venerdì 31 luglio 2020
lunedì 13 luglio 2020
RUMORSCENA- COMPAGNIA DELLA FORTEZZA
Volterra (Pisa)
renzia.dinca
“Felice per l'avvio dei saggi archeologici per realizzare il Teatro Stabile in carcere”. Così dichiara l'Assessore alla Cultura del Comune di Volterra Dario Danti: sono orgoglioso di essere assessore alle culture in una città dove vogliamo realizzare il Teatro Stabile in Carcere. E continua: quando svolgevo il medesimo ruolo a Pisa, nel 2014, lanciammo con l’allora Assessora regionale Cristina Scaletti ,l’idea della Rete delle città per il Teatro Stabile nel Carcere di Volterra.
L'idea era stata rafforzata dalla presenza dell’allora Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, alla prima di Santo Genet al Teatro Verdi di Pisa. E fu importante l’incontro fra il Ministro e i detenuti-attori alla fine dello spettacolo. Da allora sono trascorsi ben sei anni. Di fatto oggi il finanziamento del Ministero di Grazia e Giustizia, ammonta a 1,2 milioni di euro, denari che dopo anni di attesa, potranno finalmente essere impiegati.
E così lunedì scorso(6 Luglio), sono iniziati i saggi archeologici per realizzare la struttura del Teatro Stabile in Carcere: un momento importante per la città di Volterra, ma anche per tutto il nostro Paese. Armando Punzo, regista e attore, artefice del progetto, insieme a Cinzia de Felice dell' associazione Carte Blanche, ne ha realizzato di fatto l'utopia. Punzo infatti da ben trent'anni dirige la Compagnia della Fortezza-Compagnia formata da detenuti dentro la Fortezza Medicea. La struttura adibita a carcere, è perfettamente incardinata fra le mura dell'architettura medievale della città di origine etrusca, che l'ha resa famosa, arricchendola di turismo internazionale anche grazie al Festival di teatro che si è tenuto per decenni nel mese di Luglio in concomitanza con l'esperienza dentro il Teatro in carcere. Il lavoro di Armando Punzo coi detenuti della Fortezza, è una esperienza artistica che ha fatto il giro del mondo: rientra ad ampio spettro negli studi della letteratura della Storia del Teatro, oggetto di studi, tesi di laurea ed esempio di buone pratiche di lavoro di riabilitazione delle persone incarcerate, secondo un recitato di articolo della nostra Costituzione, da decenni oggetto di salvaguardia da parte della Regione, che ha fatto del territorio toscano un presidio di attenzione e cura delle situazioni carcerarie.
La notizia- ufficiale, dell'inizio dei lavori, ha scatenato ire sui social. Su Facebook, dove l'ex Sindaco della città Marco Buselli, dal 2009 e fino al 2019 per due legislature alla guida del Comune in Piazza dei Priori, eletto con Lista civica appoggiata dalle Destre, esterna da cittadino volterrano la sua non contentezza rispetto alla realizzazione del Teatro Stabile in Carcere a Volterra. Nell'aprile 2019, dopo elezioni amministrative, l'attuale Giunta volterrana ha come Sindaco Giacomo Santi eletto in una Lista di centro sinistra dove Dario Danti ricopre il ruolo di Assessore alle Culture.
Scrive l'ex sindaco Marco Buselli sul suo profilo personale FB: Se avessi dovuto sceglier delle priorità su cui spendere energie sarebbe stato oggi come ieri (ma con l'emergenza ancor di più) Lavoro, Ospedale, Servizi e Strade(...) Probabilmente ho solo detto quello che molti pensano ed il mio non è neanche un pensiero di cui detengo l'esclusiva(...)
Non si fa attendere la risposta di Cinzia de Felice: Il Teatro sarà solo ed esclusivamente di proprietà del Ministero della Giustizia. Ogni lavoro o danneggiamento da riparare non potrà essere a carico della comunità (…) Tutte le carceri italiane sono dotate di sala teatrale (…) il carcere di Volterra pur essendo famoso nel mondo per l'attività teatrale è uno dei pochissimi che non ne è dotato. Si è quindi osteggiata strumentalmente per anni una questione normalissima solo perchè collegata alla nostra esperienza. E prosegue: si getta pubblicamente discredito su chi lavora e opera seriamente(...) facendo arrivare fondi sul territorio e creando lavoro facendo girare la voce orribile e offensiva “che si rubano soldi pubblici”. Questa polemica -sostiene de Felice, è strumentalizzata in chiave politica in una fase in cui i cittadini italiani sono chiamati alle urne per elezioni amministrative in particolare alle elezioni regionali della Regione Toscana. Su FB si sono succeduti post a sostegno del regista Punzo e della Compagnia della Fortezza e post incandescenti con botta e risposta di cittadini volterrani pro e contro il progetto.
A questo proposito l'assessore Danti dichiara:ringraziamo in modo particolare l’ex-Garante dei detenuti della Regione, Franco Corleone, per la tenacia dimostrata in tutti questi anni, finalizzata a dare concretezza a un sogno. In meno di un anno - i lavori sarebbero dovuti partire a metà marzo, ma l’emergenza Covid ha rinviato tutto - abbiamo dato la svolta politica necessaria. Questa accelerazione è stata resa possibile dalla determinazione dalla nuova amministrazione comunale di Volterra e da Monica Barni, Vice-presidente della Giunta regionale, che ha saputo coordinare e far dialogare tutte le istituzioni per conseguire l’obiettivo.
Al di là del ruolo istituzionale che in questo preciso momento ricopro-continua Dario Danti, mi sento di fare un ringraziamento ad Armando e Cinzia, per tutti: sono persone a cui mi unisce un senso profondo dello stare al mondo da una precisa parte della vita. Quella che accoglie e ri-conosce il valore di ogni forma di vita. Che non ritiene la legge del taglione la cifra per giudicare e condannare, assolvere o rimandare. La parte buona della vita non si misura, si pratica ogni giorno attraverso il dono.
giovedì 2 luglio 2020
renzia.dinca
Pisa-
Firenze
Abbiamo in tanti nel cuore il
volto dolce e sorridente di Alessandro Fantechi, artista da
poco prematuramente scomparso, che con Elena Turchi , sua
compagna da molti anni nella vita e sul palcoscenico avevano creato:
ISOLE COMPRESE Teatro, Compagnia teatrale che fra Firenze
e Prato aveva ideato e portato avanti una piccola rivoluzione nel
Teatro sociale. Dagli anni Settanta Fantechi, attore con
vocazione al comico e al mimo, passa dal teatro di strada al Teatro
ragazzi fino ad approdare al lavoro con pazienti psichiatrici,
disabili mentali e fisici, ex tossicodipendenti. Al Teatro di Antella
a Firenze nel novembre 2018 (pochi giorni dopo la scomparsa), è
stato rappresentato il suo ultimo lavoro: Manifesto, alla
presenza oltre che di numerosi colleghi, di un suo estimatore che del
Teatro e disagio è Maestro internazionale: Giuliano Scabia.
Dell'esperienza di Isole Comprese si ricordano spettacoli
memorabili come quello presentato a Volterra nell'ambito del Festival
diretto da Armando Punzo Io sto bene del 2006, i Convegni
nazionali su Teatro e disagio mentale al Teatro Florida a
Firenze, gli spettacoli sempre al Florida-l'ultimo Fondamenti di
difettologia. Avevano creato in
coppia, sempre a Firenze il piccolo spazio Seipuntozero,
una stanza per pochi spettatori. Fantechi ha lasciato come sua
eredità il progetto in corso Teatro
come differenza. Una
eredità passata alla sua compagna nel teatro e nella vita: Elena
Turchi. Elena ha un
trascorso giovanile di mimo danzatore. Psicologa e psicoterapeuta ha
da sempre diviso la sua professione di aiuto con la creazione di
spettacoli per e con il disagio fisico e mentale insieme ad
Alessandro. Oggi è direttore sanitario del Centro di Solidarietà
pratese- Comunità terapeutica Tossicodipendenze. E' da molti anni
collaboratrice di Armando Punzo nel lavoro coi detenuti della
Compagnia
della Fortezza
a Volterra. Ora, nel passaggio di consegne, Elena Turchi è su
iniziative avviate da Alessandro Fantechi, ha un percorso con diverse
associazioni che lavorano su Firenze e provincia su Salute Mentale.
Sono, oltre a Isole: Arbus,
diretta da Francesca
Sanità, Teatro
come differenza diretta
da Marilena Manfredi,
EsTeatro diretto da Paolo
Biribò, Arte in corso.
venerdì 29 maggio 2020
INTERVISTA A ARMANDO PUNZO – COMPAGNIA DELLA FORTEZZA
renzia.dinca
Volterra ( Pisa)
Rumorscena: Cosa è accaduto nelle
attività teatrali in carcere al Maschio
di Volterra dal primo Decreto sicurezza
di Marzo, in piena pandemia COVID19?
Punzo: io da
solo sono rimasto a lavorare dentro il carcere fino alla seconda settimana di
Marzo. Abbiamo preso accordi con la Direttrice
Maria Grazia Giampiccolo per capire come portare avanti il lavoro e come mantenere i rapporti coi
detenuti dall'esterno. La Direttrice, con molta disponibilità, ci ha permesso
di continuare il lavoro che stavamo facendo in vista dello spettacolo Naturae
che in forma di studio avrebbe debuttato a Luglio, come di consueto da
trent'anni nel cortile del Carcere. Abbiamo avuto a disposizione e-mail e
video-chiamate attraverso un telefono dedicato della Compagnia oltre ad un PC
molto potente per video chiamate sulla Piattaforma ZOOM. Dalla piattaforma ci
colleghiamo quasi ogni giorno interagendo da casa nostra coi detenuti-attori
dentro il carcere, dove hanno a disposizioni i libri su cui stavamo
lavorando e siamo in continuo scambio di
testi immagini e riflessioni collettive.
Oltre al lavoro in continuità con loro, infatti, i collegamenti sempre su Zoom
sono con tutti i collaboratori (siamo
anche 50 ogni volta). Le sessioni si svolgono in questo modo: la costumista Emanuela
Dall'Aglio, per fare un esempio, propone dei bozzetti che vengono condivisi come immagini rispetto
a conversazioni avute nella seduta precedente, oppure il musicista Andreino
Salvadori propone le musiche anch'esse condivise. Stiamo anche lavorando
molto sulla Parola, cioè sui testi della futura drammaturgia. Tutto questo in
vista di passare alla fase delle azioni dell'allestimento di Naturae. Siamo in
collegamento inoltre anche con gli
attori della Compagnia che ora sono usciti dal carcere: Aniello Arena,
Giuseppe Venuto (Pino), Placido Calogero, Ibrahima Kandji, Qin Hai Weng, Ivan
Chepiha. Questi attori erano sempre ospiti in Carcere durante l'inverno,
ora sono assolutamente disponibili alle nostre riunioni collettive in piattaforma.
RUMOSCENA:
Quale è stato l'impatto sui detenuti-attori di questa nuova modalità di
lavorare sullo spettacolo?
Punzo: Un
impatto molto buono. Abbiamo avuto il beneplacito a livello istituzionale
dell'Ispettore Alessio Pistacchi
che ci sta seguendo con molta convinzione in questo nuovo aspetto
dell'esperienza teatrale. In realtà abbiamo lavorato su un terreno già conosciuto
e praticato dagli attori-detenuti. Uno degli aspetti difficili in questa fase
Covid in carcere, è stato infatti quello di una impossibilità assoluta di
continuazione in presenza dei colloqui coi famigliari. Per questo sono state
attivate le telefonate skipe in video
con le famiglie. Ma già c'era stata sensibilità in precedenza dell' emergenza
COVID per avviare questo tipo di
comunicazione: da anni qui si svolgono video telefonate fra detenuti e
famigliari.
RUMORSCENA: Quali
prospettive ci sono adesso nella Fase2 di riprendere le attività in presenza
dentro il Maschio?
Punzo: Nei
prossimi giorni capiremo meglio la ripresa. Secondo il nuovo Decreto di fine
Maggio, siamo in grado di poter riprendere il lavoro dentro il Maschio. La
stagione ci consente di poter fare le prove
all'aperto in cortile, così come ci concede di poter allestire lo studio
di Naturae per l'estate. Il contagio si sta abbassando ed io sono
ottimista. Per quanto riguarda l'accesso agli spettatori: se fino allo scorso
anno potevano assistere allo spettacolo circa 300 persone più settanta
collaboratori, in questa fase i numeri saranno necessariamente ridotti. Altra
buona notizia è che stanno iniziando a riprendere i lavori nel cantiere per la
costruzione del Teatro in Carcere, aperto proprio due giorni prima del
Decreto Covid di Marzo. Invece non abbiamo notizie e mi preoccupo per gli aspetti economici
relativi al progetto ACRI. Ad oggi non abbiamo contatti su questo
capitolo col ministro Franceschini e col ministero della Giustizia Bonafede
RUMORSCENA: ACRI
ci puoi spiegare di che si tratta?
Punzo: Il
progetto a cura di Carte Blanche – Centro Nazionale Teatro e Carcere,
è nato tre anni fa come esperimento pilota allo scopo di esportare l’esperienza
trentennale e il modello operativo della Compagnia della Fortezza
di Volterra. E' arrivato oggi alla creazione di una rete nazionale che
coinvolge undici fondazioni bancarie e dodici strutture teatrali che operano
professionalmente nelle carceri.
Pochi giorni fa si è svolta in videoconferenza, la riunione ufficiale,
che segna la partenza della terza edizione di PER ASPERA AD ASTRA - come
riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza, alla
presenza del Direttore di Acri Giorgio Righetti, del Presidente
della Commissione per le attività e i beni culturali Marco Cammelli, dei
responsabili delle fondazioni bancarie e dei rappresentanti delle
associazioni partner. Il progetto ACRI è firmato da numerose Fondazioni
bancarie che sostengono i mestieri del
Teatro come formazione di figure professionali che operano dentro le carceri
italiane. Il progetto pilota è incentrato sull'esempio della Fortezza. Prevede
scambi di operatori fra diverse realtà
carcerarie da Palermo a Milano e rappresenta un esempio di buone pratiche. In video conferenza Marco Cammelli ha confermato
la volontà delle Fondazioni per una
ripartenza importante ed emozionante allo stesso tempo, che racconta la
volontà a livello nazionale di sostenere ancora di più, nel contesto attuale,
un progetto di cultura, civiltà e bellezza.
Il progetto è sostenuto e promosso da
ACRI-Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio Spa con Fondazione Cassa
di Risparmio di Volterra, Fondazione Cariplo, Compagnia di San Paolo,
Fondazione Con il Sud, Fondazione CariSpezia, Fondazione del Monte di Bologna e
Ravenna, Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, Fondazione di Sardegna,
Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Cassa di Risparmio
di Cuneo e vede in partenariato Associazione Baccanica - Palermo, Associazione
Gli Scarti - La Spezia, Opera Liquida - Milano, Teatro e Società - Torino,
Teatro dell’Argine - Bologna, Teatro Stabile dell’Umbria - Perugia, Cada Die
Teatro - Cagliari, Voci Erranti Onlus - Saluzzo (CN), Teatro Necessario –
Genova.
martedì 12 maggio 2020
INTERVISTA
a Franco D'Ippolito- direttore artistico del MET
PRATO
RUMORSCENA:
qual è la situazione
attuale al MET e cosa state facendo per far riemergere l'Ente da
questa gravissima crisi di settore a causa del COVID-19? Quando pensa
potrete ricominciare a lavorare e quali saranno secondo lei i
problemi da affrontare per ripartire?
D'IPPOLITO:
Stiamo facendo quello che ci è consentito provando a immaginare
possibili scenari. Il Teatro è stato chiuso l'otto Marzo. Io stesso
da direttore sto lavorando in Remoto. E' necessario azzerare alcune
questioni a livello di Amministrazione rispetto al lavoro che già
avevamo programmato avendo chiuso in anticipo le attività annullate
per forza maggiore dall'emergenza sanitaria. Il nostro obiettivo
attuale è quello di cercare di recuperare il pregresso riproponendo
a Produzione programmata sia per gli artisti che per i tecnici.
Un obiettivo che speriamo di poter realizzare dentro lo scenario
possibile di una riapertura. L'ipotesi a cui lavoriamo è quella di
riprendere da dopo Ferragosto ossia ricominciare a lavorare con una
proroga della Stagione 2020/2021 con la realizzazione del Festival
Contemporanea previsto dal prossimo 20 Settembre. La Stagione
calendarizzata non è stata contrattualizzata, quindi l'unico
scenario possibile a cui agganciarci è quello preesistente dal
momento brutalmente interrotto dell' otto Marzo. Se riusciremo a
riprendere la nostra attività sia di palcoscenico con gli spettacoli
che di platea con la presenza del pubblico (settembre
o dicembre o Gennaio 2021), sarà necessario rivedere tutta
l'organizzazione delle attività dal punto interrotto. E se
ripartiremo, come tutti ci auguriamo, non sarà in modo normale.
Dovremo convivere col contagio. Stiamo lavorando con l'AGIS per
proporre un protocollo con scienziati per capire insieme le modalità.
Si riaprirà nell'interesse della salute di tutti i lavoratori, degli
artisti e del pubblico, ma è necessario riaprire perchè abbiamo
bisogno del Teatro! Oggi la stragrande maggioranza dei lavoratori del
Teatro sono a reddito zero. Dobbiamo riportarli al loro posto di
lavoro. Per quanto riguarda il pubblico: la nostra idea è quella di
ridurre di 1/3 la capienza dei nostri Teatri. Per cui il Metastasio
da 600 posti ne conterrà 200, il Fabbricone da 360 ne conterà 120 e
cosi' il Magnolfi. Al Metastasio avremo uno spettatore ogni due sedie
vuote. Le file saranno occupate in alternanza: una sì e l'altra no.
Stiamo ragionando con degli architetti per capire come fare per
restituire al futuro pubblico il piacere di tornare a teatro dentro
un luogo di bellezza, evitando la sensazione di disagio, come quello
di fruire uno spettacolo dentro uno spazio di guerra.
Il
primo comandamento che ci siamo dati è quello di riuscire a
mantenere il binomio Arte e Bellezza: la situazione del settore è
difficile ma siamo in grado di farcela.
RUMORSCENA:
A livello dei vostri
rapporti col Ministro del Turismo e Spettacolo Franceschini, cosa sta
accadendo rispetto alla ripresa del lavoro?
D'IPPOLITO:
Per quanto riguarda la ripresa economica dei lavoratori nel
Decreto Cura Italia: dovrebbero esserci inclusi degli
ammortizzatori sociali. Stiamo collaborando col ministro Franceschini
e i suoi uffici per definire un biennio speciale in stato di
emergenza. L'anno 2020 è andato perduto. Il 2021 rischierà
pesantemente le attività sospese dal 2019/20. Tutti lavoreremo per
un rientro graduale: la prospettiva è quella di una nuova normalità
però diversa da prima che ricominci dal 2022 nel senso che torneremo
ad una proposta calendarizzata delle attività e della Stagione
triennale solo dal 2022. Quindi non ci sarà una Stagione triennale
regolare 2021/2023 ma una programmazione speciale per due anni fino
al 2022. L'ambizione è quella di definire proprio dal 2022 una nuova
normalità sia organizzativa sia per gli artisti che per i lavoratori
del MET in una prospettiva a cui stiamo pensando in cui ci sarà un
modo diverso di fare Teatro in totale libertà creativa per gli
artisti dentro un tempo per ora sospeso.
RUMORSCENA:
Cosa pensa del dibattito
attuale sul ruolo dell'artista di teatro in tempi di Covid 19 e
Social? È favorevole a questo spostamento di campo dal teatro dal
vivo ai Social?
D'IPPOLITO:
Sono favorevole. L'Artista vive in questo momento l'occasione per
ampliare in maniera decisiva il dialogo e il confronto con altri
artisti e con se stesso. E' questo un fattore importantissimo nell'
adesso e nel dopo emergenza. Ben vengano quindi piattaforme sui
social utili quando si possa veicolare l'arte teatrale per i propri
lavori artistici o come esempio di archivio in Rete come sta
accadendo su FB o su canali privati come Whatt's up. Tutto questo
aiuta a mantenere un dibattito vivo fra artisti, operatori e un
collegamento virtuale col pubblico. In attesa di un ritorno allo
spettacolo dal vivo. Sono gli artisti il nostro propulsore di idee.
Il loro “narcisismo” è in funzione dell'arte e della creazione
quindi ben vengano proposte e idee da parte loro.
Per
quanto riguarda invece la mia responsabilità di Direttore di un
Teatro Pubblico sugli artisti, tecnici e organizzatori, sta a me
garantire una maggiore incisività di prospettive lavorative. Coloro
che oggi sarebbero sotto scrittura e non hanno contratti, posso
provare a garantire loro lo stesso reddito, le stesse giornate
lavorative nel momento in cui ci sarà la ripresa di Settembre.
Il mio primo criterio da funzionario per gli Artisti e lavoratori
del MET è il recupero della Produzione con la riprogrammazione delle
attività interrotte l'8 Marzo. Per il momento: arrivederci a Prato
al Festival Contemporanea dal 20 Settembre.
Intervista
a ANGELA FUMAROLA direttrice artistica (con Fabio Masi) di ARMUNIA e
Festival Inequilibrio
ROSIGNANO
MARITTIMO ( Livorno)
RUMORSCENA
: qual è la situazione
attuale ad Armunia e cosa state facendo per far riemergere le
attività produttive, le Residenze e il Festival In/Equilibrio da
questa gravissima crisi del settore dovuta al COVID 19?
Quando
pensa si possa ricominciare a lavorare e quali saranno i problemi da
affrontare per ripartire?
FUMAROLA:
Ad Armunia continuiamo ad utilizzare dalla chiusura di
Marzo degli spazi e delle attività, lo strumento digitale: un tavolo
di riunioni in team. Le teniamo in collettivo anche con i tecnici e
il personale di accoglienza una volta alla settimana in video chat,
mentre con l'ufficio stampa e social team ne facciamo una al giorno.
Abbiamo anche aperti dei tavoli internazionali. L'eccezionalità
della fase ci porta ogni giorno anche sui tavoli regionali delle
residenze artistiche toscane. Per quanto riguarda il Festival In
/Equilibrio (spostato a Settembre),
il compito degli operatori è quello di creare le condizioni per la
cura degli artisti come da protocolli Regione Toscana e come
priorità insieme alla Compagnia Kilowatt Capotrave
(Sansepolcro-Arezzo). Ma non voglio adesso parlare del problema
attuale perchè preferisco pensare al futuro che voglio immaginare in
termini di desideri. In questo momento di totale incertezza
con tutte le attività sospe In /Equilibrio a Settembre. Abbiamo
ancora l'obbligo di impedimento di trasferimenti fra Regioni, cosa
che per le nostre collaborazioni artistiche sono necessarie. Sono
saltate le ospitalità internazionali previste a Giugno-Luglio con
la Cina e col Canada spostate al 2021. Il nostro Festival si terrà
tutto all'aperto nella cornice degli spazi fra le mura medievali del
Paese di Rosignano Marittimo. Non prevediamo la partecipazione di
pubblico se non dei cittadini dai propri balconi. Non vogliamo
parlare di recupero del calendarizzato nella stagione bloccata,
quanto piuttosto guardare avanti. Oggi il tempo per noi di Armunia ha
acquisito una dimensione non più lineare ma diagonale. La sfida che
lanciamo insieme a Kilowatt è quella delle Residenze toscane di cui
siamo capofila. Per questo abbiamo pensato a stilare e pubblicare il
Bando per Residenza digitale già operativo (si trova
su FB pagina:ARMUNIA). Servirà a trasformare la
mancata prossimità fra gli artisti e degli artisti col pubblico, in
un'altra dimensione: quella di un' agorà virtuale. Gli
artisti sono invitati a presentare il loro progetto da dentro le
proprie mura domestiche e avrà come canale il WEB. Come ne
usufruiscono? Con un contributo individuale da interagire col
pubblico della Rete. La nostra proposta certo non potrà sostituire
le Residenze ma stimola nuove forme di ricerca autorale. Interrogarsi
sul presente via piattaforme del Web, non potrà sostituire certo il
Teatro dal vivo, tuttavia sono convinta che lo strumento del Web sia
molto interessante in questo momento. Penso, per esempio, che gli
adolescenti abbiano vissuto meglio di noi adulti questa fase dei due
mesi in quarantena del COVID 19, in quanto loro a differenza di noi
sono nativi digitali. I problemi che stiamo affrontando e le paure,
riguardano oggettivamente la normativa relativa all'ordinanza sulla
sanificazione degli ambienti di lavoro. Per quanto concerne alcune
categorie di nostri lavoratori, immaginiamo si possano creare dei
pannelli di divisio
lunedì 4 maggio 2020
In
ricordo di un grande artista Giacomo Verde
renzia.dinca
Giacomo
Verde aveva negli occhi la curiosità mobile del bambino e nel
lavorare coi colleghi la capacità di entusiasmare e interagire con
sana leggerezza, complice una creatività a tutto raggio che spaziava
dalle ideazioni alle performance alle installazioni che lo hanno
reso una delle personalità di spicco della Video Arte.
Ho
avuto occasione di assistere ad alcune sue prove d'artista come
critico teatrale e anche la fortuna di collaborare per uno
spettacolo in cui ero stata coinvolta come drammaturga.
La
prima esperienza di contatto diretto e personale è stata alla Città
del Teatro di Cascina dove collaboravo come consulente. Era il
2005. Alessandro Garzella allora direttore artistico, lo
invitò per allestire Storie mandaliche 3.0, una riedizione di
Storie mandaliche 2.0, lavoro rivolto al Teatro Ragazzi ma anche
adatto ad un pubblico adulto. Lui stesso era in scena come performer
diretto da Fabrizio Cassanelli. Trovai
il lavoro interessante anche se in corso di aggiustamenti. Piacque
molto ai ragazzi perchè coglieva in pieno l'esigenza di utilizzo
anche in teatro e nella narrazione, delle nuove tecnologie che allora
stavano entrando in modo massiccio nell'immaginario dell'infanzia e
adolescenza. Nel 2006 sempre per La Città del Teatro produsse il
video Sintomi-è più potente di me
sul Laboratorio tra disagio mentale e scena tenuto da Garzella e
Cassanelli (vedi anche Il Teatro del dolore -Titivillus,
a mia cura). E' nel 2007 che
collaborammo insieme chiamati da Paola Marcone
regista e attrice per il lavoro Passio Mariae, che
andò in scena per il Teatro di Buti
di Dario Marconcini, di cui curò le video-scene ed ebbe molte
repliche. L'ultimo incontro con lui fu nel 2015 a SPAM
di Roberto Castello (
faceva parte del team artistico) presso
Lucca. Lui stesso era in scena con Artist=Zombie. Nel
lavoro erano esposte 12 foto accompagnate da una lettura dei punti di
un Manifesto secondo cui gli attori sarebbero Zombie “se
uccidi uno zombie non è omicidio. Se uccidi un artista è un
omicidio?”. Ciao
Giacomo
sabato 18 aprile 2020
Intervista a Elisabetta
Salvatori. In morte e in vita di Luis Sepulveda
renzia.dinca
Forte
dei Marmi-Pisa
La scomparsa di Luis Sepulveda, lo
scrittore cileno esiliato in Europa dopo la dittatura di Pinochet
per la sua militanza politica a fianco di Salvador Allende (ne era
stato da giovanissimo, guardia del corpo) a causa del Coronavirus,
lascia un senso di stupore e annichilimento sia in chi lo aveva amato
in quanto lettore dei suoi romanzi sia in chi aveva visto in lui un
simbolo di resistenza contro le dittature in America Latina. La
sua fama in Italia inizia in una fase politica in cui il nostro
Paese era sull'orlo di una crisi della democrazia senza precedenti
dopo la seconda Guerra mondiale (sullo sfondo del rapimento di Aldo
Moro il golpe di Pinochet nel 1973, la repressione di Videla in
Argentina, la Grecia dei colonnelli). In quella fase complessa per
il nostro Paese molti intellettuali perseguitati dalle dittature del
Centro e Sud America trovarono in Italia un Paese d'accoglienza.
L'Università di Pisa ospitò docenti e studenti sfuggiti ai regimi
provenienti dall' Argentina, dalla Bolivia, dal Cile, da Atene, come
più avanti molti palestinesi in fuga da Sabra e Chatila. A Pisa in
un comune della provincia: Vecchiano (dove tra l'altro è nato
Tabucchi), si formò un forte tessuto politico-sociale che faceva
riferimento alla Scuola di don Milani e che ha visto e vede tuttora
proseliti ispirati alle figure di Michele e Francesco Gesualdi,
fra i primi allievi del prete ribelle di Barbiana.
Lo scrittore Sepulveda era molto amato in Europa e nel
nostro Paese sia da lettori forti che da intellettuali che avevano
visto in lui, vittima di carcerazione, torture e successivo esilio
nel Cile del golpe, una figura di riferimento per la sua storia
personale al servizio di cause civili mondiali e per la sua
scrittura che incarna uno spirito critico di impegno, solidarietà,
lealtà ed amicizia sui temi della giustizia sociale,
dell'ambientalismo, della resistenza verso ogni forma di repressione
individuale e collettiva. Molti intellettuali pisani uno fra tutti
Antonio Tabucchi, ereditò e rese a sua volta unico nelle sue opere
letterarie di ambientazione portoghese (una fra tutte: Sostiene
Pereira) quel “realismo magico” che in America Latina aveva in
Marquez la sua punta massima di fulgore. Sepulveda ha ricevuto il
Premio Pegaso d'oro a Firenze nel 2013 nelle mani del Presidente
della Regione Enrico Rossi e fu premiato a Prato al Centro Pecci nel
2015 nel corso della Rassegna Uomini di guerra, nel
quarantennale della morte di Pier Paolo Pasolini con una motivazione
che parla del ruolo della letteratura come denuncia contro i
soprusi. Ma l'affiliazione dello scrittore cileno col nostro Paese
ha radici più antiche: è nella Versilia dei cavatori del marmo di
Carrara, nella storia dell'anarchia che in quelle province fra la
costa della Versilia e le Apuane ha un peso importante, una delle sue
più corrisposte e intense partecipazioni a riti collettivi di piazza
e di condivisioni umane ed amicali. Ne abbiamo parlato con
Elisabetta Salvatori, attrice e autrice che dalle mani di
Sepulveda ha creato una riduzione ed adattamento per la scena di una
delle sue più famose opere letterarie per l'infanzia: Storia
di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare (Guanda
1996) da cui sono stati tratti un film e un cartone animato
Rumorscena: Come
e quando ha conosciuto Sepulveda?
Salvatori: Era
il 1998. Stavo per andare in Bosnia per tenere un laboratorio di
burattini. Vado in libreria perchè volevo portare con me in viaggio
un libro. Trovo uno scatolone di libri appena arrivati con in
copertina il nome: Sepulveda. Me ne compro uno e lo leggo d'un fiato:
era La Storia della Gabbianella. Ho subito capito che quel libro “era
stato scritto per me”,
per una serie di assonanze autobiografiche personali. Ho creato una
riduzione di 15 minuti della storia per la scena. Pochi mesi dopo a
Pietrasanta
viene invitato Sepulveda per un pubblico incontro dove ho un primo
contatto con l'autore. Nel 1999 il 14 Settembre Sepulveda viene
invitato a Pietrasanta dal Sindaco perchè insignito di cittadinanza
onoraria. Il Sindaco mi aveva chiesto di presentare il mio lavoro nel
corso della cerimonia che avveniva nella piazza con un enorme
concorso di pubblico. Io mi presentai con baffi da gatto (il gatto
Zorba, che era gatto di famiglia di Luis, di sua moglie e dei
numerosi figli in casa ad Amburgo) e tutina nera. Dopo oltre due ore
a cerimonia quasi finita, Sepulveda mi fa cenno di salire sul palco.
Conosceva bene l'italiano (la sua traduttrice lucchese anche di molti
autori in lingua spagnola è Ilide
Carmignani).
Una volta eseguita la mia performance mi disse: Ascoltavo
la storia come se non la conoscessi e fosse la prima
volta”
Io gli risposi: Questa
storia lei l'ha scritta per me
Rumorscena: Come
è poi arrivata a diventare l'autrice-attrice con centinaia di
repliche tuttora in tourneè della Gabbianella?
Salvatori: Qualche
mese dopo la cerimonia a Pietrasanta andai a Torino per un provino
RAISAT, una registrazione di 33 puntate di GLU GLU RaiSat per i
bambini con delle favole che avevo scritto di mio pugno. Eravamo
sempre nel 1999. Caso volle che Sepulveda fosse a Torino per
incontrare alcuni suoi traduttori. Fu in quella occasione che mi
autorizzò con liberatoria a recitare in
pubblico la Gabbianella. Mi
disse: Mi sa che questa
storia l'ho scritta per te
Lo rividi poi qualche
anno dopo a Roma, a casa di Gianni Minà in occasione del compleanno
del giornalista che tanto conosceva l'America Latina, sua la famosa
intervista a Fidel Castro. Mi aveva invitata sua moglie perchè aveva
apprezzato il mio lavoro sulle fiabe e sulla Gabbianella. Portai
allora come dono di compleanno a Minà la mia fiaba per bambini:
Lucio è un Poeta,
dedicato a Luis.
Elisabetta Salvatori
è attrice e autrice. Nella sua casa di Forte dei Marmi conduce uno
spazio teatrale dove recita testi suoi e ospita rassegne di poeti e
intellettuali. L'ultimo in ordine temporale una serie di incontri con
la spiritualità con interventi di sacerdoti nell'epoca di Papa
Francesco
giovedì 9 aprile 2020
lunedì 9 marzo 2020
CIRCO KAFKA. Partitura
per corpo e suono
renzia.dinca
PRATO
Un piccolo-grande saggio di teatro all'ennesima potenza,
un concentrato di poetiche fra letteratura alta :Il Processo di
Kafka e poesia del corpo; una summa di essenzialità condotta con
maestria (la regia è di Claudio Morganti), dove l'
immaginario scenico si realizza in azioni-minimaliste e suoni,
condensati e confluiti dentro la maschera e la mimica di uno
straordinario attore e artista qual è Roberto Abbiati. Affiancato
in scena dal musicista Johannes Schlosser, creatore a sua
volta di forti suggestioni in perfetto feed back autorale. E' così
che questo Circo Kafka (50 minuti di spettacolo), sia uno dei
lavori più interessanti visti finora dentro la fitta Stagione del
Metastasio di Prato. Si assaporano infatti felici consonanze fra i
tre artisti: Abbiati, Schlosser e Morganti, che
coraggiosamente si sono sfilati ruoli di interazioni reciproche per
la riduzione di un lavoro letterario complesso:Il Processo,
romanzo di un mostro sacro della letteratura europea e mondiale,
l'ebreo di Praga Franz Kafka. Del resto Roberto Abbiati non
era nuovo a processi artistici ispirati da un suo sapiente scavo
letterario. Anni fa aveva creato un lavoro tratto da Moby Dick
di Herman Melville, dove era riuscito a condensare, lui che
viene dalla Scuola di mimo milanese e dalla grafica: Una tazza di
mare in tempesta ospite al Festival della Letteratura di
Mantova in forma di installazione per poi girare in tutta Europa.
Un evento per bambini e adulti in 17 minuti per 22 spettatori, anche
corredato dal volume Romanzo a disegni, composto da 135
tavole disegnate da Abbiati sul tema di Moby Dick la balena bianca, e
con anche qui la compartecipazione del musicista Johannes
Schlosser.
Nel lavoro visto al Magnolfi-uno dei tre spazi
teatrali col Metastasio e il Fabbricone della Stagione del MET di
Prato, la dimensione raccolta, per pochi spettatori, dilata la trama
surreale della costruzione simbolica e insieme concettuale dello
spettacolo. In scena vi è un piccolo catafalco - appena più alto
delle sedie del pubblico, gremito di oggetti. Uno spazio
concentrazionario, dove ci accoglie Roberto Abbiati in tuta bianca e
occhiali scuri. Passa per la mente l'immagine degli uomini in tuta
del film Ghostbuster forse
perchè per associazione mentale, non possiamo non pensare che
siamo nella città di Prato ai tempi del Coronavirus, seconda
comunità cinese in Italia, ma anche la città dello scrittore di
Caos calmo Sandro Veronesi che molto ha scritto su
questo operoso popolo, nonché città dove Luca Ronconi ha
allestito i suoi spettacoli più innovativi dentro il Laboratorio
del Fabbricone.
Lo stupore incomincia: Abbiati porta noi (e un
consistente gruppo di bambine e bambini sugli otto-dieci anni)
dentro la sua Balena Bianca, che è la scatola magica del Teatro, la
lanterna magica di Ingmar Bergman. Abbiati si toglie la tuta bianca
e passa un biglietto fra il pubblico come incipit dove si legge:
Josef è stato calunniato. E qui inizia non certo un “
circo” come da titolo, si tratta di un pleonasmo, ma di un dramma
che subisce un trattamento per la scena geniale. La levità con cui
l'artista Abbiati scrive e descrive trasferendo per la scena le
vicissitudini del protagonista del romanzo Il Processo, è esemplare.
Inscritto dentro un plot tra il fiabesco e il fumetto no horror,
delicatissimo, senza nulla togliere alla violenza conturbante della
trama originaria aggiunge,
nella narrazione scenica, storie a storie, dilatando il significante
al significato. Abbiati non articola parole (tranne in un breve
monologo con Schlosser di tipo filosofico sul rapporto causa-effetto
con conseguenze surreali di spostamento di senso sul narrato
complessivo): si fa corpo narrante in sinestesia con l'accumulo di
segni di cui è disseminata la scena composta dalla stanza - camera
da letto dove Josef viene prelevato. Lui che niente sa. A cui niente
viene detto. Lui vittima probabilmente innocente. Il lavoro di
identificazione di Abbiati col povero omuncolo-alter ego dello stesso
Kafka, il dannato dalla Legge, si avvale della replicanza: Abbiati
diventa doppio di se stesso e specchio impersonando i figuri
persecutori che lo porteranno al carcere e alla morte. I poliziotti,
il magistrato, l'avvocato, il sicario. Ciò che davvero impressiona
in questo gioiello performativo straricco di suggestioni e con
straordinaria plusvalenza di segni extra-letterari e meta –
teatrali, è l'accumulo di segni registici corporei e soprattutto
sonori. Anche la scena è sovraccarica e tutto il percorso narrativo
ne è colmo. Abbiati sa far bene risuonare il suo lavoro sul suo
corpo di mimo. E' una macchina teatrale che fa trasalire, immaginare,
trasferire e trasformare. La sua macchina-corpo non dice, mai. Non
parla con parole dicibili. indossa gli oggetti di scena, se ne fa
voce. Si moltiplica. Se li mette addosso oppure li evoca. Abbiati
racconta col suo corpo e con pause, silenzi, stacchi corporei veloci
nel minuscolo spazio fisico dispnoico ritagliato denso di
cianfrusaglie che evocano altro, il quotidiano rispetto l'improvvisa
irruzione del caos. Straordinario il rapporto con lo strumentario
musicale. Se la Voce-Parola non riesce più a dire niente, balbetta,
ecco che parlano gli strumenti musicali a farsi corpo-voce: il
contrabbasso oggetto di scena pesante, l'organetto, l'armonica a
bocca, la zampogna suonati dallo stesso attore-interprete che
duettano con l'indicibile sé stesso introiettato, se ne fanno parola
sonora cantata. Non certo casuale l'abbinamento di regia fra
Morganti e Schlosser. Morganti ha lavorato su Woyzeck per molti anni
e diverse riproposizioni anche molto recenti proprio per il MET.
Circo Kafka e' un concerto per voci dove si rappresenta
semplicemente l'orrore. Come nei sogni o nel peggiore degli incubi.
da il Processo di Franz
Kafka con la partecipazione di Johannes Schlosser
regia Claudio Morganti e
Johannes Schlosser
con Roberto Abbiati e
Johannes Schlosser
Produzione Teatro
Metastasio di Prato, TPE-Teatro Piemonte Europa in collaborazione con
Armunia residenze artistiche
PRIMA NAZIONALE
Visto a Prato, Teatro
Magnolfi il 24 febbraio 2020
domenica 16 febbraio 2020
Chi ruba un piede è
fortunato in amore
renzia.dinca
Prato
Non è riscrittura
di un testo del 1962 di Dario Fo Chi ruba un piede è fortunato
in amore è proprio una
riedizione firmata da Giulia Gallo e Giovanni Guerrieri della Compagnia pisana I Sacchi di Sabbia, già premio
speciale della giuria UBU 2008. Operazione in sé coraggiosa vista la
distanza di ben sessant’anni dalla scrittura drammaturgica del Nobel rispetto
ad un plot che precede anche se non di molto lavori politicizzati e più noti . Chi ruba un piede, infatti, è un
affresco smaliziato tutto virato sui registri più collaudati del comico e che
del comico ha i ritmi e i tempi: gag
pause dialoghi e personaggi quasi marionette, che lo avvicinano a pièce da
vaudeville di autori come Feydeau. Un Dario Fo che affonda la sua vis comica
mettendo in scena una storia poco plausibile nella realtà in un gioco delle
coppie altrettanto rocambolesco. Lo sfondo in cui si muovono i personaggi però
è già un implicito épater le bourgeois poiché
tratta di un interno-esterno della borghesia italiana viziata cinica e
viziosa fra dinastie di palazzinari, professionisti e poveracci ladruncoli altrettanto privi di scrupoli. Un’Italia fine
anni Cinquanta del dopoguerra della ricostruzione dove già il seme della
corruzione sembra annidare nel DNA di uno spaccato sociale da città del nord. Ma l’intenzione di Fo
sembra proprio quella di provocare la risata, complice il suo passato recente
di avanspettacolo e rivista. La piece ha l’andamento di sketches televisivi a
siparietto, assai di moda all’epoca. Una sorta di pre-spettacolo per
spettatori dei cinema o alla maniera del
Carosello della TV di stato a canale unico. L’unica variante rispetto al testo
originario è l’uscita in avanscena dei personaggi che ammiccano al pubblico in
sala quasi a spiegare il senso delle loro gesta a seguire, a mò di
meta-commento con intenzione autoironica. In effetti la “trovata” funziona. Il
pubblico del Metastasio, fra l’altro molto gremito e con tanti giovani perfino
ragazzi di età delle scuole medie inferiori, ride a crepapelle. Anzi è un
continuo ridere a scena aperta (il lavoro dura
un’ora
senza interruzioni). Convincenti gli attori Massimo Grigò, Alessia Innocenti, Annibale
Pavone, Tommaso Massimo Rotella, Tommaso Taddei ben diretti dalla coppia dei registi. La sensazione è
che questo tipo di comicità ancora riesca a catturare specie le fasce giovanili
come ben sanno per loro esperienza diretta sul campo i registi (e attori) de I
Sacchi Giulia Gallo e Giovanni Guerrieri. Una comicità che si assesta dentro
format televisivi attuali che hanno formato le ultime generazioni di utenti
delle televisioni. Del resto il tasto del comico è congeniale alla Compagnia
pisana che ha scritto ideato e portato a successi memorabili spettacoli di
forte impatto emotivo e di gran raffinatezza, uno fra tutti il Don Giovanni. In questa nuova prova
lascia un po' perplessi la scelta del copione francamente datato, di un
boccaccesco che poteva funzionare nella società bacchettona pre-sessantotto.
Chissà forse i meccanismi della risata non sono mutati da allora almeno in
certi media e in certe fasce orarie oppure è lo sguardo accigliato del critico
che si riserva e sperava in qualcosa di più.
di Dario Fo
regia Giulia Gallo e Giovanni Guerrieri/I Sacchi di
Sabbia
con Massimo Grigò, Alessia Innocenti, Annibale Pavone,
Tommaso Massimo Rotella, Tommaso Taddei
scene I Sacchi di Sabbia
luci Massimo Galardini
costumi Chiara Lanzillotta
musiche originali di Fiorenzo Carpi arrangiate ed
eseguite da Tommaso Novi
PRIMA NAZIONALE
visto al Teatro Metastasio di Prato il 19 gennaio 2020
martedì 7 gennaio 2020
TEATRO DELLE ALBE/ RUMORE DI ACQUE
Castiglioncello. Castello Pasquini
Monologo serratissimo, intriso di forza evocativa,
durissima denuncia sociale, questo Rumore di acque,
scritto da Marco Martinelli, anche regista insieme alla
compagna storica Ermanna Montanari a cui è stato
affidato la cura dello spazio, delle luci e dei costumi.
In scena uno straordinario Alessandro Renda,
performer dalla vocalità impressionante. Sessanta
minuti di apnea, per lo spettatore, rapito dall'ascolto
visionario delle parole di un dittatore di una non
precisata isola mediterranea- un francobollo d'isolaalle prese con la conta dei morti. I morti sono i morti
delle carrette del mare. Quelli fuggiti con mezzi di
fortuna dalle coste libiche-tunisine per la terra
promessa, la Sicilia, l'Italia. Una computisteria da
nevrosi ossessivo compulsiva o da caserma, appunto,
tratteggia un monologo delirante: è la conta del morti
che quest'uomo, che poi svela essere un " appuntato"
del diavolo, a fare da motore centro e propulsore
della macchina di scena. Macchina che poi si riduce
ad una pedana dove il dittatore, contrappuntato da
patacche inutili sulla divisa, si contorce con un microfono ad asta con dietro uno schermo dove
solo e solo si riproducono cifre. Cifre e ossessioni. Quante morti ai pesci? I pesci che si
pappano i corpi di chi non è mai sbarcato. Microstorie si intrecciano nella narrazione del folle.
Nomi arabi, di giovani uomini di giovani donne, tutte e tutti in aspettativa di vita migliore e poi
finiti in pasto al mare. In scena, col dittatore dell'isola che non c'è, due straordinari musicisti e
cantanti, i fratelli Mancuso. Entrano in perfetta sintonia col capo, ma la loro storia, narrata con
canti e suoni di una malinconicità avvincente, da ballata popolare, raccontano un'altra storia.
Struggente e drammatica.
Marco Martinelli lavora da alcuni anni a Mazara del Vallo. Ha ascoltato tante storie di migranti.
Lavora coi bambini della comunità tunisina di Mazara insieme a Ermanna.
Una storia che si ripete nel canale di Sicilia. Una storia che dovrebbe avere una fine. A chi fa
teatro, un certo tipo di teatro militante, non resta che raccontarla.
Rumore di acque è testimonianza viva e fedele di un percorso artistico di gran respiro. Di una
vivida solidarietà con gli ultimi. Quelli che neanche i pesci possono riconoscere
Su BLOG -2011
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sabato 21 dicembre 2019
ANTIGONE
renzia.dinca
Prato
Massimiliano Civica si confronta con un testo della classicità greca Antigone di
Sofocle, così lontano e paradossalmente così vicino alla narrazione possibile
su temi costanti della contemporaneità. Ne fa una lettura originale anche
discutibile, come deve essere, vista la distanza di epoche e pensiero
politico-sociale e culturale che distanzia il testo scritto nel V secolo A.C.
dalla complessità tumultuosa
dell'attuale pensiero unico in epoca di post globalizzazione. Ma è proprio questa la forza del mito e dei
classici, come ci hanno insegnato i Maestri nella critica letteraria e nella Storia dell'arte più in
generale. Civica infatti, si mette in
gioco come regista e intellettuale della scena (sua è anche la traduzione e
l'adattamento del testo, concentrato in meno di un'ora di spettacolo) con un
arduo ulteriore step di sfide: quelle con le messinscene di Antigone firmate da
mostri sacri del parterre internazionale che di e da Antigone hanno creato
opere memorabili entrate nei manuali della Storia del teatro novecentesco da Brecht
a Pasolini (un Creonte per il cinema: Carmelo Bene), dal
Living in versione Judith Malina fino ai piu recenti Motus, datati primi decenni del
Duemila, con una straordinaria Antigone Silvia
Calderoli in versione
proto/neo femminista. La sua personale
lettura del classico sofocleo si avvale ancora una volta (dopo la recente
rilettura di Alcesti presentata alle Murate a Firenze) investendo di
nuovo a pieno regime nelle eccellenze
attoriali femminili di Monica Demuru-Ismene
e Monica Piseddu -Antigone, affiancate ad altre eccellenze quali Oscar
De Summa-Creonte, Marcello Sambati-Corifeo e Francesco Rotelli-Emone.
Ecco che allora l'operazione che Massimiliano Civica ha individuato come
novità assoluta nel cartellone 2019/20 del Teatro Fabbricone di Prato
e da sua scrittura drammaturgica del
copione di Antigone di e da
Sofocle (sostenuto anche da Note di regia molto circostanziate sul
corto-circuito possibile interpretativo fra trapassato remoto e attualità con
un nutrito esauriente Programma di Sala), si appresta a diventare materia ghiotta per
un pubblico un po' sofisticato e per una critica che prova a cimentarsi con una materia di
attenzione allertata. Quali frasi estratte dall'originale diventano focus della
tragedia e dei suoi personaggi secondo Civica. Quali dimensionamenti, sempre di
trama e personaggi, secondo Civica. Quali riqualificazioni etiche ed estetiche
il regista ha apportato rispetto alla tradizione delle messinscene piu recenti. Insomma quale operazione complessiva fra regia, traduzione re-interpretazione ideazione e messinscena alla luce della
lettura politicizzata recente, ha provocato ed evocato Civica sulla figura
centrale di Antigone?
L'Antigone secondo Civica, è una figura femminile
rovesciata rispetto alla lettura femminista che vuole al centro la
Principessa-Antigone opposta al Padre-Re: qui seppellisce il fratello Polinice
(con la sorella Ismene che la precede in modo quasi simbolico senza però
diventare capro espiatorio, anzi rifuggendone). Antigone seppellisce il fratello traditore che in
scena è un fantoccio mangiato dagli animali selvatici in divisa nazista, perchè
vuole conservare i propri privilegi di aristocratica. Quei privilegi di casta a
cui lei appartiene quelli dell'Ancien
regime di cui lei è protagonista in quanto erede. Qui non si tratta più di
opposizione femminile che opta alla trasgressione contro le Leggi della Polis
in funzione della Legge morale che
obbedisce alla seppellitura dei morti tout court, ma di una Figlia futura
regina che decide di andare contro il Padre che, investito di un ruolo di
comando assoluto fra lotte fratricide e trappole di potere (siamo dentro la
dinastia malefica delle Figlie di Edipo) è bloccato dal suo ruolo di
Gerarca?Monarca?-Creonte veste con tuta
militare e fazzoletto rosso da partigiano- con relative e
successive responsabilità sul Popolo.
Dal buio di sipario aperto, il lavoro si apre con un a parte di
Creonte (Oscar De Summa): un eco da bestia e si chiude col sipario su di
lui – un non parlato un inarticolato. La
scena di Antigone è completamente vuota. Il fantoccio di Polinice è deposto alla sinistra del palco e lì
rimarrà fino alla fine. E' lui il
corpo-feticcio su cui ruotano le impalcature dei nuovi equilibri interni
(la Famiglia Reale), rispetto alla Polis. Siamo all'istantanea di un hic et
nunc senza ritorno. Dentro una redde rationem. Fra aristocratici (forse in
declino) e comunque dentro una lotta di
Potere fra famigliari che in mano hanno
ancora le casse dello Stato. Basta avvedersi dei costumi di scena delle
due belle figlie Ismene e Antigone per
avere un quadro di sontuosa rapacità familistica. E poi anche degli ingressi da
avanspettacolo in romanesco della plebe al servizio di polizia che strappano
una risata (Francesco Rotelli) o il Coro tutto affidato in estrema
sintesi come sotto dettatura altra, di Marcello
Sambati. Siamo dentro un prima e un dopo dove in scena si recita con toni
quasi sottovoce eppure urlati nel simbolico, lo sdegno il dolore la carneficina ma soprattutto il desolante
confronto con un passato definitivamente morto o in stand by che si affaccia su
un presente bifronte o quantomeno desertificato di senso. Nei dialoghi fra
Antigone e Creonte, fra Ismene e
Creonte-le figlie Regine, si instaura
una sorta di psicodramma. In
avanscena si scontrano si confrontano. Ma tutto è sussurrato, sotto soglia. O
meglio in ibernazione. Come se il dramma vissuto dai protagonisti e dai corpi
fosse congelato nei gesti nelle posture sempre regali delle due donne, mai scomposte fra
dialoghi e monologhi con Creonte e i
coprotagonisti. Una panchina sul fondale
farà da pausa- sospensione del climax, rispetto dove entrano e siedono i
personaggi tragici protagonisti o comprimari- che si appalesano sempre da destra per chi è pubblico, per poi
uscire da sinistra. Entrano ed escono di scena come fantasmi su modello
shakesperiano. Una concertazione spazio-simbolica di nettezza assoluta.
geometrica. Come ci aveva abituato Civica nella sua ideazione di Alcesti alle
Murate. Molto brave le attrici Piseddu-Antigone di eleganza in un ruolo
data la mission quasi impossibile. Come Demuru-Ismene, che assume le sembianze ma solo vocali, anche di Tiresia. Una
Ismene che per il regista, recupera una funzione centrale nella dinamica
di strutturazione scenica e drammaturgica per voce e corporeità perfettamente dentro la narrazione simbolica originale
drammaturgica della riscrittura di Civica rispetto le figure di Antigone e Creonte.
Una prova di regia e di pensiero questa di Civica, che coraggiosamente si confronta a partire dal piu recente Belve
(firmato da Armando Pirozzi come Quaderno per l'inverno ), sperimentando
generi e attrazioni fatali coi classici,
per un possibile confronto ancora umano sulla contemporaneità. Quella di un
possibile futuro che si re-interroga sul proprio esserci nel Mondo
Antigone uno spettacolo di Massimiliano Civica
Traduzione, adattamento e regia Massimiliano Civica
con Oscar De Summa, Monica Demuru, Monica Piseddu,
Francesco Rotelli, Marcello Sambati
costumi Daniela Salernitano
luci Gianni Staropoli
Produzione Teatro Metastasio di Prato
in collaborazione con Manifatture Digitali Cinema
Prato-Fondazione Sistemavenerdì 15 novembre 2019
La mamma sta tornando
povero orfanello
Buti (Pisa)
In un gioco di rimandi fra vivi e morti, in un dialogo
di ora e allora e fra fantasmi, non solo hic et nunc, si trasfigura in una scrittura scenica e
attoriale asciutta quasi allegra (si fa per dire), il nuovo lavoro del Teatro
di Buti: La mamma sta tornando povero orfanello a firma registica
di Dario Marconcini in collaborazione con Stefano Geraci. Perchè poi torna La
mamma, o meglio ri- torna dal Povero orfanello
Mentre a Buti in Prima nazionale e poi a Roma
(dove lo spettacolo sarà rappresentato nella Giornata della Memoria il 27
Gennaio al Teatro Vascello), in questi giorni Liliana Segre,
milanese-allora bambina 14enne (stessa età di Anne Frank), sopravvissuta a Olocausto
e oggi novantenne, è da qualche giorno protetta da due carabinieri
italiani in scorta. Quantomai oggi è ancora necessario testimoniare e raccontare per rendere
giustizia a chi ancora deve lottare contro razzismo e antisemitismo così
dilaganti nel nostro Paese e in Europa dove la memoria è corta e gli strumenti
di diffusione del mainstream passano da canali non controllati da chi ne
dovrebbe avere facoltà e soprattutto dovere deontologico
Il testo da cui è tratto il lavoro è dello scrittore e
drammaturgo Jean-Claude Grumberg,
francese ottantenne, rappresentato in tutto il mondo nonché sceneggiatore (fra
gli altri di Truffaut e Costa Gavras).
Un testo onirico, minimalista. Una scrittura quasi
giocosa ma di memorie forti, ingannevoli, registrata a più livelli semantici e
spazio-temporali da flusso di coscienza
dove passato e presente si intrecciano come accade nel guazzabuglio che è il
funzionamento della nostra Mente che nessuna mindfulness può governare. E' come
scritto e pensato fra veglia e sonno. Un po' fra Borges e Antonio Tabucchi di Requiem alla ricerca di Padri scomparsi
o solo ricompresi dentro le memorie anche letterarie. O come in Antonio Moresco
col suo doppio de La Lucina. E anche
un pò Divorzio tardivo di Yehoshua
coi suoi personaggi virati al femminile di memorie tenere dell’infanzia ma insieme
aspre e dure. La traduzione del testo di Grumberg è di Giacoma Limetani, romana,
traduttrice narratrice saggista e studiosa delle tradizioni e del pensiero
ebraico recentemente scomparsa, che aveva affidato tre anni or sono a Stefano
Geraci questo testo da lei tradotto
La messa in
scena, affatto semplice da trattare, è di una testualità stratificata,
multicodice, secondo uno stile molto dichiarato e rappresentato dalla coppia Daddi/Marconcini
che in cinquant’anni di carriera (come
si evince dal recente Quasi una vita, scritto per loro da Stefano Geraci), sempre ha cercato idee da mettere in scena
fra testi non inflazionati. Sul palco tre Attori: Giovanna Daddi: la
Madre che compare su sedia a dondolo come in flashback a dialogare-monologare
sulla narrazione del Figlio-Dario Marconcini, a sua volta in relazione
con tre personaggi-fantasmi maschili.
Tre figure autoritarie (per Emanuele Carucci Viterbi) ripetizioni del doppio, nel triplice ruolo di: Anestesista (il Bambino
ha avuto una operazione legata-negata, alla sua crescita), il Direttore della
casa di riposo, quella della Madre (dove è ricoverata e poi morta) e quello
del Padre, di cui ricorda poco, come
figura evanescente dapprima solo scomparso (epurazione leggi razziali 1938
siglate a Pisa San Rossore) e poi morto in campo di sterminio quando il bambino
era ancora piccolo (forse anche con cambi di abito nelle tre performance
identitarie multiple dove nel finale è a
torso nudo su cappotto nazi). Non c'è azione. Solo parola. Il Bambino-Dario
siede su una panchina sul palco completamente spoglio. Forse la panchina del
parco giochi di quando era piccolo e invocava la madre. O forse quella del
Bambino-Vecchio in ospizio. Nel dialogo coi fantasmi maschili e della Madre usa
un linguaggio e si atteggia proprio come un piccolo verso la Mamma e il Padre.
Ricorda rievoca spera che torni la festa, la domenica dell’infanzia. Un pò Domenica del villaggio di leopardiana
malinconico-giocosa matrice. O forse aspira chissà al ritorno dentro il grembo originario. Che è la Madre
ma potrebbe anche essere l’ala severa della Morte. E' vestito in pigiama come un bambino prima
di andare a dormire. Ma quel pigiamino ricorda
un pigiama da campo di sterminio (ha in testa la kippah). O forse è
pigiama di hospice. L'affabulazione si nutre di ricordi, fantasie legate al
clima dell’infanzia. Con al centro le figure della Madre e del Padre. Lui
l’attuale bambino di 62 anni. L'Altro il Padre il suo doppio di 42. Ma qui psicoanalisi non c’entra . Perchè la
differenza è che questo non è un Vecchio/Bambino in delirio o in fase
sonno-veglia. Perché a quel Bambino è successo. Davvero. Il padre di Grumberg è
di fatto stato catturato e portato in campo di concentramento dove è morto. Nel
testo e suo trattamento in scena non è chiaro. Ambiguità assoluta. Suo padre è scomparso improvvisamente ai famigliari e poi morto in campo sterminio.
Sua madre no. Poi lei muore da anziana in ospizio. Ora l’io narrante- 62 anni
nel testo mentre l’Autore è oggi 82 enne,
rivive quasi flashback la sua storia familiare. La straordinaria capacità di
Dario di immedesimazione – lui Anziano che si fa Bimbo in relazione con Mamma
(Giovanna Daddi) e con la complice attorialità versatile di Carucci Viterbi
(stolida espressione del Potere nelle diverse età della vita, tutte virate al
maschile) è delicata e insieme prepotente. Mentre una deliziosa ragazza Viviana
Marino, canta canzoni in francese
evocative e jiddish e con chitarra
La mamma sta tornando povero orfanello
regia Dario Marconcini collaborazione Stefano Geraci
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