: anzitutto nessuno soccombe. Però neanche vince.  Una guerra  fra pari?  Verso cosa? Finale  aperto
Certamente è  di gran godimento la straordinaria leggerezza- nello  scontro che si capisce furibonda- dei corpi. Forse un suggerimento almeno visivo e di possibile interpretazione della  dinamica gestuale,  potrebbe giungere dalle  pratica e contaminazione  con le discipline  delle  arti marziali. Ma anche,  e qui si passa al simbolico, dallo scontro sulla identità di genere.
Il Potere?
Il lavoro è nato come studio per la formazione giovanile  Spellbound II con debutto in  Germania 2014 e  in Italia- Teatro  Verdi a Pisa.

Il secondo movimentoLost for words”- L’invasione delle parole vuote Studio III,  è l’ultimo atto di una trilogia che ha debuttato a Tuscania nel 2013.
“Lost” è stata l’unica produzione europea  a cui è stato assegnato un premio  per la National  dance project negli Usa per la stagione 2012|13.
Delle due produzioni già proposte,  è quella che mi  ha  particolarmente colpito. Forse perché la più strutturata. I corpi  dei danzatori , maschili e femminili  finalmente, dentro uno spazio apparentemente domestico – assai claustrofobico-dove si anima , ma soprattutto si annida, un conflitto  che è dei corpi ed è senza  la parola. L’azione è in un interno, uno spazio riconoscibile- tavolo sedie letto, ma le persone che lo abitano- lo dis-abitano in perenne lotta fra loro che è identitaria ma niente affatto astratta ( padri madri figli e poi e ancora le famiglie  che ripetono le generazioni  tradizionali  o le  famiglie allargate?) E allora qual è l’oggetto del confliggere:  la parola.  Che non arriva, che non si frange, e non è una questione né generazionale né identitaria o di genere.
Qui si tratta, e si mette in scena  forse , della  parola che se non vuota “ parla” attraverso il corpo|spazio.
E  prova a parlare anche l’altro da sé.
Perché uno dei grandi temi della contemporaneità è che, anche fra persone che dovrebbero intelligere e confrontarsi, non c’è più parola. E allora il non verbale si può trasformare in scontro. Anche fisico. Che colla danza, proprio come medium  artistico ma anche  conoscitivo- relazionale , possiede una modalità. Tutta sua, di autorappresentarsi.
Ritrovare il senso “ puro” della parola, riqualificarla al suo   e comunque equivoco intrinseco ruolo, può essere anche – soprattutto ?l lavoro della danza. Al suo livello più raffinato ed attento alle dinamiche delle arti in  ascolto della multisensorialità  complice dei diversi linguaggi dell’arte.
Segue, come terzo movimento ed a chiusura,  in prima mondiale Dare- Dialogo per due uomini.
Una primizia , in cui è coinvolta l’intera compagnia .  E riparte dai due danzatori di Controfase. Da chi si riparte, dunque? Dall’eterna disputa’ fra  padre figlio, fra chi è il più forte?
Lo sapremo nella prossima ideazione  internazionale coreografica di Mauro Astolfi  con  la sua assistente Adriana De Santis

Mauro Astolfi  Coreografie
Marco Policastro  Disegno luci
Musiche Steven Price

Con Giovanni La Rocca, Mario Laterza
 Sonia Barbiero Alessandra  Chirrulli Maria cossu Gaia Mattioli Giuliana  Mele Marianna Ombrosi Giacomo Tedeschi


 Visto al Teatro   Verdi di Pisa il  13 marzo 2014

venerdì 21 marzo 2014


Presentazione del libro di poesie di Renzia D’Incà, Bambina con draghi Pisa, Biblioteca Comunale SMS, 4 febbraio 2014 Renzia D’Incà ha pubblicato cinque raccolte di poesie prima di questa che oggi presentiamo, Bambina con draghi, edita dalle Edizioni dei Leoni, con densa prefazione di Paolo Ruffilli. Rispetto alle precedenti, la nuova raccolta presenta significativi elementi di novità: nei temi e nello stile. Sebbene non vengano abbandonati il rigore, la raffinatezza formale, la cura, la sapienza della scrittura, caratteristiche formali precipue della poesia di Renzia D’Incà, stavolta le parole sembrano immerse in una mistura urticante, corrosiva, che resta loro addosso e le rende violente, appassionate, taglienti come spade. Il fatto è che stavolta le coordinate della raccolta s’inscrivono nel tragico, e il linguaggio viene (abilmente) lavorato perché sappia restituirlo. Parto dunque dalle parole: del titolo e delle sezioni. Il titolo della raccolta, Bambina con draghi, orienta correttamente su scenari infantili; essi però non hanno niente di idilliaco – ciò che del resto, in età post-freudiana, suonerebbe poco probabile e ingenuo. Della psicanalisi, in questa raccolta come nelle precedenti, c’è molto: il linguaggio (costruito anche col robusto apporto di un idioletto medico-psicanalitico), le situazioni di riferimento, il mantenimento di un binarismo colloquiale cioè di un confronto/scontro fra un Io e un Tu, che è mimetico della condizione analitica (ma con varianti significative). L’infanzia, dunque, non che essere età dell’oro, tempo dell’innocenza e della gioia, nella poesia di Renzia D’Incà si popola di creature orrorifiche, metamorfiche, terrorizzanti; la scrittura che le rappresenta sarà una discesa agli Inferi e restituirà gl’incontri con mostri e draghi affondando nel materiale psichico remoto e forse rimosso, che attraverso le parole poetiche riemerge ribollente. La raccolta è costituita da cinque sezioni; gli Affioramenti sono appunto il venire a galla di situazioni, immagini, personaggi appartenenti al passato, rappresentano insomma quel ritorno del rimosso (per riferirsi ancora a Freud) che è punto di partenza di ogni percorso analitico che aspiri a liberare il futuro: “e adesso per andare avanti / è necessario tornare indietro” (p. 25). Un movimento “a gambero” che avviene nella seconda sezione, Mesmerismi: il fluido magnetico (i mesmerismi appunto) che si libera nei fenomeni incontrollati (quelli ipnotici, quelli onirici) può costituire esso stesso una cura, se non la guarigione; e infatti nella prefazione Paolo Ruffilli parla di “percorso di autoconoscenza”. Tuttavia avrei qualche dubbio che questa strada, almeno il tratto che la raccolta documenta, porti davvero alla salvezza; a prospettive ben poco salvifiche allude, se dobbiamo prestargli fede, il titolo dell’ultima sezione, Dell’incurabile curagione, ironico neologismo, quest’ultimo (è in realtà arcaismo, ma così disusato da poterlo considerare nuovo conio), che non fa ben sperare e al contrario sembra esprimere perplessità su una cura (psicanalitica?) che non viene a capo dei problemi e, insieme, la speranza di una diversa via di fuga, una via di fuga come che sia, per liberarsi da ogni soggiogamento. Le sezioni centrali, Ipossie binarie e Parricidi, sono le più veementi, ulcerate, rivendicative; soprattutto in queste sezioni il lessico si rinnova rispetto alle precedenti raccolte, le immagini si sostanziano di riferimenti mitici, i personaggi acquistano proprietà di simboli, mentre l’Io femminile si carica di valori oppositivi che gridano trionfanti la sottrazione al dominio paterno, fino al feroce augurio di morte: “attendo la tua morte, padre / la tua dipartita perché la tua di morte / sarà soglia e porta alla mia sempiterna vita” (p. 38). E’ vero che anche in questa sezione permane una dimensione “ludica” del linguaggio, direbbe Jakobson, legata al mondo infantile, produttrice d’un comico raffinato che ha tanta parte nella scrittura anche precedente di Renzia D’Incà; qui però il comico è più contenuto perché, soprattutto nelle due sezioni centrali, la nota dominante è tragica. Vi si rappresenta il terribile scontro con il Padre (ovvero Fratello/Padre), con la sua legge, materiale morale sessuale, ed emergono ossessivi i fantasmi dell’incesto. E’ uno scontro all’ultimo sangue, dal quale Io si augura che il Padre esca sconfitto – di più: morto. Una morte di cui è prefigurato l’avvicinarsi in duri versi della sezione precedente, nella degradazione fisica paterna, nel suo rattrappimento e invecchiamento, nella perdita di forza interiore, nella riduzione del Padre Drago alla pura e soccombente bestialità: “fra noi adesso parla il linguaggio corporale / il borborigmo la tosse l’ansimare / tu spirito puro (senza l’anima) sei il più animale” (p. 31). Preciso che questo Drago non s’identifica tanto, o solo, nel padre reale di Io ma assume connotazioni più vaste e include qualunque figura caratterizzata dalle proprietà che all’interno della società patriarcale identificano l’immagine paterna. E qui l’opposizione privata Io/Tu, cioè Figlia/Padre, si allarga a diventare antropologica; è la grande fondativa opposizione fra Natura e Cultura dove il Padre, maschio depositario del potere e della tradizione, viene collocato a sorpresa non sul versante della Cultura, come ci si aspetterebbe, ma su quello della Natura. Perché questo Padre è uno dei draghi, anzi è IL Drago per eccellenza, è (come ho appena letto) “il più animale” e non può aspirare ad altra dimensione che quella della Natura, là dove nascono e crescono i mostri, come sappiamo fin dall’antica caccia che Teseo, forza della Ragione, condusse contro il mostro bestiale chiuso nel Labirinto. E’ l’ennesima metamorfosi, l’ennesimo raddoppiamento che nelle poesie di Renzia D’Incà caratterizzano le figure d’amore, secondo l’orientamento di lettura contenuto nel brano di Platone riportato in esergo, l’insuperata definizione di Eros. “Eros è un gran Demone, o Socrate: infatti tutto ciò che è demonico è intermedio fra Dio e mortale. Ha il potere di interpretare e di portare agli Dei le cose che vengono dagli uomini e agli uomini le cose che vengono dagli Dei: degli uomini le preghiere e i sacrifici, degli Dei, invece, i comandi e le ricompense dei sacrifici. E stando in mezzo fra gli uni e gli altri, opera un completamento, in modo che il tutto sia ben collegato con sé medesimo”. Le figure d’amore sono dunque binarie, possiedono un doppio che le altera, un’ombra maligna che può usurparne il posto. Ciò vale per il Padre/Fratello Amato, la cui terrificante epifania diventa il Drago; e vale per la Madre, assente in queste liriche che tuttavia le sono dedicate. Una Madre con la quale pare saldo il vincolo affettivo ma che non ha ruolo nella tragica lotta qui raccontata; ne esiste invece un doppio, un replicante mostruoso nell’altro personaggio femminile che appare di sguincio nei versi, una parodia di Madre, la mater controfigura, la Gorgone, la megera che sottolinea e rafforza la solitudine drammatica di questa Figlia combattente – questa Figlia che, capace di affrontare, in singolar tenzone e con pari violenza, lo strapotere del Padre/Drago, è, forse, vincente.

giovedì 6 marzo 2014


è la rigidità della struttura che non funziona|lo specchio la perfetta simmetria si può superarla, in accordo, pas à deux, solo infrangendola Carmen Martinez, musicista amica e mia interprete