mercoledì 18 settembre 2019

Grazia Taliani è un'artista  che possiede il dono della leggerezza, quella descritta da Calvino nelle sue "Lezioni americane". Grazia sa re-inventarsi giorno dopo giorno la vita nella sua dimensione archetipica, mettendo al centro della sua poetica lo spazio fantastico della consecutio-temporum degli eventi. Ogni minimo segnale della natura e delle sue creature ( siano reperti fossili, vegetali e animali, repertori di artigianato folk e di collezionismo cosiddetto minore, oggetti animati ed inanimati, patrimonio della nostra microstoria comune familiare e collettiva, patrimonio spazio-fisico e della spiritualità condiviso presso la dimora di famiglia in Valdicava in provincia di Pisa), riscuotono in lei un palpito esistenziale che entra in circolo con la sua vita e quella delle vite che orbitano intorno alla sua sfera di influenza. Grazia ingloba lo spazio tempo, germogliandolo e fertilizzandolo, con la sua fantasia affascinatrice e sbocciante. Le sue tele, olii in prevalenza, ma anche il segno inciso da una mano levigata, che lavora in sottrazione, restituiscono nei diversi passaggi della sua produzione artistica, un universo  che spazia dalla domesticità naive ( il gatto, i cagnetti, le oche, gli spazi della casa-vita orlati della bellezza, rasserenanti spazi della rinascita e della quintessenza naturalistica), fino al risultato piu recente della sua produzione  che la vede protagonista  dentro lo spazio della sua stanza-mondo a rispecchiare la condizione  del femminile allargato, alla stanza vita delle donne del Terzo e Quarto mondo, angeli ormai consueti, abitanti delle nostre strade e realtà domestiche quotidiane occidentali.

 Frutto di viaggi e meticciati, i lavori piu recenti di Grazia, risentono del clima multi-etnico delle sue esperienze  di nomade in terre di Medio ed estremo Oriente con lo sguardo diretto alla condizione femminile in quei luoghi: dominio di sabbie  dei deserti, di cammelli, delle bellissime città di case torri dello Yemen, dei pepli-mantelli femminili dai colori sgargianti che coprono-scoprono il mistero della bellezza enigmatica che non svela e che sembrano, per vivezza cromatica dei colori ad olio sui toni rosso-viola, ricordare certe mappe di città medievali toscane redatte dal Rosso di San Secondo e  Beato Angelico, dentro cui le masse plastiche  si nascondono alla vita mimetizzandosi coi colori del deserto.

Renzia D'Incà 1995 Pontedera

 Madre- Uccello. Insegnante. Pittrice Viaggiatrice Contadina
in foto Ciccio

Ho avuto l'onore di presentare Grazia Taliani a Pontedera alcuni anni fa all' interno dei festeggiamenti per l'8 Marzo organizzata dal Comune
Grazia la abbiamo incontrata a Vulcano e io e mio marito lo scorso anno 2018 in una delle piu belle vacanze della nostra vita

Grazia vive in un posto straordinario e gliene siamo grati della splendida ospitalità
 Grazia ha molti figli. alcuni di lei e del marito Argelli chirurgo a Pontedera. alcuni adottati

Grazia è una donna straordinaria che sa dell'accoglienza e del convivere

Civile e coraggioso. come solo donne autentiche  sanno

segue aggiornamento

lunedì 16 settembre 2019


Serata su  ULISSE  Odissea- Circolo Makedonia, Via San Martino 39 Pisa- Domenica 19 Maggio 2019

ideazione Gioia Maestro

argomento: Le Donne di Ulisse

Con Marco Signori (Scuola Normale), Franco Donatini(scrittore), Rossella Bianucci, Francesco Morosi( Scuola Normale). Letture  a cura di Angelo Tonelli(grecista, traduttore per Einaudi, Mondadori)

Lettura Angelo Tonelli di mia poesia su Penelope (Camera ottica, Baroni 2001, collana di Dino Carlesi, prefazione Mariella Bettarini)-- fu donata per l' 8Marzo a tutte le dipendenti del Comune di Cascina in una cerimonia alla presenza di Sindaco e assessore alla Cultura (con un acquerello di Paolo Lapi)

MOTIVAZIONI DELLA SCELTA Tante sono le donne di Ulisse: Penelope, Circe, Calipso, Nausicaa, Ermione (figlia di Menelao e Elena- D'Annunzio Pioggia nel pineto), cit. alcuni versi presi da  Giacomo Leopardi per A Silvia  dall'Odissea.

LE DONNE DI ULISSE: chi è Ulisse? ULISSE oggi una sorta di Maschio ALFA, capobranco, guida gli altri, seduttore e sedotto.  Molto maschio bianco americano WASP

ARCHETIPI DEL FEMMINILE: PENELOPE E LE SIRENE (che in realtà sono per metà  donne e per metà uccelli-pesci)

PENELOPE/SIRENA: sono oggi figure antinomiche?domanda aperta

Penelope la SPOSA, la Madre, la principessa fedele al marito e alla casa (reggia), al patrimonio (eredità e dote). Se a Telemaco la Madre si risposa succede che perde Regno ed eredità

dall'altro la SIRENA, la seduttrice, la donna vampiro che trascina gli uomini dentro la passione carnale, li fa allontanare dalla legittima sposa, dai figli, dalla dimora. Per poi ucciderli




ULISSE E LE SIRENE  ODISSEA CANTO XII


cit da LE DEE DENTRO LA DONNA DI JEAN SHIMODA BOLEN

PSICHIATRA E ANALISTA JUNGHIANA USA

LE VERGINI :ARTEMIDE ATENA ESTIA
LA CACCIA:  ARTEMIDE
LA FIGLIA DEL PADRE: MINERVA
DEA DEL FOCOLARE:  ESTIA
DEA DEL MATRIMONIO :ERA
PERSEFONE: BAMBINA DELLA MADRE
AMANTE: Afrodite


Condominio nelle donne  attuali, di questi archetipi

 PROTOTIPO 1

PENELOPE


Margaret Atwood: Il canto di Penelope. Un romanzo insieme delicato e divertente.
Una autonarrazione dal punto di vista di Penelope della propria vita dall'orizzonte distaccato del dopo morte, dove incontra le anime (senza corpo) fra campi di asfodeli. Ne esce una figura femminile inquieta e pensosa. L'autrice ci restituisce con profondità di scrittura una Penelope forte e generosa, ma in preda a dubbi di ogni genere: al suo amore inestinguibile non rinuncerà mai: Ulisse è il suo sposo di cui è veramente innamorata e lo è per tutti i vent'anni che rimane ad Itaca ad attenderlo. Ma è anche una madre preoccupata per il figlio Telemaco, adolescente. Preoccupata per il rischio di perdere i propri beni materiali una volta avesse accettato di andare in sposa ad uno dei Proci (che dichiara, non sono interessati a lei ma al suo patrimonio, patrimonio a cui è attaccato anche il giovane Telemaco). A fianco di questa donna saggia molto intelligente (e non bella, figura speculare opposta a quella della cugina Elena che è la causa della guerra di Troia ( forse) che le ha portato Ulisse ad andar per guerra e poi sperso nei mari, forse morto); nel romanzo di Atwood, si alternano i cori ( proprio come nelle tragedie greche) delle dodici ancelle uccise  da Ulisse al suo rientro. Penelope è sconvolta da queste morti di giovani perchè sa che non hanno tradito ma hanno collaborato alla sua causa di donna in ostaggio  ai Proci.  Sono giovani nate da povere famiglie, andate schiave ( anche sessuali). Mentre lei nasce regina per andare in sposa (matrimonio combinato). Sa che su di lei ci sono maldicenze sulla sua non comprovata castità. E ne soffre. Il suo è un canto  triste, pacato, di vittima-regina in balia delle circostanze ma consapevole di aver resistito con la complicità materna della vecchia nutrice  di Odisseo, Euriclea, altra figura femminile tratteggiata con ironia affettuosa. Lei riconoscerà Ulisse per via della cicatrice quando torna nelle vesti di mendicante.
Questa versione moderna dell'ARCHETIPO di Penelope sposa fedele, madre protettiva, ci restituisce uno spessore accettabile anche per noi donne occidentali odierne,  dalle suffraggette  ( modello Mary Poppins) alla Penelope alla guerra di Oriana Fallaci di un mito femminile, che sfugge ad una proiezione-identificazione del ruolo e del vissuto delle donne contemporanee. Un Mito, quello di Penelope, sicuramente non sbiadito ma sottoposto all'usura dei secoli. Ancora topos letterario?

ATTUALITA DEL MITO greco e latino rispetto la contemporaneità: quali le categorie di riferimento?   Cit. Maurizio Bettini, filologo, latinista e antropologo ha fondato all'Università di Siena il Centro Antropologia e Mondo antico





 SIRENE

ARCHETIPO 2

lettura Angelo Tonelli

Canto XII

è Circe, la Maga- Strega (altra rappresentazione del femminile ancora molto in auge oggi, è Dea quindi immortale con capacità magiche di pharmaka dunque STREGA), a raccomandare a Ulisse come difendersi dal canto delle sirene

Riflessioni letterarie:

In Andrea CAMILLERI Le sirene non sono pesci col rossetto: Maruzza Musumeci (Sellerio) Camilleri scrive in forma di cunto cioè derivato dalla tradizione orale siciliana nata nell'Ottocento (e qui voglio ricordare Mimmo Cuticchio, erede straordinario della tradizione dei pupi). Il racconto del nostro scrittore nazionale è ambientato a Vigata (vedi saga di  Montalbano), fra Otto e Novecento. Viene rovesciato il mito delle Sirene distruttrici. Qui le Sirene  sono bisnonna e nipote parlano in greco  e  sono  Vestali  protettrici , benefiche verso il sesso maschile. Sono donne feconde (le Sirene non lo erano), molto seducenti, vivono tra gli uomini abitano gli stessi luoghi ma non lo stesso tempo. Maruzza e la bisnonna si disfanno dell'animalità selvaggia. Sono portatrici di segreti millenari. Ricordano anch'esse miti e leggende: quelle della fase delle Grandi Madri.

Ma il mito delle Sirene è topos letterario: ha ispirato molta letteratura recente, oltre all'iconografia (vasellame di e da  tutto il Mediterraneo, bassorilievi, sculture, influenze molto importanti nella tradizione folclorica).

( cit. da Lorenzo Greco)
Le sirene sono giunte a noi come entità femminili del mare, seducevano il navigante col canto e lo distoglievano dalla giusta rotta (nel caso di Ulisse: Itaca). Nella tradizione marinaresca sono ibridi, forse veri animali marini ormai scomparsi (la foca monaca). Stefano D'Arrigo ne scrive in Horcynus Orca. Affascinanti ibridi, erano raffigurate metà donne metà uccelli.  Solo in età tarda saranno per metà pesci. In Virgilio nell'Eneide, ne evitava la rappresentazione lasciandoci solo intravedere i loro scogli disseminati di resti umani. A Enea fu risparmiato il confronto immondo con questi mostri. Del resto anche la sfinge ha caratteristiche ibride.

LA BONACCIA: le sirene compaiono per i Marinai con la bonaccia. Non c'è vento e sempre d'estate con la canicola. Si poteva solo remare. Una bonaccia paralizzante (Cit. Ballata del vecchio Marinaio di Coldridge- Sirene variante dei “demoni meridiani”, Mario Tobino L'angelo del Liponard, Tomasi di Lampedusa LIGHEA. Sirene dunque come rappresentazione di MORTE, la perdizione, lo smarrirsi. Michele Mari La stiva e l'abisso. Bonaccia in greco: galene, mare calmo ma si dice anche malakia: mollezza effeminatezza, ignavia. La parola Sirene etimologicamente: incerta. Sirena da seiros, ardente bruciante. In sanscrito surya, sole o siccità, ma anche stella SIRIO, costellazione della canicola. Rende le donne lascive gli uomini spossati. Effetto ipnotico e fatale del canto delle sirene come avviene nello smarrimento fra i ghiacci: stessi effetti sul corpo-psiche. ( assideramento- confusione mentale da insolazione ?) E' noto l'effetto ipnotico dei canti e dei ritmi specie delle percussioni che accompagnavano i riti orgiastici. Le Menadi. I Satiri. I riti   pregreci alla Dea Cibele. Vampirismo: attrazione sessuale

(cit. Lorenzo Greco). La solitudine del comandante: come la Sfinge, anche la Sirena donna uccello, mette in crisi il Sapere: e qui da Omero il canto è associato alla musica. Solo un uomo intelligente come Ulisse, l'astuto, si salva (l'enigma delle dotte Sirene, così le chiama Ovidio). L'enigma della Sfinge degli Indovinelli

Non sappiamo chi siano (e forse chi sono) queste creature misteriose. Non possiamo accendere un microfono e  intervistarle. Eppure sono creature di fascino da topos letterario ancor oggi. Saranno una reminescenza delle Grandi Madri insite in una Memoria collettiva  che forse le neuroscienze potranno indagare? Anche col  loro Canto e di Poesia? o forse è meglio che questo mistero permanga a suscitare pensiero creativo di ispirazione sempiterna? un eterno femminino?

La domanda è aperta. A ciascuno, qui presente, la sua proiezione-identificazione







venerdì 13 settembre 2019


Le sirene.
            Forse più dei leoni e delle aquile, più degli elefanti e dei serpenti, tutti animali che popolano la nostra cultura con l’inesauribile ricchezza della loro trasfigurata simbologia; più delle balene, che navigano misteriose fra le pagine di libri splendidi come Moby Dick di Mellville; forse più di ogni altro animale reale, sono le fantastiche sirene che più profondamente hanno affascinato nei millenni la mente umana.
Le sirene sono giunte a noi come entità femminili del mare, che seducevano  il navigante col canto e lo  distoglievano  dalla giusta rotta. Fra tutte le raffigurazioni che la nostra immaginazione ha potuto concepire dell’ambiente naturale più vasto e inquietante che ci circonda, questa è certo una delle più potenti e diffuse. Ne è popolato il vasellame di tutto il Mediterraneo, le loro forme appaiono dovunque nei bassorilievi, nelle sculture… Basti pensare che nell’Odissea Omero ne ha lasciato una raffigurazione essenziale  in appena pochi versi, ma che sono rimasti incisi per sempre e  in modo indelebile nella tradizione folclorica, letteraria, artistica. E’ vero che la stessa fortuna non hanno avuto testi letterari in cui le misteriose e terribili figure – magari diversamente  rappresentate - pure compaiono, come le Argonautiche di Apollonio, uno dei più antichi di argomento marino. Ma questo non vuol dire che nell'insieme,  la tradizione non appaia complessa e vasta.[1]  E che  si tratti di un mito dal nucleo inossidabile, in grado di esercitare ancora oggi tutto il suo fascino lo prova perfino  uno dei più fortunati film della produzione Walt Disney, La sirenetta.

 Ibridi.
            Spesso – nella tradizione marinaresca - ci si imbatte nella fiducia che un mito così diffuso debba necessariamente discendere da esperienze vissute, condivise, in certo confermate dall’esperienza concreta… E così non senza compiacimento  si ipotizza che all’origine di questo racconto vi sia stato un vero animale marino, un mammifero ormai scomparso, o quasi, nel Mediterraneo: la foca monaca. I pescatori e i marinai per millenni avrebbero fantasticato sulla presenza di simili miti creature (le cui femmine sono dotate di mammelle) su scogli sperduti nel mare o anche lungo le coste inaccessibili. La loro apparizione non era infatti infrequente prima che i traffici marittimi e gli inquinamenti ne riducessero la popolazione complessiva forse a poche unità. Stefano D’Arrigo in Horcynus Orca (un poderoso romanzo di argomento   marino di qualche lustro fa) vi alludeva direttamente: “ ma ve la figurate a sirena sta iattamammona? Ve la figurate che fa impazzire gli uomini con le sue beltà? E dove le ha ste beltà? Dove se le tiene nascoste? E i galleggianti dove li ha? Dov’è minnuta?  E la capigliatura lunga, riccia e bruna? E il biancore di pelle come di latte eh?.. “
E analogamente all’origine delle stesse credenze in altri mari saranno stati altri mammiferi come i dugonghidi – diffusi un tempo nell’oceano indiano, in Australia, nel golfo Persico, nel mar Rosso… O i lamantini, presenti dalle coste d’Africa all’Amazzonia, dalla Florida ai Carabi. C’è stato nei secoli passati un gran fiorire di studi e osservazioni su questi animali, un ripensare estenuante a certe loro affinità con gli esseri umani, fonte di ogni fantasia e supposizione. Lo stesso Jules Michelet, nel suo libro del 1861 sul mare, con mente razionale ma con gli strumenti scientifici limitati del tempo, aveva cercato di indagare le ragioni evoluzionistiche di tali animali, da sempre oggetto di attenzione da parte dell’uomo, ma soprattutto di crudeltà tali da arrivare di fatto al loro sterminio.
Da tutto questo retroterra culturale, sono scaturite le sirene. Archetipi affascinanti e inquietanti di ibrido, le  sirene sono state a lungo raffigurate per metà donne e  per metà uccelli. Solo in  età tarda saranno per metà pesci. Ma la fede nella loro esistenza non è stata indiscussa… Nel suo fervore di grande razionalista, Lucrezio  negava  che potessero esistere creature (non diversamente dai centauri) formate da  membra fra  lori  discordi, membra che non crescono parimenti né decadono  insieme nella vecchiezza, né possono amare nello stesso modo, e che nemmeno possono cibarsi delle stesse sostanze. Addirittura, Virgilio  nell' Eneide  ne evitava la rappresentazione,  lasciandoci solo intravedere i loro scogli disseminati di resti umani,  forse accogliendo  la tradizione che le voleva morte suicide dopo il passaggio di Ulisse.  Al pio Enea fu risparmiato dunque il confronto immondo con quei mostri.
Forse  proprio la loro enigmatica natura mista le ha  fatte giungere fino  a  noi : portano  con  sé -  nell'ibridismo - l'ambivalenza,  la polarità, la doppiezza, dimensioni a  cui l'arte  e  la  poesia moderna  si  sono aperte  largamente. Alberto Savinio scriveva a Ibsen a proposito di quelle  sue figure umane  dalla  testa  di cavallo :  in  queste  forme apparentemente  ibride  e  fondamentalmente  armoniose, vi è traccia dell’espressione del carattere umano più profondo e sacro. 

La bonaccia.
Qui vorremmo riflettere sugli originari aspetti marini  del mito, un’occasione per riflettere su aspetti profondi e forse poco evidenti, ma centrali del nostro rapporto culturale, contraddittorio e perfino a volte conflittuale, con l’ambiente del mare.
Nel racconto di Apollonio i marinai, spinti da  una  vivace brezza,  incontrano le sirene. Non c'è per loro il  pericolo di restare  fermi  nella bonaccia ad  ascoltarle,  il loro richiamo semmai può indurre ad abbandonare  la  nave  per unirsi a loro. Come fa il giovane Bute, il più sfortunato di tutti,  che  si tuffa in mare, ma che tuttavia è salvato  da Afrodite e fonderà con lei Lilibeo.  In  Omero  invece la brezza non c'è : i marinai di Ulisse devono far  forza  sui  remi  con  grande   volontà per allontanarsi dalla  zona dove le sirene estendono  la  loro pericolosa  influenza.  Quella  zona  di mare  è  infatti caratterizzata  dalla bonaccia. Non c'è un alito  di  vento, l'unico modo per non arrestare la corsa è remare. Questa diversa situazione  raffigurata nell'Odissea, pare essere risultata la  più suggestiva, quella che più ha influenzato la tradizione : le sirene, variante di  demoni   meridiani, compaiono in  una bonaccia nociva e paralizzante,  nel momento della canicola, dei raggi a perpendicolo (si ricordi che  il sole ammorbidisce la cera con cui Ulisse si tura le orecchie).  Nella tradizione letteraria  - dalla Ballata del Vecchio marinaio di Coleridge ai drammi marini di O’ Neill al nostro Mario Tobino (L’angelo del Liponard è fra i più bei racconti italiani di ambiente marino) - la bonaccia, si sa, è  considerata un grande pericolo  per i naviganti, pericolo talvolta anche maggiore della tempesta. In mezzo  al  mare, l'inazione,  la stasi, il ristagno di ogni forza contagiano la   nave :  sopravviene  il torpore,  la pesantezza, lo stordimento. E quindi la perdizione, la  morte. 
Fra i recenti romanzi contemporanei che giocano  proprio su questi temi, vi è La stiva e l’abisso di Michele Mari (Milano Bompiani 1992). In una estenuante bonaccia un galeone spagnolo  è immobile nell’oceano… Lo sfacelo del corpo tiene immobile il capitano. Ma un analogo sfacelo corrompe la nave. Il confine fra la vita umana di bordo e la vita inquietante e misteriosa del mare  si fa labile, la vita del mare comincia ad occupare la stessa stiva con la comparsa inspiegabile di creature sconosciute.
In  greco “bonaccia” si dice galène, e il termine indica il mare calmo, sereno, ma in senso traslato indica anche serenità d'animo. Però bonaccia si dice anche malakìa :  il senso di questa parola è un  po’ diverso,  la sua accezione  è  negativa :  si  estende  a mollezza,   effeminatezza, e  anche  a ignavia,   fino   a malattia. Il Vocabolario marino e militare del Padre Alberto Guglielmotti (Roma 1889), che raccoglie vari modi di dire per bonaccia, spiega il termine malaccia con “ requie spossata e nociva”. Insomma, lo sa chiunque vada per mare, ci  sono due diverse   calme   marine :  una  piacevole  e positiva, l'altra inquietante, corruttrice e pericolosa. Ora la  sirena è collegata indissolubilmente alla malakìa,  alla  calma pericolosa e mortale.

            Quanto alla parola che usiamo per indicare le sirene, seppure l’etimologia appaia incerta, le varie tracce paiono suggerire un significato omogeneo. Forse il termine viene dal greco seirà, che vuol dire legaccio, corda, laccio? C’è un verbo seirazein che vuol dire legare: ma un altro seirazein vuole per altro dire prosciugare, provocare siccità,  con riferimento ai pascoli. E si sa che il sole allo zenit pareva avesse l’identico potere del malocchio, di arrestare la corsa della nave quasi la legasse (ligatio navis). E’ anche possibile infatti che sirena venga da seirios, ardente, bruciante. Potrebbe esserci dietro il sanscrito surya, sole o anche bruciante e insopportabile siccità, con riferimento in tal caso al sole zenitale, cioè proprio a quell’ora meridiana in cui le sirene si manifestavano. Ma, come qualcuno ha proposto, sirena può forse venire semplicemente dalla stella Sirio, costellazione della canicola. Ma di nuovo siamo rimandati allo stesso campo semantico, si rimane insomma nello stesso ambito di significazione, di caratterizzazione: Sirio - ricordava Roger Caillois nei suoi studi giovanili sui demoni meridiani[2] - portava con sé un’atmosfera perniciosa capace di corrompere la carne ancora attaccata alle ossa, facendo marcire i corpi nella terra. Sirio è l’astro più brillante di tutti, che rende le donne lascive, spossa le energie degli uomini. Per contro la siriasi - infiammazione per troppo caldo - equivale all’assideramento dovuto alle basse temperature nel senso che presenta gli stessi sintomi psicofisici caratteristici della canicola : spossatezza, sonnolenza, apatia. Che sono poi di nuovo gli stessi effetti ipnotici e fatali che la tradizione mitica attribuisce al canto delle sirene. E’ stato infatti anche notato che sia nelle nebbie che nella bonaccia marine si hanno gli stessi fenomeni psichici dello smarrimento sulla neve e sui ghiacci, quali perdita di sicurezza, di orientamento, di riferimenti e di stimoli. Uno dei drammi marini di O’ Neill La pesca è ambientato tra i ghiacci dei mari nordici, e la vicenda che si svolge a bordo del peschereccio avrebbe senz’altro potuto avere come sfondo la bonaccia dei mari caldi...

Le conferme letterarie non mancano. Già Claudiano  (IV sec. d.c.) ha scritto : "Sulle carene  delle  navi (le sirene) fermavano l'aria avvolgente mentre dalla  poppa  una voce colpiva  l'imbarcazione.  Né piaceva più  al navigante orientarsi  nel  sicuro cammino del ritorno.  Ma  non  c'era dolore, la stessa gioia dava la morte."  E Marziale "Sirene, pena ilare dei naviganti, morte soave, godimento crudele." Pavese  in uno  dei dialoghi con Leucò, fa  dire  a  Saffo parole perfette sull'angoscia e il desiderio dell'annullarsi  nel mare :  "Ma  tu lo senti  questo tedio,  quest’inquietudine marina ?  qui tutto macera a ribolle senza posa..."

Ma le sirene sono per più aspetti legati alla morte : esseri meridiani, rappresentano anche i defunti. Alcuni  commentatori (Georg Weicker) insistevano sul fatto che  nell'episodio omerico, il nucleo  portante  fosse  il vampirismo  animistico, secondo una  tradizione  che   si sarebbe  smarrita.  Ebbene, in Coleridge (e anche  in altri moderni) proprio questa tradizione è ripresa : l'antico marinaio assetato per la bonaccia, beve il suo stesso sangue per  rinfrescarsi la bocca. In una leggenda tedesca tutti a bordo  stanno morendo, per una bonaccia terribile, di sete  e fame.  E il pilota propone che si uccida il mozzo per  berne il sangue... (sangue e acqua di mare, si sa, si equivalgono, perfino biologicamente, e nella bonaccia  il  mare  diviene sangue).  Per non  dire della  tradizione   di racconti  di naufraghi alla deriva, che si nutrono  di carne umana,  coma  la vicenda famosa della Medusa,  o quella  della baleniera Essex.
Le acque  in cui le sirene esercitano il  loro  pericoloso richiamo,  sono dunque con certezza la acqua  calme,  molli,  corrotte e corruttrici,  quelle della bonaccia : della malakìa. Chi  cede, chi non fa forza sui remi, chi si lascia andare al torpore, all'inazione,  allo  stordimento, finisce sugli  scogli. E il suo corpo vampirizzato è destinato a corrompersi, a marcire, ad andare in putrefazione. Benché si possa affacciarne  solo l'ipotesi   suggestiva,  tali  connotazioni  propongono   un argomento dei meno studiati, quello dei morti  annegati,  i cui corpi  marciscono sulle rive. In certe  tradizioni,  i corpi degli annegati  vengono trafitti  al  cuore  con  un paletto  di legno, e  sepolti  in  terra  non  consacrata : trattati cioè proprio come vampiri.
Che anche attraverso l'accenno al vampirismo riaffiori  nel mito un aspetto  di mortale  attrazione   sessuale,   non sorprende. Le sirene hanno forma femminile, seducono l'uomo e lo portano alla rovina, eccitandone un lussuria che non soddisfano, per  alcuni commentatori  perché non avrebbero nemmeno l'apparato  sessuale idoneo (viene in mente la ricca tradizione che vuole identificare nelle sirene le foche monache o altri mammiferi marini). Le conferme nella cultura moderna sono infinite.
Nel bellissimo racconto Lighea, Giuseppe Tomasi di Lampedusa racconta di un govane che isolatosi su una sperduta spiaggia siciliana per studiare, entra dopo molti giorni di vita solo a contatto col sole, col mare e col silenzio, in relazione con una bellissima sirena, che gli consente di assaporare l‘amore che solo i divini possono sperimentare. Da Lighea il giovane riceverà anche la conoscenza della lingua classica tanto da diventare il più grande studioso di antichità. Ma per tutta la sua vita egli non potrà più avvicinare altra donna mortale, avendo conosciuto qualcosa che non è paragonabile a nient’altro. Se Lighea nei giorni assolati del loro amore giovanile gli aveva offerto di raggiungerla negli abissi e godere con lei delle gioie infinite dell’immortalità, il professore ha preferito invece svolgere tutta la sua vita umana sulla terra, anche privo di quell’unico grande privilegio che è l’amore di una divinità. Ma arrivato alla vecchiezza, dopo aver confidato a un giovane interlocutore la sua vicenda, decide di dare infine addio alla banale e dolorosa, insoddisfacente vita umana per tuffarsi dal parapetto della nave e raggiungere fra i flutti l’amore giovanile nella sua intatta eterna perfezione acquatica.

 Solitudine del comandante.

L'episodio omerico di Ulisse mantiene un grande fascino per la solitudine  del comandante,  legato  per  suo   volere all'albero. La sua diversità dai marinai è anche in quel suo voler sperimentare  la voce delle sirene, tuttavia impedendosi a priori di restarne  vittima.  Sia  nei drammi marini  di O’ Neill che nell’ Angelo  del  Liponard di Tobino, come  in tanti analoghi testi  straordinari di Conrad, ma anche nel passi ovidiani di Bacco e i pirati, il capitano è l’essere solitario e superiore, figura sacra investita di potere religioso : la sua importanza  a bordo, il suo ruolo insostituibile lo rendono colui che più drammaticamente deve contrastare, con   la  sua  volontà  ferrea, le tentazioni. E’ evidente che la  tematica  si è sviluppata nella cultura cristiana con caratteri propri. In genere, tuttavia, egli deve essere casto,  non cedere  al richiamo   della   sirena dell'amore. Paura della sirena sarà allora anche  paura di perdersi, di tradire   e di  abbandonare, di  trasformarsi.  Per questo nell'episodio di Bacco nelle Metamorfosi ovidiane i marinai si  trasformano in delfini. Interessante anche la metamorfosi descritta  da Ovidio della ninfa Ciane, talora ritenuta una sirena. Ovidio descrive  il disfarsi del corpo di Ciane : la sua  membra  si fanno molli, le ossa diventano pieghevoli, le unghie perdono durezza, al  posto del sangue entra l'acqua, tutti si  sfa,  diviene inafferrabile. Ogni sostanza si trasforma  in  acqua  passando  per la corruzione a il disfacimento del corpo.
Ma  a  differenza della ninfe, delle nereidi  o  di  altre figure femminili dell'acqua e del mare, le sirene sono  donne-uccello, appollaiate su scogli marini.  la coda  di  pesce verrà più  tardi,  Da  Omero ai cristiani  le  sirene sono donne-uccello come le  sfingi.  E come queste hanno relazione con la  sapienza. La sfinge  che propone a Edipo il suo enigma, saggia il potere conoscitivo dei  passanti. E infatti Edipo è “colui che sa”.  La sfinge rende succubi coloro che non hanno intelligenza sufficiente, dà  loro la morte, addirittura vi è collegato anche (come  si vede nelle raffigurazioni) un dominio sessuale. La  stessa  cosa avviene per le sirene da Omero in poi.  In particolare per gli antichi greci (così scriveva Ateneo  nel II-III  sec.) la vera sapienza era connessa alla  musica. Il canto straordinario  seducente e ammaliatore delle sirene,  la situazione di pericolo che si determina nelle loro acque,  è un enigma, e solo chi è intelligente come Ulisse, l'astuto per eccellenza,  si salva. Ma quale  fosse l'enigma  delle “dotte” sirene (proprio così  le chiama  anche  Ovidio),  in  cosa consistesse davvero il  loro straordinario canto, è rimasto  un mistero :  quesito ritornante nella tradizione, rimasto senza risposta.

           
                                               Lorenzo Greco




[1] Ne fornisce un ampio quadro il lavoro di Meri Lao Le sirene (da Omero ai pompieri), Rotundo editore, Roma 1985.


[2] Roger Caillois I demoni meridiani, edizione italiana (che è anche la prima edizione in volume) a cura di Carlo Ossola, Bollati Boringhieri, Torino 1988.




mercoledì 4 settembre 2019


ORIZZONTI VERTICALI- Generazioni a confronto

renzia.dinca

San Gimignano (Siena)


Settima edizione del festival Orizzonti Verticali, diretto da Tuccio Guicciardini e Patrizia de Bari nello splendore della città di  San Gimignano : Connessioni creative  tra passato e futuro. Questo il sottotitolo del festival. Un programma ricco di proposte con “una mutevole e caotica contemporaneità che ci regalerà diversi spunti di riflessione e di visioni sul mondo e della giusta collocazione dell'uomo nella moltitudine”-si legge nel Programma. Settima edizione per cinque giorni fra teatro, danza, performance e incontri tra pubblico artisti e critici, che vale e conferma la proposta e l’offerta creativa e ricettiva di Orizzonti Verticali. Infatti la location del Festival multidisciplinare a San Gimignano, città cardine fra Firenze e Siena per la bellezza paesaggistica così apprezzata da inglesi, tedeschi e americani che nello Chianti Shire hanno trovato seconda cittadinanza, è quanto di più valorizzato a livello culturale ed artistico in questa  nuova edizione 2019.  Il Progetto è nato nel 2013, fondato da Roberto Guicciardini. E’ stato curato dalla Compagnia Giardino Chiuso e dalla formidabile Fondazione Fabbrica Europa (già per il quarto anno consecutivo), che ha avuto in cantiere a Firenze progetti e compagnie internazionali  presso lo spazio della Leopolda.  Quello di Orizzonti Verticali  è un ricco programma con alcune Prime regionali ideato dentro uno spazio straordinario: le Torri della città che fra Firenze e Siena gode di uno spazio ideale per performance estive: basta sollevare lo sguardo e trovare i nessi fra ciò che da spettatori itineranti viviamo nelle piazze in presa diretta con le Compagnie in azione performativa o semplicemente di coordinamento organizzativo, nelle viuzze medievali, nei bistrot, nelle dimore storiche  che sanno di storia della Toscana, dalla più aristocratica e insieme  verace, dove si respira fra passato e presente un’aria da flusso di coscienza  tra medioevo e Rinascimento italiano. Ricco il parterre della danza: con Roberto Doveri e Nuovo Balletto di Toscana in Animanimale.  Ma anche Teatro d'autore  con Luca Scarlini in La penna e la spada e  con  Teatro Koreja in La Ragione del Terrore di Michele Santeramo per la regia di  Salvatore Tramacere, con Michele Cipriani e Maria Rosaria Ponzetta. E poi Silvia Battaglia/Bianca teatro in anteprima nazionale con Ballata per Minotauro. Ancora Danza d'autrice con la straordinaria Francesca Zaccaria  in prima regionale ( Zaccaria è in quota artisti di ALDES di Roberto Castello, già vista in primo step a Porcari a Lucca nello spazio  SPAM)  con: Carnet erotico. Un lavoro che avrà sviluppi significativi nella ricerca della danzatrice: è una summa di tecnica e immaginario femminile transnazionale con sguardo privilegiato da artista, coreografa e intellettuale sul pensiero orientale buddista.
La Compagnia Giardino Chiuso, già fondatrice del Festival, ha presentato in anteprima nazionale dentro il Palazzo della Propositura L'imputato non è colpevole, con la regia di Tuccio Guicciardini. Liberamente ispirato agli atti del processo Talaat Pascià, il lavoro presenta uno studio minimalista  in solo parlato, sul processo a carico di un giovane la cui storia personale e famigliare è apparentemente inattuale. Talaat Pascia, dopo una strage degli Armeni avvenuta nel 1921 (in Italia a Livorno nasceva il Partito Comunista ad opera di Antonio Gramsci), è il ministro turco. Il giovane  studente chiamato dalla sua cella in giudizio è un assassino comune o politico? la sua intera famiglia, secondo dichiarazioni rilasciate al Giudice, dalla madre alla sorella e fratelli, è stata sterminata. Ha visto violenze, stupri. Lui è il solo testimone. Cerca vendetta? sarà dichiarato non colpevole? molto bravi, in assenza completa di scenografia dove il pubblico è stato schierato sulle quattro pareti della sala del Palazzo della Propositura coi due personaggi schierati  l’un di fronte all’altro, i due attori  Sebastiano Geronimo e Bob Marchese nel ruolo del Giudice. Un lavoro che avrà sicuramente grandi possibilità di sviluppo. La tematica è quella dei genocidi  sul popolo curdo. solo curdo? uscendo col nodo alla gola dal bel Palazzo, su una Piazza Duomo dalla fenomenale bellezza (per citare Gianna Nannini che è di quelle parti), tante emozioni e riflessioni sulla Storia.  quella che si ripete.  La stessa sera  abbiamo visto  in spettacolo itinerante Juliette on the road liberamente tratto da Romeo e Giulietta di Cie Twain Phisical Dance Theatre con regia, testi e drammaturgia di Loredana Parrella e Aleksandros Memetaj.  una bella performance fra  Piazza Duomo, Piazza delle Erbe  e la Rocca di Montestaffoli (sempre San Gimignano ma solo in salita delle stradette). con azioni e testi (peccato non comprensibili per un pubblico in cerca di comprensione dei vari materiali e malgrado le casse ). ma poi, forse in pieno choc da bellezza che neanche il francese Marie-Henri Beyle vedi Stendhal  proviamo a chiederci: e chi è questa Giulietta? questa adolescente di 12-14 anni  che scappa. da chi? da cosa? tante corde, proprio corde intrecciate- i nodi ? come materiali di lavoro del gruppo in performance, fra Lei e i suoi alter ego. tanti legami nella sua vita di corsa. on the road. come i poeti americani anni Settanta.  Forse.  Forse dentro una morsa di controfigure sia maschili che femminili in azione,  che si ritroveranno assieme a lei, on the road, appunto, in uno spazio, quello in alto,  su vista alle tante torri abbattute, secoli fa, sulla rocca di San Gimignano. Uno spazio un  po giardino dei Ciliegi. un po Orto degli  Olivi,  quello del tradimento a  Cristo.



 Festival ORIZZONTI VERTICALI 

Arti sceniche in cantiere -VII edizione

Ministero dei Beni e delle Attività culturali/Regione Toscana/Comune San Gimignano /Siena)

 Visto a  San Gimignano ( Siena) 6 Luglio 2019

lunedì 29 luglio 2019

e invece Giacomo  Leopardi?
Con Luigi Blasucci 
 passeggiando su acquedotto mediceo?

lunedì 29 aprile 2019


L'Eccidio un oratorio a tre voci

renzia.dinca

Fucecchio (Firenze)

L'Eccidio è tratto da un' inchiesta del giornalista  de Il Tirreno Riccardo Cardellicchio L'estate del '44 sull'eccidio dei tedeschi in ritirata nel Padule di Fucecchio (23 agosto, 174 vittime civili: donne, anziani e molti bambini), adattato per la scena da Andrea Mancini, professore universitario, studioso di Teatro, oggi direttore artistico del Festival del Teatro Romano di Volterra. Il lavoro è tornato sulle assi del Nuovo Teatro Pacini di Fucecchio in Prima nazionale per la regia di Enrico Falaschi (che ne è recente direttore artistico) dopo due diverse edizioni, la prima nel 1993 e poi nel 2002.  Nella prima edizione, dopo il successo  di repliche dello spettacolo, nacque il Teatrino dei Fondi. Il lavoro era stato pubblicato nel 1994 da Titivillus (Teatrino dei Fondi/Titivillus Mostre Editoria), e ripubblicato quest'anno per lo stesso Editore (Premio ANCT 2012 e UBU 2016 per l'Editoria teatrale). La strage di civili del Padule di Fucecchio, una zona di boschi e aree paludose al confine fra le province di Pistoia e Firenze, ha colpito le popolazioni dei Comuni di Fucecchio, Monsummano Terme, Larciano, Ponte Buggianese, Cerreto Guidi. Là si erano insediati molti sfollati, sfuggiti per riparare lontano dai centri abitati, a causa dei bombardamenti e rastrellamenti da parte delle SS. Sui territori toscani (come in quelli del Nord Italia dove la Resistenza ai confini con l'Austria è durata 22 mesi e fin dopo il 25 aprile '45), si stavano coalizzando cellule di organizzazione armata confluite nelle diverse realtà dei Gruppi partigiani in sostegno degli Anglo-Americani. Insomma lo scenario in cui si affaccia la narrazione de L'Eccidio,  è quello di un'Italia in piena guerra civile come ci riportano le fonti storiografiche più accreditate del post dopoguerra (cit. Claudio Pavone). Nella zona del Padule: con le 174 vittime per la ferocia delle truppe tedesche in ritirata mentre si stava organizzando la Linea Gotica che percorreva l'Appennino centrale e riorganizzando la controffensiva dopo la tragedia dell'Otto settembre '43. rievoca-di pochi giorni dell'agosto'44, quella di Sant'Anna di Stazzema, piccolo borgo ai piedi delle Apuane che guardano alla Versilia.

Il nuovo lavoro di Enrico Falaschi mette in scena tre giovani attori Alberto Ierardi (il narratore), Marta Paganelli (la donna) e Giorgio Vierda (il poeta).  Nelle  rispettive vesti i tre protagonisti, provano a scolpire in scena in un narrazione  realistica, un testo forse datato ma di assoluta contemporaneità che avrebbe davvero bisogno di essere diffuso fra gli studenti dai banchi dei più piccoli ai più grandi. “(...) oggi, tre quarti di secolo dopo l'Eccidio, crediamo sia ancora più importante rinnovare l'impegno nel conservare e diffondere la memoria di quei tragici fatti del passato (...)- dalle Note di regia Enrico Falaschi”. Disposti su una scenografia minimalista  creata da moltissimi cubi, rigorosamente bianchi, i tre protagonisti si lanciano in una narrazione che fa del Not in my name il suo sapore. Poi sulla scena si costruisce , proprio sulla testualità (dormi sepolto in un campo di grano- i tulipani-il rosso fiore sboccioso). Molto interessante il lavoro di Alessio Trillini.

L'Eccidio di Riccardo Cardellicchio

adattamento teatrale di Andrea Mancini

con Alberto Ierardi, Marta Paganelli e Giorgio Vierda

regia  Enrico Falaschi


disegno dal vivo Alessio Trillini

scenografie Angelo Italiano e Marco Sacchetti

luce Nicolas Baggi

costumi Chiara Fontanella

Produzione Teatrino dei Fondi con il sostegno di Regione Toscana Mibac, Città Metropolitana di Firenze, Comune di Fucecchio, Fondazione CR Firenze, UniCoopFirenze

PRIMA NAZIONALE


Visto a Fucecchio-Nuovo Teatro Pacini, il 13 aprile 2019



venerdì 12 aprile 2019


I PROMESSI SPOSI ALLA PROVA

renzia.dinca


Pontedera (Pisa)

Un lavoro di largo respiro adatto ad un pubblico di studenti e di appassionati di classici di diverse età: chi non conosce I Promessi sposi per il programma di  studi delle Scuole superiori? Il romanzo, rivisto e riscritto in forma di drammaturgia dalla penna di Giovanni Testori intitolato: I Promessi sposi alla prova, andò in scena a Milano al Franco Parenti  nel 1984 con lo stesso Franco Parenti in scena, a cui ha fatto seguito una ripresa nel 1994 sempre per la regia di Andrée Ruth Shammah. A distanza di oltre trent'anni  dal debutto, il testo e la messinscena si rivelano ancora una volta un piccolo capolavoro di senso per la restituzione di personaggi, umori, ambientazioni di quel classico dei classici firmato da Alessandro Manzoni, un gigante della letteratura italiana, che ben seppe descrivere i caratteri antropologici degli italiani (nel senso di Italia intesa come “espressione geografica”), con sullo sfondo la Grande Storia ovvero il Seicento nel lombardo-veneto.   Il lavoro è stato  in Prima  nazionale a Pontedera – Teatro Era e alla Pergola (Teatro Nazionale) con un cast di tutto rispetto, a cominciare da Luca Lazzareschi (in vari ruoli, fra cui quello di una potente interpretazione di sola vocalità microfonata de l'Innominato) con Laura Marinoni in una toccante e sofferta Gertrude -Monaca di Monza che esce da una botola del palcoscenico vestita in gramaglie; Carlina Torta (Agnese), Laura Pasetti (Perpetua) e i giovanissimi allievi della Scuola Orazio Costa ( iNuovi) del Teatro della Pergola fiorentino, a cui sono affidati i ruoli di Renzo (Filippo Lai), Lucia (Laura Pons), don Rodrigo (Sebastiano Spada).  Ruth Shammah ci propone una regia spigliata e scoppiettante. Soprattutto se teniamo conto della riedizione di un già classico di oltre trent'anni or sono e del fatto che lo spettatore è sottoposto ad un tour de force di oltre tre ore con breve pausa verso il finale.  Ma evidentemente l'alchimia di un Teatro di parola, un cast di forza espressiva e una direzione che crede nei propri valori di poetica  sia drammaturgica che di trasmissione di senso, restituisce al pubblico l'operazione dei Promessi, appunto alla Prova (teatrale) come compare nella scrittura scenica di Testori, assai godibile e con un messaggio in bottiglia per un  rinnovato impegno civile affidato a chi lavora con passione fra generazioni diverse dentro il mondo complicato attuale della scena.


PRIMA NAZIONALE

di Giovanni Testori

regia Andrée Ruth Shammah

scena Gianmaurizio Fercioni

musiche Michele Tadini e Paolo Ciarchi

con Luca Lazzareschi, Laura Marinoni, Filippo Lai - iNuovi, Laura Pasetti, Nina Pons, Sebastiano Spada-iNuovi e la partecipazione di Carlina Torta

Produzione Teatro Franco Parenti e Fondazione Teatro della Toscana
con il sostegno dell'Associazione Giovanni Testori

Visto a Pontedera (Pisa), il 10 Marzo 2019

sabato 9 marzo 2019

DEFLORIAN/TAGLIARINI in QUASI NIENTE

renzia.dinca


PRATO. Da anni il Teatro italiano si era un po' lasciato alle spalle il confronto regista-attori rispetto a trame d’autore che si affacciassero sulla contemporaneità del mondo piccolo borghese. Questa mancanza di interesse potrebbe essere stata causata dal fatto che ad un certo punto della Storia individuale e collettiva recente la dimensione sempre connessa, superinformata della società globalizzata aveva saturato con la cronaca di fatti in sovraesposizione abituandoci al bombardamento mediatico alle prese con PIL e oscillazioni delle Borse al rialzo. Frastornati dal fare euforico, da promesse di magnifiche sorti e progressive, da qualche decennio a questa parte siamo stati avvezzi a subire qualsiasi narrazione o fake news fra bollettini dei mercati e Isole dei Famosi senza ricorrere ai dovuti filtri, senza possibilità del giusto distacco.  Nei tempi in cui la società del ben-essere a tutti i costi ha superato la china (e ne sono evidenti gli scricchiolii politico-sociali vedi gilet jaunes, dove un giovane filosofo come Diego Fusaro ce lo insegna in TV mattina, pomeridiana e in web, mentre Latouche, con la sua teoria sulla decrescita felice, è già un signore ottantenne), si comincia ad interrogarsi su: vivere è bello?, ecco che Quasi niente il nuovo lavoro di Deflorian/Tagliarini, mette le carte in tavola quasi a presentare il conto dell’ubriacatura di promessa felicità concessa a (quasi) tutti e lo fa  denunciando un malessere interpersonale da tinello per  effetto rebound  in una cornice di plot minimalista dal sapore no radical no chic. Il lavoro è una sorta di autodenuncia-specchio intergenerazionale. E’questo, in sintesi Quasi niente di Deflorian e Tagliarini. Tre generazioni di donne e due di uomini dai sessanta ai trenta, persone con storie autonarrate, le loro, normali, che non hanno mai avuto a che vedere con la Guerra finita nel 45 del Secolo scorso e nemmeno hanno patito scontri identitari (femminismo) o edipico-sociali come il coming out dell’essere gay, tantomeno la genitorialità o problemi amorosi di cui qui non vi è traccia. Le storie a mosaico dei cinque protagonisti (Daria Deflorian, Monica Piseddu, Francesca Cuttica, Benno Steinneger e Antonio Tagliarini), sono intervallate in un narrato hic et nunc da questi cinque personaggi in scena tutti super adulti con le loro autobiografie-schegge di vissuti e segnalano disagi e malesseri psicofisici. Sembra uno schiaffo all’incontrario di quell’épater le bourgeois di sessantottina memoria. Qui non appare niente di ideologico. L’esposizione è esibita con educazione quasi pudibonda da salotto borghese, svelato da sedute su una poltrona rossa per le donne (pochi gli arredi di scena, un comò, un armadio anonimo da Signorina Felicita di gozzaniana memoria). Una poltrona da flusso di coscienza che però non riporta indietro a Freud ma accenna rispetto la mise en abime della scena, all’occhio acutissimo di Francesco Orlando de Gli oggetti desueti nelle immagini della Letteratura. Parte una provocazione rispetto al pubblico voyeur. uno specchio- appunto, franto: noi e voi. perché noi siamo voi, voi sprofondati nelle vostre poltroncine di spettatori teatrali colti e borghesi. Una sfida dichiarata a cui nessuno peraltro, crede. almeno noi pubblico un pò anche bue. Sono cinque i personaggi in scena: tre donne di diverse generazioni in realtà la stessa Donna-una Monica Vitti (Giuliana) Monica Piseddu strepitosa, presa a prestito e pretesto dal film Deserto Rosso (1964) di Michelangelo Antonioni (il regista icona sessantottina dell’eterno tema secondo-Novecentesco della incomunicabilità fra i sessi) e due uomini. Le tre donne sono Giuliana, la quarantenne Monica Piseddu che supera sé stessa ad ogni nuova sua apparizione sulla scena, Daria Deflorian, la quasi sessantenne (sua alter ego) e la trentenne Francesca Cuttica, che canta con una voce sommessa molto molto calda ed incisiva. Sulla scena niente accade o quasi niente. Una fotografia dell’attuale status della piccola borghesia occidentale europea?
L’incipit afferra subito lo spettatore Giuliana-Monica Piseddu: che cosa devono guardare i miei occhi? Un racconto dove manca la trama. Mi fanno male i capelli. Frasi estrapolate dal film. Ma in scena niente di cinematografico. Piseddu si appalesa un po' dimessa, un po' signora nei segni di abito e scarpe col tacco giusto. In avanscena accende una radiolina anni Cinquanta da cui esce in loop una musica orecchiabile (in TV in questi ultimi mesi utilizzata a commento sonoro di una nota pubblicità di catena internazionale di intimo).
Ma qui, in questo Quasi niente, citando Mark Fisher prestato a sua volta come in Deserto Rosso il personaggio di Giuliana in uno dei monologhi di Deflorian, siamo ben oltre l’incomunicabilità dei sessi. Siamo oltre l’Uomo. forse in una zona senza speranza dejà vu quella dei tempi di Robert Walser. Quella dell’ultimo Nietzsche?

Cinque monologhi ad intreccio su microtrame sottili, cinque narrazioni di storie di vita dove non si trova il bandolo della matassa, il senso della propria storia ed esistenza. Non vi è nulla di tragico, non vi è cenno a sotto-testi di vizi o segreti inenarrabili. Aleggia tanta stanchezza e forse il dubbio che il Sistema o Pensiero Unico ci abbia rubato la passione, il desiderio di lacaniano intuito. quello che i Greci chiamavano Penia.


QUASI NIENTE Un progetto di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, liberamente ispirato al film Deserto rosso di Michelangelo Antonioni

collaborazione artistica Francesco Alberici

con Francesca Cuttica, Daria Deflorian, Monica Piseddu, Benno 

lunedì 18 febbraio 2019


CENERI

renzia.dinca


Firenze. Un lavoro complesso e insieme leggero, visionario, ricchissimo di suggestioni visive e semantiche a livello antropologico e di tecniche di narrazione per lo spettacolo dal vivo questo CENERI, visto in prima nazionale al Teatro di Rifredi ( in programmazione coraggiosa di Angelo Savelli e Giancarlo Mordini), unica tappa italiana della Compagnia norvegese Plexus polaire ideato dall'artista Yngvild Aspeli. In effetti è raro poter vedere nel nostro Paese spettacoli dove si intrecciano in un connubio poetico risolto e riconoscibile marionette e attori in carne ed ossa. I piani di lettura sono molteplici e tuttavia il risultato formale è davvero stupefacente per la maestria nell'uso di diverse tecniche e nella capacità di bypassare segni di letterarietà che hanno molto a che vedere con la tradizione nordica europea fin dal lascito dei fratelli Grimm (di cui Jacob è stato fondatore della filologia germanica). E forse non a caso CENERI è stato così apprezzato negli USA dove la penna di Stephen King ha creato dei capolavori horror trasposti in film passati alla leggenda del cinema. Ispirato al romanzo Prima del fuoco di Gaute Heivoll (da evento di cronaca, da cui è stato tratto il lungometraggio Pyromaniac), narra due storie parallele (in una sorta di mise en abime polarizzato, un gioco di specchi e di rimandi di coppie padre-figlio), quella di un aspirante scrittore-con l'attore seduto alla scrivania in boccascena intento a riportare sulla carta memorie della sua infanzia (proiettate in parola su fondale) e l'intreccio della sua storia personale- lui neonato, con quella di un altro personaggio, in un'altra famiglia, quella del giovane piromane proteso in una guerra dai forti sapori psicoanalitici nientemeno che col padre pompiere. Un classico edipico che oggi non piacerebbe certo, per esempio al lacaniano Recalcati, per il quale nel contemporaneo per lo meno quello italiano, sono i figli a reclamare un Padre assente (l'ambientazione di CENERI è in Norvegia, fine anni Settanta). Qui si assiste ad una rappresentazione fra l'onirico e l'allucinatorio (lo scrittore colleziona sotto la scrivania bottiglie di birra accanto al cestino della carta: principio di realtà?), in un susseguirsi di suggestioni visive e sonore (anche queste molto ben cadenzate per ritmi pause sottrazioni accelerazioni), sottratte al piano narrativo della cosiddetta realtà dell'apparenza, dove tutto è sul piano della certezza, quella del giorno, per penetrare nel regno della Notte e del buio. Il gioco del doppio si tramuta in proiezioni fra i due protagonisti-figli, i loro padri, le famiglie. Di fatto ed allargate nello spazio-tempo dove le vicende si svolgono. E qui il rimando a Ingmar Bergman non è certo irrituale (e poi c'è molto di giallistica scandinava in questo lavoro, poco letta in Italia). Pensiamo per esempio al romanzo autobiografico del regista svedese Lanterna magica. Quindi gli elementi del lavoro sono Fuoco e Cenere. Il fuoco distruttore, ma anche purificatore. Il Fuoco che arde dentro il cuore adolescente, dentro la repressione degli istinti. Dentro la ribellione ai Padri. E qui entra in gioco il doppio piano semantico, l'ambiguità, ulteriore stilema messo in campo dai tre attori-burattinai (nascosti dal buio del fondale muovono le fila narrative di pupazzi-marionette mosse da fili invisibili, prima piccoli- Figli, e nel finale a grandezza d'uomo- Padri Madri, Comunità). Ulteriore effetto suggestivo di forte compresenza simbolica (insieme alle casette di carta pre-testo-fienili bruciate- sospese nel vuoto del palco a fili invisibili), come il fumo delle sigarette dal giovane piromane e poi concesse come ultime sigarette dallo Scrittore al Padre morente cacciatore di alci (immagine quantomai straordinaria evocativa che ricorda Cappuccetto Rosso salvata dal cacciatore che taglia la pancia della Bestia). Chè il Lupo è direttamente in e sulla scena in brevi apparizioni liberatorie in una compartecipazione straordinaria a commento di una Storia dove nessuno parla ma tutto si svela e rivela. Per tecniche ed immagini. E tutto dal vivo.


PRIMA NAZIONALE

Compagnia Plexus Polaire ( Francia|Norvegia)
uno spettacolo di Yngvild Aspeli

attori e marionettisti Viktor Lukavski, Altor Sanz Juanes( in alternanza con Alice Chéné) e Andreu Martinez Costa
scenografie Charlotte Maurel e Gunhild Mathea Olaussen
musica Guro Moe Skumsens e Ane-Marthe Sorlie Holen
costumi Sylvia Denals
luci Xavier Lescat
video David Lejard-Ruffet

Visto a Firenze, Teatro di Rifredi, il 10 febbraio 2019

giovedì 24 gennaio 2019


Storia d'amore alla follia

renzia.dinca

Firenze. Un amore per il Teatro che percorre oltre quarant'anni di esperienze fra direzioni artistiche di lungo corso (da quella pilota  del Teatro- Ragazzi anni Settanta fino alla fondazione della Città del Teatro di Cascina, cittadina  fra  Pisa e Pontedera) e poi lo sbocco sul palco, da attore con la sua Compagnia Animali Celesti|Teatro d’arte civile. La linea, diritta, di Alessandro Garzella sembra essere questa. Una traiettoria insieme forte e tempestosa. Ma anche dolce. Perché così può essere la vita. Quella personale e quella pubblica di un intellettuale e artista a tutto tondo. In questo lavoro Storia d'amore alla follia, che vede anche il supporto della supervisione di Antonio Viganò ( Bolzano, Teatro della Ribalta) che col Teatro del disagio ha condiviso tutta una vita artistica e, di recente, riconoscimenti prestigiosi della critica quale il Premio speciale UBU 2018. Il lavoro visto al Teatro delle Spiagge a Firenze (con  la direzione artistica di Beatrice Visibelli e Nicola Zavagli ), uno spazio dove l'ospitalità di fenomenologie teatrali di confine è di casa, Alessandro Garzella è andato anche in scena dopo un non breve rodaggio su altre piazze fra cui Milano, in un lavoro interamente da lui scritto in veste di drammaturgo (da regista aveva firmato  e avuto altre occasioni di percorso). Oggi Garzella, anche attore in scena quindi, dopo sette anni di assenza dai circuiti della Toscana, emoziona. Un Lui e una Lei (Francesca Mainetti, molto brava), che fa da  Moglie Amante e/o forse Badante. Ruolo non facile, quello di Francesca, attrice bresciana che con La Città del Teatro ha avuto connessioni. Ma cosa accade in scena? la relazione possibile| impossibile fra i due.  e qui sta il busillis. cosa lega i due? Amore? un Amore che significa “prendersi cura” e se poi “prendersi cura è un'azione violenta- bisogna armarsi di un amore pieno di collera”?. In realtà Nel 2018 la Compagnia Animali Celesti/Teatro d’arte civile ha avuto la menzione speciale della Giuria MIGRARTI per il progetto di Festa della cittadinanza universale che si è s
volta a Viareggio  con la performance Il Sigillo, dentro il Cantiere delle differenze. L’idea è la consegna di un passaporto di apolide multiculturale.

Teatro delle Spiagge
Regia e drammaturgia Alessandro  Garzella

con Francesca  Mainetti e Alessandro Garzella

visto a Firenze,  Teatro delle Spiagge il  12 gennaio 2019