lunedì 8 gennaio 2018


LOCALMENTE La Nazione LA SPEZIA Cronaca Politica Economia Sport Cosa fare Cambia città S quotidiano.net LA SPEZIA CRONACA De Giorgi, nuova tegola giudiziaria. La Procura chiede maxisequestro De Giorgi, nuova tegola giudiziaria. La Procura chiede maxisequestro La Spezia, l’ex capo della Marina accusato di danno erariale per 15 milioni Pubblicato il 8 gennaio 2018 Ultimo aggiornamento: 8 gennaio 2018 ore 14:09 Vota questo articolo 4 min La Spezia, 8 gennaio 2018 - L’ex capo di stato maggiore della Marina Militare Giuseppe De Giorgi deve fronteggiare un’altra tegola investigativa dopo quelle che lo avevano colpito sulla via del fine mandato, nella primavera del 2016, e dalle quali era uscito a testa alta. Stavolta si tratta dell’istanza di sequestro preventivo di beni personali per 15 milioni di euro. L’iniziativa è della Procura presso la Corte dei conti del Lazio e muove dal convincimento che alcune modifiche costruttive pretese in corso d’opera alle fregate multimissione commissionate a Fincantieri abbiano prodotto – rispetto al progetto iniziale del 2003, per 10 unità, e ai contratti stipulati – un danno erariale. Il quantum sarebbe sarebbe pari alla somma oggetto della prospettata rivalsa giudiziaria a fronte del surplus di opere e lavoro "per non meglio precisate esigenze operative e di rappresentanza", riferiscono fonti romane. Le modifiche incriminate (oltre a quella iniziale di allungare la Fremm di 3,5 metri) riguardano la realizzazione di una sala per il comando complesso con approntamento di sistemi per videoconferenza, l’ampliamento dei ‘quadrati’ ufficiali e sottufficiali per loro momenti relax, la realizzazione di una sea-cabin per il comandante in adiacenza alla plancia. Obiettivo dichiarato da De Giorgi: innalzare comfort e capacità operative, soprattutto in caso di missioni internazionali e di lunga durata, come nelle operazioni antipirateria. Fu al termine di una di queste, nell’aprile del 2016, che il contrammiraglio capo-missione Stefano Barbieri, nel pieno della bagarre mediatica, si espresse positivamente in ordine all’efficacia delle soluzioni adottate. Ma la procura della Corte di conti, all’esito in progress di un’inchiesta passata da analisi di documenti e audizioni, ha ritenuto di mettere le mani avanti rispetto al fumus del danno erariale, chiedendo il sequestro di beni dell’ammiraglio De Giorgi. "Sono tranquillo, nel corso della quarantennale carriera al servizio della Repubblica ho sempre agito nel rispetto delle norme, con estrema correttezza, badando al perseguimento dell’efficienza operativa della Marina Militare. Attendo fiducioso l’esito delle indagini; è pendente un procedimento; non è stato assunto alcun provvedimento giudiziale", dice l’ammiraglio. Pronto a fare valere, quando si aprirà fase delle controdeduzioni, le sue ragioni. Così come fece nell’ambito dell’inchiesta della procura di Potenza nella quale fu coinvolto con l’ipotesi di reato di abuso d’ufficio per il trasferimento dell’ammiraglio Stefano Camerini da Augusta alla Spezia, accusa poi archiviata in fase d’inchiesta. Ciò mentre sono pendenti dei procedimenti a seguito delle denunce di De Giorgi per diffamazione in relazione alla divulgazione del dossier anonimo che lo dipingeva come fautore di spese per capriccio, indicando anche quelle oggetto ora dell’offensiva della Procura della Corte dei conti. No comment, intanto, dall’ufficio stampa della Marina Militare, scottato dal fatto che, per capire meglio la portata dei fatti, sono stati chiesti lumi ad alti ufficiali.

mercoledì 3 gennaio 2018


Alessandro Dal Lago su FB 15 min · IL GROTTESCO CODICE “ETICO” del M5S – L’articolo 67 della costituzione italiana vieta espressamente il “vincolo di mandato”, ovvero la subordinazione di un rappresentante al partito nei cui ranghi è stato eletto: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Il significato del divieto, comune a quasi tutte le costituzioni moderne, è del tutto evidente. Un parlamentare non è responsabile verso un partito, ma verso gli elettori. Di conseguenza, se a un certo punto è in contrasto con il suo partito e vota in modo difforme, oppure cambia gruppo parlamentare, è nel suo pieno diritto. Punto. Le norme del nuovo codice “etico” del M6S, che prevedono una multa di 100.000 Euro per chi abbandona il gruppo o non vota la fiducia – cioè non si conforma alla volontà del ducetto Di Maio, del capocomico Grillo e dell’erede della ditta Casaleggio – sono quindi contrarie alla costituzione, scritte da ignoranti o da gente che disprezza la legalità costituzionale proprio mentre sbandiera la propria onestà (del tutto ipotetica visti gli avvisi di garanzia che bersagliano tutti gli amministratori grillini). È vero che queste “norme” non sono applicabili e che in qualsiasi tribunale verrebbero smontate facilmente. Ma sono un segnale di inquinamento della vita politica assai preoccupante. Se uno sottoscrive il codice senza capire quello che sta facendo è pericoloso, se lo fa in piena coscienza è doppiamente pericoloso, perché viola consapevolmente la legge fondamentale dello stato. Questa è la gente con cui Gargamella Bersani vorrebbe allearsi. Il codice prevede anche che ogni parlamentare versi 300 Euro a sostegno delle piattaforme informatiche che gestiscono la democrazia del clic del M5S. Insomma, che finanzi la ditta Casaleggio, la vera proprietaria del M6S. Visto che i sondaggi attribuiscono tra i 200 e i 250 seggi complessivi tra Camera e Senato al M5S, ciò significa che tra i 60.000 e i 75.000 Euro al mese (700-900 mila Euro all’anno) potrebbero entrare nelle casse di Casaleggio Jr. Il codice non è solo una bestialità giuridica, ma un esempio di svendita ai privati di una pubblica istituzione.

martedì 2 gennaio 2018


Per AD Per MB mi chiamavi stella e luce dei miei occhi parole banali ma non sulla tua bocca/ poi ci chiamavano i fidanzati dal ristorante sul mare e non lo eravamo/ quelli che lo fanno per lavoro non per piacer loro e non lo eravamo/ ma allora chi siamo? chi eravamo? siamo due anime in un solo destino/ protési nell’infinito e nelle Sue leggi/ quelle che tu hai scoperto, Tu/ Tu che mai morirai perché lo spazio- tempo lo sa/ e lo so Io la tua Euridice violare mi hai insegnato violare/ regole spazi comandamenti unici nella Luce io e te per sempre

venerdì 29 dicembre 2017


PISA CRONACA In dieci anni triplicati a Pisa gli italiani poveri. Alla Caritas anche chi ha un reddito CRONACA In dieci anni triplicati a Pisa gli italiani poveri. Alla Caritas anche chi ha un reddito Stipendio e pensione non bastano più. I dati del Rapporto 2016 di Eleonora ManciniPubblicato il 28 dicembre 2017 Ultimo aggiornamento: 29 dicembre 2017 ore 06:46 Vota questo articolo Le donne della Caritas con (da sinistra) Emanuele Morelli, l’Arcivescovo e Francesco Paletti Le donne della Caritas con (da sinistra) Emanuele Morelli, l’Arcivescovo e Francesco Paletti 4 min Pisa, 29 dicembre 2017 - Una tonnellata e mezzo di avanzi della mensa della Cnr recuperata nei primi sei mesi del 2017 e donata ai bisognosi. E’ il peso (purtroppo solo parziale) della povertà nella città di Pisa, dove, in dieci anni, si è triplicata la presenza degli italiani nella schiera degli indigenti. PUBBLICITÀ inRead invented by Teads Ieri mattina, in Arcivescovado, sono stati presentati i dati del XII Rapporto dell’Osservatorio delle Povertà della Caritas Diocesana. Lo spaccato è desolante, mentre avvilente è che si tratti, come ha detto il direttore della Caritas don Emanuele Morelli, di una «fotografia della povertà incontrata da noi della Caritas. Non è quindi una fotografia dell’intera città». I dati presentati sono relativi al 2016 e raccontano che 1.623 persone si sono rivolte alla Caritas, il 4,4% in più rispetto al 2015. Per il 36% si tratta di italiani, ,mentre il 64% è straniero. L’età media delle persone è di 51 anni per gli italiani e 39,5 per gli stranieri. le comunità più numerose, fra quelle che si rivolgono ai centri d’ascolto, sono la romena, la marocchina e l’albanese; cresce l’indigenza anche frai filippini, una comunità con presenze significative nel Comune di Pisa, ma che solo dal 2015 ha preso a rivolgersi alla Caritas. Quasi due terzi delle persone incontrate dalla Caritas nel 2016 è senza lavoro: 990 persone per le quali la quancanza di occupazione costituisce una delle principali cause di povertà. Ma c’è una nuova povertà, quella degli occupati, che dai 71 casi del 2012 passano ai 246 del 2016: «si tratta di gente che percepisce un reddito, da lavoro o da pensione – spiega Francesco Paletti, dirigente dell’Osservatorio e autore, assieme ad Azzurra Valeri e Silvia Di Trani, del Rapporto – ma troppo basso per far fronte alle esigenze. Si tratta, in moltissimi casi, di nuclei familiari. Fra i dati emersi dal Rapporto c’è che 300 persone vivono in «marginalità abitativa», cioé in baracche, roulotte o ruderi, ma anche panchine, porticati o androni di palazzi. Oltre la metà degli assistiti dalla Caritas vive nei Ctp 4 e e 5, mentre il Ctp 3, cioé quello di Putignano, Riglione, Oratoio, coltano, Le Rene, Ospedaletto e Sant’Ermete, è quello con l’incidenza più elevata di povertà in diretta proporzione con la presenza di case popolari. Ma non basta, perché a Pisa, «un quinto delle persone che si sono rivolte a noi – spiegano gli autori del Rapporto – vive in dieci strade: oltre un sesto fra Cisanello e Pisanova, una su dieci al Cep, e poi anche Sant’Ermete, San Martino e San Giusto. La spesa affrontata dalla Caritas per aiutare queste persone è stato nel 2016 di 949.893 euro: «E’ una cifra – spiega Morelli – che comprende mense, docce, pacchi spesa, la Cittadella della Solidarietà e il microcredito. Quasi un milione di euro, sì, che in realtà è sottostimato». I fondi provengono dall’8 per mille della Cei o da collette. Proprio le collette e la donazione privata, ma anche la politica antispreco della Cittadella della Solidarietà sono linfa vitale per l’emporio della Caritas che, in un anno, ha preparato 32.972 pasti per 616 persone, distribuito 2.406 pacchi spesa per 425 famiglie e 140mila chili di generi alimentari, per un valore economico di 644mila euro. «Non si può pensare di affrontare in maniera adeguata le sfide delle nuove povertà – ha detto l’Arcivescovo Benotto – se non si ritorna a proposte educative serie e che siano capaci di rilanciare la bellezza delle relazioni interpersonali e sociali e che aiutino a dare senso e vigore a una vita comunitaria che contrasti l’attuale individualismo imperante».

Repubblica.itGenova Edizioni locali METEOCerca su Repubblica.it 0 2,5mila Portò le molotov nella scuola Diaz ora comanda il centro operativo della Polstrada di RomaPortò le molotov nella scuola Diaz ora comanda il centro operativo della Polstrada di Roma Dopo quella di Caldarozzi all'antimafia un'altra nomina choc del Dipartimento di Ps. Pietro Troiani fece introdurre le false prove di MARCO PREVE 29 dicembre 2017 0 2,5mila Dopo la nomina al vertice della Dia di Gilberto Caldarozzi, condannato a 3 anni e 8 mesi per i falsi verbali della scuola Diaz, a un altro dei condannati eccellenti per la “macelleria messicana” del G8, è stato affidato uno degli incarichi più prestigiosi della polizia italiana. Pietro Troiani, il vicequestore passato alla storia come l’uomo delle false molotov, il 21 dicembre è stato nominato dirigente del Coa, il Centro operativo autostrade di Roma e del Lazio: il più grande d’Italia. Come per Caldarozzi tecnicamente non si è trattata di una promozione. Troiani resta vicequestore proprio come Caldarozzi resta primo dirigente. Questa è stata la precisazione del Dipartimento di pubblica sicurezza dopo che Repubblica aveva pubblicato le critiche delle vittime e dei famigliari dei manifestanti massacrati di botte e arrestati con false prove nella scuola Diaz nel luglio 2001. Portò le molotov nella scuola Diaz ora comanda il centro operativo della Polstrada di Roma Condividi Ma è innegabile che i due incarichi, vice direttore dell’antimafia e dirigente del Coa di Roma della Polstrada, siano considerati “ruoli apicali” in seno alla stessa polizia. Diverso sarebbe stato assegnare i due funzionari a uffici amministrativi, non di prima linea. Invece, ancora una volta sembra essere totalmente inevasa la precisa indicazione dei giudici della Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo) che nelle condanne all’Italia per l’assenza, all’epoca, di una legge sulla tortura, chiedevano al nostro paese di provvedere anche al blocco delle carriere e sanzioanre i funzionari che coprirono i torturatori materiali di Diaz e Bolzaneto. Pietro Troiani, all’epoca in servizio al reparto celere di Roma, ebbe un ruolo decisivo nella vergognosa operazione Diaz. Sapeva che a bordo della sua jeep c’erano due molotov recuperate ore prima in corso Italia e ordinò al suo autista di portarle nella scuola mentre era in corso la perquisizione. Il sacchetto con le bottiglie incendiarie passò fra le mani dei massimi dirigenti della polizia italiana dell’epoca e venne alla fine sbandierato come la prova regina per l’arresto dei presunti black bloc. Le logiche interne della Ps sorprendono. Poliziotti che “hanno gettato discredito sull’intera nazione” non risulta abbiano subito sanzioni disciplinari e, scontata l’interdizione, rientrano ai piani nobili del corpo. Mentre funzionari che si sono macchiati di colpe assai meno infamanti subiscono durissime sanzioni. Vale la pensa ricordare il caso di Filippo Bertolami vicequestore romano che nella sua veste di sindacalista ha fatto denunce scomode sulla gestione della polizia, specie all’epoca di Gianni De Gennaro, Antonio Manganelli e Alessandro Pansa: sprechi, utilizzo di beni, promozioni di agenti condannati come quelli del G8. Poche settimane fa è stato sospeso per undici mesi complessivi perché non avrebbe stampato un documento e perché non si sarebbe recato nell’ufficio del superiore.

giovedì 28 dicembre 2017


Noi siamo e poi anche non siamo, ed è questa ambiguità che sfugge al linguaggio ordinario denotativo, il quale non afferra il cono d’ombra che l’irrealtà del nostro essere proietta su ciò che siamo e su ciò che siamo diventati, sottraendo la nostra persona alle sue astrazioni, alle sue idealizzazioni proiettive e agli arbìtri della volontà, in cui ci illudiamo che la nostra realtà consista, e restituendola al gioco tra sfere chiare e oscure nelle quali per la verità la nostra esistenza trascorre e si declina. È questa condizione indivisa di essere e non essere, di sogno e veglia, di zone illuminate e di recessi oscuri della nostra coscienza che va al di là del linguaggio ordinario, il quale uncina soltanto fatti opachi, sordi e muti, che costituiscono la pelle indurita della nostra persona, ma sotto la quale scorre la nostra esistenza alla ricerca del suo sogno oscuro. Ed è questo sogno oscuro lo scenario possibile ed eventuale di quella trasformazione di noi stessi che può culminare in una nuova nascita. Noi siamo al tempo stesso attori e spettatori di un grande dramma dell’esistenza. A.G.Gargani.

mercoledì 27 dicembre 2017


il problema non è se > ma quando dare fuoco alle polveri > col coraggio nelle mani > far sprigionare scintille di nuovi fuochi > rovesciare i banchi del mercato > fare come Gesù nel tempio > > Il coraggio di vivere non si compra > si fiuta come il tabacco > che è il destino bruciato di un 'ultima sigaretta > > Resterò seduta ad aspettare Carnevale > che passi ad accendermi > un nuovo carro dei desideri > > da L'altro sguardo- Mauro Baroni Collana gli specchi d'acque diretta da > Dino Carlesi- Viareggio 1998 La poesia è su www Italian Poetry della Columbia University la dedico a Mario, maestro di pensiero e di felicità

Italian Poetry Home Chi siamo Il neolirismo I Poeti Blog Link Contatti ITALIAN POETRY La Poesia Italiana Contemporanea dal Novecento a oggi su L'Espresso RENATO MINORE Su ITALIAN POETRY La Poesia Italiana Contemporanea dal Novecento a oggi (www.italian-poetry) appaiono venti poesie di Natale di poeti italiani contemporanei. Sono stati scelti Buffoni, Carpi, Caproni, Cavalli, D’Incà, Fruner, Giani, Guidacci, Merini, Minore, Montale, Nigi, Quasimodo, Raboni, Ruffilli, Saba, Scotto, Spaziani, Ungaretti, Zanzotto. Ecco il mio "Trittico di Natale" che condivido dall'antologia per gli amici di questa pagina con il mio più caro e affettuoso augurio La letteratura italiana, nel corso del Novecento, ha nella poesia il genere di maggiore creatività e di più alti risultati.Una vitalità sorprendente accompagna tutto il secolo, a partire dal trapasso dell’Ottocento e fino a questi ultimi anni. Una molteplicità di esperienze e una varietà di modi che contrassegnano la produzione globalmente più originale dell’intera Europa, per universale riconoscimento. In Italia, quasi esclusivamente ai poeti è toccato il compito di tradurre in elaborazione letteraria la complessa crisi di identità (di frantumazione dell’io) che contraddistingue il nostro tempo. La perdita delle coordinate, la consapevolezza del moto di deriva dentro il mistero della vita, la riflessione esistenziale, il tentativo di ricomposizione di un ordine minimo, trovano soluzioni diverse e complementari, dentro il grande laboratorio della lingua italiana (una lingua giovane, al principio del secolo patrimonio neppure di un quarto degli italiani, abituati per secoli a parlare le loro lingue particolari, i dialetti). Un’ampia e qualificata scelta offre qui il quadro di una situazione vivace e ricchissima della poesia italiana di oggi. I poeti selezionati, appartenenti alle generazioni nate dagli anni venti-trenta fino agli anni novanta, nelle loro personali esperienze nettamente riconoscibili, testimoniano delle molteplici tendenze in atto al presente in Italia. inglese Italian literature, in the course of the twentieth century, has in poetry the genre of greater creativity and higher achievements. An astonishing vitality accompanies the whole century, starting from the nineteenth century to the last few years. A multitude of experiences and a variety of ways that mark the most original production of the whole of Europe for universal opinion. In Italy, almost exclusively the poets had the task of translating into literary writing the complex identity crisis (the breaking, fragmentation of the ego) that characterizes our time. The loss of the coordinates, the awareness of the drifting motion within the mystery of life, the existential reflection, the attempt to recompose a minimal order, find different and complementary solutions, within the great lab of the Italian language (a young language at the beginning of the century, patrimony even of a quarter of Italians, accustomed for centuries to speak their particular languages, the dialects). A wide and qualified choice offers here the picture of a lively and rich situation of today’s Italian poetry. Selected poets, belonging to the generations born from the 1920s to the nineties, in their personal experiences clearly recognizable, testify to the many trends in the present in Italy. spagnoloEs en el curso del Novecientos que la literatura italiana tiene en la poesia el género de mayor creadividad y con los más altos resultados. Una vitalidad sorprendente acompaña todo el siglo, a partir del cruce del siglo XIX y hasta llegar a estos últimos años. Una multiciplidad de experiencias y una variedad de modos que marcan la producción globalmente más origianl de toda Europa, como está universalmente reconocido. En Italia ha tocado casi exclusivamente a los poetas la tarea de traducir en elaboración literaria la compleja crisis de identidad ( de fragmentación del yo) que distingue nuestra época. La pérdida de ccordenadas, la conciencia del movimiento a la deriva dentro del misterio de la vida, la reflexión existencial, la tentativa de recomponer un orden minimo, hallan soluciones distintas y complementarias, dentro del gran laboratorio de la lengua italiana ( una lengua joven, siendo patrimonio de pocos a comienzos del Novecientos, ni siquiera de un cuarto de los italianos, acostumbrados durante siglos a hablar en sus propias lenguas particulares, los dialectos). Una ampia y cualificada selección propone aquí el cuadro de una situción dinámica y riquísima de la poesia italiana actual. Los poetas seleccionados, pertenecientes a la generación nacida en los años veinte y treinta hasta los años noventa, en sus experiencias personales claramente identificable, son testigos de las muchas tendencias en la actualidad en Italia. franceseAu cours du XXe siècle, la poésie est dans la littérature italienne le genre le plus créateur et celui qui a abouti aux résultats les plus élevés. Une vitalité surprenante accompagne tout le siècle, depuis la fin du XIXe siècle jusqu’à nos jours. Une multiplicité d’expériences et une variété de styles qui caractérisent celle qui est universellement considérée, dans son ensemble, comme la production poétique la plus originale de l’Europe entière. En Italie, les poètes ont été quasiment les seuls à assumer la responsabilité de faire de leur élaboration littéraire la traduction de la crise d’identité complexe (d’éclatement du moi) marquant notre époque. La perte de points de repère, la conscience du mouvement de dérive dans le mystère de la vie, la réflexion existentielle, la tentative de reconstituer un minimum d’ordre, trouvent des solutions différentes et complémentaires, à l’intérieur du grand laboratoire qu’est la langue italienne (une langue jeune, parlée au début du XXe siècle par moins d’un quart des Italiens, habitués depuis des siècles à employer leurs idiomes régionaux, les dialectes). Vaste et qualifié, le choix offert ici est le portrait d’une situation extrêmement vive et riche de la poésie italienne de nos jours. Les poètes choisis, appartenant à la génération née dans les années vingt et trente jusqu’aux années nonante, dans leurs expériences personnelles clairement identifiables, témoignent des nombreuses tendances actuellement en Italie.

martedì 26 dicembre 2017


renzia.dinca SUCCESSO PER LA NUOVA STAGIONE SPAM DIRETTA DA ROBERTO CASTELLO Porcari (Lucca). Si è conclusa con grande successo di pubblico e di gradimento la Stagione SPAM 2017, lo spazio diretto da Roberto Castello nell’immediata periferia della città di Lucca. Castello è coreografo, danzatore e direttore artistico di una delle più importanti rassegne nazionali di un cartellone quest’anno interamente dedicato alla Danza contemporanea internazionale europea. Il titolo era SPAM! Good art is healthy- SGUARDI OLTRE I CONFINI LA DANZA ITALIANA CHE GUARDA L'EUROPA. Il programma andava dal 1° novembre al 13 dicembre per sette doppi appuntamenti con la danza contemporanea. Il critico Graziano Graziani, che da tempo segue SPAM evidenzia come “ i coreografi contemporanei, anche dal punto di vista della formazione, abitano già uno spazio europeo e internazionale che, in altri settori, non esiste ancora, o almeno non in senso compiuto. Per loro è naturale lavorare in Italia come all’estero, entrare in contatto con maestri del Nord Europa e dell’America come con quelli di casa nostra. Lo spazio che abitano, il luogo mentale in cui creano, è già un ambiente europeo e transnazionale.(…)”. Di qui SGUARDI OLTRE I CONFINI - LA DANZA ITALIANA CHE GUARDA L'EUROPA il titolo della rassegna che per sette settimane, tutti i mercoledì, ha portato nella sede di SPAM! a Porcari alcuni tra i più rilevanti spettacoli italiani di danza contemporanea attualmente in circuitazione in abbinamento con altrettante improvvisazioni di danza e musica dal vivo. L'unica eccezione è stata Silvia Gribaudi con R.OSA_10 esercizi per nuovi virtuosismi con Claudia Marsicano, in uno dei suoi lavori di maggiore successo, e in seconda serata il progetto che una decina di anni fa l'ha rivelata al pubblico e alla critica: A corpo libero (vedi Rumorscena). Ha aperto la rassegna lucchese, THE SPEECH, l'ultimo o spettacolo di Irene Russolillo in collaborazione con la coreografa e danzatrice belga/argentina Lisi Estaras, e a seguire Dance performance & Live Music con i danzatori Stefano Questorio, Elisa D’Amico e il percussionista Daniele Paoletti. (recensito da me su Rumors) A seguire Francesca Cola, autrice, coreografa e danzatrice che produce in Italia e all'estero con NON ME LO SPIEGAVO, IL MONDO: “Attraverso una grammatica di gesti speculari, richiami, metafore e simboli si lascia allo spettatore la scelta se abbandonarsi all'immediata bellezza visiva del mostrato o seguirne le tracce verso un non-detto e un non-rivelato tanto ricco di suggestioni quanto spaesante nella sua fitta rete di rimandi simbolici”. A seguire Dance performance & Live music con le danzatrici Francesca Zaccaria e Caterina Basso accompagnate dalla tromba di Tony Cattano. Terzo appuntamento è stato con Silvia Gribaudi che ha presentato R.OSA_esercizi per nuovi virtuosismi, a seguire A CORPO LIBERO, selezionato per Biennale di Venezia 2010, Aerowaves -Dance Across Europe 2010, Edinburgh Fringe Festival 2012, Do Disturb - Palais De Tokyo 2017; un lavoro che ironizza sulla condizione femminile a partire dalla gioiosa fluidità del corpo, una performance che parla di donna, libertà e ironia. (vedi Rumorscena). A seguire una settimana dopo Davide Valrosso, diplomato presso L’English National Ballet, e formatosi in alcuni dei più importanti centri di danza contemporanea quali il London Contemporary e la Ramber School, ha portato a SPAM! WE_POP, protagonisti lo stesso Valrosso e Maurizio Giunti: un duo dalla scrittura coreografica di grande raffinatezza. A seguire Dance performanceE & Live music con le danzatrici Giselda Ranieri e Anna Solinas e con Mirco Capecchi (clarinetto basso) E poi Gruppo Nanou, attivo tra Italia, Germania e Belgio ha presentato a SPAM XEBECHE [csèbece], con otto danzatori in scena costantemente al limite del migliore degli inciampi. A concludere la serata Dance performance & Live music con la danzatrice Aline Nari, il danzatore Davide Frangioni e il contrabbassista Mirco Capecchi. E ancora Compagnia Adriana Borriello, COL CORPO CAPISCO #2. Adriana Borriello, danzatrice, coreografa e pedagoga, che ha fatto parte del percorso formativo della danza belga, parla così del suo lavoro: COL CORPO CAPISCO non è solo un titolo, ma una dichiarazione, un manifesto, un modo di stare al mondo. Al centro del progetto modulare la trasmissione da corpo a corpo che pone in primo piano il sentire e genera forme di comunicazione empatica. La danza, essenza dell’atto “inutile” che riflette su se stesso, diventa medium di conoscenza della non-conoscenza, sapienza del corpo, dell’esserci. A seguire Dance performance & Live music con la danzatrice Silvia Bennet, accompagnata da Alessandro Rizzardi al sax tenore. Ultimo appuntamento della rassegna è stato con Marco Chenevier, coreografo, danzatore, regista e attore attivo tra Italia e Francia (Romeo Castellucci e Cindy Van Acker, Cie CFB451 in seno al CCN di Roubaix, Cie Lolita Espin Anadon) e il suo ultimo spettacolo QUESTO LAVORO SULL'ARANCIA in prima regionale. A seguire Dance performance & Live Music con la danzatrice Ilenia Romano e il chitarrista Claudio Riggio. Questo lavoro sull’arancia esprime un bisogno di ricerca di forte e totale interazione col pubblico. Come se il pubblico fosse pronto e preparato alla bi-direzionalità della performance o comunque sempre partecipante attivo in un feedback con gli artisti. La scommessa in atto è l’improvvisazione, il gioco, sia pur guidato, la reazione soggettiva e anche di gruppo da parte del pubblico, alle provocazioni ripetute degli artisti in scena, che ricorda certe performance dadaiste d’inizio secolo scorso di contaminazioni provocatorie non certo congeniali alla danza ingessata del tempo. Quindi si presenta come un lavoro iconoclasta, coraggioso tanto quanto divertente e leggero perché aperto ad una scommessa mai uguale e che si rinnova ad ogni replica. In scena due danzatori Alessia Pinto e lo stesso regista, coreografo e attore Marco Chenevier vincitore di molti premi internazionali fra cui il Be Festival di Birmingham, oltre che a un tecnico seduto non dietro il pubblico ma di lato sulla scena, munito di computer in grembo- Andrea Sangiorgi, dal cui strumento informatico, essenziale per le dinamiche interattive di tempi e di spazio-azione, lancia stimoli interattivi sia verbali che sonori fra performer in doppio canale verso e col pubblico oltre che in forma di voce meccanica. Un pubblico molto numeroso e divertito quello di Porcari, anche perché si trattava di una prima regionale, sollecitato dalle opportunità di feedback che gli sono state offerte fin dall’inizio del lavoro e cioè fin dalla consegna della “merendina” col biglietto in mano. Allo strappo infatti veniva consegnato dalle maschere un sacchetto di carta con dentro: un’arancia con un fazzolettino (forse per chi si sarebbe anche mangiata l’arancia?), una galatina, cicchetto-biscottino al latte, un cartoncino per fare aeroplanini da scagliare in scena per interrompere lo spettacolo come ci viene più volte ordinato e/o consigliato di fare da seduti al nostro posto (per la verità ci aspettavamo anche dei pop corn data la fiction cine-TV in atto, ispirata dal Cinema d’Autore). Il lavoro parte da una piattaforma tipo set fra teatro e palestra, una sorta di TV performativa non in WEB ma dal vivo dove il pubblico, se agisce, guadagna ( o perde) da 5 a 50 euro a seconda della prestazione e della disponibilità ad accettare il contratto-spedito in voce da computer del tecnico e attori performer. E fin qui il gioco è anche buffo, da scuola media, spiazzante. Che tutto parte da un pretesto, una rilettura del geniale film di Kubrick L’Arancia meccanica, ed è qui usato a spunto di una performance che assomiglia a un quiz (la stessa sera era in TV RAI 2, la ripresa de Indietro tutta di Renzo Arbore, parecchi milioni di audience in Italia). Se andare a teatro, se frequentare luoghi dove la presenza fisica, l’esserci del pubblico e degli attori comporta il coinvolgimento a tutto tondo a cominciare dal tirare aeroplanini di carta fra pubblico e scena (un mix un po’ video games un po’ avanspettacolo-scuole medie), il gioco si fa più duro quando la tensione monta per l’escalation delle situazioni a cui il pubblico è sottoposto nell’interazione comandata: azioni di crudeltà sadomaso però in climax cinico-scherzoso nei confronti della ragazza ( Alessia Pinto) da parte dello spietato quanto infantile uomo in fase di svezzamento visto che si dichiara intollerante al latte( Marco Chenevier), ispirate dalle scene di violenza di Arancia meccanica con il finale liberatorio per la donna, che in una sequenza di apparente sottomissione viene bloccata ai polsi per gettarle addosso dall’aguzzino secchiate di latte e arance spremute, lei nuda in una vasca finta piscina, dove anche qualche ospite-spettatore coinvolto nella fiction ma sempre e per finta, si spoglia. Ecco qui a questo punto, in una scena interattiva che svolta e risolve gli interrogativi e i dubbi di chi osserva, irrompe una sorta di sbigottito horror vacui. Questo continuo spostamento di ruoli funzioni e finzioni crea in uno spettatore non più di tanto coinvolto o forse renitente anche per un etica di giusta distanza che sola forse, può facilitare un tentativo di comprensione di ciò che accade, un corto circuito di senso. Il richiamo di memorie associative al lavoro del Living è quasi automatico. Però in distanza abissale rispetto all’eterogenesi dei fini delle creazioni artistiche. Senza evocare il fantasma di Aristotele e la catarsi-non è questo Teatro, ma ricerca della giovane Danza contemporanea internazionale, anche se i generi le categorie pare siano esplose nei loro paletti meta, l’impressione è che questo lavoro dovrebbe evolvere verso qualcosa di davvero nuovo, senza per questo necessariamente proporsi di educare e/o comunque orientare il proprio pubblico della danza o delle arti performative in genere. Forse sarebbe necessario escogitare una chiusura meno confusionale che non sia quella- semplicistica e parecchio rozza dell’immagine del pubblico che lancia ceste di arance sul carnefice della povera vittima, peraltro sorridente. Ma poi, lanciare arance intere addosso al crudele Chenevier gli farà davvero male fisicamente? e il latte versato sulla vittima sarà stato un bagnoschiuma? È catartico? È terapeutico? È irriverente verso il regista cult? segnali ambigui che spesso la danza contemporanea ci ha magistralmente restituito in forma di suggestione simbolica, e in questo lavoro che rivisita un classico della cine-letteratura psichiatrica sado-maso invece vogliono essere trattati secondo il manifesto poetico programmatico del regista: navigare, a vista(?). di Marco Chenevier con Marco Chenevier e Alessia Pinto scene e disegno luci Andrea Sangiorgi produzione TiDA Theatre Danse residenza ALDES progetto curato da ALDES realizzato con il sostegno di Regione Toscana, Provincia di Lucca, Comune di Lucca, Comune di Porcari, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e Fondazione Cavanis di Porcari in collaborazione con Barga Jazz Visto a Porcari (Lucca) , SPAM! rete per le arti contemporanee, il 13 dicembre 2017 prima regionale

sabato 23 dicembre 2017


Corriere della Sera BOLOGNA / CRONACA LA PROTESTA Ius soli, Alessandro Bergonzoni al quarto giorno di sciopero della fame L’attore: «Abbiamo fame, fame di cambiamento, di diritti e di giustizia» di Luciana Cavina shadow 5294 BOLOGNA - È al quarto giorno di digiuno, di sciopero della fame. In staffetta con tutti coloro che hanno aderito all’appello del professore Luigi Manconi. Alessandro Bergonzoni prosegue così la sua battaglia per promuovere lo Ius Soli. Ha marciato insieme ai migranti, alle associazioni, ai figli di famiglie immigrate con i figli nati nel nostro Paese e che niente hanno di diverso rispetto ai compagni di banco nati da genitori italiani. Se non, appunto, la cittadinanza e la consistente manciata di diritti e doveri che ne consegue. Al pranzo per i poveri L’autore e attore bolognese, da sempre impegnato in progetti solidali, non perde occasione per rimarcare la sua convinzione che l’approvazione dello Ius Soli sarebbe prima di tutto una conquista di civiltà. Lo ha ribadito anche durante il pranzo per i poveri alle cucine popolari fondate da Roberto Morgantini. «È il concetto di fame - ha detto – Abbiamo fame, fame di cambiamento, di modifica, fame di diritti e fame di giustizia. Oggi come ieri». Lo sciopero a staffetta Bergonzoni, segue periodicamente ventiquattro ore di digiuno a turno con gli altri sostenitori dello Ius Soli che comunicano la loro scelta sul sito «A buon diritto» curato dall’anonima associazione presieduta da Manconi. Alla lista sono iscritti molti professori di scuole di ordine e grado e diversi politici. La protesta proseguirà fino a che il Parlamento non si farà concretamente carico della questione.

DIVAGAZIONI La lettera d'amore di Giacomo Leopardi a Fanny Targioni Tozzetti (Dicembre 1831) Giacomo Leopardi - Lettera a Fanny Targioni Tozzetti Brani scelti: GIACOMO LEOPARDI, Lettera a Fanny Targioni Tozzetti, (Roma, 5 Dicembre 1831). Cara Fanny. Non vi ho scritto fin qui per non darvi noia, sapendo quanto siete occupata. Ma in fine non vorrei che il silenzio vi paresse dimenticanza, benché forse sappiate che il dimenticar voi non è facile. Mi pare che mi diceste un giorno, che spesso ai vostri amici migliori non rispondevate, agli altri sì, perché di quelli eravate sicura che non si offenderebbero, come gli altri del vostro silenzio. Fatemi tanto onore di trattarmi come uno de' vostri migliori amici; e se siete molto occupata, e se lo scrivere vi affatica, non mi rispondete. Io desidero grandemente le vostre nuove, ma sarò contento di averne da Ranieri o dal Gozzani, ai quali ne domando. Delle nuove da me non credo che vi aspettiate. Sapete ch'io abbomino la politica, perché credo, anzi vedo che gl'individui sono infelici sotto ogni forma di governo; colpa della natura che ha fatti gli uomini all'infelicità; e rido della felicità delle masse, perché il mio piccolo cervello non concepisce una massa felice, composta d'individui non felici. Molto meno potrei parlarvi di notizie letterarie, perché vi confesso che sto in gran sospetto di perdere la cognizione delle lettere dell'abbiccì, mediante il disuso del leggere e dello scrivere. I miei amici si scandalizzano; ed essi hanno ragione di cercar gloria e di beneficare gli uomini; ma io che non presumo di beneficare, e che non aspiro alla gloria, non ho torto di passare la mia giornata disteso su un sofà, senza battere una palpebra. E trovo molto ragionevole l'usanza dei Turchi e degli altri Orientali, che si contentano di sedere sulle loro gambe tutto il giorno, e guardare stupidamente in viso questa ridicola esistenza. Ma io ho ben torto di scrivere queste cose a voi, che siete bella, e privilegiata dalla natura a risplendere nella vita, e trionfare del destino umano. So che ancor voi siete inclinata alla malinconia, come sono state sempre e come saranno in eterno tutte le anime gentili e d'ingegno. Ma con tutta sincerità, e non ostante la mia filosofia nera e disperata, io credo che a voi la malinconia non convenga, cioè che quantunque naturale, non sia del tutto ragionevole. – Almeno così vorrei che fosse. Ho incontrata più volte la Contessa Mosti, la quale anche mi ha dato le vostre nuove. Addio, cara Fanny: salutatemi le bambine. Se vi degnate di comandarmi, sapete che a me, come agli altri che vi conoscono, è una gioia e una gloria il servirvi. Il vostro Leopardi.

venerdì 22 dicembre 2017


PisaInforma Notizie Accade in città Posta dei Lettori Chi Siamo Contattaci Rete Civica PisanaOrario dei trasportiMuseiCinemaTeatro e MusicaMeteoNumeri Utili Home Notizie Educare alle differenze Educare alle differenze Pisa - 21 dicembre 2017 "Pensare oltre gli stereotipi" per riconoscere i talenti e l’identità di ciascuno di noi ad ogni età SHARE Facebook Twitter Pisa, 21 dicembre 2017 – Stamani presso la sede della Casa della donna si è svolta la conferenza stampa della Rete Educare alle Differenze Pisa, che dal 2014 raccoglie associazioni e realtà cittadine attive nell’educazione di genere e nella lotta alle discriminazioni. Nel corso della conferenza stampa, alla quale ha partecipato anche l’assessora Marilù Chiofalo, la Rete Educare alle Differenze ha espresso grande preoccupazione per gli attacchi che in queste settimane sono stati rivolti al progetto “Pensare oltre gli stereotipi”, promosso dalla Società della Salute con finanziamenti della Regione Toscana e realizzato in numerose scuole del territorio pisano da alcune associazioni della Rete. Una escalation di ostilità che, secondo le associazioni, è assolutamente immotivata e nasce soprattutto da pregiudizi e cattiva informazione. Come precisato durante la conferenza stampa, il progetto in questione e tutti gli interventi che la Rete Educare alle Differenze svolge da anni nelle scuole non solo sono finanziati da istituzioni ed enti locali e previsti dalla legge, ma rappresentano anche un importante antidoto contro la violenza di genere, le discriminazioni sessuali e il bullismo, fenomeni che anche in Toscana registrano numeri allarmanti. Infatti, secondo l’ultimo Rapporto regionale sulla violenza di genere, dal 2006 al 2016 sono stati 101 i femminicidi in Toscana e nella sola annualità 2016-17 si sono rivolte ai Centri antiviolenza ben 3.000 donne. Non solo. Dall’indagine “Essere ragazze e ragazzi in Toscana” promossa dalla Regione, il 40% della popolazione studentesca toscana tra gli 11 e i 17 anni ha subito prepotenze fisiche o verbali da amici o compagni, oltre il 70% ha assistito almeno una volta a prepotenze commesse da altri e il 15% dichiara di aver fatto il bullo o la bulla almeno una volta, da solo/a o, più frequentemente, in gruppo. «La violenza e le disuguaglianze di genere – spiega Giulia Rosoni di Aied – hanno radice in quel complesso sistema di valori, aspettative e credenze che stabiliscono la superiorità di un sesso sull’altro e definiscono i ruoli maschile e femminile. Se in Italia, come ci dice la ricerca Nielsen, il 48% della popolazione è convinta che siano gli uomini a dover portare a casa lo stipendio e le donne ad occuparsi della famiglia è proprio a causa di quei pregiudizi e stereotipi che si radicano in noi fin dall’infanzia. Ecco perché è importante intervenire nelle scuole con progetti di educazione alla parità di genere». «Interferire con l’educazione alle pari opportunità ritenendo che queste siano materia sensibile e quindi di competenza familiare – dichiara Carlotta Monti della Casa della Donna – significa ignorare dati come quelli che emergono dal Global gender gap index che nel 2017 posiziona l’Italia all’82° posto su 144 Paesi analizzati in fatto di uguaglianza di genere, dopo Grecia, Rwanda, Nicaragua e Filippine. Significa disattendere leggi regionali e nazionali, convenzioni internazionali e perfino i principi di uguaglianza previsti dall’art. 3 della Costituzione. Significa disconoscere le finalità educative della scuola e delle istituzioni e mettere in discussione l’autonomia scolastica. Per questo noi riteniamo l’introduzione del consenso informato preventivo per la partecipazione ai progetti illegittima e pericolosa. Affermare che uomini e donne sono uguali e hanno gli stessi diritti non è una questione opinabile. Di questo passo ci troveremo a mettere in discussione anche i progetti di contrasto al razzismo o di inclusione delle disabilità, fino ad arrivare a questionare sui programmi di Storia e di Scienze». «I progetti educativi sulla parità di genere e la lotta alle discriminazioni sessuali che portiamo avanti nelle scuole fanno paura perché c’è molta disinformazione e, in alcuni casi, anche una manipolazione grottesca. Rispetto alle attività che vengono svolte in classe aleggia l’idea che insegniamo ai bambini e alle bambine a truccarsi e camminare sui tacchi”. Commenta Désirée Olianas dell’associazione Nuovo Maschile. “Un’idea che ci fa sorridere e che, allo stesso tempo, ci preoccupa. Nelle aule non portiamo scarpe e rossetti, ma parliamo di storia del costume e della moda, di Luigi XIV che introdusse i tacchi a corte come calzature maschili, diventati solo successivamente un accessorio femminile. Questo esempio ci serve per far capire come gli usi e i costumi cambino nel tempo e con essi ciò che viene considerato ‘appropriato’ per uomini e donne. Le pari opportunità, la rimozione delle diseguaglianze di genere sono legate al cambiamento culturale: se Susanna Ceccardi oggi è sindaca di Cascina lo deve proprio al fatto che i ruoli maschili e femminili si sono evoluti». «I progetti che come Rete Educare alle Differenze portiamo avanti nelle scuole pisane – precisa Silvia Marmugi di Arciragazzi Pisa – cercano di far riflettere ragazzi e ragazze sul sistema di ruoli e modelli relazionali che portano a credere che la donna non possa fare certe cose o che l’uomo le sia superiore. Discuterne insieme, dire che anche gli uomini sono liberi di piangere e le donne di pilotare gli aerei, parlare di relazioni paritarie in cui sono sia uomini sia donne a prendersi cura della casa e della famiglia permette di combattere la violenza di genere e il bullismo. Di cosa ha paura chi si oppone al progetto “Pensare oltre gli stereotipi” nell’occhio del ciclone da settimane? Grazie a quel progetto sono state coinvolte in un percorso di riflessione su pregiudizi e stereotipi di genere 12 classi fra infanzia e primaria, 21 classi delle secondarie di primo grado e 7 classi delle secondarie di secondo grado, per un totale di 320 ore di laboratori. È di questo che si ha paura? Che ragazzi e ragazze riflettano sulle loro identità e relazioni imparando a guardarsi l’un l’altra con rispetto e senza pregiudizi e prepotenza?». «Purtroppo alla base di tanti attacchi ai progetti di educazione alle differenze – sottolinea Daniele Serra di Pinkriot–Arcigay Pisa – c’è spesso un pensiero profondamente omofobo, che porta anche a vaneggiare fantomatiche ‘propagande omosessualiste’. In realtà, quando si entra in classe per parlare di stereotipi si tocca necessariamente il tema del bullismo omofobico che colpisce non solo chi ha un orientamento diverso dall’eterosessualità, ma tutti coloro che non corrispondono alle aspettative sociali sul maschile e sul femminile. Se non vogliamo che i nostri figli e le nostre figlie possano essere vittime di bullismo e violenza è necessario intervenire con progetti educativi che puntino alla radice e alle cause di quei comportamenti violenti». «Promuovere il valore delle differenze significa riconoscere i talenti e l’identità di ciascuno di noi ad ogni età, proteggendo ogni persona dagli stereotipi che la ingabbiano e che sono causa di infelicità e conflitti interiori e di relazione con persone altre da sé – aggiunge Marilù Chiofalo, assessora alle Pari Opportunità e all’Istruzione del Comune di Pisa. In particolare i progetti di cui si parla prendono spunto dall’importanza di una equa suddivisione tra uomini e donne dei lavori domestici e di cura. Invitiamo i genitori che abbiano dei dubbi a informarsi presso insegnanti e direzioni scolastiche sulle attività che vengono svolte in classe e che sono previste dalla Legge 107 cosiddetta della Buona Scuola e dalle relative Linee Guida per l’educazione al rispetto e alle differenze più di recente emanate dal Miur.»

giovedì 21 dicembre 2017


Se chi me lo chiede può leggere qui sotto in cui nel 2008 ho stilato insieme ad altri un documento contro i fascisti che stanno aumentando magari anche sotto la bandiera di cinque stelle Marcello Buiatti Marcello Buiatti Meeting di San Rossore - MANIFESTO DEGLI SCIENZIATI ANTIRAZZISTI « il: 07 Luglio 2008 - 08:15:53 » DIRITTI UMANI: DA MEETING TOSCANA MANIFESTO SCIENZIATI ANTIRAZZISTI (ASCA) - Firenze, 4 lug - Dal Meeting di San Rossore della Regione Toscana (10-11 luglio) sara' lanciato un 'Manifesto antirazzista' messo a punto da diversi scienziati, tra cui il Nobel Rita Levi Montalcini. L'iniziativa arriva a 70 anni dalla promulgazione delle leggi raziali, firmate proprio nella Tenuta di San Rossore il 5 settembre 1938 dal re d'Italia Vittorio Emanuele III. Il professor Marcello Buiatti ha quindi coordinato la stesura di un 'Manifesto degli scienziati antirazzisti', specularmente opposto a quello del 1938. Il manifesto, scaricabile dal sito della Regione, puo' essere sottoscritto online da tutti i cittadini ed e' gia' stato firmato, tra gli altri, da Enrico Alleva, Docente di Etologia dell'Istituto Superiore di Sanita', dal Nobel Rita Levi Montalcini, dal demografo Massimo Livi Bacci, da Alberto Piazza, docente di Genetica Umana all'Universita' di Torino e dallo psichiatra Agostino Pirella, co-fondatore di Psichiatria democratica. Il manifesto sottolinea in primo luogo che ''le razze umane non esistono. L'esistenza delle razze umane e' un'astrazione derivante da una cattiva interpretazione di piccole differenze fisiche fra persone, percepite dai nostri sensi, erroneamente associate a differenze 'psicologiche' e interpretate sulla base di pregiudizi secolari''. Quindi ''nella specie umana il concetto di razza non ha significato biologico'' e ''non esiste una razza italiana ma esiste un popolo italiano''. Gli scienziati spiegano che ''il razzismo e' contemporaneamente omicida e suicida'' ricordando che ''gli Imperi sono diventati tali grazie alla convivenza di popoli e culture diverse, ma sono improvvisamente collassati quando si sono frammentati''. Infatti, ''l'ideologia razzista e' basata sul timore della 'alterazione' della propria razza'' eppure, fanno notare gli scienziati, ''essere 'bastardi' fa bene''. Infatti ''molte societa' riconoscono che sposarsi fuori, perfino con i propri nemici, e' bene, perche' sanno che le alleanze sono molto piu' preziose delle barriere''. In definitiva, il manifesto mostra che le conseguenze del razzismo sono ''epocali'' e significano ''perdita di cultura e di plasticita', omicidio e suicidio, frammentazione e implosione non controllabili perche' originate dalla ripulsa indiscriminata per chiunque consideriamo 'altro da noi'''. MARCELLO BUIATTI su FB

ACCEDI La Repubblica - Economia&Finanza Ricerca titolo H Ecco chi è Marco Carrai, l'uomo che sussurra a Renzi È sempre stato al fianco del leader del Pd, dopo aver esordito in politica con Silvio Berlusconi. Tuttora è socio del figlio di Berlusconi, Luigi. Molti incarichi in partecipate del comune di Firenze e un forte attivismo nella racolta fondi per Renzi 20 Dicembre 2017 630 Ecco chi è Marco Carrai, l'uomo che sussurra a Renzi (ansa) ROMA - Marco Carrai è l’uomo che sussurra a Renzi, schivo e riservato, ma sempre chiamato in causa quando si parla di affari e interessi. Lui, cattolico e fiorentino, ha dimestichezza coi soldi. Ha collezionato partecipazioni azionarie e presidenze di municipalizzate, società e consigli di amministrazione: e da quando nel 2009 l’amico Matteo è diventato sindaco non si è più fermato. Con Renzi a Palazzo Chigi è stato ad un passo dall’essere nominato a capo del team per la sicurezza digitale del Paese. Ed è finito in un polverone mediatico perché Renzi usava la casa affittata da Carrai a Firenze a titolo gratuito. “Quella era la casa che io avevo affittato per me, a volte ospitavo Matteo. Rispettando il codice civile, lì ha preso la residenza. È stato detto che in cambio mi ha nominato Ad di Firenze Parcheggi. Peccato che lo fossi già da tempo, indicato dai privati per sanare l’azienda”, ha spiegato Carrai. La sua storia parte dal cuore del Chianti, a Greve, dove la famiglia è riuscita a rivalutare la memoria del nonno di Marco, il Carrai su cui pesava l’accusa infamante di aver fatto parte della banda Carità, il gruppo fascista che opera in Toscana tra il ’43 e il ’45 a caccia di partigiani, tra esecuzioni sommarie e torture. Il capostipite viene messo all’indice, poi lentamente risale negli affari: un’azienda di rivendita del ferro, un’altra di materiale per l’edilizia, infine investimenti immobiliari riusciti, il benessere. Papà ex giocatore di calcio nelle giovanili della Fiorentina, mamma figura forte della famiglia e cattolicissima, nella Toscana rossa i Carrai sono conosciuti per essere moderati, democristiani, fieramente anti-comunisti. Nessuno a Greve si stupisce quando nella campagna elettorale del 1994, tracollato lo Scudocrociato, il 19enne Marco al primo voto politico si impegna nei club della nascente Forza Italia di Silvio Berlusconi. Dura poco, pochissimo, perché ad attendere Carrai c’è il Ppi che si è separato dalla fazione di Rocco Buttiglione, punta sul centrosinistra e sull’Ulivo di Romano Prodi e ha trovato a Firenze un segretario provinciale ragazzino che nel ’94 aveva frequentato le tv berlusconiane da concorrente della “Ruota della fortuna” di Mike Bongiorno: Matteo Renzi. Con Berlusconi, Luigi, però, è socio d’affari in una società di analisi dei dati del web. Nel Ppi e poi nella Margherita Renzi è il segretario, Carrai è il braccio organizzativo. Quando Matteo, nel 2004, viene eletto presidente della Provincia di Firenze, Marco è il suo capo segreteria. Nel frattempo è entrato a Palazzo Vecchio come consigliere comunale della Margherita, eletto con le preferenze assicurate da Comunione e liberazione e dalla Compagnia delle Opere che in Toscana è presieduta da Paolo Carrai e da Leonardo Carrai, alla guida del Banco alimentare, altra opera ciellina: i cugini di Marco. Nel capoluogo della Toscana rossa si costruisce un profilo cattolico e teo-con che promette bene. Ma nel giugno 2009, quando l’amico Renzi schianta l’apparato Ds alle primarie di Firenze e poi viene eletto sindaco, Carrai si ritira dalle polemiche, dalla politica, dai riflettori. E comincia, a soli 34 anni, la sua seconda vita di uomo d’affari. Pubblico e privato. Consigliere del sindaco (a titolo gratuito), poi amministratore delegato di Firenze Parcheggi, partecipata del Comune, in quota Monte Paschi di Siena, membro dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze che è azionista di Banca Intesa, regista della nomina alla presidenza di Jacopo Mazzei. Siede nel cda del Gabinetto Vieusseux, tra le più importanti istituzioni culturali cittadine, infine è presidente di Aeroporti Firenze. Intanto coltiva i suoi interessi: il fratello Stefano Carrai è in società con l’ex presidente della Fiat Paolo Fresco nella società Chiantishire che tenta di mettere su un gigantesco piano di appartamenti, resort, beauty farm nella valle di Cintoia, a Greve, bloccato dal Comune. Fresco è tra i finanziatori della campagna per le primarie del 2012 di Renzi, con 25 mila euro, insieme al finanziere di Algebris Davide Serra. A raccogliere i fondi a nome della fondazione Big Bang c’è sempre Carrai. Amico degli amici del sindaco: nel cda della scuola Holden di Alessandro Baricco, immancabile oratore alla Leopolda, e vicino a Oscar Farinetti di Eataly. L’uomo del governo israeliano, per alcuni («Ho da fare a Tel Aviv», ripete spesso), di certo vicino agli americani di ogni colore. Frequenta con assiduità Michael Ledeen, l’animatore dei circoli ultra-conservatori del partito repubblicano, antica presenza nei misteri italiani, dal caso Moro alla P2. È in ottimi rapporti con l'ambasciatore Usa in Italia John Phillips, amante del Belpaese e della Toscana, proprietario di Borgo Finocchietto sulle colline senesi.

Corriere della Sera / CRONACHE L’INCHIESTA Strage di Ustica, la verità del militare Usa: «Due Mig libici abbattuti dai nostri caccia la sera dell’esplosione» La nuova testimonianza ad «Atlantide», su La7. Torna l’ipotesi del volo colpito per errore di Ilaria Sacchettoni ROMA — Trentasette anni dopo, una nuova testimonianza riaccende la speranza di raggiungere la verità sull’esplosione in volo del Dc-9 che uccise 81 persone sui cieli di Ustica. Brian Sandlin, all’epoca marinaio sulla Saratoga destinata dagli Usa al pattugliamento del Mediterraneo, intervistato (questa sera ad Atlantide su La7) da Andrea Purgatori, autore della prima ricostruzione sulla vicenda, racconta i fatti di cui fu testimone. È la sera del 27 giugno 1980. Dalla plancia della nave che staziona a poche miglia dal golfo di Napoli, il giovane Sandlin assiste al rientro da una missione speciale di due Phantom disarmati, scarichi. Aerei che sarebbero serviti ad abbattere altrettanti Mig libici in volo proprio lungo la traiettoria aerea del Dc-9: «Quella sera — racconta l’ex marinaio — ci hanno detto che avevamo abbattuto due Mig libici. Era quella la ragione per cui siamo salpati: mettere alla prova la Libia». È un’affermazione storica. Per la prima volta qualcuno attesta lo scenario bellico nei cieli italiani durante gli ultimi anni della guerra fredda. «Eravamo coinvolti in un’operazione Nato e affiancati da una portaerei britannica e da una francese» aggiunge Sandlin. La pista del Dc-9 vittima di un’iniziativa militare alleata nei confronti della Libia ha faticato a farsi strada. Ed è ancora alla ricerca di conferme. L’Italia di quegli anni sconta ambiguità. Le istituzioni — per evitare ritorsioni — collaboravano con Gheddafi fornendogli nomi e indirizzi degli oppositori al suo regime che si trovavano in Italia. Gli Usa invece, erano decisi a combatterlo come avverrà in futuro con altri colonnelli (tra cui Saddam Hussein): «Il capitano Flatley — prosegue Sandlin — ci informò che durante le nostre operazioni di volo due Mig libici ci erano venuti incontro in assetto aggressivo e avevamo dovuto abbatterli». L’ex marinaio della Us Navy è pronto a smentire la versione di una bomba terroristica piazzata a bordo dell’aereo Itavia. E a supportare gli approfondimenti dei magistrati della Procura di Roma, Maria Monteleone ed Erminio Amelio, sull’aereo colpito per errore durante un’azione di forza degli alleati. A 57 anni compiuti Sandlin restituisce l’atmosfera che si respirò nei giorni successivi: «Ricordo che in plancia c’era un silenzio assoluto. Non era consentito parlare, non potevamo neppure berci una tazza di caffè o fumare. Gli ufficiali si comportavano in modo professionale ma parlavano poco fra loro». La sensazione diffusa è quella di aver commesso qualcosa di enorme. Possibile che fosse proprio l’abbattimento di un aereo civile? Sandlin non ipotizza ma offre nuovi dettagli. Ma il suo silenzio in tutti questi decenni? È terrorizzato. Nel 1993 la visione di una puntata di 60 minutes (leggendario programma d’inchiesta della Cbs raccontato anche nel film Insider di Michael Mann con Al Pacino) per un attimo addormenta la paura e restituisce memoria all’ex marinaio. Sandlin, però, non trova ancora il coraggio di mettere a disposizione di altri le proprie informazioni. Un sottoufficiale prossimo alla pensione, racconta, era stato ucciso in una rapina tanto misteriosa quanto anomala. Unico ad essere colpito benché in un gruppo di bersagli possibili. Sapeva qualcosa su Ustica? La paura, spiega Sandlin, scompare nel momento in cui cambiano gli scenari internazionali e lo strapotere della Cia è ridimensionato: «Oggi non credo — dice — che possa ancora mordere». E allora l’ex marinaio della Usa Navy parla, racconta e smentisce verità ufficiali. Ad esempio quella del Pentagono sul fatto che, quella notte, i radar della Saratoga sarebbero stati spenti per non disturbare le frequenze televisive italiane. Impossibile, dice l’uomo. Mai e poi mai una nave così avrebbe potuto spegnere i radar.

mercoledì 20 dicembre 2017


84 SHARE BOOK SOUNDTRACK 84 14 . 12 . 2017Quanti migranti sono nostri parenti?Sangue giusto Con Sangue giusto Francesca Melandri solleva una questione che forse non siamo ancora così pronti a volerci porre: quanti migranti sono nostri parenti? Se lo chiede Pietro Veronese in un bellissimo articolo apparso su Repubblica: «L’aver collegato nella costruzione del racconto il passato dell’Italia coloniale al presente della grande migrazione africana è il colpo di genio di Sangue giusto.» sangue giusto Lo scorso 2 dicembre al Torino Film Festival è stato presentato Pagine nascoste, docufilm di Sabrina Varani che prende le mosse dal nuovo romanzo di Francesca Melandri. Di cosa parla Sangue giusto, il nuovo libro di Francesca Melandri Roma, agosto 2010. In un vecchio palazzo senza ascensore, Ilaria sale con fatica i sei piani che la separano dal suo appartamento. Vorrebbe solo chiudersi in casa, dimenticare il traffico e l’afa, ma ad attenderla in cima trova una sorpresa: un ragazzo con la pelle nera e le gambe lunghe, che le mostra un passaporto. «Mi chiamo Shimeta Ietmgeta Attilaprofeti» le dice, «e tu sei mia zia.» All’inizio Ilaria pensa che sia uno scherzo. Di Attila Profeti lei ne conosce solo uno: è il soprannome di suo padre Attilio, un uomo che di segreti ne ha avuti sempre tanti, e che ora è troppo vecchio per rivelarli. Shimeta dice di essere il nipote di Attilio e della donna con cui è stato durante l’occupazione italiana in Etiopia. E se fosse la verità? È così che Ilaria comincia a dubitare: quante cose, di suo padre, deve ancora scoprire? Le risposte che cerca sono nel passato di tutti noi: di un’Italia che rimuove i ricordi per non affrontarli, che sopravvive sempre senza turbarsi mai, un Paese alla deriva diventato, suo malgrado, il centro dell’Europa delle grandi migrazioni.Con Sangue giusto Francesca Melandri si conferma un’autrice di rara forza e sensibilità. Il suo sguardo, attento e profondissimo, attraversa il Novecento e le sue contraddizioni per raccontare il cuore della nostra identità. Del libro i lettori hanno detto: «Era tanto che un libro non mi appassionava così. Uno squarcio nella coltre che copre il colonialismo italiano che aiuta a capire l`Italia che siamo diventati con un continuo rimbalzare tra i giorni nostri e quelli passati. Scritto magistralmente, lettura avvincente. Da leggere assolutamente.» Barbara69, 5 stelle su Amazon «La memoria rimossa dei massacri italiani in Africa intrecciata con l’attualità della immigrazione, tutto in forma di romanzo molto ben scritto e avvincente.» C., 5 stelle su Amazon

sabato 16 dicembre 2017


Invia per email Stampa 16 dicembre 2017 4 Libia, al via le evacuazioni dai centri di detenzione. Ma in centinaia continuano a partire sui gommoni Dalla Libia continuano a partire sui gommoni nonostante le pessime condizioni meteo che mettono a rischio qualsiasi traversata, ma dalla Libia cominciano anche le prime evacuazioni verso paesi sicuri di migranti in condizioni particolarmente vulnerabili liberati dall'Unhcr dai centri di detenzione ufficiali. Più di 800 persone, in condizioni drammatiche, sono state soccorse nelle ultime 48 ore dalle due uniche Ong rimaste ad operare nel Mediterraneo, Proactiva Open Arms e Sos Mediterranèe, in 74 invece sono stati messi in salvo dalla prima missione aerea congiunta Unhcr-Moas che ieri ha portato in Niger 51 bambini, 22 donne e un uomo, tutti eritrei e somali, da mesi reclusi in un carcere nei pressi di Tripoli. Imbarcati su un aereo, sono atterrati a Niamey dove verranno ospitati in alcune comunità in attesa di essere ricollocati in Europa nei paesi che daranno la loro disponibilità. " Un'emozione profonda che toglie il fiato. In salvo dopo la Libia arrivano sicuri in aereo in Niger. Da qui la via di un paese sicuro dove ricostruire una lunga vita", dice Carlotta Sami, portavoce dell'Unhcr che adesso lancia un appello alla disponibilità per altri 1.300 posti per proseguire velocemente con le evacuazioni come deciso nl vertice di Abdijan. "Per noi è la prima volta, speriamo di poter dare continuità ad un'operazione che ridà speranza e dignità alle persone", dice Christopher Catrambone di Moas. La luce del telefonino di un migrante in una notte di bufera ha invece salvato le oltre 100 persone che erano ormai alla deriva su un gommone nel Mediterraneo, soccorso dalla Open Arms che, nelle ultime 48 or, ha preso a bordo 640 persone in ben dieci operazioni di soccorso continuative. Molti dei migranti visitati a bordo presentavano ustioni profonde perchè bruciati dalla benzina presente nel fondo del gommone, moltissimi principio di assideramento per il freddo pungente. Altri 166, tra cui 43 donne, nove bambini sotto i 13 anni e 23 minori non accompagnati, sono stati invece soccorsi nelle ultime ore dalla nave Aquarius di Sos Mediterranèè ritornata in zona di ricerca e soccorso dopo aver sbarcato in Sicilia centinaia di altri migranti.

giovedì 14 dicembre 2017


LOCALMENTE QuotidianoNet POLITICA Biotestamento è legge. Cosa prevede: i 7 pilastri Rifiutare le terapie, comprese nutrizione e idratazione artificiali, diventa un diritto Pubblicato il 14 dicembre 2017 Ultimo aggiornamento: 14 dicembre 2017 ore 13:18 1 Voto 9o Next Roma, 14 dicembre 2017 -Il biotestamento in Italia è legge dello Stato. Il ddl è stato approvato in via definitiva al Senato, senza modifiche rispetto alla Camera, con 180 sì, 71 no e 6 astenenuti. Il testo prevede le Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) consentendo anche l'interruzione di nutrizione e idratazione artificiali. IL VOTO - A votare a favore Pd, M5s, Liberi e uguali, Ala, Autonomie (con l'eccezione di Lucio Romano) e alcuni senatori del gruppo Misto. Contrari alla legge Ap, Federazione della libertà-Idea, Udc, Forza Italia (che comunque ha lasciato libertà di coscienza), Lega. Trattandosi di temi eticamente sensibili ci sono stati comunque alcuni distinguo a titolo personale tra le forze politiche che ufficialmente si erano dette contrarie alla legge. I PUNTI SALIENTI - Rifiutare le terapie, comprese nutrizione e idratazione artificiali, diventa un diritto. Vietato l'accanimento terapeutico. Ok all'obiezione di coscienza per i medici che non vogliono staccare 'la spina'. La legge si divide in due parti: una più generale sul consenso informato sui trattamenti sanitari e una sulla compilazione delle Dat, attraverso le quali una persona potrà lasciare le sue volontà circa le cure a cui essere sottoposto o da rifiutare quando non sarà più cosciente a causa di un incidente o una malattia. Per chi non lascerà disposizioni scritte ovviamente varrà l'alleanza di cura tra medico e paziente. Il Registro nazionale delle Dat, che non era stato inserito per mancanza di coperture, potrebbe entrare nella Legge di bilancio. I 7 PILASTRI DELLA LEGGE Consenso informato. Con la premessa che la legge tutela il diritto alla vita, alla salute, ma anche il diritto alla dignità e all'autodeterminazione, il testo dispone che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata. E' promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico il cui atto fondante è il consenso informato. Nella relazione di cura sono coinvolti, se il paziente lo desidera, anche i suoi familiari e conviventi o compagni. Il consenso informato è documentato in forma scritta. Nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, viene espresso mediante videoregistrazione o dispositivi che la consentano. La volonta' espressa dal paziente può essere sempre modificata. Nutrizione e idratazione artificiale. Ogni persona maggiorenne e capace di agire ha il diritto di accettare o rifiutare qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso. Ha, inoltre, il diritto di revocare in qualsiasi momento il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l'interruzione del trattamento, comprese la nutrizione e idratazione artificiali. Nutrizione e idratazione artificiali sono trattamenti sanitari in quanto consistono nella somministrazione su prescrizione medica di nutrienti mediante dispositivi sanitari e, di conseguenza, possono essere rifiutati o sospesi. Accanimento terapeutico, sedazione profonda e abbandono cure. Viene sancito il divieto di accanimento terapeutico, riconosciuto il diritto del paziente all'abbandono terapeutico e viene espressamente garantita la terapia del dolore fino alla sedazione profonda continuata. Il testo della legge, così modificato durante l'esame in Aula, recita: "Il medico deve adoperarsi per alleviare le sofferenze del paziente, anche in caso di rifiuto o di revoca del consenso al trattamento sanitario. E' sempre garantita un'appropriata terapia del dolore e l'erogazione delle cure palliative. Nel caso di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili e sproporzionati. In presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari, il medico puo' ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua in associazione con la terapia del dolore, con il consenso del paziente". Responsabilità del medico. Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciarvi. In conseguenza di ciò, il medico è esente da responsabilità civile o penale. Il paziente non può esigere dal medico trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale e alla buone pratiche clinico-assistenziali. E' stata poi introdotta durante l'esame in Aula alla Camera una norma che, seppur in modo non diretto né esplicito, riconosce di fatto al medico l'obiezione di coscienza, in quanto dispone che "il medico non ha obblighi professionali". Il che significa che il medico può, ad esempio, rifiutarsi di staccare la spina. Infine, la legge sul testamento biologico deve essere applicata anche dalle cliniche e strutture sanitarie cattoliche convenzionate. Minori e incapaci. Il consenso informato è espresso dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore o dall'amministratore di sostegno, tenuto conto della volontà della persona minore di età o legalmente incapace o sottoposta ad amministrazione di sostegno. Il minore o incapace ha diritto alla valorizzazione delle proprie capacita' di comprensione e decisione e quindi deve ricevere informazioni sulle sue scelte ed essere messo in condizione di esprimere la sua volontà. Dat. Ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di una propria futura incapacità di autodeterminarsi può, attraverso disposizioni anticipate di trattamento, esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari. Viene indicata una persona di sua fiducia (fiduciario) che ne faccia le veci e lo rappresenti nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie. Le Dat devono essere redatte in forma scritta (o videoregistrate a seconda delle condizioni del paziente) e vincolano il medico che è tenuto a rispettarne il contenuto. Tuttavia, le Dat possono essere disattese qualora appaiano palesemente incongrue o le condizioni nel frattempo siano mutate e se siano sopraggiunte nuove terapie non prevedibili al momento della loro compilazione. Con la medesima forma scritta le Dat sono rinnovabili, modificabili e revocabili in ogni momento. In caso di emergenza possono essere modificate o annullate anche a voce. Le Dat vengono inserite in registri regionali. Pianificazione condivisa delle cure. Nella relazione tra medico e paziente, rispetto all'evolversi delle conseguenze di una patologia cronica e invalidante, puo' essere realizzata una pianificazione delle cure condivisa tra il paziente e il medico, alla quale il medico e' tenuto ad attenersi. La pianificazione delle cure puo' essere aggiornata al progressivo evolversi della malattia su richiesta del paziente o su suggerimento del medico. LE REAZIONI - Fra i primi a commentare il via libera al biotestamento il premier Paolo Gentiloni. "Dal Senato via libera a una scelta di civiltà - scrive su Twitter Gentiloni subito dopo l'ok -. Un passo avanti per la dignità della persona".

lunedì 11 dicembre 2017


Repubblica.itPolitica Blitz fascista, decine di adesioni per il presidio davanti alla sede di RepubblicaBlitz fascista, decine di adesioni per il presidio davanti alla sede di Repubblica Un'immagine del blitz a la Repubblica (ansa) 'Tutti insieme per dire no a qualsiasi forma di fascismo e di razzismo' è lo slogan del sit-in, organizzato per lunedì 11 dicembre alle 15:30. I ROMA - L'appuntamento è per lunedì, 11 dicembre alle 15:30, a Roma davanti alla sede del quotidiano la Repubblica e del settimanale l'Espresso:"Tutti insieme per dire no a qualsiasi forma di fascismo e di razzismo". È questo lo slogan del presidio di solidarietà dei giornalisti organizzato proprio dove qualche giorno fa è avvenuto il blitz degli attivisti di Forza Nuova. "Nel nostro Paese c'è ormai un clima di intimidazione contro i giornalisti, che si manifesta con aggressioni squadriste - spiegano gli organizzatori-. I giornalisti liberi danno fastidio e per questo qualcuno vorrebbe tornare ai tempi dei manganelli, come è successo a Ostia con l'aggressione di stampo mafioso alla troupe che lavorava per la Rai. Si vuole mettere il bavaglio all'informazione. Ma non ci riusciranno, non passeranno". REP: L'AVANZATA DELLA GALASSIA NERA L'appello è stato rivolto "alle associazioni e organizzazioni di categoria dei giornalisti e a tutte le associazioni e forze democratiche e cittadini che ogni giorno lottano contro intolleranza ed egoismo, contro ogni forma di neorazzismo e neofascismo. L'incursione e le minacce deliranti di Forza Nuova ai giornalisti di Repubblica e dell’Espresso, due testate nate dalla condivisione dei valori dell'antifascismo, colpiscono tutti noi: tutti i giornalisti e tutti i cittadini democratici che rivendicano il diritto di poter informare ed essere informati in libertà". Blitz fascista, Calabresi: "Il nostro lavoro dà fastidio, clima di intimidazione che può inquinare democrazia" Condividi • LE ADESIONI E sono già tante le adesioni, dalla Federazione Nazionale della Stampa (Fnsi) ad Articolo 21, dall'Ordine nazionale dei giornalisti all'Usigrai (il sindacato dei giornalisti Rai) , dalla rete Nobavaglio all'associazione Stampa Romana. E poi il sindacato cronisti, l'ordine dei giornalisti Lazio, Libera, Emergency, Carta Regione Lazio, Tavola per la pace, Fiom, Cgil Lazio, Uil Lazio, Arci Nazionale, Anpi nazionale, Anpi Roma, Associazione Stefano Cucchi, Giornale Radio Sociale Gaynews, Gay net,Progetto diritti, Baobab, Casetta Rossa, A mano disarmata, Pcr Roma, Caff Cgil, Articolo 3, Oltre orizzonte, Iris, Andromeda, Collegio ostetriche, cdr Repubblica, cdr Espresso , Coordinamento cdr Finegil, Rsu gruppo Repubblica Espresso Gedi, Cdr Il Fatto e Fatto.it, Cdr Corriere della Sera, Cdr Corriere dello Sport, Cdr Messaggero, Cdr Omniroma, Cdr tv 2000, Italians forse Darfur, Rete studenti medi Roma e Lazio, Giulia, Uftdu unione forense per la tutela dei diritti umani , Press 67, Ami, Circolo Mario Mieli, Antigone, Cild, Pd roma, Liberi e uguali.

giovedì 7 dicembre 2017


Quest'anno in Congo sono state stuprate 15mila donne. Molte erano bambine L'ex Zaire è diventato un inferno per la sua popolazione femminile. Che dopo aver subito ogni genere di violenza viene anche marchiata come "colpevole". E allontanata DI DANIELE BELLOCCHIO, FOTO DI MARCO GUALAZZINI 05 dicembre 2017 Quest'anno in Congo sono state stuprate 15mila donne. Molte erano bambine Donne stuprate e poi abbandonate in quel che resta della tendopoli di Mugunga 3 6 C ’è un luogo, in questo mondo, dove la pietà è stata fatta a brandelli; l’orrore sembra essersi impossessato di ogni spazio a sua disposizione; un male eterno, che non conosce né fine né limiti, regna come un monarca assoluto. Quel luogo è la Repubblica Democratica del Congo, il Paese dell’Africa centrale apogeo di tutte le tragedie di un intero continente. È soprattutto nell’Est, nelle regioni del Nord e del Sud Kivu, lungo i bordi del lago omonimo, tra le foreste verdi e le strade rosse e dissestate, sotto i cieli apocalittici che abbracciano le bocche dei vulcani, che il concetto stesso di vivere è stato sovvertito: perché qui l’esistenza è la sopportazione di una crudeltà ontologica, ovunque visibile, che fagocita ogni aspetto dell’intimo e dell’ordinario. Sei milioni di morti in vent’anni di conflitto, genocidi silenziosi, cessate il fuoco mai rispettati, quasi cinquanta gruppi armati, uomini sacrificati nelle viscere della terra. Massacri etnici e saccheggi, Aids e bambini soldato. È questo il luogo che ha ospitato la peggiore tragedia della storia dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi: questa non è una terra per uomini. Ma, ancora meno, lo è per le donne. Perché la guerra, anzi, meglio le guerre, che qui si consumano in continuazione hanno tanti campi di battaglia, ma uno è quello su cui si concentrano le peggiori atrocità concepite da irregolari, banditi e miliziani: il corpo delle donne. Africa violata, così il Congo tortura le sue donne Navigazione per la galleria fotografica 1 di 18Immagine PrecedenteImmagine SuccessivaSlideshow {} I piedi sono scalzi, una corda stretta alla fronte regge un sacco di carbone da 60 chili posizionato sulla schiena. Le sagome incedono in fila indiana: sono ombre di giovani madri, ventenni e trentenni, divorate dal peso della miseria. Scendono dalle montagne del Sud Kivu, verso il mercato di Kavumu. Arrivano in paese dopo quattro ore, depongono il carico di merce e, in cambio, ricevono due dollari. Poi, eccone altre, che già dall’alba hanno posizionato i banchi, con esposta la merce: chi tuberi, chi banane. In ogni dove, nell’Est della Repubblica democratica del Congo, si vedono donne lavorare duramente: nei campi, al mercato, in casa. Il lavoro è una prerogativa femminile. Ma, oltre alla fatica, c’è anche l’orrore a caratterizzare le vite delle donne, sin da quando sono bambine. Nel piccolo paese, tra le case di terra e fango, si scorgono madri che scappano, rifugiandosi nelle abitazioni. Donne che richiamano i figli, chiudono le porte e spiano i visitatori da dietro i muri. Psicosi e paura in ogni dove: le motivazioni di questo clima si capiscono incontrando Zawada Bagaya Bazilianne, consulente legale che lavora nel villaggio. «Ciò che è successo qui, dal 2013 al 2016, è un fatto che dovrebbe scioccare il mondo; dovrebbe togliere il fiato a tutti: 44 bambine, dai 2 agli 11 anni, sono state prelevate di notte, condotte nella foresta e poi ripetutamente violentate da uomini armati. Il territorio è pieno di gruppi ribelli e gli autori dell’atrocità risultano essere stati dei miliziani del deputato provinciale Frédéric Batumike, che ora è in carcere con i suoi 74 uomini ed è in attesa di essere processato per violenza sessuale e crimini contro l’umanità». Prosegue la donna: «La ragione? Probabilmente una credenza magica. Le indagini fanno supporre che sia stato uno stregone a dire a questi uomini di violentare delle vergini, perché così facendo avrebbero ottenuto protezione dai proiettili in battaglia e trovato delle vene d’oro, là dove fosse stato versato il sangue delle bambine. Inoltre, in molti credono che il rapporto con una donna illibata sia una cura contro l’hiv». Il racconto dell’avvocato è devastante, anche perché la testimonianza, poi, si materializza in un volto, quello di Beatrice, che ha 11 anni, vive con la nonna e cammina additata dalla società per essere stata marchiata dall’atrocità della violenza maschile. Osservarla nella penombra della sua baracca è commozione e impotenza: sola, in silenzio, ma con due occhi neri che urlano con violenza cosa vuol dire essere la figlia di quel mondo orfano dell’elemosina della compassione, dove la tragedia incombe improvvisa e obbliga a una rassegnata accettazione, strappando vita, speranza e anima, fin dalla più tenera età. Quando esce in strada piove: e Beatrice procede verso il campo di cereali insieme alla nonna. Tutti la guardano, ma lei avanza imperterrita. Da tempo non si volta più indietro: alle spalle c’è il suo passato e nel suo passato c’è la fine del suo vivere. La piaga dello stupro nell’ex Zaire ha iniziato a diffondersi alla fine degli anni ’90, in corrispondenza con la seconda guerra congolese. È in quel periodo che si sono registrati i primi casi di abusi sistematici e torture. Donne violentate e poi seviziate: un’arma da guerra che poi è dilagata nel tempo come una metastasi. Tanto che, leggendo le stime delle Nazioni Unite, si scopre che nel 2015 ci sono stati 15mila casi accertati di violenze sessuali. «Quando hanno iniziato a registrarsi i primi episodi eravamo impreparati e vedevamo donne e bambine arrivare in ospedale totalmente distrutte, con gli organi interni devastati da una barbarie atroce. È stato dopo aver visto quelle donne che mi sono detto che non potevo rimanere impotente e dovevo cercare di fare qualcosa». Seduto all’interno del suo ufficio all’Ospedale Panzi di Bukavu, il chirurgo Denis Mukwege racconta la sua storia e la situazione attuale. Il medico congolese, candidato al Nobel per la Pace nel 2014 e vincitore nello stesso anno del premio Sakharov, è uno dei simboli della lotta contro la violenza sessuale. Spiega: «Per fermare questo crimine bisogna combattere l’impunità di cui godono gli stupratori; poi occorrerebbe una vera volontà politica, nazionale e internazionale, di mettere fine al saccheggio delle materie prime del nostro Paese e, quindi, ai conflitti per il sottosuolo che dilaniano la nostra nazione. Inoltre, bisogna capire che gli stupri non distruggono solo il fisico di chi li subisce, ma l’intera società. Le donne, dopo essere state abusate, vengono considerate colpevoli per ciò che è successo loro: vengono ripudiate dai mariti e i figli restano abbandonati a se stessi. E a commettere queste atrocità non sono solo dei banditi o dei ribelli, ma anche chi dovrebbe impedire che avvengano». Basta spingersi sull’altra sponda del lago Kivu, entrare nel Nord Kivu, attraversare la città di Goma, ripercorrere le vie che nel 2012 sono state il proscenio della guerra tra i ribelli filo ruandesi dell’M23 e le truppe governative di Laurent Kabila, per trovare la conferma alle parole pronunciate dal medico. Nel campo profughi di Mugunga, ai piedi del vulcano Nyragongo, vive infatti Amani Bahati. Ha cinquantanove anni e racconta la sua vita con la consapevolezza di essere vittima senza colpa, lontana dalla vergogna del giudizio comune, ma forte dell’orgoglio degli ultimi: «Io sono una donna di quasi sessant’anni e sono stata violentata cinque mesi fa, mentre, insieme ad altre stavo raccogliendo della legna. A stuprarci sono stati dei soldati che indossavano le divise delle Forze armate della Repubblica del Congo». Il volto non lascia trapelare emozioni e Amani prosegue dicendo: «Io non ho più nessuno, il mio corpo è ammalato e non riesco più nemmeno a lavorare. E sapete la gente come ci chiama? “Le stuprate’’. Sì, proprio così. Quando una donna in Congo viene violentata poi deve avere la forza di vivere sola con il suo dolore, perché la comunità