sabato 9 marzo 2019

DEFLORIAN/TAGLIARINI in QUASI NIENTE

renzia.dinca


PRATO. Da anni il Teatro italiano si era un po' lasciato alle spalle il confronto regista-attori rispetto a trame d’autore che si affacciassero sulla contemporaneità del mondo piccolo borghese. Questa mancanza di interesse potrebbe essere stata causata dal fatto che ad un certo punto della Storia individuale e collettiva recente la dimensione sempre connessa, superinformata della società globalizzata aveva saturato con la cronaca di fatti in sovraesposizione abituandoci al bombardamento mediatico alle prese con PIL e oscillazioni delle Borse al rialzo. Frastornati dal fare euforico, da promesse di magnifiche sorti e progressive, da qualche decennio a questa parte siamo stati avvezzi a subire qualsiasi narrazione o fake news fra bollettini dei mercati e Isole dei Famosi senza ricorrere ai dovuti filtri, senza possibilità del giusto distacco.  Nei tempi in cui la società del ben-essere a tutti i costi ha superato la china (e ne sono evidenti gli scricchiolii politico-sociali vedi gilet jaunes, dove un giovane filosofo come Diego Fusaro ce lo insegna in TV mattina, pomeridiana e in web, mentre Latouche, con la sua teoria sulla decrescita felice, è già un signore ottantenne), si comincia ad interrogarsi su: vivere è bello?, ecco che Quasi niente il nuovo lavoro di Deflorian/Tagliarini, mette le carte in tavola quasi a presentare il conto dell’ubriacatura di promessa felicità concessa a (quasi) tutti e lo fa  denunciando un malessere interpersonale da tinello per  effetto rebound  in una cornice di plot minimalista dal sapore no radical no chic. Il lavoro è una sorta di autodenuncia-specchio intergenerazionale. E’questo, in sintesi Quasi niente di Deflorian e Tagliarini. Tre generazioni di donne e due di uomini dai sessanta ai trenta, persone con storie autonarrate, le loro, normali, che non hanno mai avuto a che vedere con la Guerra finita nel 45 del Secolo scorso e nemmeno hanno patito scontri identitari (femminismo) o edipico-sociali come il coming out dell’essere gay, tantomeno la genitorialità o problemi amorosi di cui qui non vi è traccia. Le storie a mosaico dei cinque protagonisti (Daria Deflorian, Monica Piseddu, Francesca Cuttica, Benno Steinneger e Antonio Tagliarini), sono intervallate in un narrato hic et nunc da questi cinque personaggi in scena tutti super adulti con le loro autobiografie-schegge di vissuti e segnalano disagi e malesseri psicofisici. Sembra uno schiaffo all’incontrario di quell’épater le bourgeois di sessantottina memoria. Qui non appare niente di ideologico. L’esposizione è esibita con educazione quasi pudibonda da salotto borghese, svelato da sedute su una poltrona rossa per le donne (pochi gli arredi di scena, un comò, un armadio anonimo da Signorina Felicita di gozzaniana memoria). Una poltrona da flusso di coscienza che però non riporta indietro a Freud ma accenna rispetto la mise en abime della scena, all’occhio acutissimo di Francesco Orlando de Gli oggetti desueti nelle immagini della Letteratura. Parte una provocazione rispetto al pubblico voyeur. uno specchio- appunto, franto: noi e voi. perché noi siamo voi, voi sprofondati nelle vostre poltroncine di spettatori teatrali colti e borghesi. Una sfida dichiarata a cui nessuno peraltro, crede. almeno noi pubblico un pò anche bue. Sono cinque i personaggi in scena: tre donne di diverse generazioni in realtà la stessa Donna-una Monica Vitti (Giuliana) Monica Piseddu strepitosa, presa a prestito e pretesto dal film Deserto Rosso (1964) di Michelangelo Antonioni (il regista icona sessantottina dell’eterno tema secondo-Novecentesco della incomunicabilità fra i sessi) e due uomini. Le tre donne sono Giuliana, la quarantenne Monica Piseddu che supera sé stessa ad ogni nuova sua apparizione sulla scena, Daria Deflorian, la quasi sessantenne (sua alter ego) e la trentenne Francesca Cuttica, che canta con una voce sommessa molto molto calda ed incisiva. Sulla scena niente accade o quasi niente. Una fotografia dell’attuale status della piccola borghesia occidentale europea?
L’incipit afferra subito lo spettatore Giuliana-Monica Piseddu: che cosa devono guardare i miei occhi? Un racconto dove manca la trama. Mi fanno male i capelli. Frasi estrapolate dal film. Ma in scena niente di cinematografico. Piseddu si appalesa un po' dimessa, un po' signora nei segni di abito e scarpe col tacco giusto. In avanscena accende una radiolina anni Cinquanta da cui esce in loop una musica orecchiabile (in TV in questi ultimi mesi utilizzata a commento sonoro di una nota pubblicità di catena internazionale di intimo).
Ma qui, in questo Quasi niente, citando Mark Fisher prestato a sua volta come in Deserto Rosso il personaggio di Giuliana in uno dei monologhi di Deflorian, siamo ben oltre l’incomunicabilità dei sessi. Siamo oltre l’Uomo. forse in una zona senza speranza dejà vu quella dei tempi di Robert Walser. Quella dell’ultimo Nietzsche?

Cinque monologhi ad intreccio su microtrame sottili, cinque narrazioni di storie di vita dove non si trova il bandolo della matassa, il senso della propria storia ed esistenza. Non vi è nulla di tragico, non vi è cenno a sotto-testi di vizi o segreti inenarrabili. Aleggia tanta stanchezza e forse il dubbio che il Sistema o Pensiero Unico ci abbia rubato la passione, il desiderio di lacaniano intuito. quello che i Greci chiamavano Penia.


QUASI NIENTE Un progetto di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, liberamente ispirato al film Deserto rosso di Michelangelo Antonioni

collaborazione artistica Francesco Alberici

con Francesca Cuttica, Daria Deflorian, Monica Piseddu, Benno 

lunedì 18 febbraio 2019


CENERI

renzia.dinca


Firenze. Un lavoro complesso e insieme leggero, visionario, ricchissimo di suggestioni visive e semantiche a livello antropologico e di tecniche di narrazione per lo spettacolo dal vivo questo CENERI, visto in prima nazionale al Teatro di Rifredi ( in programmazione coraggiosa di Angelo Savelli e Giancarlo Mordini), unica tappa italiana della Compagnia norvegese Plexus polaire ideato dall'artista Yngvild Aspeli. In effetti è raro poter vedere nel nostro Paese spettacoli dove si intrecciano in un connubio poetico risolto e riconoscibile marionette e attori in carne ed ossa. I piani di lettura sono molteplici e tuttavia il risultato formale è davvero stupefacente per la maestria nell'uso di diverse tecniche e nella capacità di bypassare segni di letterarietà che hanno molto a che vedere con la tradizione nordica europea fin dal lascito dei fratelli Grimm (di cui Jacob è stato fondatore della filologia germanica). E forse non a caso CENERI è stato così apprezzato negli USA dove la penna di Stephen King ha creato dei capolavori horror trasposti in film passati alla leggenda del cinema. Ispirato al romanzo Prima del fuoco di Gaute Heivoll (da evento di cronaca, da cui è stato tratto il lungometraggio Pyromaniac), narra due storie parallele (in una sorta di mise en abime polarizzato, un gioco di specchi e di rimandi di coppie padre-figlio), quella di un aspirante scrittore-con l'attore seduto alla scrivania in boccascena intento a riportare sulla carta memorie della sua infanzia (proiettate in parola su fondale) e l'intreccio della sua storia personale- lui neonato, con quella di un altro personaggio, in un'altra famiglia, quella del giovane piromane proteso in una guerra dai forti sapori psicoanalitici nientemeno che col padre pompiere. Un classico edipico che oggi non piacerebbe certo, per esempio al lacaniano Recalcati, per il quale nel contemporaneo per lo meno quello italiano, sono i figli a reclamare un Padre assente (l'ambientazione di CENERI è in Norvegia, fine anni Settanta). Qui si assiste ad una rappresentazione fra l'onirico e l'allucinatorio (lo scrittore colleziona sotto la scrivania bottiglie di birra accanto al cestino della carta: principio di realtà?), in un susseguirsi di suggestioni visive e sonore (anche queste molto ben cadenzate per ritmi pause sottrazioni accelerazioni), sottratte al piano narrativo della cosiddetta realtà dell'apparenza, dove tutto è sul piano della certezza, quella del giorno, per penetrare nel regno della Notte e del buio. Il gioco del doppio si tramuta in proiezioni fra i due protagonisti-figli, i loro padri, le famiglie. Di fatto ed allargate nello spazio-tempo dove le vicende si svolgono. E qui il rimando a Ingmar Bergman non è certo irrituale (e poi c'è molto di giallistica scandinava in questo lavoro, poco letta in Italia). Pensiamo per esempio al romanzo autobiografico del regista svedese Lanterna magica. Quindi gli elementi del lavoro sono Fuoco e Cenere. Il fuoco distruttore, ma anche purificatore. Il Fuoco che arde dentro il cuore adolescente, dentro la repressione degli istinti. Dentro la ribellione ai Padri. E qui entra in gioco il doppio piano semantico, l'ambiguità, ulteriore stilema messo in campo dai tre attori-burattinai (nascosti dal buio del fondale muovono le fila narrative di pupazzi-marionette mosse da fili invisibili, prima piccoli- Figli, e nel finale a grandezza d'uomo- Padri Madri, Comunità). Ulteriore effetto suggestivo di forte compresenza simbolica (insieme alle casette di carta pre-testo-fienili bruciate- sospese nel vuoto del palco a fili invisibili), come il fumo delle sigarette dal giovane piromane e poi concesse come ultime sigarette dallo Scrittore al Padre morente cacciatore di alci (immagine quantomai straordinaria evocativa che ricorda Cappuccetto Rosso salvata dal cacciatore che taglia la pancia della Bestia). Chè il Lupo è direttamente in e sulla scena in brevi apparizioni liberatorie in una compartecipazione straordinaria a commento di una Storia dove nessuno parla ma tutto si svela e rivela. Per tecniche ed immagini. E tutto dal vivo.


PRIMA NAZIONALE

Compagnia Plexus Polaire ( Francia|Norvegia)
uno spettacolo di Yngvild Aspeli

attori e marionettisti Viktor Lukavski, Altor Sanz Juanes( in alternanza con Alice Chéné) e Andreu Martinez Costa
scenografie Charlotte Maurel e Gunhild Mathea Olaussen
musica Guro Moe Skumsens e Ane-Marthe Sorlie Holen
costumi Sylvia Denals
luci Xavier Lescat
video David Lejard-Ruffet

Visto a Firenze, Teatro di Rifredi, il 10 febbraio 2019

giovedì 24 gennaio 2019


Storia d'amore alla follia

renzia.dinca

Firenze. Un amore per il Teatro che percorre oltre quarant'anni di esperienze fra direzioni artistiche di lungo corso (da quella pilota  del Teatro- Ragazzi anni Settanta fino alla fondazione della Città del Teatro di Cascina, cittadina  fra  Pisa e Pontedera) e poi lo sbocco sul palco, da attore con la sua Compagnia Animali Celesti|Teatro d’arte civile. La linea, diritta, di Alessandro Garzella sembra essere questa. Una traiettoria insieme forte e tempestosa. Ma anche dolce. Perché così può essere la vita. Quella personale e quella pubblica di un intellettuale e artista a tutto tondo. In questo lavoro Storia d'amore alla follia, che vede anche il supporto della supervisione di Antonio Viganò ( Bolzano, Teatro della Ribalta) che col Teatro del disagio ha condiviso tutta una vita artistica e, di recente, riconoscimenti prestigiosi della critica quale il Premio speciale UBU 2018. Il lavoro visto al Teatro delle Spiagge a Firenze (con  la direzione artistica di Beatrice Visibelli e Nicola Zavagli ), uno spazio dove l'ospitalità di fenomenologie teatrali di confine è di casa, Alessandro Garzella è andato anche in scena dopo un non breve rodaggio su altre piazze fra cui Milano, in un lavoro interamente da lui scritto in veste di drammaturgo (da regista aveva firmato  e avuto altre occasioni di percorso). Oggi Garzella, anche attore in scena quindi, dopo sette anni di assenza dai circuiti della Toscana, emoziona. Un Lui e una Lei (Francesca Mainetti, molto brava), che fa da  Moglie Amante e/o forse Badante. Ruolo non facile, quello di Francesca, attrice bresciana che con La Città del Teatro ha avuto connessioni. Ma cosa accade in scena? la relazione possibile| impossibile fra i due.  e qui sta il busillis. cosa lega i due? Amore? un Amore che significa “prendersi cura” e se poi “prendersi cura è un'azione violenta- bisogna armarsi di un amore pieno di collera”?. In realtà Nel 2018 la Compagnia Animali Celesti/Teatro d’arte civile ha avuto la menzione speciale della Giuria MIGRARTI per il progetto di Festa della cittadinanza universale che si è s
volta a Viareggio  con la performance Il Sigillo, dentro il Cantiere delle differenze. L’idea è la consegna di un passaporto di apolide multiculturale.

Teatro delle Spiagge
Regia e drammaturgia Alessandro  Garzella

con Francesca  Mainetti e Alessandro Garzella

visto a Firenze,  Teatro delle Spiagge il  12 gennaio 2019




martedì 22 gennaio 2019


Cascina, 18 gennaio 2019                                                                                                                           NOTA STAMPA



La gestione artistica della dottoressa Donatella Diamanti ha fatto crescere sensibilmente numero di spettatori e importo dei finanziamenti ministeriali del teatro di Cascina.
Così Matteo Arcenni (Fratelli d’Italia), consigliere della Fondazione Sipario Onlus, nella sua dichiarazione pubblica, al termine la vicenda legale vinta dall’ex direttrice artistica della Città del Teatro di Cascina (Pisa)

Si chiude così, con la dichiarazione pubblica di scuse e di riconoscimento di meriti rilasciata dal Consigliere del teatro di Cascina Matteo Arcenni (Fratelli d’Italia), membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Sipario Onlus di Cascina, una vicenda legale iniziata nel novembre 2016 quando Arcenni fece gravi accuse sul social network Facebook, e quindi pubblicamente, all’ex direttrice artistica del teatro, Donatella Diamanti.

Come spiega l’avvocato di Diamanti, Cristina Bibolotti, “La vicenda, prende le mosse da un post su FB scritto dall'Arcenni in data 06.11.2016 nel quale egli scriveva, in risposta ad un commentatore: ‘...si informi perché questi spettacoli sono stati scelti dall’attuale CdA. Alla Diamanti vanno invece i ringraziamenti per aver contribuito a creare il buco di 1.480.000,00 e per non venire al lavoro da settembre 2016 pur riscuotendo lo stipendio’ aggiungendo poi: ‘...mancano pochi giorni al 18 di novembre 2016 giorno in cui il nuovo CdA nominerà il nuovo direttore artistico (come già annunciato e previsto dallo statuto) Anche perché è bene ricordare che l’attuale direttrice non si presenta al lavoro da settembre, come buona parte del suo staff (si dice siano tutti malati bah!) ma continuano a prendere mensilmente lo stipendio. Questo è il modo per dimostrare l’amore per il teatro e per fare la guerra contro i barbari (come dice e ha detto anche durante la riunione col personale di luglio 2016) ma non scordandosi mai di avere il portafoglio ben gonfio!!! BRAVA!!!’.
A seguito di tale post la Dott.ssa Diamanti ebbe a sporgere querela per diffamazione che ha originato il procedimento penale n. 396/2017 RGNR innanzi al Tribunale di Pisa (Dott.ssa Giovannelli).
Dopo che il procedimento ha visto escutere diversi testimoni, giunti quasi a conclusione dello stesso, le parti hanno raggiunto un accordo per il quale, a fronte del riconoscimento dell'effettivo valore dell'opera prestata dalla Diamanti e di un risarcimento del danno, la Dott.ssa Diamanti ha rimesso la querela sporta.”

Questa la trascrizione della dichiarazione rilasciata e sottoscritta dal Matteo Arcenni (in allegato il pdf), membro del CdA della Fondazione Sipario Onlus, con la quale riconosce il buon operato di Donatella Diamanti, quando rivestiva la carica di direttrice artistica del Teatro di Cascina.

"Dopo due anni e mezzo da quando ho assunto la carica di Consigliere della Fondazione Sipario Onlus, è ben possibile tirare le somme di quanto fin qui fatto e di quanto ereditato dalla precedente gestione.
In particolare, a distanza di tempo, con una maggiore consapevolezza delle dinamiche del teatro nonché dello stato dei conti ereditato e del cospicuo debito patrimoniale della fondazione dovuto alle precedenti amministrazioni, è possibile affermare che la gestione artistica della Dott.ssa Donatella Diamanti  ha fatto sensibilmente crescere non solo il numero degli spettatori presenti in sala durante la stagione,  ma anche l’importo dei finanziamenti ottenuti dal Ministero con ciò garantendo al Teatro la possibilità di avviare un percorso di risanamento dei conti che sta continuando ancora oggi.
Alla luce di ciò è necessario riconoscere alla Dott.ssa Diamanti un ruolo importante nella rinascita della Città del Teatro e la sua estraneità a pretese perdite nel bilancio della Fondazione."

giovedì 10 gennaio 2019

di Guido Mazzoni e Gianluigi Simonetti


[Oggi finisce la prima serie di «Le parole e le cose». Due dei tre fondatori e coordinatori del sito, Guido Mazzoni e Gianluigi Simonettilasciano il loro incarico e si congedano dai lettori con questo editoriale. Lascia il suo incarico anche Claudia Crocco, che ha partecipato al coordinamento del sito e si è occupata delle nostre pagine sui social network. La seconda serie comincerà a febbraio con il coordinamento di Massimo Gezzi e Italo Testa, avrà dei collaboratori in parte nuovi e si chiamerà «Le parole e le cose 2». Nelle prossime settimane, in attesa di LPLC 2, ripubblicheremo alcuni degli interventi usciti su LPLC dal 2011 a oggi].

When the routine bites hard
and ambitions are low
(Joy Division)

Well now that’s done, I’m glad it’s over.
                                           (T.S. Eliot)


1. Quando, come e perché

Quando abbiamo fondato «Le parole e le cose» insieme a Massimo Gezzi, non eravamo certo dei pionieri. Semmai degli epigoni. Nel settembre del 2011 Internet aveva già trasformato il modo di parlare di cultura da almeno un decennio. Sui giornali e sulle riviste cartacee che leggevamo e per le quali scrivevamo la critica militante e la discussione culturale erano quasi scomparse; i siti letterari sembravano averle resuscitate e al tempo stesso trasformate. Erano il corrispettivo delle riviste politico-letterarie degli ultimi due secoli, ma lo erano in modo inedito.

Noi venivamo dalla cultura cartacea, e perdipiù dall’accademia, che ferma gli orologi; eravamo abituati a parlare di letteratura in forme molto diverse da quelle che circolavano in rete negli anni Zero. Per formazione e per temperamento non eravamo e non siamo adatti a stare in rete. Sui siti letterari leggevamo cose che nel dibattito degli anni Cinquanta, Sessanta o Settanta sarebbero state impensabili, e che ci suscitavano dei sentimenti misti. Scorrere le pagine di «Nazione indiana», in particolare, era per molti versi sorprendente. La metamorfosi più vistosa riguardava le maniere: scrittori, critici e lettori si delegittimavano, si insultavano senza problemi, si trollavano, si davano del tu a prescindere; le discussioni erano selvagge e includevano una quantità enorme di equivoci e di errori; la riflessione razionale si mescolava senza filtri alla ricerca di visibilità, all’espressione di sé o all’esibizionismo puro. Il dibattito era orizzontale e caotico: scrittori affermati parlavano con perfetti sconosciuti, magari eteronimi; persone che avevano una firma si scontravano con personaggi dal nickname cretino che potevano tranquillamente avere sedici anni, e a volte ce li avevano davvero. Le affinità letterarie e politiche sembravano contare tanto quanto gli interessi, le convenienze, le amicizie, che peraltro si sfasciavano e si riformavano vorticosamente, come succede in un’epoca nella quale gli interessi personali contano più delle appartenenze. La dépense era estrema: alcuni dibattiti duravano a ritmi intensissimi per giorni, o settimane, come se gli interlocutori non avessero nulla da fare nella vita, inseguendo un sentimento del tempo che qualche anno dopo i social network avrebbero reso normale, ma che all’epoca era nuovo, era d’avanguardia. Nelle pagine di «Nazione indiana» sembravano galleggiare gli effetti di alcuni momenti decisivi della storia psichica e sociale recente: la rivoluzione delle maniere esplosa col Sessantotto e con gli anni Settanta, per esempio, ma anche il soggettivismo irrelato, autopromozionale degli anni Ottanta e Novanta, spesso sedicente di sinistra, in realtà inconsciamente neoliberale – modi di essere in apparenza distanti, con radici lontane, ma uniti, alla fine, da quella forma di individualismo anarcoide che è l’ethos dominante del nostro tempo.

Il fenomeno aveva una sua barbarica vitalità e una sua necessità epocale; per certi versi era tragico, o almeno un po’ umiliante, per altri versi ilare, liberatorio e a volte perfino divertente. Faceva emergere alcuni tratti dello Zeitgeist: il narcisismo di massa, l’approssimazione come dato di fondo del dibattito contemporaneo, nell’epoca in cui la divisione del lavoro intellettuale e la quantità di informazioni in flusso rendono impossibile parlare dei problemi di fondo senza risultare approssimativi; ma anche la debolezza delle gerarchie ufficiali, la creatività diffusa, la presenza di outsider intelligentissimi e non toccati dal danno della storia per la vita, privi di riverenza e di paura. Sui siti culturali poteva e può capitare di discutere di Proust con chi non ha mai letto Proust ma pretende di avere un’opinione su Proust; però capitava e capita di leggere commenti di sconosciuti che dicono cose più intelligenti degli autori che hanno una firma e, in teoria, una competenza. Del resto alcuni dei più importanti scrittori degli ultimi vent’anni, marginali rispetto ai circuiti consolidati, sono emersi grazie a internet, insieme a un gruppo nutrito di cialtroni di cui non si sentiva la mancanza.

Tutto questo era stimolante – più stimolante di ciò che accadeva sulle riviste di carta cui collaboravamo – ma soprattutto era inevitabile, e per certi versi anche giusto. Le riviste conservavano le pretese e i gesti della militanza culturale parlando a un piccolo pubblico chiuso in una teca specialistica, completamente separato da un’ipotesi di militanza vera, e non di rado legato a un’idea inerte di cultura; la rete invece un pubblico ce l’aveva, e in rete si potevano raggiungere in fretta, con facilità e senza spesa, tantissime persone fisicamente isolate ma curiose, appassionate e a volte interessanti. I siti culturali, e ancor più i social network, sono il compimento di una metamorfosi democratica iniziata almeno mezzo secolo fa. Per millenni la cultura è stata possesso e opera di élites specializzate e ristrette; da mezzo secolo le masse sono entrate a pieno titolo in un territorio che era loro precluso. Nel 1961 circa il 15% delle donne e il 25% degli uomini accedeva all’istruzione superiore dopo le scuole medie; oggi la percentuale per entrambi i sessi è sopra il 90%. La quantità dei libri posseduti e letti è aumentata parallelamente: nel 1965 solo il 41,5% delle famiglie aveva in casa un volume e solo il 5% ne aveva più di cento; nel 2015 le percentuali erano salite al 93% e al 21% circa. Se in politica la società dei notabili finisce con la conquista del suffragio universale maschile, nella cultura finisce oltre mezzo secolo più tardi con la scolarizzazione di massa. La rete rappresenta uno stadio di questo processo. Permette alle persone che hanno avuto accesso alla cultura di acquisire altra cultura, ma soprattutto di diventare attive: di pubblicare, intervenire, commentare, prendere la parola, esporsi. Da una società culturale ristretta, fondata su gerarchie e corpi intermedi, all’interno della quale esistevano canoni e storie collettive condivise, si passa a una società culturale ampia, fatta di nicchie separate e circondate da un tessuto connettivo mainstream prodotto dall’istruzione scolastica e dalla cultura pop. Gli effetti sono incalcolabili e prima ancora ineluttabili. A un certo momento è diventato difficile e inutile continuare a scrivere o a insegnare ignorando i mutamenti che vedevamo intorno a noi. Anche per questo nel 2011 abbiamo avuto l’idea di fondare un sito. L’abbiamo avuta insieme a Massimo Gezzi, che ha coordinato LPLC con noi fino al 2016 e ha avuto sempre un ruolo decisivo. Senza di lui il sito non ci sarebbe stato. Un aiuto importante ce l’ha dato Maria Borio, che ha gestito le nostre pagine Facebook e Twitter fino al settembre 2013. È stata poi fondamentale Claudia Crocco, che si è occupata dei social network dal settembre 2013 a oggi ed è entrata a far parte dei collaboratori fissi e della redazione che ogni giorno ha reso possibile LPLC.

Di solito chi apre un sito culturale sottolinea la volontà di arrivare a un pubblico più ampio con contenuti avanzati, aggiungendo poi un topos che non manca quasi mai nelle autopresentazioni degli artisti, degli scrittori e degli intellettuali: «il nostro è un atto politico». La seconda formula è uno dei tanti significanti vuoti che costellano i dibattiti culturali: discuterne ci porterebbe lontano e non possiamo farlo in questa sede. Sappiamo tutti, intimamente, quanto ci sia di vero e quanto di falso in affermazioni di questo tipo. A noi preme aggiungere la parte che di solito manca: chi apre uno spazio simile lo fa effettivamente per portare contenuti avanzati a un pubblico più ampio, ma lo fa anche per ottenere visibilità. Se nel discorso che un sito tiene su se stesso non si dice anche questo, il discorso risulta reticente, cioè ipocrita. Ci teniamo a scriverlo perché gran parte dei discorsi che abbiamo letto o sentito da parte dei fondatori e coordinatori dei siti simili al nostro sono reticenti. Non c’è nulla di male nella ricerca (dignitosa) della visibilità; fa danni invece la negazione o l’inconsapevolezza: perché come sapeva Pasolini, un vero esperto in materia, «ciò che dà maggior piacere agli uomini (anche se si tratta di un falso piacere) è il successo. Chi, ideologizzando e codificando la propria impotenza, rinuncia ad esso, soffre, naturalmente, del più grande dispiacere». L’indagine più accurata su internet culturale in Italia, il saggio su «Nazione indiana» di Guglieri e Sisto pubblicato su «Allegoria» nel 2010, mostrava anche come Nazione indiana» avesse aiutato un gruppo di letterati a guadagnare capitale simbolico, posizioni e visibilità. È normale che accada; i siti servono anche a questo. In termini meno strategici e più quotidiani, fare un discorso culturale in rete è gratificante perché dà quella dose giornaliera di attenzione e like che ci rende tutti meno soli. Oltre a dare l’impressione, probabilmente sbagliata, di contare qualcosa.

Tre elementi definiscono un sito: la linea, l’organizzazione interna e il rapporto col pubblico. Il più importante è il primo. LPLC è nato ed è rimasto una rivista ideologicamente plurale: «la pluralità, la mancanza di riferimenti comuni», si legge nella dichiarazione riportata sotto la voce Chi siamo, «sono inscritte nello spirito della nostra epoca, sono la nostra condizione di partenza». Plurale non significa però indiscriminato. Le persone cui avevamo chiesto di collaborare a LPLC erano per lo più unite da una formazione analoga, alcuni gusti comuni e una posizione sociale più o meno simile. Alcune avevano studiato insieme, molte insegnavano nei licei o all’università. C’era un’unità di stile e di habitus prima che un’unità di idee. Questo elemento ha reso LPLC riconoscibile fin dall’inizio, nel bene e nel male.

Un sito può avere una forma centripeta o centrifuga. A noi parevano centripeti sia «Doppiozero», che aveva aperto nel febbraio del 2011 con due direttori e una redazione che si riuniva periodicamente, sia «Minima&moralia», che aveva aperto nel 2009 e faceva riferimento a una casa editrice e ai suoi collaboratori. Lo era anche «Alfabeta2», che però nel 2011 pubblicava ancora su carta. Il sito centrifugo per eccellenza era «Nazione indiana», in cui ogni collaboratore aveva il diritto di pubblicare a proprio nome ciò che voleva. Inizialmente ci siamo ispirati a questo modello, quello che corrispondeva meglio a ciò che eravamo in superficie, quello che nel profondo ci allarmava e ci affascinava di più; poi, dopo qualche settimana, abbiamo seguito uno schema diverso. Ci eravamo dati la regola di pubblicare un pezzo al giorno perché questa era all’epoca una legge implicita di internet (un sito deve entrare nella rotazione giornaliera delle pagine, il lettore deve sapere che ogni giorno potrà leggere qualcosa di nuovo); dopo poche settimane abbiamo preso atto che non riuscivamo a conciliare lo schema di «Nazione indiana» con questa contrainte. A quel punto i tre coordinatori hanno cominciato a riempire i vuoti pubblicando articoli a nome di LPLC. Ne è venuta fuori una struttura ibrida che poi è diventata la nostra: una microredazione in servizio permanente e molti collaboratori autonomi in grado di pubblicare a scadenze libere.

LPLC è nato nell’epoca dei social network, in quello che per tutti era il crepuscolo dei blog, e soprattutto dei blog letterari, essendo la letteratura, o meglio un certo tipo di letteratura, rapidamente incamminata sul sentiero del desueto. Nel 2011 era scontato che un sito dovesse avere un prolungamento su Facebook e su Twitter. I social network erano anche il termometro pubblico della popolarità di un post, a prescindere dalle visite effettive; erano anche, sempre di più, il luogo vero del dibattito (e dei litigi). Fra le caratteristiche dei siti culturali degli anni Zero c’erano i commenti. Ci si trovava di tutto: osservazioni acute, associazioni libere, narcisismo, psicodrammi, erudizione, insulti, nonché una quantità di idiozie e errori fattuali che nei dibattiti elitari di una volta non sarebbero stati possibili. Dieci anni dopo, quando LPLC è nata, i siti tendevano a imbrigliare quello spazio anarchico. Noi abbiamo deciso di mantenerlo: ci sembrava prezioso, un po’ perché vivace, un po’ perché rivelatore di molte cose che una parte di noi non voleva approfondire. Dopo qualche mese ci siamo resi conto che, per farlo funzionare, dovevamo mettere delle regole. Erano gli anni in cui la rete era vista come il luogo della democrazia dal basso (sì, oggi sembra incredibile, ma c’è stata un’epoca in cui la rete veniva vista così). Noi a dire il vero non abbiamo mai pensato niente del genere, ma nemmeno volevamo recintare uno spazio chiuso e sterilizzare il dibattito. Poi ci siamo accorti di quanto è difficile condurre una discussione pubblica senza filtri e li abbiamo messi, senza rimpianti e alla fine senza problemi.

2. Che cosa (forse) ha funzionato

LPLC è nato per portare in internet contenuti più complessi di quelli che fino a quel momento circolavano in rete. Quando abbiamo cominciato, c’era ancora la convinzione che un pezzo pubblicato su Internet dovesse essere breve (6000-7000 caratteri al massimo, si diceva) e avere un taglio o brillante, o attuale, o pop. Noi non abbiamo mai accettato questo discorso. Per la stessa ragione ci è sempre sembrato utile portare in rete delle cose che erano nate per la carta.

Alla fine ci sembra che sia andata abbastanza bene. È andata abbastanza bene da un punto di vista pratico, cioè numerico: senza fondi (LPLC è costato più o meno 160 euro all’anno) abbiamo avuto una media di 4000 accessi unici al giorno in un periodo in cui l’afflusso ai blog culturali declinava per via dei social network. Quando abbiamo raggiunto un tetto, ci è parso che il nostro posizionamento corrispondesse alla nostra identità, nel bene e nel male. Abbiamo capito che il sito stava funzionando quando abbiamo registrato su altri siti i primi tentativi di imitazione, a cominciare dalle immagini di copertina, di cui eravamo molto fieri. Siamo contenti di aver pubblicato la maggior parte delle cose che abbiamo pubblicato. Di qualcuna ci siamo vergognati. Ma alla fine i bei ricordi prevalgono, almeno per noi.

Da un punto di vista culturale ci sembra che LPLC abbia avuto tre meriti:

– Ha introdotto in rete modi di parlare di letteratura e cultura più strutturati, più saggistici, di quelli cui si era abituati qualche anno fa. Non sempre ci siamo riusciti: a volte abbiamo pubblicato pezzi che avevano tutti i difetti peggiori di internet, opinionistici e senza costrutto; a volte abbiamo pubblicato pezzi noiosi, pesanti e chiusi in se stessi. Ma in generale, considerando la storia del sito nel complesso, ci sembra che LPLC abbia proposto alcune cose di sostanza e sia riuscito a farle leggere.

– Con le oscillazioni inevitabili in una rivista che lascia libertà assoluta ai propri collaboratori e pubblica un pezzo al giorno, LPLC ha trasmesso un’idea di cosa è importante nella letteratura e nella cultura di oggi e, specularmente, di cosa non lo è. Importante dal nostro limitato punto di vista, ma questo va da sé. Basta scorrere gli indici e vedere gli autori e i temi di cui abbiamo parlato più spesso per capire quali sono secondo noi le opere e i problemi significativi di questi anni, quali sono gli autori che contano per noi, quali le tendenze culturali che appoggiamo. Interessante anche vedere ciò di cui non abbiamo parlato, o abbiamo parlato poco o male. Anche in quel caso ci siamo espressi.

– LPLC ha cercato di discutere di politica e di società dicendo, in media, delle cose meno scontate di quelle che abbiamo letto in giro in questi anni. A volte c’è riuscita, a volte no. Molti di noi hanno una formazione di sinistra (come tutti, cioè come l’ottanta per cento degli intellettuali e di coloro che frequentano i siti simili al nostro), ma vediamo bene che parecchi concetti ereditati dalla cultura politica di sinistra oggi non afferrano il presente. Gran parte delle analisi che leggiamo sulle riviste e su internet ripetono discorsi vuoti; chi le ha scritte sembra prigioniero di una coazione a ripetere. Molto spesso sembra avere come scopo non la comprensione della realtà ma la riconferma di un’appartenenza, di un posizionamento ‘sinistra critica’ identitario e rassicurante. A volte questi discorsi vuoti si trovano anche su LPLC, lo sappiamo bene. Siamo però convinti che alcuni delle analisi meno banali degli ultimi tempi siano uscite sul nostro sito.

3. Che cosa non ha funzionato

Il ciclo di una rivista dura cinque anni, diceva Edmund Wilson. Occorre aggiungere che Internet logora di più della carta. Oggi siamo stanchi, per molte ragioni. Pubblicare con cadenze quotidiane non è facile, né tecnicamente né psicologicamente. Non è possibile procurarsi un testo o un saggio bello ogni giorno, per giunta gratis. Accettare questa logica significa anche accettare un certo tasso di imperfezione e sopportare qualche piccola ferita dell’amor proprio per preservare uno spazio che, quando capita, possa pubblicare i pezzi che meritano di essere pubblicati.

La stessa logica ci ha reso probabilmente troppo cauti. Avremmo voluto, e dovuto, essere più pluralisti, più aperti alla ricerca di nuovi collaboratori; avremmo dovuto cercare di più e più lontano, essere più convincenti con chi, per motivi diversi, esitava a partecipare (anche se non poche collaborazioni sono risultate impossibili per ragioni che non dipendevano da noi). Avremmo voluto, e dovuto, coinvolgere più persone. È anche vero che impegnarsi a fondo in questa direzione avrebbe comportato molta altra fatica, mentre col passare del tempo le nostre energie e la nostra pazienza diminuivano.

Ma l’aspetto più spossante nasce da una contraddizione strutturale. Discutere di cultura in rete può essere frustrante perché fra la rete e la cultura così come è giunta fino a noi sembra esserci, per molte ragioni, un attrito di fondo, se non un’antinomia. La rete è un luogo di massa e, come tutti i luoghi di massa, dall’assemblea allo stadio, è governata dalla psicologia delle folle, mentre la discussione razionale, in linea di principio, dovrebbe seguire una logica opposta. Lo si vede pensando ai generi che funzionano in rete, e a quelli che non funzionano. I pezzi più letti e rilanciati di LPLC sono attacchi ad personam, (specialmente contro bersagli grossi e facili, secondo la logica del linciaggio), polemiche tempestive (in rete arrivare per primi conta più di dire cose intelligenti), necrologi tempestivi, e in generale tutto quello che è legato al qui-e-ora. È interessante per esempio che le recensioni, e non soltanto sul nostro sito, funzionino quasi solo se si parla di qualcosa che tutti hanno letto, e soprattutto visto. Il cinema – la più popolare delle arti canonizzate, la più esposta al masscult e al midcult – aggrega molto di più della letteratura, in una proporzione di dieci a uno, e lo stesso discorso vale per la tv. Questo peraltro significa che pochi hanno letto i libri importanti di questi ultimi anni, mentre molti hanno visto i film o le serie peggiori. In generale, sembra che in rete gli interventi funzionino molto meglio quando permettono di partecipare, di dire la propria – o in pubblico (i commenti al sito), o in privato (tante volte ci siamo sentiti dire «ho letto su LPLC la recensione di *** a *** e penso che») o nello spazio dei social network, sospeso fra pubblico e privato. Non conta imparare qualcosa dagli esperti, perché gli esperti hanno ormai un mandato debole: conta essere attivi, dire la propria immettendosi nel flusso di un’opinione forte, in alcuni casi per formare una muta, in altri per schierarsi contro quell’opinione forte, nell’atteggiamento dell’anticonformista seriale o dell’eccentrico.

Molto interessante anche quello che succede, in rete, ai testi letterari. Nelle nostre intenzioni c’era la volontà di dar spazio alla poesia – un genere che, nel mondo vero, non legge più nessuno, a cominciare da chi lo pratica. Ci aspettavamo naturalmente poche visite. In realtà abbiamo scoperto che i testi letterari che su LPLC si leggono di meno non sono le poesie: sono i racconti. In rete la creatività altrui, quasi sempre intollerabile in un regime di narcisismo diffuso, risulta più tollerabile quando dura poco, come di solito accade in poesia. Ed è tollerabile, aggiungiamo, quando è gratis: molti hanno fame di contenuti culturali o artistici, pochi sono disposti a dedicare loro attenzione e concentrazione, pochissimi sarebbero disposti a pagarli. L’impossibilità, o difficoltà estrema, di fare di LPLC una rivista capace non di produrre profitto, ma almeno di retribuire non solo simbolicamente i pezzi che pubblica, ci ha fatto molto riflettere sulle implicazioni della nostra attuale ‘cultura del gratuito’, e interroga più in generale il valore che siamo disposti a dare a qualcosa per la quale non scuciremmo in ogni caso un euro.

4. Che cosa abbiamo imparato

Molte delle cose che abbiamo imparato forse le sapevamo già, ma astrattamente. Oggi le conosciamo meglio per averne fatto esperienza e per averci riflettuto.

Internet è la sede dell’autorialità di massa e dei suoi generi archetipici – il racconto di sé, la creazione artistica e l’opinione personale. Non è il luogo dove di solito si va per imparare qualcosa da qualcuno che, su un certo argomento specifico, ne sa più di noi. Può essere, occasionalmente, un luogo di confronto e dialogo (del resto il vero dialogo è sempre molto raro, anche fuori dalla rete); più spesso è una galleria degli specchi. Al contrario di quello che si diceva dieci o quindici anni fa, la rete non è anticonformista e ribelle – tutt’altro. È al tempo stesso orizzontale, segmentata e tendenzialmente gregaria. Orizzontale perché qualunque forma di autorevolezza deve rilegittimarsi di continuo davanti a un pubblico di inesperti che però rivendicano un diritto di parola. Segmentata perché è fatta di bolle immerse nel flusso dell’opinione mainstream, come la società di cui sono specchio. Tende a essere conformista perché la presenza degli altri è sempre tangibile, rumorosa e opprimente, nei siti culturali ma soprattutto nel loro prolungamento necessario, i social network (anche se forse ormai è vero il contrario: sono i social a prolungarsi nei siti culturali, a saturarli di soggettivismo). Orizzontalità, doxa, rumore e presenza continua degli altri sono l’opposto dell’ambiente psichico che la letteratura e la cultura tradizionali consideravano adeguato a se stesse. Per secoli autorità e separatezza, competenza e solitudine, concentrazione e silenzio sono state le precondizioni necessarie a un discorso di cultura. Un mutamento simile non implica che la cultura scompaia; implica però che si ridefinisca radicalmente nella sua identità e nella sua trasmissione, come appunto sta accadendo.

In questo passaggio la rete ha un ruolo decisivo, ma non è la causa prima. Internet va visto come parte di quel processo di democratizzazione del sapere e della presa di parola che è implicito nelle dinamiche della società di massa. Peraltro è grazie a questo processo che noi due abbiamo potuto studiare. Facciamo il nostro mestiere grazie alla scolarizzazione del secondo Novecento e alle istituzioni pedagogiche statali; le consideriamo le più grandi conquiste delle socialdemocrazie insieme al sistema sanitario pubblico: saremo gli ultimi a parlarne male. Ciò detto, non possiamo non vedere che questi processi generano una dialettica senza sintesi, senza uscita. La scolarizzazione di massa redistribuisce il privilegio del sapere, innalza il livello culturale medio di un paese, e al tempo stesso abbassa il livello di chi accede alla cultura, e dunque di ciò che, in media, si legge, scrive o insegna, creando le premesse sociologiche per lo sviluppo estensivo di un’industria culturale fondata su prodotti medi e generando le condizioni che rendono probabile l’ingresso di questi valori medi nei canoni scolastici. Tutti sanno un po’ di più, e al tempo stesso tutti sanno di meno, perché «dove tutti sanno poco, e’ si sa poco»: ma se questo era vero anche ai tempi di Leopardi, la novità è che quel poco che si sa ora lo si vuole, anzi lo si deve esprimere. Su questo aspetto il web agisce in modo decisivo. Mentre l’accesso di massa all’istruzione scolastica ha costituito un grande processo democratico di ascesa sociale, la rete esalta soprattutto il ruolo di chi, in possesso di un’istruzione media, desidera ostentarla. Internet ha contribuito soprattutto a rendere la cultura più narcisistica e spettacolare – e per questo non solo più volgare, ma soprattutto più inutile. Ha dato a un nuovo pubblico la possibilità di partecipare esibendosi; ma far sentire la propria voce quando questa voce non ha un contenuto specifico o una qualità distintiva significa chiacchierare e basta. E questo può valere anche per gli intellettuali che avevano e hanno un’esistenza pubblica fuori dalla rete.

Ora, se la democratizzazione della cultura è una conquista immensa, la cultura in sé non è democratica, ed è l’opposto della chiacchiera. Questa contraddizione non può essere risolta: può essere solo vissuta, e in modi diversi gestita. Creare un sito culturale, uscire dalla teca degli specialisti, portare contenuti ambiziosi a un pubblico ampio, cercare il riconoscimento di questo pubblico, e al tempo stesso provare a instaurare un dialogo, è un piccolo tentativo di gestire il problema vivendolo. Sotto il tentativo rimane la contraddizione, le contraddizioni alla lunga logorano. (Anche se poi naturalmente a stancare non è solo questo: c’è il lavoro quotidiano di procurarsi i pezzi; ci sono le relazioni con gli autori, la loro e la nostra suscettibilità; e poi l’usura dei rapporti umani, la difficoltà di armonizzare vecchi e nuovi contributi, la fatica e anche la pena di dover dire per forza qualcosa).

Vogliamo ringraziare Massimo Gezzi, Claudia Crocco e tutti i collaboratori fissi, presenti e passati, così come tutti coloro che in questi sette anni e mezzo hanno scritto sul sito. È merito loro se l’esperienza di LPLC, nonostante i nostri limiti, ha avuto un valore e un significato. Vorremmo poi ringraziare tutti coloro che ci hanno letto e sono intervenuti per commentare. Facciamo gli auguri alla nuova serie di LPLC, che partirà presto. Sono stati anni faticosi e intensi: è stato bello. Ora sentiamo che è arrivato il momento di passare ad altro.

venerdì 4 gennaio 2019

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FARE BUCHI NEI MURI- don  Armando Zappolini un prete in trincea

di renzia.dinca

Perignano (Pisa). In un piccolo Paese: Perignano, alle porte di Pontedera in provincia di Pisa, un prete don Armando Zappolini (sessant'anni, consacrato a 24), combatte da lunghi anni battaglie civili e sociali di rilievo nazionale. Presidente di CNCA ovvero Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza,  si occupa di ludopatia e di infiltrazioni mafiose nel gioco d'azzardo (ne sono coinvolti fra 25 e 30 milioni di giocatori italiani); fondatore di Bhalobasa Onlus: Associazione di sostegno a distanza e progetti socio-sanitari in India, Uganda, Burkina Faso, Repubblica Democratica del Congo in cooperazione e sviluppo; attuale presidente della Caritas di San Miniato- Pisa, dove risiede la diocesi della parrocchia il cui Vescovo è monsignor Andrea Migliavacca. Lavora da anni in LIBERA con don Ciotti e padre Alex Zanotelli, quest'ultimo ancora e da sempre impegnato nei quartieri disagiati di Napoli.

La traccia del percorso è chiara: don Milani, i fratelli Gesualdi (frai  bambini allievi di don Milani alla scuola di Barbiana poi residenti nel Comune di San Giuliano Terme, situato tra Lucca e la Versilia alle porte della città di Pisa). Presente nel 2001 al coordinamento nazionale del G8 alla DIAZ a Genova, don Zappolini è prete di frontiera. Non alza muri ma prova a costruire ponti. Ne sono testimonianza i libri Il chiodo fisso per le Edizioni Paoline e poi il recente Un prete secondo Francesco. Contemplativo, sognatore e costruttore di ponti. Sempre per le Paoline.

Lo abbiamo intervistato per RUMORSCENA, dato lo “scandalo” provocato dal Presepe nel cassonetto, che ha allestito nella sua Chiesa a Perignano: un Presepe in Chiesa, che come tutti i preti cattolici allestiscono per grandi e piccini nelle proprie Parrocchie. Zappolini non è nuovo, peraltro a Presepi dove, per esempio, qualche anno fa aveva messo Gesù Bambino a guida di un caccia militare.

RUMORSCENA: don Armando, lei sta lavorando da sempre per favorire l'inclusione sociale. Locale ed internazionale. In una fase in cui in Toscana le città di Cascina e di Pisa sono governate dalla Lega. Il suo Presepe nel cassonetto ha suscitato proteste. Non tanto nella sua Parrocchia ma molto a livello nazionale specie da parte del Ministro degli Interni Matteo Salvini e sui social.


Don Zappolini: sono per la Resistenza operativa. In Toscana e ovunque. Ho 5mila amici su Facebook. Non stimo Salvini e non rispondo. Oltre a tutto quanto ho fondato a livello nazionale ed internazionale, c'è anche la Comunità di Usigliano (ex tossici).

Rumorscena: il suo impegno per gli Ultimi è un dato di fatto documentato. Lei è in prima linea adesso sul tema del razzismo, una emergenza sociale in Toscana e nel nostro Paese.

Don Zappolini: sono preoccupato per il razzismo dei fedeli che frequentano la Chiesa. Bisogna tornare alla lettura e alla pratica del Vangelo. Tornare alle parole non del cattolicesimo ma del Cristianesimo. Seguire gli insegnamenti di Papa Bergoglio. Che non a caso si è chiamato Francesco.

Ci spostiamo dalla canonica, un piccolo spazio essenziale con bei soffitti affrescati, per entrare in Chiesa dove si era appena celebrata la Messa del sabato sera. La Chiesa è quella del Presepe allestito da don Zappolini, quello dello scandalo sociale del Gesù che nasce dentro un cassonetto, fra la spazzatura. Un presepe degli scarti dove gli unici nella grotta sono gli animali, il bue e l'asino.

Rumorscena: Padre, cosa vuole segnalare col suo Presepe?

Zappolini: Che adesso e sempre non servono i Muri, ma i Ponti. Costruire relazioni, aprirsi all'Altro.  Adesso bisogna fare buchi nei Muri!

In Chiesa molti curiosi e operatori da diverse zone toscane osservano lo scandaloso Presepe ad opera di tanto scandaloso prete

Questo il Manifesto di don Armando appeso in Chiesa a corredo della sua iniziativa:


VOLETE CERCARE Gesù? Cercatelo nella spazzatura
Siamo abituati alla scena di Betlemme (…) la storia dei nostri giorni e le parole di Papa Francesco ci svegliano dal sonno e dalla indifferenza (…) Non c'è nessuna poesia, solo tanto dolore e solitudine e tanta amarezza! Parole e gesti di una cattiveria inaudita abbandonano per le strade poveri, bambini, migranti e alimentano sentimenti di odio e razzismo che contaminano perfino chi frequenta la chiesa (…) Dobbiamo avere il coraggio di fare il presepe dove Gesù ci aspetta, fra quegli scarti dell'umanità che da duemila anni sono la sua gente. A chi sale sulle ruspe e poi ci chiede di fare il presepe nelle scuole o di mettere i crocefissi nelle aule noi rispondiamo che il nostro presepe ce lo stanno distruggendo e calpestando proprio loro e che, se hanno mandato via tutti, nel loro presepe restano solo le bestie: un asino, un bue... e loro”

 E ancora altri manifesti in bacheca:

Cascina Il Comune dà i soldi ai rom per andarsene. E poi butta giù la baraccopoli.

Lodi Niente mensa per i bimbi di famiglie straniere: a scuola coi panini.

Crotone Decreto sicurezza 24 migranti cacciati dal centro di accoglienza e portati in stazione.

Modena. Il bimbo è autistico, al compleanno si presenta un solo compagno


Tutto questo avviene mentre a Rovereto in provincia di Trento, poco prima di Natale è stato distrutto il presepe di Piazza Rosmini allestito da Agostino Carollo che aveva provocato polemiche. Nel presepe erano collocati manichini femminili che hanno destato scandalo. E' in corso un'inchiesta della polizia.


Perignano (Pisa), 29 Dicembre 2018

martedì 1 gennaio 2019

Capodanno 2019

odo la tua voce silenziosa-dentro
la tua voce-guida ( o è la mia? )
mi raddolcisce dalle miserie del Mondo
mi ricorda l'amore che ci ha colto
un mattino del tardo autunno
e che mai si è sciolto o dissipato

odo la tua voce silenziosa-dentro
mi parla la lingua dei tuoi gattini
quelli sotto la scrivania
o dietro la tenda  curiosi di me
attenti alle nostre parole
parole pesanti parole di amanti


ho avuto la tua voce dentro
dentro al mio orecchio
profonda sensuale vicina
e distante. ho colto il presagio
Mago. mai sola sarò se tu
mi parlerai come mi hai parlato
da allora al nostro anno appena nato

sabato 29 dicembre 2018

ANALFABETISMO FUNZIONALE

UNESCO definisce dal 1984 l'analfabetismo funzionale come «la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità» [1]. Il termine fu coniato all'interno di un'indagine sui nuclei familiari svolta dalle Nazioni Unite nel 1984: tale definizione fu introdotta per sopperire alle necessità dell'UNESCO di un concetto di alfabetizzazione complementare a quello di alfabetizzazione minima introdotta dall'agenzia nel 1958. Infatti, all'interno della stessa indagine veniva sollevata la questione delle campagne di alfabetizzazione di massa, suggerendo che esse avrebbero dovuto mirare a standard di alfabetizzazione più elevati del semplice saper leggere e scrivere, e concentrandosi sullo sviluppo della capacità di saper utilizzare tali competenze nelle relazioni fra sé e la propria comunità e le situazioni socioeconomiche della vita [2].
In linea generale, l’alfabetizzazione viene definita come la somma delle abilità di lettura, scrittura e calcolo sviluppate in ambienti formativi da giovani e adulti [3].
L'alfabetizzazione funzionale rappresenta un livello più elevato di alfabetizzazione, più orientata al mondo del lavoro e all'uso continuativo dell'abilità di lettura e scrittura. L'obiettivo principale di tali competenze non è il raggiungimento di un dato strumentale (il saper leggere e scrivere), ma l'utilizzo di tale capacità per partecipare attivamente ed efficacemente a tutte quelle attività che richiedono un certo livello di conoscenza della comunicazione verbale [2].
L'analfabetismo funzionale, essendo in realtà un concetto molto dinamico e complesso, continuamente ridefinito dallo sviluppo di una società, non può essere definito precisamente [3][4]. I criteri per valutare il fenomeno variano da nazione a nazione e da ricerca a ricerca [5].
Una distinzione convenzionale è quella fra analfabetismo strumentale (o puro) e analfabetismo funzionale. Una persona completamente analfabeta non è in grado di leggere o scrivere. Per contro, una persona funzionalmente analfabeta ha una padronanza di una base dell'alfabetizzazione, ma con un grado variabile di correttezza grammaticale e di stile.

giovedì 27 dicembre 2018

Presepe choc, la Natività nella spazzatura

Perignano, don Zappolini, il prete no global, tuona contro le ruspe e il razzismo: "L'odio dilaga anche tra i praticanti, in chiesa siamo diventati troppi"

di CARLO BARONI
Ultimo aggiornamento il 23 dicembre 2018 alle 08:42



Don Armando davanti il presepe
Don Armando davanti il presepe

Perignano (Pisa), 23 dicembre 2018 - Ecco un presepe dove non si vede la Natività. E dove la capanna è un enorme contenitore nero. Un cassonetto, appunto. Ecco Giuseppe, la Madonna e il bambinello sono lì dentro. Scarti di questo tempo. Altro che la brulicante Betlemme e quella mangiatoia che, pur povera, seppe dare calore e dolcezza. Nel presepe, davanti alla sguardo dei magi, restano solo le bestie. L’affondo di don Armando Zappolini, prete no global di Perignano, arriva anche quest’anno con una provocazione. «Dobbiamo avere il coraggio di fare il presepe dove Gesù ci aspetta, fra quegli scarti dell’umanità che da duemila anni sono la sua gente – scrive don Zappolini, nei grandi cartelloni che campeggiano attorno alla rappresentazione per spiegarla e raccontarla –. A chi sale sulle ruspe (e il riferimento ai recenti sgomberi dei campi nomadi è chiarissimo, ndr) e poi ci chiede di fare il presepe nelle scuole o di mettere i crocifissi nelle aule noi rispondiamo che il nostro presepe ce lo stanno distruggendo e calpestando proprio loro e che, se hanno mandato via tutti, nel loro presepe restano solo le bestie»
Senza peli sulla lingua, con quell’ironia pungente che lo contraddistingue sia quando predica dagli altari come quando scende in campo contro la ludopatia, per salvare le prostitute o battersi per le comunità di recupero, don Zappolini rincara la dose a braccio: «dilaga il razzismo, e un’alta incidenza l’abbiamo tra i praticanti... C’è troppa gente, oggi, in chiesa. La nostra guida non è la cultura cattolica, è il Vangelo, unico e assoluto faro che porta nella solidarietà e nelle fratellanza». «Spostare la spazzatura – aggiunge – non significa risolvere il problema, è come quando abbiamo un sacco di sporcizia e lo si passa da una stanza all’altra: non si distrugge, il nodo resta senza soluzione».
«L’integrazione è materia complessa – prosegue don Zappolini –. Lo sappiamo benissimo che è ardua è la strada dell’ incrocio tra culture. Ma a noi che ci facciamo guidare dal Vangelo non deve sfuggirci che una persona integrata è una risorsa». Al parroco di Perignano, che mise anche Gesù bambino su un caccia per gridare stop agli armamenti, è caro il tema di ciò che possiamo valorizzare a nuova vita: « un detenuto, lo ricordo, costa 200 euro al giorno e il rischio di recidiva sfiora il 70 per cento – dice –. Un soggetto in una cooperativa di recupero costa sui 60euro al giorno, e il rischio di recidiva arriva al massimo al 20 per cento». Il presepe quest’anno si fa allora un grido di dolore: «parole e gesti di una cattiveria inaudita alimentano odio e contamino perfino chi frequenta la chiesa. Forse siamo troppi». E allora per cercare Gesù bambino bisogna scendere in fondo che più in fondo non si può, e affacciarsi nel bidone.