mercoledì 21 novembre 2018



"Amori violenti" di Francesca Pidone manuale di difesa psicologica su Ansa. #25novembre #amoriviolenti #nofemminicidio

ANSA/ Libri: Violenza sulle donne, per salvarsi parliamone
'Amori violenti' di Francesca Pidone, 25/11 in ebook a 0,99 euro
(di Daniela Giammusso)(ANSA) - ROMA, 20 NOV - Sei milioni e
743 mila donne tra i 16 e i 70 anni. E' l'esercito di mogli,
figlie, madri, fidanzate, amiche, colleghe, vicine di casa, che
almeno una volta nella vita hanno subito violenza fisica o
sessuale, secondo l'Istat. Una metropoli di vittime che si puo'
aiutare a uscire dal tunnel (o, meglio ancora, ''educare'' a non
finirci) secondo Francesca Pidone, coordinatrice del Telefono
Donna del Centro antiviolenza Casa della Donna di Pisa ,
criminologa e Giudice Esperto presso il Tribunale di
Sorveglianza di Firenze, oggi anche autrice di ''Amori
violenti'', vero e proprio manuale di autodifesa psicologica per
imparare a riconoscere, prevenire e contrastare la violenza
sulle donne, che Mursia, in occasione della Giornata
internazionale contro la violenza sulle donne, il 25 novembre
pubblica in ebook al prezzo speciale di 0,99 euro (poi sara' a
9,90; edizione cartacea dall'8 marzo).
''L'idea e' nata sul campo - racconta la Pidone all'ANSA - Da
noi arrivano situazioni gia' croniche, ma ci siamo chiesti: c'e'
un momento in cui un rapporto supera il limite tollerabile tra
legame affettivo e violenza? Quali sono gli indicatori? Perche' a
tutte puo' capitare di incontrare un uomo violento: diffondere la
cultura della prevenzione e' il modo migliore per evitare le
tragedie''.
Se i rapporti ''sbagliati'', come tutti i rapporti, nascono in
modo dolce, spiega infatti il libro, i germi della violenza
cominciano a mostrarsi quasi subito: isolamento, controllo,
aggressione verbale e poi fisica. ''La gelosia - spiega la
Pidone - viene confusa come segnale d'amore, il controllo per
cura e sostegno, la violenza per conflitto''. Un'escalation
sempre simile a se' stessa, che alterna momenti da incubo a
slanci di tenerezza, con numeri sconcertanti: nel 75% dei casi
chi esercita violenza su una donna e' il partner o un ex partner;
piu' del 90% delle vittime non denuncia, pure se una su tre dopo
le botte subisce anche violenza sessuale. E solo il 18,2% delle
intervistate riconosce la violenza in famiglia come reato.
''Il problema e' innanzitutto culturale e non e' solo italiano
- prosegue la Pidone - Dal 2007 (anno del rilevamento Istat e di
casi eclatanti come il pluriomicida Luca Delfino ndr) si e'
iniziato a fare molto, ma ancora e' difficile, ad esempio,
riconoscere il reato di maltrattamenti in famiglia. Se non si
cambia innanzitutto la concezione del ruolo dell'uomo e della
donna, non si puo' fare molto a livello di giurisprudenza. Per
fortuna oggi se ne parla molto di piu'. E' fondamentale, perche'
solo cosi' capisci che non sei sola, ne' l'unica.''.
Come il miglior manuale motivazionale, ecco allora le prime
due regole d'oro: ascoltare se stesse, perche' tutto cio' che fa
sentire confuse, stordite, scioccate e' sintomo che qualcosa non
va; e prestare attenzione alla reiterazione di episodi di
tensione o controllo compulsivo. Tra storie vere, indirizzi
utili, modelli cui ispirarsi, falsi miti e diritti da ricordare,
il libro aiuta innanzitutto a guardare in faccia e riconoscere
la violenza (da quella economica allo stalking fino alle
aggressioni fisiche) con le tre P da cui fuggire: Prepotenza,
Possessivita', Protervia.
''Non esiste l'identikit del perfetto aguzzino come della
perfetta vittima - riflette la Pidone - Un dato comune pero' e'
che spesso questi uomini, all'apparenza gentili e premurosi,
riescono a infilarsi in situazioni di isolamento e
vulnerabilita'. Ad esempio con chi ha appena avuto un lutto. A
queste donne bisogna dare le informazioni giuste. E ricordare

lunedì 19 novembre 2018


è su RUMORSCENA  di Roberto Rinaldi


STORIA DI AMORE E DI CALCIO

renzia.dinca

Pontedera. Una storia minimalista, strutturata su doppi scarti temporali (un'Italia del Sud in bianco e nero da neorealismo anni Cinquanta, un paesino sul mare di pescatori dominato dalla malavita, forse italiana (proiettato sul fondale), dove la prevalenza umana quasi assoluta nel plot narrativo (l’autore-attore Santeramo è in piedi davanti a un leggio), è di emigrati di e da diverse parti del Terzo e Quarto Mondo, tanto da poter essere catalogabile come un non luogo. Un impianto drammaturgico essenziale, giocato su continui passaggi di registro: dal quotidiano da Strapaese delle partite di calcio (però clandestine, e fra emigrati), al melò di un innamoramento fra ragazzi dal sapore esotico e fino ad uno stravolgimento dopo un climax e soprattutto un finale, che lascia intorpiditi e increduli. Eppure quanto di attuale sta dentro l'eco di questi Personaggi, di queste ambientazioni geo-politiche, volutamente- (e poi per nulla), vintage. La penna felice di Michele Santeramo punge forte in questo Storia di amore e di calcio, con ancora lui stesso nelle vesti di narratore, come lo era stato in altri suoi lavori recenti visti a Pontedera dentro la Stagione del Teatro della Toscana dove ha firmato i lavori: La prossima stagione, Il Nullafacente e fino all’ultimo Leonardo da Vinci. Solo sul palco, in una affabulazione convincente, completamente priva di enfasi, restituisce in scrittura ed in scena, un affresco della contemporaneità che magari non disturba, è gentile. Apparentemente. Almeno in un primissimo approccio di scrittura da affresco dal sapore di telenovela. Per poi lanciare strali durissimi e direttissimi, denunce esplicite verso crimini orrendi dentro uno spazio-vita forse concentrazionario o forse alla solita luce del sole, dove è legge il far west e dove vige la legge del taglione. Un trattatello semantico-drammaturgico che prende a calci (letteralmente e letterariamente), uno “ stato delle cose”. Quando la Parola-Killer che Santeramo gestisce assai bene, investiga su il bla bla bla del Mondo per affacciarsi alla finestra degli Ultimi, ben risuona per contrordine, l’orda degli imbecilli della Rete, in anticipo descritta da Umberto Eco. E così, un lavoro di scrittura e per la scena di primo acchito retrò, ci apparenta, e finalmente proviamo o riproviamo a capire, anche qualcosa di noi. Provate voi a parlare, oggi, con un tifoso sfegatato di una squadra di calcio, sia che sia la Vecchia Signora o una squadretta piccina italica periferica: sarete ricoperti di insulti perché la Squadra è, in Italia, come la Mamma: intoccabile. E qui Santeramo già prova a intaccare uno dei dogmi popolari italiani: il calcio. Per farne nella sua drammaturgia assai raffinata, un elemento di coesione (lo aveva fatto il regista Gabriele Salvatores in uno dei suoi film meglio riusciti Mediterraneo). Provate voi poi a intrattenere qualche vostra conoscenza sul tributo violento, che regaliamo a Persone ed anche Animali (figuriamoci all’Ambiente dove in questi giorni ettari di boschi secolari sono stati distrutti in tutto l’arco dolomitico), nel piccolo Mondo italico che ci circonda. Siano extra comunitari o donne, specie se straniere, chiunque fuori dai giochi, leggi: i diversi, gli irregolari. Ecco che le Donne, specie se straniere addirittura da altri continenti (sic!), possono occupare uno spazio-altro, quello del perturbante. Occhi in cui si sprofonda-scrive Santeramo e racconta la storia di un giovane che si innamora di una ragazza, innamorato per occhi in cui si annega. Perché innamorarsi è così. Ma qui il martello della lingua picchia. Picchia molto molto forte perché entra nella contemporaneità di una scrittura drammaturgica essenziale e tagliente. Dove, fuori, non c’è spazio. Né per l’amore né per la pietas né per la Comunità (la Patria è cosa altra). C’è solo e comanda la Bestia. Le musiche sono di Vito Palmieri che quest’anno alla Mostra cinematografica di Venezia, insieme a Santeramo, ha scritto la sceneggiatura del corto Il mondiale in piazza, due primi premi nella sezione MigrArti- la Cultura che unisce



Drammaturgia Michele Santeramo
con Michele Santeramo
regia cortometraggio Vito Palmieri
musiche originali Sergio Altamura
progetto video Orlando Bolognesi
costumi Chiara Fontanella

PRIMA NAZIONALE

Fondazione Teatro della Toscana

Visto al Teatro Era, a Pontedera, il 14 ottobre 2018



giovedì 8 novembre 2018


è su RUMORSCENA di Roberto Rinaldi

Yorick-un Amleto dal sottosuolo

renzia.dinca

In Yorick-un Amleto dal sottosuolo di Simone Perinelli, c’è un rovesciamento metaletterario: dove c’era protagonista Hamlet, il Prence di Danimarca c’è il suo doppio il Fool, il buffone di Corte o meglio il suo Teschio parlante. Dove c’era Amleto e tutta la sua vita letteraria e reale (sic!), si impone uno sprofondamento che è una mise en abime del contesto: Atto quinto, scena I. Perinelli ci aveva già un po' incantati colla versione in totale a solo di corpo-voce del suo Pinocchio e forse dava già fin da lì una indicazione formale per il suo lavoro: Amleto dal sottosuolo. In tutto il testo ed il suo esperimento, visto a SPAM.
In Yorick, Perinelli si slancia dentro uno spazio essenziale con microfoni e musicisti in presa diretta, in una performance insieme fisica e verbale di performance totale, coraggiosa e a tratti indigesta. Un pò come quando il troppo stroppia. Tuttavia convince questa performance dove l’aver dato voce al Fool, con tutte le implicazioni caratteriologiche del ghost –Hamlet. Certo dare voce a questo Pinocchio/burattino-Hamlet, con tutta la sua infantilissima percezione della Realtà, perché qui, almeno in Italia, di sicuro, sono saltate le trasmissioni trans-generazionali (e quanto c’è di reale, pesantissimo, in questa presa d’atto del presente). Yorick è un adolescente che come gli adolescenti nella cameretta sua, prova a provare la sua vita, la prossima. Da morto. Un bel lavoro.





PRIMA NAZIONALE

Produzione Leviedelfool
Drammaturgia e regia Simone Perinelli
Con Simone Perinelli
Musiche originali Massimiliano Setti e al violoncello Luca Tilli
Disegno luci e scene Fabio Giommarelli
Tecnico del suono Marco Gorini

Costumi Labàrt Design di Laura Bartelloni

Teatro Era- Teatro della Toscana con il sostegno di Pilar Ternera/Nuovo Teatro delle Commedie e ALDES/SPAM


domenica 28 ottobre 2018


renzia.dinca



FESTIVAL INEQUILIBRIO

FORMIDABILE PIER GIUSEPPE DI TANNO

Castiglioncello ( Livorno)

Un Uomo Ragno col viso coperto da una maschera  e una tuta in sexy latex rigorosamente black. Sta sopra una struttura leggera ad una discreta altezza fra cubo da disco e sospensioni da palestra modello coatti. Il suo corpo-macchina è perfetto, come anche la corrispondenza corpo-voce. Risulta stupefacente la  performance dall'alto di quel piccolo spazio di pochi centimetri quadrati rispetto alla prova vocale in cui si cimenta-in solitaria, nientepopodimenoché con Pirandello e i suoi Sei Personaggi in cerca d'autore. Lui è il settimo. Si perchè a lui è consegnata l'intera macchina da guerra-sintetizzata, dei dialoghi, didascalie,  implosioni, affioramenti di Personaggi (fra cui in particolare il Capo comico e la Ragazza), di e da riscrittura dell'intera drammaturgia pirandelliana per il lavoro: Sei. E dunque, perchè si fa meraviglia di noi?. Il lavoro originario era stato predisposto per il Festival di Chiusi per cui  erano state aperte  le selezioni per sei dei Personaggi, come da copione. Questo progetto è andato a monte. E ripresentato  ex novo allo storico Festival Inequilibrio di ARMUNIA, diretto per molti anni da Massimo Paganelli ed ora da Angela Fumarola e Fabio Masi a Castiglioncello. Ed ecco che nella  narrazione-tutta a prova atletica e ri-scrittura per un solo Personaggio(che ha trovato il suo Autore in Latini), l'attore performer Pier Giuseppe Di Tanno (diretto magistralmente dallo stesso Roberto Latini per la Compagnia Fortebraccio, musiche di Gianluca Misiti, luci di Max Mugnai), inscena un  canto ed il controcanto di una pièce che lascia lo spettatore senza fiato. Sì perchè la complessità dei piani narrativi anche meta-teatrali che si involvono e vanno a pescare nell'odierno generalizzato ormai ventennale mischiamento di generi di tanta cosiddetta avanguardia, lascia anche qualche perplessità, per esempio sul finale dove compare l'amletico monologo essere o non essere con tanto di gorgiera viola-blu sul collo del “Ragno” e poi quell'immersione dell'attore nella vasca con schiuma allo champagne da Marilyn Monroe che lascia un senso di horror vacui. tuttavia il piano di lavoro lascia lo spettatore incantato  e senza fiato per la capacità tutta artistica di ri-pensare e ri-attualizzare una tragedia che umana è e soprattutto non cambia di registro nella riscrittura, per la drammaticità dei temi pirandelliani di riferimento e tratteggia anche, forse, il tema della sofferenza psichica legata alla diversità, alla non omologazione con rimando alla complessità dei tempi. Compresa quella della riflessione sull'essere Attore sulla scena italiana, oggi. Questo tema ricorre nei momenti topici della narrazione: è come quando nel monologo tutto interiore esteriorizzato, quasi psicoanalitico tra la Figlia e il Padre, traslati in forma essenziale ma non ludica anzi, sulla  bocca-corpo Ragno dell' attore-io narrante, si apre una dimensione maschera tragica greca impressionante fra postura e gioco lessicale, mentre si dice del misfatto letterario, per poi lasciare spazio al respirare per prendere tempo- anche rispetto una prova fisica attoriale non indifferente. E qui  si apre l'orizzonte scena-luci sul retro-scena che si spalanca su un fondale bianco-torrido- atrofizzato, dove una macchina del vento restituisce un po' di movimento, di vita anche se immonda-che fa da eco alla narrazione. Un po' di frescura anche per il pubblico che è in cardiopalma per la tensione caleidoscopica dell'evento davvero di raro fulgore, e che in genere in quello spazio della tensostruttura dello spazio di Castello Pasquini con le sue appendici, a volte faceva  piegare dalla calura.  Notevole l'uso sinergico delle luci-come del sonoro, che segnano dal corpo allo spazio, i passaggi topici della narrazione mentre l'Attore si muove sulla postazione, come una scimmia in piena giungla da palcoscenico. In finale Di Tanno scende dalla postazione e si gioca gli ultimi minuti prima e dentro la vasca, mentre sono proiettate alcune parole-chiave quasi sottotesto del Testo e della neo ricerca laboratoriale di Latini fra le quali: vergogna-straziante-idea-azione- proteso- giocare- io- muoio- meraviglia- spegni. In loop. Lavoro criptico questo SEI, fin dal Titolo che trasporta  chiaroscuri metalinguistici e dal fortissimo impatto emotivo ed estetico.

ARMUNIA – Festival Inequilibrio

Produzione Fortebraccio

drammaturgia e regia Roberto Latini

con Pier Giuseppe Di Tanno

musica e suoni Gianluca Misiti

visto a Castiglioncello festival Inequilibrio, il 5 Luglio 2018

sabato 27 ottobre 2018


BEATITUDO o della Ricostruzione del Mondo

di renzia.dinca

PISA. Trent’anni del Teatro della Fortezza, un bel traguardo e prezioso per La Compagnia omonima diretta da Armando Punzo a Volterra in provincia di Pisa, che ha lavorato e lavora coi detenuti dentro le mura medicee del Maschi, il Carcere della città etrusca. Grandi festeggiamenti per lo storico anniversario al Teatro Verdi di Pisa (ne ha inaugurato la Stagione di prosa 2018/19 il direttore artistico Silvano Patacca), con una serie di iniziative come la mostra del fotografo Stefano Vaja, una lectio magistralis del regista alla Scuola Normale, corsi di teatro e incontri con le Scuole pisane. Dopo la messa in scena in prima assoluta e come di consueto dentro il Carcere volterrano del Luglio scorso Beatitudo (liberamente ispirato all’opera di Borges), costruito, giorno dopo giorno per molti mesi coi detenuti, esce, come da tempo accade, dal Carcere per approdare in diversi Teatri, dal locale spazio del Persio Flacco e poi in prima tappa al Teatro Verdi di Pisa, Teatro Lirico di tradizione per poi approdare a Milano Certo trent'anni sono tanti per un progetto teatrale e artistico, ma qui si tratta di una straordinaria Utopia, anche sociale, riconosciuta a livello internazionale, purtroppo ancora incompiuta rispetto ad un Progetto recente che prevedeva un Teatro Stabile in Carcere dentro la stessa Fortezza. Comunque e dopo aver visto Beatitudo, è vero e ancora vero, che dentro un universo concentrazionario di pratiche teatrali uniche nel loro genere, coraggiose e visionarie per tematiche rigore ideazioni innovative trentennali, si avverte e risplende sempre e ancora il mandato etico della poetica originaria di Punzo. Si intuisce in Beatitudo, la riflessione sulla ricerca critica dell’Artista a ciò che è fuori dalle Mura, nel mondo- un Mondo, quello di fuori, che bene non sta. E che di Utopia, dentro il carcere, dove la possibilità di vivere altri Mondi sembrerebbe essere negata ed invece, attraverso cultura studio e pratica teatrale, il riscatto c’è. E ce ne sarebbe anche un bisogno estremo fuori ed oltre la metafora (sic!) carceraria, dove dilagano distopie di muri, lager, espulsioni da parte di chi prova a includere (vedi modello Riace) e rigurgiti neo-nazisti nel nostro Paese e non solo.
La piazza di Pisa per la Compagnia della Fortezza è diventata consuetudine: già nel 1993 approdò al Verdi il lavoro di Armando Punzo Marat Sade, uno dei suoi lavori più riusciti. Radicale, eversivo, epico, transnazionale. Dopo aver lavorato per due anni su Shakespeare “contro Shakespeare”, in Dopo la Tempesta (visto anche al Verdi), una produzione che risale a due anni fa, in cui i Personaggi non davano scampo perchè Shakespeare non dà scampo come poeta e come drammaturgo (secondo Punzo), in Beatitudo, invece e cioè nell’Opera omnia di Borges, c’è l’anima opposta, quella che vuole ricostruire il Mondo, distruggendo da dentro i suoi personaggi, in quanto Borges è maledettamente contrario alla cosiddetta realtà. Perché la cosiddetta realtà non è unica. Ce la raccontano o ce le raccontiamo, le cosiddette Realtà. Forse oggi, sembra suggerirci Punzo, basterebbe cambiare o la gradazione di occhiali (si fa per dire) o mettere sul comodino e leggere qualche divulgativo testo di fisica quantistica (il fisico Carlo Rovelli, per esempio), oppure entrare dentro il buco nero dove vite di persone cose e animali del recente Nobel per le Onde Gravitazionali pisano Adalberto Giazotto, ci hanno predetto che siamo per cambiare prospettive sul Mondo

In Beatitudo, si respira uno spazio insieme forte e leggero di riscrittura multitestuale, per una operazione sulla carta (anche per la trasposizione che non poteva che essere molto diversa da quella del Carcere, dove la scena era completamente allagata, non restituibile in un Teatro di tradizione), non facile che poteva apparire di super-adattamento di una testualità di straordinaria efficacia letteraria ma di quasi impraticabilità teatrale e forse pure meta-teatrale. Affrontare Borges, l’immenso autore argentino, è stato un atto di fede estremo di Poesia Totale. Ne riscontriamo gli esiti, felici, che ricordano un po' nella traccia narrativa letteraria, il lavoro di e da Hamlice (che ha riempito Teatri Stabili da Prato a Milano), dove sembra davvero che le avanguardie novecentesche con la migliore storica visione, anche fantasmagorica, totalmente visionaria del Realismo magico dell’Autore argentino, siano state deflagrate da Punzo, in un sapiente distillarsi tra pensiero e azioni individuali e corali. Dopo molti lavori su Shakespeare, spesso violenti, come da drammaturgie del Bardo, qui Punzo ha interrogato i Mondi letterari di Borges. Una svolta. E se ne riscontrano gli esiti in scena. Mentre nello spazio totale del Verdi ancora e ancora i Personaggi-Totali, cioè Maschere Ancelle Vecchi Bibliotecarie Primitivi belanti, coprono l’intero spazio teatrale della Platea, nella cavea i musicisti- percussioni e batteria, eseguono dal vivo su musiche originali scritte direttamente sulla scena da Andrea Salvadori, commentano testi di Borges letti in prima persona dallo stesso regista statico in piedi davanti ad un semplice leggio. Sulla scena un succedersi di Personaggi fantasmagorici introdotti da una sorta di Coro tribale che corre e urla dotato di aste flessibili in lunghissime canne di bambu che fa da siparietto a comparizioni di figure immaginifiche, tratte dai testi di Borges- con sottotesto macro drammaturgico la Biblioteca, vita-sacrario del genio argentino, ma in leggerezza. La narrazione visiva sul palco è estremamente lenta e dove poco accade. Tutto è dominato dagli esiti psico-simbolici delle Parole delle poesie lette da Punzo. Per immagini rifratte rispetto alla scelta dei testi di narrazione. La testa mozzata portata in scena ad effetto cinematografico è quella del Minotauro. Il Bambino-un doppio di Punzo che assiste da seduto sugli scalini fra cavea e palco, si porta sulle spalle il carico della Palla Mappamondo-Mondo in una sorta di transfert Padre- Figlio. Un macro reading dove testualità e musica accendono vicendevolmente suggestioni metafisiche oniriche e anche un po' medianiche. Con qualche risvolto misticheggiante alla Jodorovski. Perché Punzo esordisce con i versi Tutto accade qui per la prima volta (tratto da Poesie- La cifra). Perché tutto si rincorre niccianamente, ad anello. Nella città di Pisa che ha dato i natali allo scrittore di Piazze d’Italia e di Sostiene Pereira Antonio Tabucchi, da poco prematuramente scomparso a Parigi ed in odore di Nobel, traduttore di Pessoa, che del Realismo magico sudamericano è stato mentore, Beatitudo è anche un omaggio alla città di Pisa, alla sua storia, e a chi ha creduto ben più di trent’anni or sono, alla scommessa di Carte Blanche di Armando Punzo e Cinzia De Felice.





Compagnia della Fortezza
Beatitudo ispirato all’opera di Jorge Luis Borges

Drammaturgia e regia di Armando Punzo
Musiche originali e sound design Andrea Salvadori
Scene Alessandro Marzetti e Armando Punzo
Costumi Emanuela Dall’Aglio
Movimenti Pascale Piscina

Produzione Carte Blanche e TieffeTeatro
con il sostegno di MIBACT-Regione Toscana-Comune di Volterra-Comune di Pomarance-Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra- Ministero della Giustizia C.R. Volterra

Visto al Teatro Verdi di Pisa, il 7 ottobre 2018

mercoledì 9 maggio 2018



BELVE- una farsa

renzia.dinca

Prato. Ci sono alcune discrepanze fra ciò che Massimiliano Civica scrive nelle note di regia individuate come obiettivi del suo nuovo lavoro Belve andato in scena in prima assoluta al Metastasio di Prato (dove da poco è diventato anche consulente artistico) e ciò che ci sembra di aver recepito nel corpo a corpo della visione della farsa- che così recita il sottotitolo dello spettacolo, qui dando già una primissima dritta sul contenuto che andremo a vedere. Civica ci ha abituato a messinscene rigorosissime dove le competenze attoriali sono messe in primo piano sotto una direzione severa, con un mandato che rispetta le finalità del genere che vuole rappresentare. Così il genere comico in Dialoghi degli dei coi Sacchi di Sabbia, così nel più recente Quaderno per l'inverno (premiato con ben due prestigiosi UBU nel 2017). In questo lavoro il regista è di nuovo affiancato dal drammaturgo napoletano con cui aveva conquistato la critica dell'UBU e anche tanto pubblico: Armando Pirozzi a cui ha commissionato Belve- una farsa. Farsa: un genere poco praticato sulle scene del nostro Paese dove si è per consuetudine preferito proporre al pubblico commedie o drammi. Ci sono esempi in De Filippo e comunque dentro un filone dialettale ma la tradizione è soprattutto d'oltralpe con copioni fra i più noti, in Moliere e Feydeau. Quella che si era posto Civica sulla carta era una sfida di non facile realizzazione: commissionare al proprio Autore di riferimento la scrittura ex novo di una farsa moderna sul tema dei soldi e del potere, che di questo si tratta in Belve. Tema di grande attualità qui pensato da Pirozzi come una guerriglia in forma di lotta di classe che della lotta di classe ha ben poco ed infatti non si vuol dare nessun segnale che possa far intendere l'ascesa o il tentativo di presa del potere di subordinati rispetto ai padroni. Nella guerriglia fra le due coppie: quella formata da Giocondo e Giorgetta, ricchi imprenditori e quella formata da Betta e Pippo coppia giovane a rischio povertà a causa della famelicità dei vincenti vicini, non si vuole mettere in scena niente di politico ma solo caratteri e non da commedia dell'arte ma statica constatazione - fotografia impietosa della rigidità che contrassegna le differenze fra classi sociali, divise dalla nascita e dal censo e non miscibili. In fondo al plot drammaturgico infatti, l'agnizione risolve il conflitto che si fa a tratti grottesco, a tratti surreale rivelando che solo in una soluzione fantastica quanto inverosimile nella realtà si possa modificare qualcosa del già dato (in questo caso le differenze sociali) e questo finale è nella logica del mutatis mutandis.
La solida struttura pensata e drammatizzata da Pirozzi rispecchia i canoni scolastici del genere farsesco, contaminato però da altre forme di teatro: è in scena una cena a base di cozze organizzata dalla coppia più giovane intenzionata e far fuori per la seconda volta con veleno per topi i due anziani: lui commendatore calvo e segaligno già sopravissuto miracolosamente al primo tentativo malriuscito, lei buffissima arpia over size dalla risata oscena ed agghiacciante. Durante la cena Betta e il marito sono visitati da un caleidoscopico vortice in ingresso ed in uscita di improbabili personaggi fra il circense e la gag da sit com, un vescovo con prete, un killer dj che ha venduto 30 copie di dischi suoi di cui 29 ai famigliari, due poliziotti cow boy sgarruppati. Il finale riserva sorprese e tutto finisce in happy end. Tornando al mandato che si era imposto Civica nell'esperimento della messa in scena della farsa Belve alcune annotazioni: il testo rispetta la struttura canonica di genere e così anche l'attualizzazione tematica. Il cast attoriale scelto da Civica è di alto livello, sono rispettati i ritmi, le pause, la conduzione della fisicità per strappi sulla scena fissa, c'è il rigore e tempi tecnici misurati. Tuttavia qualcosa non ha funzionato. La macchina si è imbrigliata dove l'ostacolo maggiore è stato proprio quel moto alla risata che nel pubblico del Metastasio è stato piuttosto scarso. Si ride sì ma sporadicamente e a denti stretti. La sensazione è che la densità della scrittura drammaturgica di Pirozzi, ricchissima di riferimenti metatestuali messi in bocca ai diversi personaggi- fra cui riferimenti alla funzione della critica, il suo lavorio trasversale a quello della rifacitura attualizzata farsesca con inserzioni dalla pochade al vaudeville senza grossolanità, insomma una responsabilità da esercizio di stile, abbia ingabbiato un po' la scrittura. Questo forse, insieme all'eccessivo strizzare l'occhio a macchiette televisive un po' scontate, non abbia fatto presa su un pubblico smagato o forse abituato ad altre tipologie di scritture per la scena, magari più versatili, se questo era il mandato, al muovere al riso.




Belve- una farsa

di Armando Pirozzi

uno spettacolo di Massimiliano Civica

costumi Daniela Salernitano

luci Roberto Innocenti

con Alberto Astorri, Salvatore Caruso, Alessandra de Santis, Monica Demuru, Vincenzo Nemolato, Aldo Ottobrino


produzione Teatro Metastasio di Prato

con il sostegno di Armunia Centro di residenze artistiche- Castiglioncello


PRIMA NAZIONALE

Visto a Prato, Teatro Metastasio, il 22 Aprile 2018




mercoledì 2 maggio 2018


renzia.dinca





Pontedera ( Pisa)

Questa è una storia di vite intrecciate in labirintiche alchimie. Che hanno fatto un pezzo importante di Storia del Teatro italiano ed internazionale. Vite vissute, intense, di passione estro determinazione e un po' di sagace follia. E' la storia di una coppia, nella vita e in scena: Giovanna Daddi e Dario Marconcini, figure storiche del Teatro toscano e nazionale. Ma è anche un affresco collettivo di un territorio e di un'epoca: il territorio è quello di Pisa e della sua provincia che confina ad est con quella empolese e prima ancora nel tempo, fiorentina. E di una stagione quella post Sessantotto, che nella città della Torre pendente ha avuto esiti di forte segno culturale politico e sociale tanto quanto il Sessantotto a Parigi, a Roma, quello tedesco e quello californiano. Ispirati dal Living Theatre di Julien Beck e Judith Malina per poi passare al sodalizio con l'Odin Teatret di Eugenio Barba e la residenza internazionale di Jerzi Grotowski (che ha partorito l'esperienza attuale di Mario Biagini e Thomas Richards), Daddi e Marconcini sono stati coppia del gruppo fondatore del Teatro di Pontedera poi CSRT (Centro di sperimentazione e ricerca teatrale) e ad oggi confluito nel Teatro Nazionale della Toscana con il Teatro della Pergola di Firenze. Con loro altri giovani fra cui Roberto Bacci e Carla Pollastrelli. La coppia si è poi staccata dal gruppo pontederese per dirigere il Teatro di Buti, un teatro all’italiana scrigno di stucchi e velluti sulle colline fra Pisa e Lucca dove hanno creato uno dei centri di produzione e ricerca teatrali fra più interessanti del nostro Paese. A Buti hanno accolto e prodotto una lunga stagione di spettacoli da Pinter a Beckett a Peter Handke e ospitato un artista come Jean Marie Straub.
Nel nuovo lavoro di Roberto Bacci, da sempre direttore artistico della esperienza pontederese che qui si relaziona in multipli ruoli: regia, co-drammaturgia, scenografia e costumistica nonché ideazione del progetto (in Prima nazionale all'interno delle produzioni del Teatro della Toscana), molteplici sono i segni sia nella tradizione che nel tentativo di nuovo. In scena la coppia, con quattro attori, si cimenta in un non facile filo narrativo in cui entrano pezzi di vissuto della scena e della vita, sessant’anni di storie intime e pubbliche: un caleidoscopio di parole immagini suoni emozioni azioni, uno zoom fra il privatissimo delicato rapporto a due dentro le mura domestiche fatto di memorie, carezze, viaggi, cartoline, progetti, oggetti feticcio e il fuori che è quello della scena praticata per un’intera vita, quella del palco. In Quasi una vita, però, non c’è traccia di facile biografismo ma una quintessenza di sapori umori schegge di autentica poesia. Al centro della scena c’è una porta con doppia apertura. Se si apre da una parte si chiude dall’altra. A scena aperta Giovanna è seduta su una panchina accanto a Dario mentre l’incipit del discorso drammaturgico si apre con una frase che sembra una didascalia: c'era una volta una ragazza… Ma niente è di troppo in questo lavoro che dà attribuzione di segno e significato ad una coppia che ha letteralmente cambiato e rinnovato il senso e l’obiettivo dell’attuale Teatro toscano e nazionale
La scena passa direttamente alle parole di Pinter, uelle di una micropiece- Night (di recente rivisitata anche da Binasco in Night bar), un autore amatissimo da Giovanna e Dario, proposto proprio nelle sue drammaturgie più scarne e proprio per questo graffianti al Teatro di Buti, in cui una coppia rimemora il loro primo incontro erotico. La narrazione della donna e dell’uomo, non combaciano. Perché così è la memoria. Così l’eros. Così è la differenza fra il femminile ed il maschile nel corpo e nella psiche. Non per caso si parte da Pinter, questo Pinter in particolare, per poi trapassare ad un altro cavallo di battaglia della storia delle scelte artistiche che hanno fatto la macrostoria delle stagioni butesi, questa volta caro a Dario, il Faust di e da Goethe. I quattro attori- fra cui Silvia Pasello in abiti cechoviani (Silvia in conferenza stampa ha dichiarato: per me Giovanna e Dario sono il mio modo di pensare il Teatro), come gli altri, eleganti da messinscena di Giardino dei ciliegi tuttavia diafani quasi fantasmi, hanno funzione di appoggio rispetto alle azioni della coppia. E’ come se sostenessero i due attori e sposi ad affrontare i diversi temi in ballo: l’amore, la malattia, il viaggio, i ricordi, il senso dell’esistenza nella vita quotidiana e nel lavoro del palcoscenico nelle domande dai sapori shakespeariani: cos’è la vita?, cos’è l’attore? fino al tema heideggeriano per eccellenza: il senso della vita come specchio dell’unica possibilità per cui tutte le altre sono rese possibili, il tema della Morte, che sottende il focus dominante dell’intera pièce, che non a caso ha per sottotitolo Scene dal Chissàdove. Si perché per tutto il lavoro l’impressione è quella di assistere ad un pensiero che sta come sospeso fra il sonno e la veglia, in uno spazio ipnagogico fluttuante come ben illustra quella porta che si apre e si chiude su se stessa imprigionando corpi e pensieri dentro universi paralleli, dentro leggi fisiche dove vita e coscienza si sfiorano in luoghi tra l’onirico ed il metafisico. Via via che si snoda il plot narrativo il focus si allarga in una scena dove Dario è disegnato sul volto da un ragazzo (Tazio Torrini, prima diavoletto nella scena del Faust) con la biacca: e lo trasforma in una maschera da triste clown o forse in un malato terminale faccia a faccia col trapasso. Il finale si chiude ad anello. I diversi passaggi dove i temi sono il timbro che segna questo bel lavoro che è messinscena teatrale ed anche doveroso omaggio alla coppia, sono ben collegati fra loro come pensati da cesello dentro un flusso di coscienza individuale e relazionale.
Niente è di troppo in questo lavoro per la scena che dà attribuzione di segno e significato ad una coppia che ha letteralmente cambiato e rinnovato il senso e gli obiettivi artistici di un pezzo importante di storia del teatro di un territorio che molto ha dato al Teatro di ricerca nazionale e internazionale fino al contributo più recente, quello all’attuale Teatro toscano e nazionale.

QUASI UNA VITA- Scene dal Chissàdove

drammaturgia Stefano Geraci e Roberto Bacci

regia scene e costumi Roberto Bacci

con Giovanna Daddi, Dario Marconcini, Elisa Cuppini, Silvia Pasello, Francesco Puleo, Tazio Torrini

interventi sonori a cura di Ares Tavolazzi

luci Valeria Foti

Produzione Teatro della Toscana Teatro Nazionale

PRIMA NAZIONALE

visto a Pontedera il 16 Aprile 2018


giovedì 26 aprile 2018


IFIGENIA, liberata

renzia.dinca

Prato

Un personaggio della storia del Mito, figura centrale  del Teatro greco quello di Ifigenia, tragico e complesso. Come molte delle eroine-pensiamo a due per tutte: Antigone e Medea, che nei secoli non hanno mai cessato di intrigare ed  ispirare narratori e poeti (basti pensare a Goethe), studiosi  dei miti come Kérenji e Vernant, ma anche antropologi culturali come René Girard, a cui più di  tutti sembra aver attinto nel suo processo di pensiero ed elaborazione di regia Carmelo Rifici (direttore artistico del LAC di Lugano e direttore della Scuola di Teatro del Piccolo di Milano), insieme alla drammaturga Angela Dematté. Rifici dichiara di aver indagato sul Mito degli Atridi cercando agganci oltre che  in Eraclito della Ifigenia in Aulide, in numerosi altri autori classici da Omero a Eschilo a Sofocle, ma anche dal Nuovo e Antico Testamento, Friedrich Nietzsche, Girard e  il filosofo e grecista Giuseppe Fornari. Ci sono correnti dell'antropologia classica contemporanea come quella diretta da Maurizio Bettini presso l'Università di Siena, che hanno messo in discussione la facile correlazione fra ciò che il Mito rappresentava per gli antichi e ciò che noi contemporanei comprendiamo di esso, magari solo per  assonanze ed analogie con la storia della cultura occidentale dei secoli successivi. Tuttavia in Arte almeno, senza scomodare Jung e i suoi archetipi, le suggestioni che dai mitologemi ci arrivano come frammenti ed echi di storie altre, ancora suggeriscono tracce di ispirazione drammaturgica e poetica di intenso vigore e vitalità. E questa Ifigenia, liberata (da notare la virgola fra il nome proprio e il participio), ne costituisce  un esempio davvero di valore. Tutte queste fonti dichiarate sono entrate nella drammaturgia plurilineare di una testualità che procede su più binari sia per quanto riguarda la costruzione del plot narrativo sia per quanto riguarda la ideazione della scrittura scenica tanto che qui si potrebbe parlare di Teatro nel Teatro. La narrazione testuale che ricostruisce la storia di Ifigenia (Anahi Traversi), figlia di Agamennone  (Edoardo Ribatti) e Clitemnestra (Giorgia Senesi), figlia che deve essere immolata per salvare il suo popolo, infatti, passa a intermittenze in secondo piano, quasi una mise en abime rispetto ad altri piani narrativi semantici, scenici e meta-testuali. Insomma un esercizio assai complesso di elaborazione per una macchina di scena però ben oliata e convincente che tiene il pubblico inchiodato per due ore e mezza di spettacolo senza  intervallo. Il pubblico viene subito a confrontarsi, in assenza di sipario, col palcoscenico occupato da diverse persone alcune in abiti di scena altre no, da un insieme di apparecchiature tecniche posizionate sulla sinistra dove sono anche allineate alcune sedie e dove svetta  un musicista  con uno strumento a corde: siamo entrati direttamente dentro la sala prove di un lavoro in via di allestimento in fase avanzata. Ben presto la “prova” ha luogo. Così scopriamo che è il regista (Tindaro Granata- alter ego di Rifici),  il protagonista di questa Ifigenia (insieme con la drammaturga, Mariangela Granelli, a sua volta alter ego di Angela Dematté), anch'essa in scena seduta e compartecipe  al fitto lavoro di costruzione in diretta dell'allestimento in fieri. Un ottimo Tindaro Granata introducendoci in punta di piedi  nei segreti del back stage in sala prove, dialoga in diretta coi suoi attori chiamati a interpretare i vari ruoli della tragedia euripidea. Intersecando i piani semantici fa agire i propri attori nel loro ruolo per   poi  bloccarli e discutere in punta di fioretto scena per scena ora nei monologhi ora nelle scene corali. Li costringe ad interrogarsi come uomini e come donne sul senso del personaggio che interpretano mettendoli a confronto-specchio fra le parole e le azioni di cui sono protagonisti sulla scena, coi propri vissuti di uomini e donne contemporanei.  Questo gioco di specchi provoca un corto circuito di senso che ruota tutto intorno al tema del Sacrificio ovvero del rapporto inscindibile fra Sacro e Violenza. Come  accade a Ifigenia disposta, dopo una iniziale renitenza, ad immolarsi come capro espiatorio per volere del Padre e del suo Popolo per un Bene superiore, un'istanza di Stato, si direbbe oggi. Quanto di contemporaneo si chiede il regista, chiede ai suoi attori e a noi spettatori, c'è o c'è ancora in questo nodo sacro-violenza, in prospettiva antropologica attuale rispetto ad una rivisitazione del Mito come categoria narrativa della cultura, della vita quotidiana, delle vite individuali? In un gioco di rimandi su rimandi,  lo scavo antropologico del regista coi suoi attori si apre su un retropalco dove compaiono  ominidi,  scene proiettate di violenze perpetrate sempre in nome di un bene superiore che hanno dominato la Storia dell'umanità dalla notte dei tempi- da Caino e Abele, fino alla più recenti atrocità delle guerre in corso nel  nostro Mondo di oggi. La violenza, sembra voler dirci Rifici, pare intrinseca alla natura dell'uomo. Come la sopraffazione del forte sul debole. La religione di Stato chiede sangue, chiede vittime, chiede il Nemico ed in nome di questo perpetra odio e distruzione. Tuttavia c'è speranza per l'umanità. Speranza che Ifigenia-vittima innocente e simbolo di una obbedienza  imposta  si riscatti  e che il suo grido si imponga contro ogni sopraffazione. In attesa di una Ifigenia, appunto, liberata, applausi ad un lavoro corale di sapiente gioco attoriale, di grande afflato ed intelligenza artistica.





Ifigenia, liberata

progetto e drammaturgia Angela Dematté e Carmelo Rifici     

regia Carmelo Rifici

con Caterina Carpio, Giovanni Crippa, Zeno Gabaglio,Vincenzo Giordano, Tindaro Granata, Mariangela Granelli, Igor Horvat, Francesca Porrini, Edoardo Ribatto, Giorgia Senesi, Anahì Traversi

Scene Margherita Palli

Costumi Roberto Mestroni

musiche Zeno Gabaglio

produzione  LuganoScena con LAC Lugano Arte e Cultura



Visto a Prato, Teatro  Fabbricone, il 25 marzo 2018



martedì 17 aprile 2018


renzia.dinca



Pontedera (Pisa)

Debutta in Prima nazionale al Teatro Era di Pontedera: QUASI UNA VITA- Scene dal Chissàdove. Protagonisti due figure chiave del Teatro toscano e nazionale l'attrice Giovanna Daddi e Dario Marconcini (direttore artistico del Teatro di Buti, attore e regista), coppia sulla scena e nella vita. La regia è affidata a Roberto Bacci, direttore  del Teatro Era (Teatro Nazionale della Toscana con La Pergola di Firenze) che firma anche la drammaturgia insieme a Stefano Geraci. In scena con Daddi e Marconcini altri quattro attori: Elisa Cuppini, Silvia Pasello, Francesco Puleo e Tazio Torrini.
Una nuova produzione, questa del Teatro Era, che ben riassume Stefano Geraci, da tempo in sodalizio artistico con Bacci: Se fosse stato cinema, questo spettacolo si sarebbe potuto ascrivere al genere biopic, quella fiction che si fonda su biografie reali (…). La preparazione, almeno, è stata analoga. Abbiamo raccolto e registrato i racconti biografici di Dario Marconcini e Giovanna Daddi, attori e amici di lunga data con una intensa storia di teatro e vita in comune lunga quasi sessant'anni. (…) Il motivo di questa scelta non è stato però quello di raccontare le loro vite, ma di attraversarle insieme.

Alla conferenza stampa al Teatro Era di presentazione di Quasi una vita erano presenti gli attori, il regista, l'assessora alla cultura Liviana Canovai,  Marco Papiani assessore al Bilancio del Comune e Luca Dini  (già Presidente  di Fabbrica Europa)


Luca Dini :Questo spettacolo è per noi una produzione molto importante perchè il processo di scrittura è tutto incentrato  su due persone Giovanna Daddi e Dario Marconcini, fondamentali nella costruzione dell'attuale Teatro Nazionale in quanto fondatori negli anni Settanta  del Teatro di Pontedera

Roberto Bacci: E' stato un lavoro che parte dalle origini umane del nostro Teatro. D a un incontro  a Pisa (città dove allora vivevo), quello fra me e Dario Marconcini. Eravamo entrambi appassionati di Teatro ed in particolare dell'esperienza dell'Odin Teatret. Fu un incontro di vera e propria iniziazione da cui partìrono il Teatro di Pontedera, il CSRT Centro di sperimentazione e ricerca teatrale  con la presenza costante di Jerzi Grotowski invitato da me e Carla Pollastrelli fino agli esiti dell'attuale Teatro Nazionale. Il  nuovo lavoro parte da un'idea iniziale, quella del punto di vista della porta ( la conferenza stampa  si svolge nello spazio dove sarà  l'allestimento ed in scena si intravede una porta alla maniera di Duchamp). Abbiamo lavorato insieme al drammaturgo e scrittore Stefano Geraci coi due protagonisti,  che sono amici e colleghi, coinvolgendo anche alcuni attori della Compagnia del nostro Teatro di Pontedera. Abbiamo lavorato a casa di Giovanna e Dario e insieme abbiamo ricostruito la loro storia di viaggi, spettacoli, memorie ( l'esperienza del Teatro di Buti con Jean Marie Straub). Abbiamo messo le mani nel loro  privato spazio fatto di oggetti, costumi, foto. Ma non ne abbiamo tratto una sorta di biografia, non era questo il nostro obiettivo. Abbiamo isolato alcuni temi su cui lavorare nel progetto drammaturgico di scrittura a quattro mani: quello del Teatro (cos'è per Dario e Giovanna), quello dell' uscita dalla Porta nel senso del Teatro come vita parallela a quella del quotidiano ( Marconcini e Daddi si sono dedicati per tutta la vita ad un lavoro fuori dalle scene), il tema dei Sentimenti  in quanto coppia nella vita fin da giovanissimi), il tema della Malattia, quello della Vecchiaia fino all'ultimo tema. Quello della Porta come ultimo passaggio della vita verso il Chissàdove, che è il sottotitolo del lavoro. Abbiamo lavorato sull'elaborazione filosofica dell'approccio drammaturgico  che si appoggia sulle domande. Non è stato facile. Ma siamo certi che è stato un percorso efficace per noi che lo abbiamo ideato e praticato e crediamo lo possa essere anche per lo spettatore. Questo non è un lavoro rivolto al passato ma al futuro  secondo l'approccio di Fabrizio Cruciani: spettacolo che si rivolge all'origine, in questo caso la nostra.

E' stato difficile e insieme eccitante per me la costruzione di questo spettacolo- dichiara Giovanna Daddi mentre Dario Marconcini: Nel rapporto con Stefano Geraci abbiamo cercato di lavorare sulle linee d'ombra, quelle del passato i ricordi  gli oggetti le cartoline, li abbiamo chiusi tutti dentro una scatola. Il mio modo di pensare la regia  su cui sempre mi sono  mosso nelle vesti di regista è stato quello che passava da tre maestri Artaud, Brecht e Thomas Mann. Per me il teatro è indagine nel mistero. Quel mistero che ci porta a fare questo tipo di mestiere che per me è la dimensione del sacro.

Roberto Bacci: Dario e Giovanna sono il Padre e la Madre del Teatro Nazionale  a cui oggi siamo arrivati. E' straordinario pensare che due persone  possano cambiare la storia e la cultura di una città ( Pontedera). Questo mi pare un grande insegnamento da far conoscere alle nuove generazioni e che dovrebbe essere raccolto anche dalla politica di oggi. Quando siamo partiti, quarant'anni fa  eravamo  molto giovani e molto malvisti dalla gente. Abbiamo avuto l'opportunità di crescere perchè ce l'ha offerta una classe politica  aperta ad investire sul nuovo, su ciò che non è prevedibile

Quasi una vita – Scene dal Chissàdove, sarà in scena dal 18 al 22 aprile al Teatro Era di Pontedera.  Dall'11 al 13 maggio al teatro Studio Mila Pieralli di Scandicci nell'ambito del Festival Fabbrica Europa









lunedì 9 aprile 2018

renzia.dinca

Scuola  ORAZIO COSTA-Teatro della PERGOLA


Rumorscena ha intervistato Pier Paolo Pacini direttore della Formazione, Marco Baliani  primo regista  degli allievi NUOVI, Claudia Marino e  Sebastiano Spada, fra i NUOVI



Firenze


Il Centro di Avviamento all'Espressione è un Centro di didattica fondato da Orazio Costa (Firenze, 1911-1999), fin dal 1979 all'interno del Teatro della Pergola, oggi Teatro Nazionale con il fiorentino Teatro Niccolini, il Teatro Studio di Scandicci e Il Teatro Era di Pontedera. Orazio Costa, regista, a sua volta allievo di Jacques Copeau, è considerato unanimamente dagli studiosi di Storia del Teatro per il suo Metodo Mimico, l'unico maestro italiano che abbia ideato e strutturato una pedagogia per l'arte dell'Attore e altresì per un avviamento alle pratiche artistiche, sia a livello di teorizzazione metodologica con i suoi Quaderni (ora  finalmente in via di pubblicazione a cura della Pergola), sia negli anni romani di insegnamento all'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico. Presso il Teatro della Pergola da molti anni diretto da Marco Giorgetti (già allievo costiano), si svolgono da tempo corsi sul Metodo Mimico e di avviamento all'espressione, ma la grande novità è che dal 2015 si è attivato un Corso di Formazione per Attori su base biennale intitolato al Maestro e che ha per coordinatore un ex allievo costiano Pier Paolo Pacini, che vanta esperienze internazionali come attore e come organizzatore, sia in ambito della prosa che nella lirica d'oltralpe e d'oltremanica.
Il nuovo progetto targato Teatro della Pergola diretto da Pier Paolo Pacini si intitola: I Nuovi/Progetto Giovani-Teatro Nuovo e Nuovo Attore,  prevede anche borse di studio per gli allievi, quelli strutturati e anche altri che si presenteranno a breve per concorso.
Per la prima volta in Italia un bellissimo spazio centrale, quello del Teatro Niccolini di Firenze, sarà interamente gestito da allievi appena diplomati alla Scuola Orazio  Costa.
Il progetto si fonda su un motto: Per un attore artigiano di una tradizione vivente e consta di sei punti programmatici che al numero uno recita: Il teatro d'arte nasce dal rapporto tra giovani e maestri: trasmissione e scambio sono principi su cui si fonda ogni realizzazione.
Al numero due: La materia testuale è la letteratura italiana, la lingua italiana in ogni sua forma e declinazione per un teatro di parola. Bypassando poi  al punto sei si legge: Rigore, umiltà, integrità e sincerità sono il metro di ogni realizzazione, decisivi per la sua messa in scena.

Dato il progetto, ambizioso quanto basta, è davvero singolare e forse unico in Italia e non solo, che alla fine di un percorso di formazione attoriale si preveda anche un terzo anno di specializzazione, che non solo garantisce una borsa di studio ma soprattutto un mestierentato (sic!), dove alla maniera dei capocomici ottocenteschi, si dia in comodato un Teatro di gran prestigio ai giovani per imparare i mestieri del teatro. I NUOVI, infatti, come sono stati definiti rispetto ai MAESTRI, per un anno si confronteranno con la gestione di un intero Teatro- il Niccolini   a Firenze a cominciare,  per turnazione, dalla direzione artistica,  dall'amministrazione, all'ufficio stampa e fino alla dismissione della sala  nel senso del riordino, nel dopo spettacolo.
Per tutto questo pensiero, che sulla carta si presenta davvero come ideazione progettuale orgogliosa e originale, abbiamo intervistato, il referente della Formazione del Teatro Nazionale fiorentino Pier Paolo Pacini:



Pier Paolo Pacini: Abbiamo pensato che dopo la nascita della Scuola Orazio Costa, biennale, istituzionalizzata alla Pergola dal 2015, ci fosse la volontà  oltre che la possibilità da parte nostra, di un terzo anno che aprisse ad una specializzazione dei giovani attori, insomma l'idea condivisa era quella di poter concretizzare un avviamento al lavoro nell'ambito delle professioni dello spettacolo. Pensiamo infatti che nella formazione del  futuro Attore ci debba essere anche l'apertura e quindi la conoscenza  pratica di tutti i lavori nello spettacolo. Per noi è davvero importante il rapporto Giovane/Maestro. Nel biennio abbiamo avuto 16 diplomati ma vorremmo allargare il nostro progetto formativo ad altri giovani di altre scuole. Siamo fieri inoltre  di aver dato il segnale che il lavoro sulla Lingua e la Letteratura italiana sia un punto focale del nostro progetto formativo. Non a caso, anche nei punti del nostro programma, abbiamo deciso di inserire  la voce  per cui, nelle eventuali traduzioni di spettacoli che metteremo in scena, quelle in lingua italiana, saranno affidate a traduttori di prestigio. Inoltre un'altra caratterizzazione del nostro progetto formativo è che il costo delle produzioni sarà uguale  per tutte le diverse produzioni nel tempo. In questa prima fase i Maestri li abbiamo scelti in comune con gli Allievi sia per quanto riguarda il testo  da mettere in scena che per quanto riguarda l'affidamento della regia. La scelta di lavorare su La Mandragola di Niccolò Machiavelli, è andata su Marco Baliani. La rivisitazione sarà in versione dark. Questa prima scelta vale per il primo anno, in futuro sarà il gruppo attoriale a scegliere sia il testo  da rappresentare che il regista. Il progetto è in perfetta linea con le idee di Orazio Costa che aveva individuato a Firenze uno spazio che aveva chiamato, nei suoi studi teorici:ARSUNA. Ovvero: unica arte per un progetto multidisciplinare di avviamento al lavoro nello spettacolo. Il nostro Teatro Nazionale va per identificarsi con la prima esperienza nazionale di Teatro di Formazione d'arte.

Rumorscena-Marco Baliani

Nello storytelling, in quanto scelto come primo regista da parte degli Allievi diplomati della Scuola Orazio Costa di Firenze, credo che questo nuovo lavoro  di regia, appartenga  ad una mia esperienza storica  di teatro. E forse anche  per questo sono stato scelto come Maestro. Per esempio, ho lavorato anni fa in esperienza africana, coi bambini di Nairobi. Nella mia esperienza professionale mi è sempre piaciuto lavorare da regista in collaborazione coi miei attori. Ho fatto di recente una full immersion con  Romeo e Giulietta in laboratorio a Firenze coi giovani attori della Scuola Orazio Costa. Ritengo che l'attore in formazione  possa  permettersi la conoscenza e la pratica di linguaggi diversi,  e quindi che sia importante far passare l'uso di più tecniche dal naturalistico alla coralità. Mi interessa anche che alla Scuola fiorentina  ci sia in atto una sinergia con  altre Scuole di Teatro. La  vera novità  nel caso della Pergola, è  quella della ricaduta sul processo produttivo. Trovo il progetto bello, utopico ma realizzabile, in linea anche col mio lavoro artistico dove ho da sempre sperimentato. Ho scelto la Mandragola come testo di tradizione per la prima messa in scena dei giovani attori costiani. Un'opera che nasce durante l'esilio di Machiavelli dove ci sono i presupposti  per la scrittura successiva del Principe. Ho preso spunto anche da suggestioni di  letture di articoli di Massimo Cacciari sull'argomento. Il lavoro sarà coordinato rispetto  a un canovaccio che stiamo studiando  con due squadre di ragazzi  al lavoro sul coro  costiano.

Allievi Sebastiano Spada


Spada è siciliano, viene dall'esperienza teatrale dell'INDA. Per Sebastiano l'idea di Teatro era quella del teatro classico che aveva conosciuto e frequentato a Siracusa. Approdato a Firenze come studente di Architettura frequenta un corso tenuto da Marco Giorgetti alla Pergola e si innamora del Metodo mimico per poi entrare subito nel primo corso della Scuola Orazio Costa. Adesso con la collega Claudia Marino, ha assunto il ruolo di vice direttore artistico del Teatro Niccolini dove l'attività principale sarà essere interfaccia con  le istituzioni ( La Pergola) e con gli altri colleghi  attori

Claudia Marino, milanese di origini calabresi, Claudia è la prima direttrice artistica del Teatro Niccolini. Ha partecipato al progetto Città metropolitana ideato da Pier Paolo Pacini lavorando su Collodi, Pratolini, al Teatro Studio di Scandicci e ai progetti educativi nelle scuole medie e superiori fiorentine. Claudia è molto grata per l'opportunità che la Scuola Orazio Costa le sta offrendo

L'allestimento de La Mandragola diretta da Marco Baliani con gli allievi diplomati del primo corso della Scuola Orazio Costa andrà in scena al Teatro Niccolini