venerdì 26 gennaio 2024

Teatro Arti visive Cultura Festival(s) Costume e Società Cinema Danza Musica e Concerti Fotografia Co-Scienze Recensioni — 23/01/2024 at 08:38 La Figlia di Iorio di sconvolgente attualità: Dario Marconcini rilegge D’Annunzio di renzia.dinca FacebookTumblrPinterestPrintFriendlyShare RUMOR(S)CENA – BUTI – (Pisa) – In prima nazionale nello spazio teatrale di Cascine di Buti è andato in scena La Figlia di Iorio del vate nazionale Gabriele D’Annunzio. Uno spettacolo con la regia e la riduzione per le scene di Dario Marconcini, direttore storico del Teatro di Buti, regista e attore di memorabili micro pièce da Pinter a Beckett a Peter Handke. Sempre attento a testualità originali e minimaliste, nella lunga carriera iniziata con il Centro di ricerca e sperimentazione teatrale di Pontedera, era davvero sorprendente sulla carta, leggere come proposta di programma questa scelta di drammaturgia cosi datata (1903), ma soprattutto di un Autore assai prolifico fra romanzi, opere in versi (l’Alcyone è alta poesia, legata alle sue innumerevoli passioni femminili fra cui Eleonora Duse e i soggiorni con lei sui litorali pisani), di un periodo storico molto lontano dai tempi di Internet, la Rete e l’influencer Chiara Ferragni e Fedez. Si tratta infatti di un dramma architettato dentro una dimensione agreste, pensato da D’Annunzio nella congerie pastorale di matrice abruzzese. Luoghi d’origine ben noti al giovane scrittore, in seguito finalmente approdato al Vittoriale sul Garda. L’intuizione della proposta e ricerca drammaturgica, pare sia arrivata da Giovanna Daddi, anche in scena, attrice di gran sensibilità e talento, compagna storica di Dario, recente Premio Ubu alla carriera alla coppia. Lo sguardo sorprende e sposta il focus interiore sul lavoro (presentato anche al Teatro Era di Pontedera nella stagione del Teatro Nazionale della Pergola Tutto il dramma gira intorno a Mila di Codro, la Figlia, la prostituta la Strega. Una bellissima ragazza immortalata, letteralmente, dentro una famigliarità strutturata patriarcale-pastorale quindi non industriale o borghese o intellettuale o ma soprattutto, e forse, superata dalla Storia. Ma quale Storia? Peccato che non sia cosi! L’attualità di questo femminile incarnato da Mila di Codro (Maria Bacci Pasello, giovane attrice figlia d’arte), è di un sconvolgente attualità. In questa scrittura drammaturgica, sicuramente nell’inconsapevolezza del suo Autore, girano e risplendono assieme a versi sublimi, archetipi strutturali della società italiana contemporanea, anzi della più bieca quotidianità fatta di stupri e violenze domestiche sulle donne da cronaca nera, e da molestie segnalate a livello planetario dal movimento Me Too. Dove Padri si scagliano contro Figli in nome del dio Denaro, dove le figlie, le femmine, sono oggetti in quanto sono Natura, alla stregua di animaletti da pastorizia in balìa delle bestialità maschili. E quando le bambine non si adeguano, si ribellano, vengono barbaramente uccise o, masochisticamente, si auto immolano all’arbitrio dei patriarchi in quanto definite Streghe. In questo caso pure dal promesso sposo, il pastore Aligi, che in una passionale difesa di Mila verso il Padre, finisce per ucciderlo. Insomma una tragedia agreste che ha titanicamente tutte le frecce all’arco per una riedizione rivista e opportunamente scorciata ( Dario Marconcini ne fa una riduzione per circa un’ora di spettacolo, quindi di ben due terzi della scrittura originale). Leggendo le note di regia, si comprende il fascino letterario suggerito ed evocato da Gabriele D’Annunzio d’antan: “versi di una qualità vertiginosa, arcana, incomparabile”. Parola di Carmelo Bene che ne aveva tratto una sua versione. La mise en espace del piccolo ma funzionale spazio del Teatro di Cascine (in attesa della riapertura dello storico scrigno di bellezza del Teatro di Buti), ha svelato la quintessenza dell’attualità davvero insolita de La figlia di Iorio, grazie ad una intuizione profonda di proposta, di una Compagnia affiatata e generosa di attrici ed attori giovani, affiancata dalla sapienza dei Maestri. Una visione da non perdere. Visto a Buti ( Pisa), il 12 dicembre 2023

giovedì 28 dicembre 2023

E fu così per L.B. E fu così che ritrovai il tuo portafogli smarrito nel cestino della tua bici dopo la spesa alla Coop e di nuovo complici amici ed amanti di cibo e parole cannibali felici (gentili) di calcio la Juve e di giovani favolosi un teatro vivente il riscatto del niente possiamo amarci con poco conta l'intesa il gioco la mente che ascolta sottende il grido sommesso che scompiglia la rugiada dei giorni il vento che vibrisse di gatti scuotono * mente impotente che rischiara la parola il senso quei bambini morti che scendono il Piave la maestra che li rende alla tomba la gioia sottile del ritrovarsi che scalda l'abbaino le soffitte le sconfitte gli antri nevosi il raccontarti sarà' ciò che morto ciò che ancora vive tempeste di vita invitta

giovedì 5 ottobre 2023

LA GINESTRA: un superbo Mario Biagini renzia.dinca Firenze. Prova attoriale insolita e coraggiosa della Canzone La Ginestra . Il Fiore del deserto di Giacomo Leopardi, da parte di un attore come Mario Biagini, anche regista e pedagogo già allievo di Jerzi Grotowki al Centro Studi di Pontedera (1986-1999) e in seguito con Thomas Richards, erede del pensiero del genio polacco al Centro Studi Grotowski, purtroppo chiuso dal 2022. Abbiamo visto, in case private-Casa Argelli-Taliani, dove Chiara Argelli vive dopo essersi formata come attrice all'Accademia Silvio D'Amico, ora titolare della Libreria Roma a Pontedera, uno spettacolo curato da Biagini-Richards. L'ideazione artistica denominata: Open Program, era una fioritura di esperienze con giovani artisti internazionali in cui la scuola del Corpo-Voce grotowskiana ha avuto nella storia della formazione di artisti in ospitalità usciti dal quel parterre di disciplina ferrea e lucidissima, una straordinaria passione e fioritura di talenti. Open Program si è trasformato in lavoro internazionale sul canto e sulle tradizioni etniche delle e sulle parole del corpo-voci internazionali. Mario Biagini ha chiuso quella esperienza per poi fondare lo scorso anno, con altri artisti, l'Accademia dell'Incompiuto. Interprete in a solo (con collaborazione di Felicita Marcelli) del Canto La Ginestra di Giacomo Leopardi, da tempo sviluppata in spazi di Teatri nazionali ed a Settembre ospite dell'Accademia della Crusca nella Villa Medicea sede della Crusca a Sesto Fiorentino, a Biagini compie una lettura dei passi de La Ginestra in due passaggi. Nel primo attraversa una lettura che raccoglie numerosa trattatistica di critica letteraria che ha indagato e indaga sui passi del Canto ( ultima fatica di Leopardi nel 1836, in seguito pubblicata da Ranieri, suo ospite napoletano, quando in città scoppiava epidemia di colera), a commento, mentre nella seconda parte della performance l'attore recita a memoria l'intera Canzone in una escalation di forte immedesimazione col testo che commuove e ne esalta l'attualità. Infatti Biagini dichiara che la lettura e lo studio sulla Ginestra, sono scaturiti dai lunghi periodi che ci ha costretto e solo pochi anni fa il lock down da Covid. Biagini ha rispettato una tradizione di interpretazione attoriale di poesia ( rari esempi in Italia : Carmelo Bene e Leo de Bernardinis, alcune attrici su Merini). Un sublime dettato, davanti a una platea attenta e con tanti giovani studiosi di somma Letteratura italiana . A seguire una Conversazione fra l'attore con gli accademici: Vittorio Coletti, Claudio Giovanardi ed Enrico Testa, con Paolo D'Achille, direttore dell'Accademia sul linguaggio della Ginestra Visto all’Accademia della Crusca Sesto fiorentino l’11 settembre 2023

lunedì 28 agosto 2023

LARI FESTIVAL DEL SUONO. IL SUONO E' VITA IL RUMORE LA UCCIDE Non dobbiamo isolarci dal rumore, dobbiamo eliminarlo renzia.dinca Lari – Santa Luce (Pisa). Il Festival Collinarea, giunto alla 25esima edizione ( 11-29 Luglio) nella cornice medievale delle colline del Borgo di Lari, ha proposto un parterre di efficaci proposte su un tema alquanto attuale quanto forse poco ancora esplorato: l'inquinamento acustico, con una serie di incontri a cura di scienziati e ricercatori ospiti del Festival. Molto nutrito il carnet delle proposte. Oggetto degli incontri avvenuti presso il Teatro comunale di Lari per la Sezione Suono con concerti e lezioni e performance, Per la Sezione Multidisciplinare danza con due prime nazionali: IntimInnesti in Lea-un'altra giornata emozionante, Barbiero Buscarini D'Angelo in Cavalli e Sartoria Caronte in Lucy Rox Cabaret Evento clou come del resto lo scorso anno fu con Butterfly di Giacomo Puccini, in Prima nazionale: Turandot-Ombra della luce, rivisitazione dell'omonima opera di Puccini in chiave contemporanea. Un lavoro di gruppo, un'opera di rara complessità che ha coinvolto competenze multiple e poliedriche in una sfida che nasce dalla ideazione dei due direttori artistici di Collinarea: Loris Seghizzi e Mirco Mencacci. Le maestranze entrate nel progetto che ha visto una contaminazione coraggiosa fra i generi di lirica, musica pop sperimentale, teatro, video, suono e danza hanno animato tre spazi del Borgo dove in simultaneità-il pubblico ha potuto assistere sia rimanendo nella stessa platea sia spostandosi fra i tre spazi utilizzati per le performance (Orchestra del Teatro Goldoni di Livorno diretto dal Maestro Mario Menicagli con una banda rock di sei elementi, un coro teatrale di 25 persone, il coro CLT Coro Lirico Toscano di 40 elementi e 11 attori. Tutta questa straordinaria complessità per tradurre la Turandot di Puccini coordinata dalla regia di Studio SAM diretta da Nicol Lopez Bruchi, Marco Ribecai e Mirco Mencacci. In questo scenario naturale-artificiale del Borgo di Lari, l'edizione di Turandot, si è fusa e con-fusa con le più belle canzoni di Franco Battiato ( di fatto l'esperimento era tale fin dal titolo Turandot-Ombra della luce)

domenica 15 gennaio 2023

ECUBA, LA CAGNA NERA da Le Troiane di Euripide di renzia.dinca Buti (Pisa). Maestosa. Dominante. Macabra e sublime Giovanna Daddi in monologo, in questa prova d'attrice dura e insieme celestiale nella sua incarnazione di sposa, madre, sorella, figlia vittima sacrificale (una Antigone per analogia-contrapposizione, ma solo anagrafica), delle guerre che icasticamente entrano sulla scena spoglia del mondo archetipico che va dalla classicità greca alla più attuale contemporaneità. Aggrappandosi al testo di Euripide in qualità e personificazione di Ecuba e liberamente tratta dalla tragedia Le Troiane, per l'adattamento drammaturgico e la regia di Dario Marconcini, a testimoniare con la propria fisicità solenne di nata femmina, e/e ma anche Regina, il dolore della perdita, il lutto, la disperazione che le guerre d'ogni tempo d'ogni cittadinanza guerre come tabu (Alberto Moravia così le aveva immaginate: esempio di profezia che non si autoavvera), segnano la micro e la macro storia di ogni popolo stato religione sulla faccia della Terra dove il dominio della ferocia dell'homo hominis lupus mai si accontenta e ancora, di fagocitare lutti e dolore e sangue. Dopo quasi un anno di guerra intestina di cui sentiamo l'eco delle bombe sui civili in Ucraina e in Donbass (come sentivamo a Trieste la stessa eco nella martoriata allora Jugoslavia), è ancora tempo di gridare lo strazio e la pena delle vittime. Cosi lo esplicitano facendosene carico idealmente e in scena la coppia Giovanna Daddi e Dario Marconcini in un pas a deux così rituale così brechtiano (secondo lo stile consono allo spazio, alla storia, ai protagonisti maestri di Teatro che provengono a loro volta dai maestri di Pontedera: Grotoski, il Teatro Povero, Brecht), cosi costruito addosso ad una Ecuba dolente che piange la sua casata, i figli e che sta per essere “deportata” come schiava come da testo euripideo per trasformarsi in cagna, cagna nera e consegnarsi nel distacco in mare prigioniera dei nemici vittoriosi a Ecate. Ecuba, figura mitologica e come l'archetipo che ci arriva dalla nostra stirpe mediterranea, donna fiera, consapevole ma composta davanti alla salma del figlio bambino ucciso dalla guerra. Cosi ci si presenta nello spazio Sala Di Bartolo ( in questo momento il Teatro di Buti è chiuso per restauri). Come non pensare ai bambini restituiti dai nostri mari del Sud alle madri o ai soccorritori di Lampedusa, come non lavare le immagini dei telegiornali sulle madri ucraine, (e anche russe, nel Donbass parlano la stessa lingua), che seppelliscono i propri figli in guerre incomprensibili, ideologie guerresche malate, come le follie psichiatriche di chi detiene il pulsante rosso del Potere in Africa come in Asia come in Vietnam come: ai confini della “nostra” Europa. Nello spazio dove si erge, respiriamo il monologo di Ecuba: lei sola in scena. Asciutta, regale nella sua disperazione di identità femminile e negata. Vestita a nero lutto piedi nudi vecchia sola regina senza più regno né vestigia, con alle sue spalle una città devastata in una foto- proiezione in bianco e nero. Nel climax, quando sembra non possa accadere davvero più nulla alla “ Cagna” , vittima-carnefice del suo destino famigliare, compare in un tripudio di fogli gettati sul palco: Dario Marconcini che, in un gesto situazionistico fulmineo, inaspettato entra in scena ed esclama ex abrupto, quasi deus ex machina: non deve piu succedere tutto questo. Siamo di fronte ad un alto Teatro. Una risposta subline e forte di Poesia in scena. E come non sarebbe potuto esserlo in una produzione de
lTeatro di Buti? Ecuba, la cagna nera da Le Troiane di Euripide con Giovanna Daddi drammaturgia e regia Dario Marconcini scene e luci Riccardo Gargiulo e Maria Cristina Fresia musica da Le sacre du printemps Stravinskij Produzione Associazione Teatro Buti Visto a Buti ( Pisa), il 7 dicembre 2022

sabato 1 gennaio 2022

renzia.dinca Il più bel Cantico fra i cantici (il Cantico nella traduzione di Guido Ceronetti), è il nuovo studio creato dalla coreografa Flavia Bucciero. Una produzione del Consorzio Coreografi Danza d’Autore della rete delle residenze artistiche Toscane e Movimentoinactor_Teatrodanza. Nello spazio pisano Teatri di Danza e delle Arti dove ha sede la Compagnia diretta dalla coreografa di origine napoletana, abbiamo assistito ad un assaggio, il cuore germinativo, di un progetto di teatro-danza performativo con tre danzatori e interpreti Luca Di Natale, Pauline Manfredi e Federica Modafferi con musiche dal vivo di Antonio Ferdinando Di Stefano. I temi della narrazione creativa per corpo e voce sviluppati magistralmente fin da questa prima prova aperta al pubblico (come da consuetudine nello spazio della Compagnia), corrispondono in maniera esemplare alla trascrizione del Cantico secondo la traduzione di Ceronetti, scrittore, critico e intellettuale fra i più prolifici e insieme appartati della sua generazione. Un primo nucleo tematico è quello degli Amanti, del desiderio del sesso delle nozze della passione carnale. Lei (Federica Modafferi) è Sorella e Sposa (Madre). Tramanda al femminile l'amore romantico. Lui è pastore e guerriero- Lui (Luca Di Natale), la cerca ma è anche e insieme l'Assente. Lo spazio tempo in cui si inserisce lo storytelling della coppia è quello della Natura e della ricerca dell'altro da sé. Preponderanti gli elementi fisici sia come presenze animali sia come erbe e piante, una sorta di Giardino dell'Eden prima del peccato. Una ridda di analogie, comparazioni, figure retoriche si susseguono: Lei è colomba lui gazzella o cerbiatto. Lo sfondo dell'idillio amoroso sono le montagne le colline. Essenze di profumi mirra e incenso l'ambientazione è quella del Libano, il Libano come zona “altra” con tutti gli elementi letterari dell'esotismo. La promessa sposa viene da terre altre ( cit.Tu sei l'oasi sprangata Sorella mia e sposa sorgente turata fonte sigillata I tuoi scoli sono un Giardino paradisiaco di melograni) Elemento di sintagma fra i due è una sorta di Coro che nella scrittura poetica si rappresenta in forme di ripetizioni come ritornelli ( cit.-Alzati! (lui)-Non risvegliate il mio amore se non vuole-O figlie di Jerusalem- coro per le nozze-l'incontro) Il secondo fulcro tematico del Cantico rimane tuttavia quello dell'Assenza ossia del distanziamento fra due Amanti. Lei cerca Lui vagando per la città perchè: la mandragora manda odore (citazione essenziale per il nuovo lavoro di Flavia Bucciero a distanza di circa vent'anni anni dal precedente, uno dei molti allestimenti curati dalla danzatrice e regista, che si ispirava proprio al Cantico). Troviamo qui gli elementi magici dell'esoterismo e del dionisiaco. La mandragora è pianta velenosa collegata a rituali del sesso, dell'afrodisiaco. Sono rituali ancora oggi legati al piano della stregoneria per gli effetti narcotici (senza scomodare Machiavelli che ne ha scritto una commedia), noti in tutta la zona del Mediterraneo, del Nord Africa e Medio Oriente, costituiti da riti magici e filtri amorosi per riavvicinare l'amato (cit. L'amore è duro come la morte. Il desiderio è spietato come il sepolcro) Un altro dei temi ricorrenti del Cantico quello di amore e morte, una ulteriore pista di sviluppo sulla riflessione di un tema caro al Romanticismo da Shakespeare a Goethe Un terzo e ultimo passaggio tematico del Cantico, una sorta di ritorno ad anello del tema del Corteggiamento: come una danza della Primavera ( tema caro alla coreografa che ne ha sviluppato un suo potente lavoro tratto da Stravinski), narra del risveglio della Natura che sempre si rinnova con la stagione ( all'insegna di: cit alzati mia bella) E qui entra in scena il corpo della Primavera botticelliana (Pauline Manfredi…) in una danza stavolta pura, non segnata da canti o commenti in versi se non quelli commentati musicalmente dal maestro Di Stefano al piano, al flauto alle percussioni in un trionfo di fisicità sonora. L'ultima sezione del primo studio Il piu bel Cantico fra i Cantici, termina con l'avvento del principio della primavera: i fiori della vigna (torna il dionisiaco) il fico, la tortora, la melagrana in un simbolismo classico. Torna quindi l'Amato (cit. oh amato mio che fuggicome la gazzella o il cerbiatto appari sulle alture odorose), in una danza dionisiaca con azioni quasi d'impronta orientale derviscia Attendiamo quindi gli sviluppi artistici di questo primo esperimento che ha già dato buoni risultati creativi come confermato anche dal successo decretato dal pubblico nella discussione seguita alla visione dello spettacolo. Numerosi sono i riferimenti alla attualità di questi due anni di Covid che hanno lasciato il segno nelle relazioni umane per la mancanza di contatto fisico dovuto al distanziamento imposto dal lockdown. In scena questa dinamica è stata sviluppata attraverso una modalità di azione in cui i due danzatori recitavano e insieme danzavano posti su due pedane distanti tra loro e monologanti. Questa atmosfera di distanza è stata sottolineata anche dagli elementi scenografici di Delio Gennai e dalle luci curate da Riccardo Tonelli Visto a Pisa il 18 dicembre 2021

domenica 28 novembre 2021

Pinter e Latini al Francesco di Bartolo renzia.dinca Buti (Pisa). Finalmente riaperto lo scrigno del Teatro Francesco di Bartolo a Buti sotto la direzione di Dario Marconcini in quella da lui definita in una laconica nota di direzione artistica: “stagione breve” una programmazione felice anche se di poche date con artisti di punta del panorama nazionale fra ottobre e dicembre. Una stagione che soffre della chiusura a livello delle sale di teatri e concerti dal marzo 2020 causa Covid. Un azzardo, dunque. Un azzardo sulle impossibili possibilità che ancora l'ideazione artistica con pochi mezzi economici ( ma questa è altra storia), può regalare a un pubblico finalmente in sala, anche e se ancora con estrema prudenza di fruizione negli spazi e nei contatti. E cosi Daddi-Marconcini hanno di nuovo ripresentato Pinter in Paesaggio. L'ultimo Pinter della coppia che in repertorio ha l'Autore nelle sue memory plays era: Voci di famiglia(2015 con Carucci Viterbi in scena). Il lavoro spiazza immediatamente lo spettatore: l'Uomo ( Marconcini) , la Donna ( Daddi) sono seduti in palco dando le spalle alla platea. E questo stato durerà per la gran parte della piece. Ciascuno racconta come in flusso di coscienza, memorie di vita. Lui di gite col cane verso un laghetto, lei di un amore sempre vissuto dentro uno iato fra conscio e inconscio su uno spazio marino. Lo spazio comune della coppia che ci parla quasi in forma confessionale, è una casa borghese con libri e divani in stile british floreale da dove si affacciano nella loro affabulazione non dialettica su un giardino quasi onirico. La coppia pur di spalle, rivela subito una anagrafe avanzata-in proscenio un foliage di foglie secche di alberi d'autunno tipico di questa stagione. La fascinazione della non dialettica fra i due soggetti della coppia svela e rivela la contiguità di spazi e corpi e insieme la discrepanza dei vissuti interiori o forse e solo delle memorie che sopravvivono alle vite anche comuni di un marito e moglie in solitudine di coppia. Poi lo sguardo d'emblée cambia: i due monologanti girano la sedia e si rivolgono al pubblico. Sorge domanda: siamo quindi e davvero ritornati ancora a Teatro dal vivo? In uno spazio pubblico dove l'attore lascia la propria dimensione privata in cui si è richiuso in cui anche il pubblico si è rinchiuso per due Stagioni di fila per finalmente poter far circuitare l'energia unica e irripetibile di un uno spattacolo dal vivo? Con uno sberleffo finale Dario Marconcini rivolta Pinter piegando il finale alla Commedia dell'arte. Un guizzo inaspettato, ironico e spiazzante. è Capitan Spavento. E la sua Compagna Giovanna Daddi si trasforma nella Morte. In questa stessa Stagione del Teatro di Buti un Roberto Latini in una versione ( dopo quella vista a Prato della Prima di Metastasio di Armata Brancaleone) di Hamlet Machine di Muller). Ne scriveremo a breve PRIMA ASSOLUTA Visto a Buti Teatro Francesco di Bartolo, il 7 novembre 2021

martedì 5 ottobre 2021

IL GIOCO DEL SINTOMO: UNA ESPERIENZA DI TEATRO E DISAGIO MENTALE Una scommessa vincente fra l'ASL Nord Ovest Toscana e il regista Alessandro Garzella Renzia D'Incà ...prendersi cura è un'azione violenta bisogna armarsi di un amore pieno di collera ( Alessandro Garzella) Il volume:I l Gioco del Sintomo narra del lavoro congiunto ideato da Alessandro Garzella regista e allora direttore artistico de La Città del Teatro di Cascina (Pisa), secondo Polo regionale toscano di Teatro per le Nuove generazioni, con la psichiatra Consiglia Di Nunzio. Di Nunzio è stata Dirigente sanitario di Psichiatria ASL 5 di Pisa, coordinatrice delle attività riabilitative e responsabile delle strutture residenziali psichiatriche della stessa Azienda Sanitaria locale. L'esperienza, tuttora in corso con l'ASL Nord Ovest Toscana, è stata da me seguita per molti mesi con cadenza bisettimanale dall' anno 2000, in qualità di studiosa e critico teatrale, si è svolta fra la sede del Servizio territoriale e il Teatro di Cascina a San Frediano a Settimo (Pisa), su un'esperienza laboratoriale di teatro e disagio mentale. Quell'esperienza pilota, nata per scommessa (parole della dottoressa Di Nunzio), sulla scia della riforma Basaglia che avviava alcuni pazienti psichiatrici all'esperienza del teatro, si è trasformata in un processo di lavoro che da “scommessa” si è aperto a prospettive inimmaginabili. Dall'osservazione dei laboratori tenuti da operatori teatrali in collaborazione con il CIM sono stati pubblicati due volumi: Il Gioco del Sintomo-crudeltà e poesia teatro e disagio mentale (2002) e anni dopo Il Teatro del dolore-gioco del sintomo e visionarietà (2011), una ristampa del primo volume con prefazione di Giuliano Scabia arricchito di aggiornamenti di ordine scientifico-didattico in un ambito di studio e riflessione con contributi di Dario Capone, attuale didatta e direttore didattico dell'Istituto di Psicoterapia relazionale (IPR) e di operatori socio sanitari. Il libro è ad oggi materia di studio presso l'Università di Pisa alla Facoltà di Medicina nel corso di Laurea per tecnici di Riabilitazione psichiatrica. A tutt'oggi in piena crisi mondiale pandemica, sono in corso laboratori guidati dal regista Alessandro Garzella in virtù dell'articolo 3 del DPCM del Marzo 2021. Sollecitata a raccontare di questa esperienza come contributo al nuovo numero di DROMO, mi sono interrogata sulla attualità e sulla urgenza di ancora e ancora seguire percorsi che erano stati segnati dalla rivoluzione attuata da Franco Basaglia a Gorizia e poi a Trieste con Marco Cavallo e gli artisti che hanno accompagnato quella straordinaria stagione. Sono arrivata alla conclusione che quella di Basaglia non è stata una rivoluzione mancata, e nemmeno una rivoluzione adesso “stanca”, come suggerisce il titolo provocatorio di questo numero della rivista. Sostengo che ad essere stanca è la società italiana e occidentale in generale, quella europea di fatto, e per ragioni socio-politiche croniche (ora aggravate e slatentizzate da esplosioni impensabili socio-sanitarie mondiali). E' la società ancora, come negli anni Sessanta e Settanta, ad essere malata forse e anche più di allora, nei tempi della rivoluzione mancata(?) basagliana: Abbiamo l'orgoglio di stare con gli ultimi cerchiamo di ascoltare i bisogni, l'essenza di ciò che siamo, la natura dei nostri istinti irrazionali, cerchiamo di ribellarci a certe regole sociali, a volte riusciamo a smascherare la falsità di un benessere sempre più indifferente e vuoto abbiamo messo la marginalità al centro della nostra ricerca artistica, con quell'amorevole crudeltà che fa dell'arte un luogo di contagio, dove il grave è lieve e l'indicibile talvolta può essere vissuto e detto, includendo ciò che l'ipocrisia sociale ritiene sconveniente e osceno (Alessandro Garzella). Quanto riportato sopra è il Manifesto del lavoro che Alessandro Garzella ha ideato e messo in piedi creando la sua Compagnia Animali Celesti-teatro d'arte civile: un gruppo di artisti, utenti psichiatrici e persone interessate a valorizzare l'espressione delle diversità. Animali celesti è una Compagnia nata per sperimentare il rapporto fra teatro e follia attuando la metodologia del Gioco del sintomo in ambito artistico e relazionale. L'opera Il Sigillo, installazione performativa di teatro, danza, musica e video arte ideata dal regista con il collega Satyamo Hernandez nell'ambito della Festa della cittadinanza universale prodotta in collaborazione con AEDO, Cantiere delle Differenze per il Comune di Viareggio, ha ottenuto la menzione speciale del Premio MigrArti2018 dove, alla fine dello spettacolo, viene distribuito agli spettatori un passaporto di apolide multiculturale. Spiegare in cosa consiste la tecnica teatrale del Gioco del sintomo è affare complesso perchè andrebbe vissuta dentro il corpo e la relazione di uno spazio teatrale con altri utenti. Nel mio libro ho provato a sintetizzarlo in uno schema consistente in tre figure; il Conduttore, il Paziente e la Relazione che si celebra. Il Conduttore opera l'Individuazione del sintomo, assume su di sé la maschera del Paziente, la porta al parossismo. La Relazione si incentra in forma di rappresentazione del sintomo portato dal Paziente in modalità caricaturale-parodistica. Il Paziente risponde con Rispecchiamento, spiazzamento per riconoscimento del proprio sintomo e con tentativo di simbolizzazione. Ho assistito a numerose altre esperienze di Teatro sociale nel nostro Paese. E sempre sulla scia della stagione esperenziale e culturale di Giuliano Scabia. In particolare il lavoro di Vito Minoia presso Università di Urbino che in Convegni internazionali ha portato pratiche teatrali coi malati mentali e con handicap fisici, esperienze di tutto rispetto nell'ambito del Teatro delle diversità (vedi rivista Catarsi-Teatri delle diversità). Vorrei altresì segnalare numerose altre esperienze a cui ho partecipato in veste di giornalista teatrale in diversi Convegni e rassegne, anche ben segnalate e descritte dal collega Andrea Porcheddu in Cosa c'è da guardare- La critica di fronte al teatro sociale d'arte. Fra le svariate cito Lenz Rifrazioni di Parma, Il Teatro dell'Ortica di Genova, il lavoro di Antonio Viganò, Isole Comprese Teatro di Firenze. Abbiamo rivolto alcune domande ad Alessandro Garzella per capire a dieci anni di distanza dall'uscita del saggio Il Teatro del dolore cosa sia cambiato rispetto alla ventennale esperienza descritta: Rispetto a dieci anni fa, le sembra che siano cambiate le tipologie di pazientirispetto agli storici delle precedenti esperienze in carico ai servizi ( anni Novanta), di invio dalle Istituzioni psichiatriche verso le cure di arte-terapia e in particolare al Teatro in quanto a patologie, comportamenti, relazioni con conduttori teatrali e con gli operatori sia teatrali che dei servizi? Rispetto a 10 anni fa il gruppo si è auto selezionato, anche a causa di un minor apporto logistico organizzativo da parte dei servizi; nell’ultimo periodo, per reazione al Covid ed alle conseguenti ricadute degli utenti derivanti dal maggior isolamento sociale, i nostri servizi hanno invece investito maggior interesse rispetto al progetto laboratoriale contribuendo fortemente a motivare il gruppo che oggi, sia nella dimensione del laboratorio ristretto, sia nella dimensione del laboratorio allargato a tutti i componenti della compagnia, manifesta una partecipazione attiva e creativa particolarmente intensa; la tipologia della nostra utenza non è mutata anche se i servizi non hanno ancora immesso nuovi utenti (avverrà da settembre) che pare siano portatori di dinamiche comportamentali e patologie diverse (ludopatia, disaffezione) rispetto a quelle sperimentate finora (psicosi, schizofrenia, disturbi del comportamento borderline). Rispetto a dieci anni fa, le sembra che stia cambiando o sia cambiato il rapporto fra pazienti / famiglie e società civile sul tema dello STIGMA della malattia mentale? Si tratta e ancora di un tabù o la questione rispetto agli anni Novanta-Duemila rappresenta ancora un sensibile tema di discriminazione sociale su cui lavorare sul piano etico-politico? Nella sostanza è cambiato poco anche se la maggiore apertura e pratiche mediatiche anche discutibili rispetto alla spettacolarizzazione dello stigma hanno reso meno distante la follia sanitaria dalla follia civile che governa gli Stati e la morale standard; ciò che non è cambiato nello stigma è la pratica della separazione dal sociale, attuata anche attraverso interventi ipocritamente solidaristici che, in realtà, determinano una ghettizzazione culturale delle persone che presentano stili di vita, idee, comportamenti fuori dagli schemi culturali dominanti. Il Teatro come terapia ha ancora una valenza terapeutica? Il teatro è arte, gratuita e inutile come deve essere; una sensibilizzazione artistica del corpo, dell’espressione, è di per sé terapeutica, così come terapeutico è l’incontro con un amico affettuoso e intelligente o un buon cibo, una serata di festa; la differenza dell’arte scenica è la pratica di teurgia (rapporto con un divino del tutto laico o pagano) che l’artista sperimenta ogni volta che si mette in gioco in quanto corpo anima trasfigurante; l’intensità di questo gioco induce due possibili processi di cura: l’arte che cura e cura sé stessa attraverso la frequentazione della malattia; l’altrove del teatro come spazio di ricerca e di contagio reciprocamente sano. È stato superato il paradigma basagliano e adesso la Rivoluzione è solo stanca dal punto di vista della cura? La Rivoluzione è stanca oppure proprio in questa fase di trasformazione antropologica mondiale ( anche legata al Covid) bisogna ripensare le categorie di cura della “ follia” e di “arte” come cura delle Persone? Entrambe le cose sono in divenire: per un verso la privatizzazione della sanità pubblica ha arrestato il compimento del processo di liberazione della follia, riducendo i livelli di inclusione e limitando la così detta riabilitazione a piccoli garage di conservazione se non cristallizzazione delle patologie (senza incentivare progetti di ricerca innovativi poiché contrastanti con l’egemonia dei protocolli e della farmacologia); in questo la rivoluzione non è stanca, è imprigionata dalla politica e dalla prassi della burocrazia sanitaria; per l’altro verso la crisi sociale è così esplosiva da determinare processi in cui si formano piccole comunità in cui il diritto di cittadinanza della parte sana della follia è sempre più sentito come bisogno individuale e sociale; in quale direzione evolverà questo scontro non so dirlo: dipende molto dalla capacità di integrare processi di settori attualmente troppo separati tra loro per determinare una forza d’urto capace di incidere sui rapporti di forza e sulle dinamiche esistenziali della società. Bibliografia: Il teatro del dolore di Renzia D'Incà -Edizioni Titivillus Teatro Stalla: Animali Uomini e dei a cura di Andrea Porcheddu- Edizioni Moretti e Vitali Che c'è da guardare?-La critica di fronte al teatro sociale d'arte Andrea Porcheddu -CUE PRESS A.Di Benedetto, Prima della parola. L'ascolto psicoanalitico del non detto attraverso le forme dell'arte-Edizioni Franco Angeli
MADDALENA CRIPPA apre la Stagione La fiamma del Teatro non si spegne mai del Teatro di Rifredi renzia.dinca Firenze. Con Il corpo più bello che si sia mai visto da queste parti, di Josep Maria Miro e l'interpretazione di Maddalena Crippa in forma di lettura, si apre in gran prestigio internazionale la Stagione del Teatro di Rifredi. Il testo firmato dal grande drammaturgo catalano, è stato tradotto da Angelo Savelli, direttore con Giancarlo Mordini del Teatro di Rifredi di Firenze-Centro di Produzione Pupi e Fresedde e pubblicato da Cue Press (ultimo dopo quattro testi drammaturgici di Miro: Il principio di Archimede, Nerium Park, Scordiamoci di essere turisti e Tempi selvaggi). Con questa traduzione, il regista Savelli prosegue il suo lavoro sulla nuova drammaturgia internazionale, attività per la quale il Centro di Produzione Pupi e Fresedde ha ricevuto il Premio speciale della Giuria UBU 2019. Il drammaturgo catalano con Tempi selvaggi, ha vinto il Premios Max Las Artes Escénicas e il Premio per la miglior regia consegnato a Xavier Alberti, direttore artistico del Teatre Nacional de Catalunya che lo ha prodotto. Come autore Miro è stato messo in scena per la prima volta in Italia dal Teatro di Rifredi nel 2018 con Il principio di Archimede per la regia di Savelli. Nato in Catalogna nel 1977, Miro è anche regista, giornalista radiofonico e professore universitario di drammaturgia e arti sceniche, le sue opere sono tradotte in 15 lingue. Il suo nuovo testo è stato ideato “per un unico attore o attrice, indipendentemente dal genere, dall'età e dal fisico”. Vi affronta i temi a lui congeniali: l'ipocrisia sociale, le responsabilità individuali, le paure, il senso di colpa e la sua rimozione, l'ambiguità della verità, l'infanzia violata. Il testo col titolo Corpo più bello, ha incoronato Miro alla vittoria per la terza volta nella carriera, del Premio Born 2020, fra i massimi riconoscimenti per la drammaturgia del teatro spagnolo. Non ancora rappresentato in scena come spettacolo, la lettura che sarà presentata a Rifredi, anticipa il debutto al Festival Temporada Alta di Girona a fine anno. Sarà l'attrice Maddalena Crippa, da oltre 40 anni sulle scene italiane e internazionali, a dar voce al teatro di parola di Miro. Maddalena Crippa che ha lavorato tra teatro, cinema e prosa in TV, è stata in scena per registi di assoluto prestigio mondiale. Dopo la Scuola del Piccolo Teatro, Crippa è stata diretta da Strehler ancora giovanissima, poi da Luigi Squarzina, Massimo Castri, Luca Ronconi, Cristina Pezzoli, Letizia Quintavalla e dal suo compagno, anche nella vita, Peter Stein. Si potrà assistere a Il corpo più bello che si sia mai visto da queste parti al Teatro di Rifredi venerdì 8 e sabato 9 ottobre alle 21. Sabato alle 18, Josep Maria Miro sarà in teatro per incontrare il pubblico insieme al drammaturgo e regista Abel Gonzales Melo, a Maddalena Crippa, ad Angelo Savelli, all'editore di Cue Press Mattia Visani e ai docenti dell'Università per Stranieri di Siena Daniele Corsi e Celia Nadal. La Stagione del Teatro di Rifredi, intitolata quest'anno La fiamma del Teatro non si spegne mai, è programmata dall' 8 Ottobre al 31 dicembre, una stagione dimezzata, come dichiara il direttore artistico Giancarlo Mordini, a causa della fase ancora in corso della pandemia Covid. Occorre prudenza, ha dichiarato, vista l'interruzione dello scorso ottobre a solo una settimana dall'inaugurazione. Prevede 15 spettacoli di cui 5 nuove produzioni firmate da Pupi e Fresedde e 8 prime nazionali. Il consueto appuntamento internazionale sarà con The Primitals, di Yllana premiato al Festival di Avignone nel 2019 come miglior musical e per la prima volta in Italia. A seguire Misericordia di Emma Dante. Le quattro prime nazionali prodotte o coprodotte sono con: Antonella Questa, Ciro Masella, Edoardo Zucchetti e Angelo Savelli. La danza sarà presente con la nuova produzione dell’Opus Ballet. Il Teatro toscano brillante con Alessandro Paci, Lorenzo Baglioni, Alessandro Riccio. Inoltre ci sarà la programmazione consueta domenicale per i più piccoli

venerdì 1 ottobre 2021

PAOLO RUFFILLI Le cose del mondo. Lo specchio Mondadori, 2020 L'indefinibile chirurgia delle cose Coerenza chiama coerenza nella poetica di Paolo Ruffilli. Così in questa ultima fatica letteraria Le cose del mondo, che raccoglie ben 40 anni di produzione e ricerca lirica, l'Autore di cui Eugenio Montale intuì la felice ispirazione giovanile, conduce chi lo segue dentro un nuovo viaggio esperenziale e sapienziale. Fedele alla unità formale-le sei sezioni o “capitoli” di cui si compone il volume, sono elaborate per lo più in forma di settenari e endecasillabi, Ruffilli costruisce una struttura ad anello dove la partenza, quella evocata nella prima sezione Nell'atto di partire, si sviluppa per cerchi concentrici a tema fino a riavvolgersi come un nastro e a ritroso vero il ritorno, un eterno ritorno. Il dualismo si sdipana fra la stasi e il moto, l'azione e l'osservazione che è auto-osservazione. L'Autore osserva la realtà o ciò che i suoi sensi percepiscono come tale, per farne materia di indagine interiore in forma di autonarrazione, di autosvelamento come in Morale della favola, dedicata alla figlia e in La notte bianca. Rispettivamente seconda e terza sezione, per poi affrontare lo zoccolo duro del volume nel capitolo Le cose del mondo( pag.105): Le persone muoiono e restano le cose solide e impassibili nelle loro pose nel loro ingombro stabile che pare non soffrire affatto contrazione dentro casa perché nell'occuparlo non cedono lo spazio vaganti come mine, ma nel lungo andare il tempo le consuma senza strazio solo che necessita di molto per disfarle e farne pezzi e polvere, alla fine. Cosa c'è di più statico delle “cose” e della loro nominazione. E la parola cosa poi: quanto di più ambiguo racchiude nei significati di cui è portatrice nella nostra lingua. Ruffilli gioca coi versi sulle ambiguità di senso, lavora sul significante, sulla relazione contenente/contenuto. Infatti ne Il nome della cosa (pag 109) si legge: Eccolo, il nome della cosa: l'oggetto della mente che è rimasto preso e imprigionato appeso ai suoi stessi uncini disteso in sogno, più e più inseguito perduto dopo averlo conquistato e giù disceso sciolto e ricomposto rianimato dalla sua corrosa forma e riprecipitato nell'imbuto dell'immaginato Da questo incipit parte una serie di poesie che, secondo un ordine alfabetico, danno un contenuto concreto e simbolico, funzionale e metaforico secondo l'uso della lingua italiana, come da locuzioni prese dai vocabolari: si va da Anello a Bambola, da Occhiali a Scarpa registrando anche un: Vocabolario Registro, elenco, catalogo, inventario -ministro di governo, regina delle carte e scorta e giacimento di parole in schiera (…) sistematico schedario di tutto l'universo A questa segue la sezione Atlante anatomico dove, dissezionate, sono alcune parti del corpo umano, da Ascelle a Collo, da Occhi a Seno. L'osservazione minuta del Poeta fin dalle sue precedenti prove in versi (Piccola colazione, Diario di Normandia, Camera oscura, Nuvole, La gioia e il lutto, Le stanze del cielo, Affari di cuore), dotato di un raffinato sguardo, affila le sue pinze chirurgiche di scavo in questo volume composito e diacronico che costituisce un micro trattato di linguistica in versi. Si avvertono echi delle filosofie orientali nell'ossimorica perlustrazione di un immagine e del suo complementare od opposto, specie dove l'Autore si affida e cerca relazioni analogiche per immagini. Predilige un registro linguistico sintattico quasi quotidiano come nello stile, così come nella scelta dei temi da entomologo o chirurgo pur senza mai scendere nel minimalismo. Un continuo rincorrere il tentativo di formulare senso del reale, lui consapevole che il reale è la personale unica e individuale rappresentazione della realtà. Mai univoca sempre di inesausta narrazione. Senza cadere nelle trappole della o delle verità, per tentare di afferrare la sua realtà che è la realtà della vita e delle sue diverse irrazionali componenti fisiche, psichiche, esistenziali, esperenziali. In questa ricerca Ruffilli si appoggia a metafore del Novecento letterario come quella del viaggio caproniano con cui si apre il volume, per approdare a ritroso e insieme in avanzamento di conoscenza al passaggio dell'ultimo capitolo Lingua di fuoco (pag.173): Il nominare chiama e, sì chiamando ecco che avvicina invita ciò che chiama a farsi essenza convocandolo a sé nella presenza E' la ragione che si fa linguaggio(...) E' una sorta di Manifesto di poetica, questa dell'ultimo capitolo. L'inesausta e mai esaustiva ricerca dell'uomo Ruffilli e della sua ricerca in Poesia. Renzia D'Incà Arcidosso, 23 Agosto 2020
ALICE nel meraviglioso mondo del Silos renzia.dinca Livorno. Dentro lo spazio ristrutturato del Silos Granario appena inaugurato, uno spettacolo fantasmagorico per grandi e piccini: Alice, tratto da Lewis Carrol con drammaturgia e regia di Francesco Cortoni. Prima di raccontare del bel lavoro del regista drammaturgo e attore è necessario documentare la location dove è stato ideato e programmato: una archeologia industriale-portuale risalente agli anni Venti del secolo scorso e in funzione fino agli Ottanta. Il Silos Granario, ubicato dentro l'area portuale livornese è stato utilizzato per mezzo secolo come luogo di stoccaggio merci per il commercio di petrolio e grano. Chiuso trent'anni fa, è stato inaugurato lo scorso giugno dopo una importante operazione di riconversione che da luogo abbandonato a vocazione industriale lo ha trasformato in spazio culturale e turistico dedicato a luogo di mostre, eventi, iniziative culturali. Ubicato in area porto passeggeri, Terminal crociere, Silos Granario è di fatto stata ideata come una realtà di straordinaria valenza operativa nell'ambito del turismo e della cultura labronica in una città che sta cercando nuovo rilancio e riconversione dopo anni di crisi. Una città industriale che peraltro ha dato i natali a figure di spicco nell'arte internazionale e ad oggi nella cultura fra le quali Mascagni, Modigliani, Fattori e Caproni e Giorgio Fontanelli . Ma anche e perchè no Paolo Virzì col suo approccio sanguigno e vitale in notissimi film, Roberto (Bobo) Rondelli con le sue canzoni di autorato poetico e Simone Lenzi , narratore. Detto questo, avvicinarsi ed esplorare l'area in cui è stato rappresentato il lavoro di Cortoni (prodotto da Nuovo Teatro delle Commedie di Livorno e da Pilar Terneda), è davvero una avventura come deve esserlo stato per Cortoni che ha occupato coi suoi attori lo spazio adattandolo al suo progetto di regia e al suo pubblico come prima iniziativa del Silos e dentro la kermesse estiva di Effetto Venezia (concerti, spettacoli, letture in uno dei quartieri più suggestivi della città che dà sui “fossi”, ovvero i canali di barchini ristoranti e bistrot che dalla città portano al mare, ricchi di storie di camalli e popolo ben narrati nei testi di Bobo Rondelli, alla sua 36esima edizione). Il lavoro di Cortoni si è districato in uno spazio che di teatrale ben poco ha: uno spazio con colonne gigantesche che certo non garantiscono una visuale felice rispetto ad una platea costruita a ferro di cavallo su tre gradoni. Nonostante questo e forse proprio a sfida della difficoltà, Cortoni ha pensato e ben realizzato il suo lavoro paradossalmente sfruttando proprio il vedo-non vedo intrecciando le storie affabulesche di Alice in e tra le colonne. E quindi ecco appalesarsi Alice alla rincorsa del Bianconiglio, e tutti i personaggi che compaiono-scompaiono in e fra le colonne: Cappelaio Matto, Regina Rossa, Fante di cuori, Brucaliffo, Dodo, Duchessa, Lepre, Gatto dello Cheshire. Un avvicendarsi veloce e in uno spazio se pur costretto, da destra e da sinistra e dentro e fra gli spazi del colonnato. Tutto ciò molto ben supportato e valorizzato da un pubblico di tutte le età con bambini molto piccoli curiosi e attenti. Davvero molto belli i costumi e le maschere e molto bravi gli attori Alice -Regia e testo Francesco Cortoni con Elisabetta Raimondi Lucchetti, Silvia Lemmi, Irene Catuogno, Federico Raffelli, Davide Niccolini, Carlo Salvador, Francesco Cortoni Musiche Filippo Conti Costumi Massimo Tintorini Maschere Gisella Buttera, Matilde Gori, Noemi Perna Visto a Livorno, Silos Granario in Effetto Venezia, agosto 2021
FESTIVAL A VEGLIA festeggia 15 anni. con dedica al Maestro Giuliano Scabia-di e con Elena Guerrini renzia.dinca Manciano (Grosseto). Il Festival “A Veglia”, perdura nonostante il Covid e con ottimi risultati da ben 15 anni. Ideato e organizzato da Elena Guerrini, attrice di teatro e cinema, performer, scrittrice di fama (Bella Tutta, edizioni Garzanti), nella Maremma toscana dove porta avanti con grande successo il suo Festival anche noto come Teatro del Baratto. Allieva di Giuliano Scabia, Maestro di Teatro che ci ha lasciato con grande vuoto e dolore pochi mesi fa, Elena Guerrini è stata fra i suoi numerosissimi e affezionati allievi di tante generazioni del DAMS di Bologna, dove Scabia è stato professore di Drammaturgia per 30 anni. Guerrini ha ereditato qualcosa in più dal Maestro, che viveva a Firenze con la sua famiglia: un lascito “immateriale”, ben descritto dentro il cuore della città dove Scabia (nato a Padova, naturalizzato fiorentino), ha creato e sviluppato una serie di straordinarie complicità ideali e teatrali (una fra tutte: Ronde della carità, pensate ed esportate in tante città italiane da Paolo Coccheri allievo di Orazio Costa, scomparso da poco tempo quasi in contemporanea). Giuliano Scabia, poeta drammaturgo, ha ideato con gli psichiatri Franco Basaglia e Peppe dell'Acqua, una rivoluzione sanitaria e politica che ha portato alla legge 180 per la chiusura dei manicomi in Italia, una legge antesignana a livello Europeo, pur nelle difficoltà della sua concreta realizzazione successiva. Suo in qualità di artista, poeta, il volume di testimonianze: Marco Cavallo (Einaudi, 1973) da poco ristampato, dove si narra dell'esperienza di un gruppo di intellettuali e artisti con i malati mentali all'ospedale di Trieste, manicomio che fu aperto dal direttore Franco Basaglia abbattendone simbolicamente mura e cancelli e liberato dai matti in una manifestazione rivoluzionaria lungo le strade della città. In questa estate 2021, in tempi di Green pass (che tutti stiamo usando, anche all'aperto come spettatori consapevoli, che sennò in Teatro al chiuso non ci arriveremo e se non fra anni), di festival dimezzati-nei contributi ministeriali e locali, nonché nelle capacità degli artisti di resistere alla estate (e inverni) del nostro scontento, il lavoro di Elena Guerrini è davvero meritevole di attenzione. Anzitutto ha mantenuto la sua cifra artistica di Teatro del Baratto: venite a Manciano-questo il Manifesto, portatevi la seggiola non comprerete il biglietto, vi chiediamo di portare “a baratto”, degli spettacoli (tutti di alto livello a cominciare da quello di anni fa di Marco Baliani, nelle corti bellissime e selvagge di Terre senesi - Patrimonio Unesco), un prodotto della terra:olio vino formaggi. Una formula vincente in queste terre di radici contadine antiche, terre di Maggianti a cui ci si appella e ricucisce dentro identità e visionarietà artistiche recenti. Detto questo, nell'ambito del suo Festival (da quest'anno anche con anticipazioni di eventi: dal 2 a 8 Agosto a Grosseto), abbiamo assistito a una giornata in memoria di Giuliano Scabia dove, nel mantenere l'idea e militanza ideologica e poetica di fondo recepita dal Maestro, con lucidità e forza, Elena Guerrini ha dato il meglio di sé. A cominciare dalla presentazione del libro: SCABIA. Scala e sentiero verso il Paradiso-Trent'anni di apprendistato teatrale attraversando l'università. In presenza dei curatori, ex allievi Francesca Gasparini e Gianfranco Anzini (la Casa Usher), che in coppia stanno girando molto e continuano in questo inizio autunno nelle piazze italiane a coltivare la diffusione del volume (anche a Pisa in Coltano nel Festival di Alessandro Garzella Animali Celesti con Massimo Marino). Fra le pubblicazioni più recenti segnaliamo inoltre il volume curato da Editore Conchiglia di Santiago di Andrea Mancini: Chi è la cura, dedicato da Scabia alla moglie Cristina. Con scritti, disegni, fotografie, partiture raccolti dallo stesso Scabia. Dentro spazi minimalisti di giardini a Manciano e zone limitrofe il Festival A Veglia, abbiamo assistito ad un trionfo di letture in presenza, a cura degli ex allievi di Giuliano Scabia. Elena Guerrini ha ospitato letture dai lavori pubblicati di Scabia dentro lo spazio fatato della Scuolina dei Poderi di Manciano. Un interessante spazio performativo che ha visto la compartecipazione di molti ex allievi fra cui gli autori di Scala e sentiero Francesca Gasparini e Gianfranco Anzini. Nella stessa sera abbiamo visto il lavoro del cuoco- attore fiorentino Giancarlo Bloise Cucinar ramingo. Il cuoco attore, anche lui dentro il cerchio magico della karmatica personalità di Scabia, era già stato a Manciano al Festival pochi anni fa portato dal Maestro. In un'ora di affabulazione erudita e divertente Bloise ci ha deliziati di racconti di popoli e sapori che attraversano il mondo preparandoci in diretta ad assaporare quanto stava cucinando- mentre narrava con estro e bravura, in uno spazio di platani giganti e terrazze su paesaggi mozzafiato. Dentro lo spazio della Scuolina, l'installazione inquietante di Tommaso Correale Santacroce Sette Sirene, una installazione interattiva con sculture, canti, racconti, voci, dove lo spettatore avvicinandosi alle sette sculture poteva ascoltare storie. Una interessante esperienza di narrazione interattiva individuale e collettiva con voci femminili e maschili impostate e suadenti. Belle le maschere sculture sonore con bocche aperte quasi mostri scorticati che inghiottono, come appunto Sirene ammalianti. Perchè, come da annuncio della successiva esperienza della serata dedicata a chi voleva e poteva raccontare una propria esperienza col Maestro: Cerchio magico con l'aiuto delle Muse e della Fate le parole saliranno fino al cielo Sempre in ambito Festival A Veglia, a Manciano, la rivista e Associazione culturale ateatro con la curatela di Elina Pellegrini, ha ospitato due pomeriggi di riflessione diretti e organizzati dalla stessa Pellegrini, (ex cda di CRESCO e attuale responsabile amministrativa e progettazione di Carte Blanche a Volterra). L'ambito del progetto: Oltre la città nel primo incontro ha discusso su: Comunità, sostenibilità, energie creative e Spettacolo dal vivo e turismo. Nel secondo su Strategie e strumenti di incontro, con molta partecipazione di operatori del settore sia in ambito teatrale che di informazione locale e nazionale e di amministratori sia in ambito della politica che del turismo Toscano Manciano, Grosseto. Festival A VEGLIA. 10, 17, 19 Agosto 2021

mercoledì 1 settembre 2021

Inneschi - Teatro Povero. Storie che continuano nelle assenze e in sofferenza Covid renzia.dinca Monticchello-Pienza (Siena). Scomparso pochi mesi or sono Andrea Cresti, anima di artista, pittore, drammaturgo e intellettuale, che aveva reso celebre in Italia e coeso fin dagli anni Cinquanta e Settanta un piccolo Borgo: Monticchiello, patria del famoso auto-dramma molto studiato anche nelle Accademie, una perla del lavoro di tradizione di teatro in terra Toscana rinomato da artisti e appassionati. Un tesoro di spazi e creazioni inscritte nella tradizione orale che coinvolge un intero Paese con tante famiglie-genitori nonni e figli, nell'invenzione di convogliare un lavoro teatrale che è stato e ancora è un appuntamento estivo fisso da molti decenni. Nella cornice delle straordinarie colline dentro la protezione del Patrimonio UNESCO (come gran parte della provincia senese della Val d'Orcia, ai confini con la Provincia di Grosseto, quest'ultima affacciata sulla costa, fra Punta Ala e Capalbio, a pochi chilometri da Montalcino e suoi vini di fama mondiale), durante i primi mesi dell'anno gli abitanti del Borgo di Monticchiello, da anni a rischio spopolamento, nell'inverno anche rigido, si ritrovano nelle case per proporre, discutere, narrare per poi rappresentare in agosto nella bella piazza medievale del Paese, un tema local di comune sentire. Teatro amatoriale, si direbbe fra gli addetti ai lavori, ma con una ideazione di fondo che ha incuriosito e appassionato intellettuali di fama per il modello sociale e culturale unico qui creato e portato avanti con la determinazione e passione che lo ha reso celebre. In questa zona, che ha dato i natali al poeta Mario Luzi, fiorentino di istituzione, ma con casa proprio nel gioiello rinascimentale di Pienza e cittadino onorario durante le sue estati più recenti, la frazione di Monticchiello è riconosciuta come gloria nonché meta di turismo internazionale. A tirare le fila della nuova narrazione di Paese, di Borgo dove i giovani se ne sono andati per lasciare posto a bed and breakfast nelle straordinarie campagne affacciate sulle più fotografate zone della Toscana felix ma dove è nata una fenomenologia teatrale unica in Italia: Il Teatro Povero di Monticchiello, appunto, molto amato da intellettuali e artisti di area romana come il professor Asor Rosa, ci sono adesso in necessaria successione ad Andrea Cresti, due giovani studiosi di tradizioni popolari Manfredi Rutelli e Giampiero Giglioni Il lavoro Inneschi visto nella edizione agostana 2021, è frutto di restrizioni dovute al Covid, di una penuria di comunicazione diretta fra compaesani e vicinanti abituati a questa modalità di incontri e di creazioni solidali intense ed uniche, che li ha visti costretti dentro le mura di casa nel periodo dell' inverno e primavera scorsi. Il tema parte da un pretesto: una bomba in casa nella cantina di una famiglia che costringe a fare le valige e lasciare le pareti domestiche per lasciare spazio a vigili del fuoco o personale addetto ai disinneschi. Invece arrivano “aiutanti” che si qualificano come personale USCA- le piccole unità operative di soccorso medico -infermieristico per pazienti Covid con cui ci siamo abituati a convivere in Italia in questi mesi. Lo spazio scenico allestito nella piazza, oltre che ad essere dominato da anziani come da abitudini, trova invece la freschezza di molte bambine e bambini. Anche loro coinvolti a narrare le vicissitudini famigliari e di contesto sociale, ma in allegria e ottimismo e con lo stesso spirito concreto e ironico che si respira in questa parte della Toscana Monticchiello , visto il 7 Agosto 2021

lunedì 23 agosto 2021

PROGETTO NATURAE 2021- Compagnia della Fortezza renzia.dinca Volterra. Con La Valle dell'annientamento III Quadro, continua il progetto di studio e di lavoro coi detenuti della Compagnia della Fortezza del regista Armando Punzo sul tema Naturae. L'opera avrebbe dovuto concludersi questa estate con la celebrazione dello spettacolo all'interno del carcere di Volterra, ma la pandemia ha bloccato le prove per ben tre mesi, dall'inizio di marzo a fine maggio. Ciò ha fatto sì che il lavoro a cui abbiamo assistito (per pochi spettatori causa restrizioni Covid e in due repliche pomeridiane di circa un'ora) sia stato necessariamente e ancora segnato da una instabilità di segni dovuta al carattere ancora sperimentale dei processi. Tuttavia i segni espressivi delle due precedenti esperienze, sempre in forma di studio, restano sullo sfondo di una visione e visionarietà che è la cifra della ricerca di Punzo. I pilastri espressivi in questo terzo studio, ne sono chiaramente riconfermati con l'arricchimento di nuovi contributi specie sul piano degli oggetti di scena e fanno intravedere quello che dovrebbe essere il finale dell'intera operazione e la poetica sottesa allo sviluppo della ricerca in corso. Il filo rosso che si sdipana in questo ultimo seme di ricerca (la drammaturgia è firmata dallo stesso), prende parecchi spunti di riflessione dalla precedente opera Beatitudo, che ha consacrato una delle immagini più potenti e recenti fra le tante nate dalla creazione artistica del regista coi suoi attori-detenuti: l'invasione dell'acqua nel cortile della Fortezza, lo spazio della rappresentazione, poi portato in tournée certo non con la stessa impossibile forza dirompente espressiva dentro spazi di Teatri stabili. Vi sono anche riferimenti espliciti alla Biblioteca di Borges, quel “Borges che ci dice che la realtà non è altro che una delle infinite possibilità”, sottolinea Punzo nelle sue note di regia dove anche evoca il numero 7, numero magico della Cabala, nel tentativo davvero filosofico-letterario di rinominare il Mondo, dargli un senso, insomma una ricerca sull'Uomo e per l'Uomo attraverso l'esperienza corporea subliminale sensitiva verso un tentativo di forma di Teatro assoluto. Il cortile assolato della Fortezza alla presenza di decine di attori-detenuti a fronte di un pubblico sparuto che fa effetto a chi si è da sempre confrontato da decenni (la Compagnia opera da 34 anni), con ben altre quantità di persone, cosi si anima di decine e decine di personaggi misteriosi e ieratici che si intrecciano in coreografie studiate e complici: molti sono un deja vu degli studi di Naturae. Punzo è sempre in scena, li dirige ma anche gli accompagna in un rituale fantasmagorico ricco di colori suoni musica e parole che non commentano ma portano per evocazioni, altrove. Uno strumento di scena accoglie l'incipit e il pubblico: sono “gabbie” o “scatole”. Elementi di scena preziosi di forma a parallelepipedo in cui gli attori entrano ed escono- guidati da Punzo con l'ausilio di tre attori che li usano come oggetti decorativi ma funzionali, come camminano, si inerpicano, ne escono in gioia, in passaggio sorridente quasi una carrellata di figure e controfigure solo di passaggio come nel carosello della vita, del Mondo. Torna qui come in passaggi di lavoro precedenti, il pallone-Mondo mentre una voce fuori campo racconta, ed un altra ad un certo punto prende la parola forse quasi voce soffio del regista. Si avverte una leggerezza anche nei personaggi che appaiono come gli uomini-cemento bianchi immobili ricoperti di biacca, come nelle figure orientali ieratiche già praticate in scena di precedenti lavori, con costumi e pose orientali. Ed infine, mentre si allestisce una biblioteca- forse una summa dei testi utilizzati nel corso dei 30 anni della Compagnia da Genet a Shakespeare ( anche solo, per negarlo) a Borges si ricompone il percorso-nesso a ritroso quasi un passaggio alla Recherche, per superarlo. La scena finale commuove e incanta. E' una danza dove due uomini Punzo seduto con di fronte ed un Altro ovvero Uno dei tre attori che solleva e fa letteralmente danzare se stesso attraverso un movimento circolare fra braccia torso e gambe, elegante con con la struttura mobile “gabbia” o inferriata perchè a questo rimanda come simbolico, dirige in un crescendo musicale la pesantezza di colore nero che è sulla pelle dell'attore detenuto. La liberazione dalle gabbie come speranza , come danza, come rinascita dell'Uomo, finalmente libero, verso il Cielo. Il progetto di Carte Blanche si definisce anche rispetto alle iniziative collaterali fra cui a Volterra Parco dei pini, con la sera del 27 Luglio dentro il progetto Naturae 2021 con la conferenza tenuta dallo stesso Armando Punzo e con Monica Barni, ex assessora alla cultura della Regione Toscana ora Presidente della Associazione sempre diretta da Cinzia de Felice, curatrice ed organizzatrice storica con il Sindaco di Volterra Giacomo Santi e assessore alle Culture Dario Danti. Con loro a presentare e commentare le iniziative “ una serie di azioni di notevole rilevanza per la città e il nostro territorio, che hanno una valenza oltre che regionale, anche nazionale e internazionale” - sono parole di Dario Danti, la direttrice del Carcere Giampiccolo. Punzo, che ha anche aperto la serata del Teatro del Silenzio ideato dal famoso tenore Andrea Bocelli, uno spazio di straordinaria bellezza delle colline pisane a pochi chilometri da Volterra e che proprio a Lajatico ha avuto i natali

giovedì 22 luglio 2021

SCARICA IL PDF da WWW:DROMORIVISTA:IT ISTITUTO DI RICERCA STUDI PSICOANALISI - ROMA direttore prof Raffaele Bracalenti IL GIOCO DEL SINTOMO: UNA ESPERIENZA DI TEATRO E DISAGIO MENTALE Una scommessa vincente fra l'ASL Nord Ovest Toscana e il regista Alessandro Garzella Renzia D'Incà ...prendersi cura è un'azione violenta bisogna armarsi di un amore pieno di collera ( Alessandro Garzella) Il volume:I l Gioco del Sintomo narra del lavoro congiunto ideato da Alessandro Garzella regista e allora direttore artistico de La Città del Teatro di Cascina (Pisa), secondo Polo regionale toscano di Teatro per le Nuove generazioni, con la psichiatra Consiglia Di Nunzio. Di Nunzio è stata Dirigente sanitario di Psichiatria ASL 5 di Pisa, coordinatrice delle attività riabilitative e responsabile delle strutture residenziali psichiatriche della stessa Azienda Sanitaria locale. L'esperienza, tuttora in corso con l'ASL Nord Ovest Toscana, è stata da me seguita per molti mesi con cadenza bisettimanale dall' anno 2000, in qualità di studiosa e critico teatrale, si è svolta fra la sede del Servizio territoriale e il Teatro di Cascina a San Frediano a Settimo (Pisa), su un'esperienza laboratoriale di teatro e disagio mentale. Quell'esperienza pilota, nata per scommessa (parole della dottoressa Di Nunzio), sulla scia della riforma Basaglia che avviava alcuni pazienti psichiatrici all'esperienza del teatro, si è trasformata in un processo di lavoro che da “scommessa” si è aperto a prospettive inimmaginabili. Dall'osservazione dei laboratori tenuti da operatori teatrali in collaborazione con il CIM sono stati pubblicati due volumi: Il Gioco del Sintomo-crudeltà e poesia teatro e disagio mentale (2002) e anni dopo Il Teatro del dolore-gioco del sintomo e visionarietà (2011), una ristampa del primo volume con prefazione di Giuliano Scabia arricchito di aggiornamenti di ordine scientifico-didattico in un ambito di studio e riflessione con contributi di Dario Capone, attuale didatta e direttore didattico dell'Istituto di Psicoterapia relazionale (IPR) e di operatori socio sanitari. Il libro è ad oggi materia di studio presso l'Università di Pisa alla Facoltà di Medicina nel corso di Laurea per tecnici di Riabilitazione psichiatrica. A tutt'oggi in piena crisi mondiale pandemica, sono in corso laboratori guidati dal regista Alessandro Garzella in virtù dell'articolo 3 del DPCM del Marzo 2021. Sollecitata a raccontare di questa esperienza come contributo al nuovo numero di DROMO, mi sono interrogata sulla attualità e sulla urgenza di ancora e ancora seguire percorsi che erano stati segnati dalla rivoluzione attuata da Franco Basaglia a Gorizia e poi a Trieste con Marco Cavallo e gli artisti che hanno accompagnato quella straordinaria stagione. Sono arrivata alla conclusione che quella di Basaglia non è stata una rivoluzione mancata, e nemmeno una rivoluzione adesso “stanca”, come suggerisce il titolo provocatorio di questo numero della rivista. Sostengo che ad essere stanca è la società italiana e occidentale in generale, quella europea di fatto, e per ragioni socio-politiche croniche (ora aggravate e slatentizzate da esplosioni impensabili socio-sanitarie mondiali). E' la società ancora, come negli anni Sessanta e Settanta, ad essere malata forse e anche più di allora, nei tempi della rivoluzione mancata(?) basagliana: Abbiamo l'orgoglio di stare con gli ultimi cerchiamo di ascoltare i bisogni, l'essenza di ciò che siamo, la natura dei nostri istinti irrazionali, cerchiamo di ribellarci a certe regole sociali, a volte riusciamo a smascherare la falsità di un benessere sempre più indifferente e vuoto abbiamo messo la marginalità al centro della nostra ricerca artistica, con quell'amorevole crudeltà che fa dell'arte un luogo di contagio, dove il grave è lieve e l'indicibile talvolta può essere vissuto e detto, includendo ciò che l'ipocrisia sociale ritiene sconveniente e osceno (Alessandro Garzella). Quanto riportato sopra è il Manifesto del lavoro che Alessandro Garzella ha ideato e messo in piedi creando la sua Compagnia Animali Celesti-teatro d'arte civile: un gruppo di artisti, utenti psichiatrici e persone interessate a valorizzare l'espressione delle diversità. Animali celesti è una Compagnia nata per sperimentare il rapporto fra teatro e follia attuando la metodologia del Gioco del sintomo in ambito artistico e relazionale. L'opera Il Sigillo, installazione performativa di teatro, danza, musica e video arte ideata dal regista con il collega Satyamo Hernandez nell'ambito della Festa della cittadinanza universale prodotta in collaborazione con AEDO, Cantiere delle Differenze per il Comune di Viareggio, ha ottenuto la menzione speciale del Premio MigrArti2018 dove, alla fine dello spettacolo, viene distribuito agli spettatori un passaporto di apolide multiculturale. Spiegare in cosa consiste la tecnica teatrale del Gioco del sintomo è affare complesso perchè andrebbe vissuta dentro il corpo e la relazione di uno spazio teatrale con altri utenti. Nel mio libro ho provato a sintetizzarlo in uno schema consistente in tre figure; il Conduttore, il Paziente e la Relazione che si celebra. Il Conduttore opera l'Individuazione del sintomo, assume su di sé la maschera del Paziente, la porta al parossismo. La Relazione si incentra in forma di rappresentazione del sintomo portato dal Paziente in modalità caricaturale-parodistica. Il Paziente risponde con Rispecchiamento, spiazzamento per riconoscimento del proprio sintomo e con tentativo di simbolizzazione. Ho assistito a numerose altre esperienze di Teatro sociale nel nostro Paese. E sempre sulla scia della stagione esperenziale e culturale di Giuliano Scabia. In particolare il lavoro di Vito Minoia presso Università di Urbino che in Convegni internazionali ha portato pratiche teatrali coi malati mentali e con handicap fisici, esperienze di tutto rispetto nell'ambito del Teatro delle diversità (vedi rivista Catarsi-Teatri delle diversità). Vorrei altresì segnalare numerose altre esperienze a cui ho partecipato in veste di giornalista teatrale in diversi Convegni e rassegne, anche ben segnalate e descritte dal collega Andrea Porcheddu in Cosa c'è da guardare- La critica di fronte al teatro sociale d'arte. Fra le svariate cito Lenz Rifrazioni di Parma, Il Teatro dell'Ortica di Genova, il lavoro di Antonio Viganò, Isole Comprese Teatro di Firenze. Abbiamo rivolto alcune domande ad Alessandro Garzella per capire a dieci anni di distanza dall'uscita del saggio Il Teatro del dolore cosa sia cambiato rispetto alla ventennale esperienza descritta: Rispetto a dieci anni fa, le sembra che siano cambiate le tipologie di pazientirispetto agli storici delle precedenti esperienze in carico ai servizi ( anni Novanta), di invio dalle Istituzioni psichiatriche verso le cure di arte-terapia e in particolare al Teatro in quanto a patologie, comportamenti, relazioni con conduttori teatrali e con gli operatori sia teatrali che dei servizi? Rispetto a 10 anni fa il gruppo si è auto selezionato, anche a causa di un minor apporto logistico organizzativo da parte dei servizi; nell’ultimo periodo, per reazione al Covid ed alle conseguenti ricadute degli utenti derivanti dal maggior isolamento sociale, i nostri servizi hanno invece investito maggior interesse rispetto al progetto laboratoriale contribuendo fortemente a motivare il gruppo che oggi, sia nella dimensione del laboratorio ristretto, sia nella dimensione del laboratorio allargato a tutti i componenti della compagnia, manifesta una partecipazione attiva e creativa particolarmente intensa; la tipologia della nostra utenza non è mutata anche se i servizi non hanno ancora immesso nuovi utenti (avverrà da settembre) che pare siano portatori di dinamiche comportamentali e patologie diverse (ludopatia, disaffezione) rispetto a quelle sperimentate finora (psicosi, schizofrenia, disturbi del comportamento borderline). Rispetto a dieci anni fa, le sembra che stia cambiando o sia cambiato il rapporto fra pazienti / famiglie e società civile sul tema dello STIGMA della malattia mentale? Si tratta e ancora di un tabù o la questione rispetto agli anni Novanta-Duemila rappresenta ancora un sensibile tema di discriminazione sociale su cui lavorare sul piano etico-politico? Nella sostanza è cambiato poco anche se la maggiore apertura e pratiche mediatiche anche discutibili rispetto alla spettacolarizzazione dello stigma hanno reso meno distante la follia sanitaria dalla follia civile che governa gli Stati e la morale standard; ciò che non è cambiato nello stigma è la pratica della separazione dal sociale, attuata anche attraverso interventi ipocritamente solidaristici che, in realtà, determinano una ghettizzazione culturale delle persone che presentano stili di vita, idee, comportamenti fuori dagli schemi culturali dominanti. Il Teatro come terapia ha ancora una valenza terapeutica? Il teatro è arte, gratuita e inutile come deve essere; una sensibilizzazione artistica del corpo, dell’espressione, è di per sé terapeutica, così come terapeutico è l’incontro con un amico affettuoso e intelligente o un buon cibo, una serata di festa; la differenza dell’arte scenica è la pratica di teurgia (rapporto con un divino del tutto laico o pagano) che l’artista sperimenta ogni volta che si mette in gioco in quanto corpo anima trasfigurante; l’intensità di questo gioco induce due possibili processi di cura: l’arte che cura e cura sé stessa attraverso la frequentazione della malattia; l’altrove del teatro come spazio di ricerca e di contagio reciprocamente sano. È stato superato il paradigma basagliano e adesso la Rivoluzione è solo stanca dal punto di vista della cura? La Rivoluzione è stanca oppure proprio in questa fase di trasformazione antropologica mondiale ( anche legata al Covid) bisogna ripensare le categorie di cura della “ follia” e di “arte” come cura delle Persone? Entrambe le cose sono in divenire: per un verso la privatizzazione della sanità pubblica ha arrestato il compimento del processo di liberazione della follia, riducendo i livelli di inclusione e limitando la così detta riabilitazione a piccoli garage di conservazione se non cristallizzazione delle patologie (senza incentivare progetti di ricerca innovativi poiché contrastanti con l’egemonia dei protocolli e della farmacologia); in questo la rivoluzione non è stanca, è imprigionata dalla politica e dalla prassi della burocrazia sanitaria; per l’altro verso la crisi sociale è così esplosiva da determinare processi in cui si formano piccole comunità in cui il diritto di cittadinanza della parte sana della follia è sempre più sentito come bisogno individuale e sociale; in quale direzione evolverà questo scontro non so dirlo: dipende molto dalla capacità di integrare processi di settori attualmente troppo separati tra loro per determinare una forza d’urto capace di incidere sui rapporti di forza e sulle dinamiche esistenziali della società. Bibliografia: Il teatro del dolore di Renzia D'Incà -Edizioni Titivillus Teatro Stalla: Animali Uomini e dei a cura di Andrea Porcheddu- Edizioni Moretti e Vitali Che c'è da guardare?-La critica di fronte al teatro sociale d'arte Andrea Porcheddu -CUE PRESS A.Di Benedetto, Prima della parola. L'ascolto psicoanalitico del non detto attraverso le forme dell'arte-Edizioni Franco Angeli

mercoledì 21 aprile 2021

Raccolto il dossier sulle intimidazioni che sarà presentato alla Ministra Lamorgese Minacce a Il Tirreno: FNSI, AST e ODG Toscana, ci costituiremo parti civili Federazione nazionale della stampa, Assostampa Toscana e Ordine dei giornalisti della Toscana hanno incontrato la redazione del quotidiano Il Tirreno, dopo l’ennesima gravissima minaccia ricevuta nei giorni scorsi dai giornalisti della testata. A portare la solidarietà sono stati Giuseppe Giulietti, presidente della Fnsi, Sandro Bennucci, presidente di Assostampa Toscana, Elisabetta Cosci, vicepresidente uscente del Consiglio nazionale dell'Ordine, e Carlo Bartoli, presidente di Odg Toscana: la delegazione ha incontrato il direttore Stefano Tamburini e i colleghi della redazione. “Minacce e intimidazioni ai giornalisti sono inaccettabili e per questo propongo che ODG, FNSI e Assostampa Toscana si costituiscano parte civile nei processi che verranno istruiti a seguito delle denunce presentate”, ha proposto Giuseppe Giulietti, presidente FNSI che ha sottolineato l'importanza di "illuminare" le redazioni e i giornalisti oggetto di minacce, intimidazioni e violenze. Nel corso dell’incontro è stato consegnato al presidente Giulietti un dossier sulle minacce e le intimidazioni nei confronti dei giornalisti del Tirreno. Il dossier sarà consegnato il prossimo 23 aprile alla Ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, in occasione dell’incontro dell’Osservatorio sulle minacce ai giornalisti, costituito presso il Viminale. Da giornalista di diverse testate, fra le quali Il Tirreno esprimo piena solidarietà ai colleghi. io stessa ho ricevuto minacce e intimidazioni nella primavera 2019 denunciate ai carabinieri

domenica 11 aprile 2021

OGGI SUL SITO DI iTALIAN pOETRY DELLA cOLUMBIA uNIVERSITY DI nEW yORK UNA MIA poesIA PER IL dANTE DI

domenica 21 marzo 2021

21 marzo 2021. oggi sul sito di Italian Poetry della Columbia university una mia poesia dedicata agli sbarchi nel Mediterraneo. in compagnia dei maggiori poeti italiani novecenteschi. e di Paolo Ruffilli Franco Buffoni Gian Mario Villalta.

martedì 2 marzo 2021

Renzia D’Incà Enrico Stinchelli è stato nominato nuovo Direttore artistico “per le attività musicali” al Teatro Verdi di Pisa. Critico musicale, conduttore radiofonico con Michele Suozzo della seguitissima trasmissione di Radio3 La Barcaccia che va in onda da 30 anni, Enrico Stinchelli è figura nota al pubblico del Verdi come firma di due opere: Otello di Verdi nel 2013 e Mefistofele di Boito nel 2016 Stinchelli, lei è regista lirico di fama, ha condotto regie per il Verdi di Pisa e in numerosi Teatri Lirici nazionali e internazionali, è stato Direttore a Taormina Opera festival e al Teatro Verdi a Busseto: ci racconta come vive questa sua doppia veste di regista e di Direttore artistico? “In qualità di neo Direttore artistico per le attività musicali, il mio desiderio è di riuscire a trasformare il Teatro Verdi (Teatro Lirico nazionale), che ha una tradizione e una storia importantissime, in un Teatro pilota, un teatro modello, un Teatro che sappia programmare, rientrando nel budget e aumentando la produzione. Per quanto riguarda la mia doppia veste come regista: si tratta di una sfida. In Teatro nella Lirica devi saper fare tutto. Lavorare con entusiasmo. Il campo operistico è un mestiere che richiede grandi competenze. Specie in questi tempi di emergenza Covid dove bisogna far fronte ai decreti ministeriali. Oggi più che mai dobbiamo adeguarci e guardare al futuro. Oggi più che mai avere idee è il massimo a cui aspirare perché il Teatro e la Vita sono la stessa cosa. In un momento di grande confusione a causa del Covid accade che per paura di morire non si riesce a vivere più. Nel nostro settore da un anno siamo messi male: i Teatri sono chiusi. E in più siamo anche viziati per le nostre vestigia data la storia del Paese in campo artistico e musicale Quindi cosa si può fare adesso per il settore così provato dopo un anno di chiusura di Teatri e Fondazioni liriche? che cosa Lei propone in qualità di Direttore artistico per le attività musicali per il Teatro Verdi di Pisa? “Adesso occorre essere decisi e pragmatici. Ecco perché data l’impossibilità a programmare, dal 16 al 19 febbraio al Teatro Verdi di Pisa abbiamo aperto con delle sedute di Audizioni per 200 posti di nuove voci. L’indirizzo che abbiamo preso è quello di creare un vivaio per valorizzare i talenti, per dare spazi e visibilità alla bravura del cantante. Studiare belcanto è un sacrificio vincolato allo strumento della voce. Lo studio prevede un notevole dispendio economico per il cantante. In un momento storico in cui il rispetto per la Cultura nel Paese è inesistente, il nostro obiettivo è dare spazio ai talenti” Andrea Bocelli, che al Teatro Verdi di Pisa ha inaugurato la sua straordinaria carriera, intervenuto in video alla Conferenza stampa alla presenza del Sindaco di Pisa Michele Conti e della Presidente del Teatro di Pisa Patrizia Paoletti Tangheroni, ha affermato che quella della direzione affidata a Enrico Stinchelli è “scelta che gioverà a tutta la città”

martedì 16 febbraio 2021

un san Valentino come mai una festa banale come chi la festeggia come se fosse un rospo da solleticare un cra cra cra del principe azzurro noi sempre sottotono. senza peli sulla lingua ma sulla barba che si allunga più bianca ogni giorno ripensarci ogni giorno credere agli occhi negli occhi senza vista ancora qui fra guru e begonia Pisa anno º della peste