giovedì 22 ottobre 2015


IO - REZZA e noi posted by renzia dinca PUBBLICATO su RUMORSCENA di Roberto Rinaldi Ponte a Moriano ( Lucca) In una delle migliori stagioni d’autunno, sulla via detta del Brennero che partendo dalle periferie pisane per poi dirigersi verso Lucca porta alle montagne dell’Abetone e poi ben oltre Trento e fino al confine austriaco Qualcosa si muove diretta da Roberto Castello, un artista- intellettuale dalla vista lunga, per la prima volta in uno spazio teatrale nuovo oltre a quello consueto di SPAM, ecco appalesarsi il ghigno più che surreale parecchio metafisico di Antonio Rezza in IO. Un gatto dello Cheshire ma cattivissimo, che appare scompare si scompone si dilata si trasforma si accanisce blandisce lo spettatore, ma in realtà in scena dal palco e anche da sotto, altro non fa che insultarlo e deriderlo provocandolo, denudando –travestendo se stesso, mettendosi in gioco da straordinario performer qual’ è. Sembra aderire, forse, condividere, in realtà ci fa uno sberleffo irridendo della nostra pochezza morale, dell’umana viltà narcisa e stracciona di cui tutti siamo insieme teatrino vivente e recitante nel micropalco delle nostre piccole esistenze negli interni famigliar-domestici e mondan- professionali. Chi sono tutti questi IO che il performer- anche autore dei suoi testi- pur smentendosi per smentire se stesso in quanto autore mette in scena? gli IO sono alter ego di Rezza e di ciascuno di noi, presi in fotografia nella propria egolatria individuale famigliare e sociale. Così si comincia quell’IO difficile auto narrante, dal bambino nato da accoppiamento regolare con papà e mamma per passare all’adolescente masturbante che si identifica col lenzuolo in cui cresce col suo seme nel suo isolamento a fronte di un adulto che di professione è radiologo esaurito e/o giocatore baffuto anni Settanta – Mazzola. Che poi gioca al gioco dell’oca. Che poi irride chi va a teatro suo ospite collo smart: non sei tu che illumini, lui ti illumina. E non d’immenso. Che poi, da adulto si ridimensiona nel sui IO. Hic et nunc. Forse Nel non evidente plot narrativo-chè Rezza decostruisce con sapienza di ritmo affabulatorio e atletico, svariate identità si intrecciano in un vulcanico caleidoscopio di personaggi e situazioni dove la narrazione si innesca per poi essere divorata da se stessa. Così che: tout se tient. Infatti il passo, il suo-è Teatro alla quintessenza, un pas à deux o anche delirio a due. Perché il nostro IO|Io (Rezza) come minimo, si confronta con la partner scenografica straordinaria Flavia Mastrella, artista visiva e anche pittrice di rango per costruzione di storie attraverso, a sua volta, minimalismi funzionali di lenzuola-oggetti di scena appoggiati su mollette come capi di bucato all’aria dove la maschera comico-grottesca di Rezza si intrufola mimetizza rintraccia e autorappresenta. E si sa che all’aria e dall’aria può arrivare di tutto. Anche l’ufo-spettacolare transformer di Rezza. Ma insomma nello spettacolo (un’ora e un quarto di puro lavoro performativo)chi è il Bambino e chi la Mamma?quello che si avvolge fra e nei “lenzora” e|o chi lo avvolge e culla? Questo spettacolo ha calcato molti spazi teatrali, tuttavia continua ad essere provocatorio, urtante. E non ci basta che ridere. O forse anche no. Forse e soprattutto ancora ci aiuta ad allenarci nell’intelligenza di spettatori. Forse vuol dirci che scegliere di andare a teatro può ancora equivalere ad un esercizio del pensare. Per non uscirne mai tranquilli. IO di Flavia Mastrella e Antonio Rezza con Antonio Rezza quadri di scena Flavia Mastrella (mai) scritto da Antonio Rezza Visto al Teatro Nieri di Ponte a Moriano il 16 ottobre 2015

Cuore di tenebra di Enrique Vargas Pistoia Le esperienze di teatro antropologico ideate e dirette dal colombiano Vargas portano in sé per chi se ne avvicina, una valenza di forte impatto emotivo e relazionale dato il coinvolgimento diretto e totale sul corpo e sulla psiche, da indurre quasi un effetto psicoterapeutico. Teatro della sensorialità (Teatro de Los Sentidos, è matrice ideologica) dove lo spettatore-attore viene accolto e accompagnato da mani e occhi sapienti dentro un viaggio del corpo e della mente a vivere in prima persona una realtà spesso archetipica-mitologica, un viaggio iniziatico nei meandri del profondo di ciascuno di noi. Questa volta il testo-pretesto del lavoro di Vargas è la filigrana del romanzo di Joseph Conrad Cuore di tenebra anche se ben poco di quella narrazione ne risulta nella strutturazione e nel contesto drammaturgico. Di sicuro il tema d’indagine è quello della banalità del male che come nei forni della Germania nazista, così mieteva vittime nel Congo belga nell’Ottocento schiavista dei campi di lavoro, così come nel Vietnam nell’ambientazione di Apocalypse now del colonnello Kurtz girato da Francis Coppola con Marlon Brando protagonista. Da qualche anno in pianta stabile al Teatro del Funaro di Pistoia-questa volta Vargas sperimenta uno spazio di sviluppo della propria poetica molto ampio e diverso quale un capannone in disuso (ex centro fiere) accanto alla stazione ferroviaria pistoiese. E lì davanti al cancello ci ritroviamo in 54 spettatori a replica fra il finire del giorno e la notte. Che nella notte entriamo. Lo stesso Vargas ci accoglie chiedendoci fra il giocoso e il misterico: avevate un nascondiglio da bambini? e dove vi nascondevate? dietro a lui il profilo geografico dell’Africa. Veniamo affidati alle cure delle guide (che così speriamo), dentro uno spazio vuoto completamente buio. Una fioca luce sul fondo rischiara e siamo costretti, in solitaria, a scegliere uno solo fra i nostri sette simbolici “ comandanti” che ci vengono presentati. Si va a tentoni a piedi nudi annaspando come sulla sabbia: è terra, terra vera che ci accompagnerà dal basso e per l’intero viaggio sporcandoci mani e piedi in cui affonderemo in una avventura in completa solitaria sinestesia. In file indiane veniamo misurati e “nominati” da improbabili kapò che ci forniscono un secchio d’acqua per la traversata. Ma dove ci stiamo oppure: dove ci stanno dirigendo? si infiltra un segreto timore. Qua e là le nostre guide ci avviano ad un’esperienza sensoriale nuova mentre odori anche fortemente aggressivi(in primis quello di carne bruciata) ci avvolgono. E un po’ alla volta si sgrana la meta narrazione: siamo dentro un abisso semi-infernale dove ogni anima bella vaga in balia di se stessa con qualche bagliore ogni tanto a orientarla ma solo per metterla di nuovo di fronte ad una scelta: essere vittima o carnefice dell’Altro da sé. Siamo coinvolti a piccoli gruppi in micro azioni:lavare una donna, farsi riempire il secchio di sabbia (dopo averlo svuotato d’acqua),scegliere chi uccidere per non soccombere noi per infine neanche noi salvarci. Così in questa processione di discesa agli inferi finiamo per perdere la nostra guida-guru e ritrovarci soli, col nostro secchio-terra sotto terra dentro il recipiente, ad assistere attivi alcuni,altri impotenti, ad una scena primordiale selvaggia e satanica: una costruzione in tubi innocenti dove in fila indiana siamo invitati a consegnare il nostro secchio che a mò di catena di montaggio, verrà caricato sul praticabile in un crescendo di sferraglianti rumori e girare di carrelli guidati da oscuri personaggi e poi scaricato di nuovo a terra. Polvere siamo e povere ritorneremo (?) Questo di Enrique Vargas, regista internazionale ed antropologo di razza, è un lavoro che segna un cambio di estetica nella sua personale produzione. Alla fine lo spettatore-viandante viene lasciato solo a scegliere fra il bene il male, fra la salvezza e la distruzione. Sua e dei suoi compagni di viaggio. Qui non ci sono vie di fuga o soluzioni salvifiche. Nessuna morale od etica politica. Noi siamo lanciati dentro il male di vivere. Quel Bambino che scrutava il mondo da dentro il suo nascondiglio magico adesso è un Io adulto costretto a scegliere. Da solo. E di nuovo si tratta della vita e della morte. Ma stavolta in Cuore di tenebra, senza pietas. Cuore di Tenebra Teatro de Los Sentidos Regia di Enrique Vargas Produzione Il Funaro, Associazione Teatrale Pistoiese e Comune di Pistoia Ex centro Fiere viale Pertini Visto il 2 ottobre 2015

lunedì 12 ottobre 2015


Laboratorio Olimpico è un progetto ideato dall’Accademia Olimpica e sostenuto e condiviso negli anni dal Comune di Vicenza per restituire al Teatro Olimpico il ruolo che gli è proprio fin dalla sua fondazione a opera dell’Accademia: quello di un luogo di eventi unici e di incontri notevoli intorno al teatro che ripensa i propri confini. A fianco del tradizionale Ciclo di Spettacoli Classici, oltre la inevitabile stagionalità dei cartelloni, Laboratorio Olimpico si candida a documentare, sedimentare e stimolare visioni storiche, poetiche e percorsi creativi originali, proprio a partire dall’eccezionalità del monumento palladiano. La decima edizione è dedicata a una riflessione sugli attuali rapporti del teatro col sacro, che attestano come il teatro si rivolga sempre più alle proprie origini, anche antropologiche, quali fondamenti della propria necessità; in una società che, col moltiplicarsi delle occasioni di spettacolo, tende invece a relegarlo a un ruolo di intrattenimento. MARINO BREGANZE Presidente dell’Accademia Olimpica JACOPO BULGARINI D’ELCI Vicesindaco, Assessore alla Crescita ha finora ospitato spettacoli (Odin Teatret, Le Albe, la Compagnia della Fortezza, Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards); registi, attori (Luca Ronconi, Peter Stein, Maddalena Crippa, Eugenio Barba, Julia Varley, Iben Nagel Rasmussen, Pippo Delbono, Alfonso Santagata, Claudia Castellucci, Marco Martinelli, Ermanna Montanari, Giuliano Scabia, Armando Punzo, Michele Sambin, Enrico Castellani, Jonathan Hart Makwaia, Maurizio Lupinelli, Mario Perrotta, Alessandro Renda, Vasco Mirandola, Paolo De Vita); studiosi (Paolo Portoghesi, Giovanni Raboni, Paolo Puppa, Giuseppe Manfridi, Gabriele Sofia, Clelia Falletti, Antonio Attisani, Franco Perrelli, Marco De Marinis, Jean Marie Pradier, Philippe Goudard, Sandra Pietrini, Giuseppe Longo, Paolo Vidali, Vincenza Di Vita, Davide Susanetti, Dario Vivian, Gianfranco Bettin); critici, giornalisti (Franco Quadri, Gian Antonio Stella, Ilvo Diamanti, Giulio Giorello, Massimo Marino, Anna Maria Monteverdi, Oliviero Ponte di Pino, Andrea Porcheddu, Roberto Rinaldi, Anna Bandettini, Marzio Breda, Francesca De Sanctis, Laura Gemini, Roberto Rizzente). Direzione Roberto Cuppone Da un’idea di Cesare Galla Amministrazione Accademia Olimpica di Vicenza Ufficio Stampa Alessandra Agosti Progetto grafico Paolo Pasetto Organizzazione e promozione Theama Teatro Informazioni Accademia Olimpica di Vicenza Largo Goethe 3, 36100 Vicenza tel. 0444 324376 (lun-ven 08-17) www.accademiaolimpica.it - segreteria@accademiaolimpica.it www.laboratoriolimpico.org Informazioni su Rete Critica http://retecritica.wordpress.com Ufficio Theama Teatro Via Nino Bixio 4, 36100 Vicenza Tel. 0444 322525 (lun-ven 10-13 e 14-18) www.theama.it – info@theama.it Accademia Olimpica Comune di Vicenza Laboratorio Olimpico® 2015 (edizione del decennale) Teatro Olimpico 7 e 8 novembre 2015 BLASPHEMÌA IL TEATRO E IL SACRO Convegno internazionale Partners di progetto RETE CRITICA DIRAAS - UNIVERSITÀ DI GENOVA CLASSICI CONTRO LICEO CLASSICO “PIGAFETTA” DI VICENZA INTERNO APERTO Sabato 7 novembre ODEO DEL TEATRO OLIMPICO AB INITIO Prima giornata (in collaborazione con DIRAAS - Università di Genova, Classici Contro, Liceo Classico Pigafetta): ipotesi e provocazioni dalla storia del teatro e dei suoi rapporti col sacro. ore 10 presiede Franco Perrelli (Università di Genova) Introduzioni Marino Breganze (Presidente dell’Accademia Olimpica di Vicenza) Jacopo Bulgarini d’Elci (Vicesindaco, Assessore alla Crescita del Comune di Vicenza) Roberto Cuppone (Direttore di Laboratorio Olimpico) Alberto Camerotto (Università di Venezia, Classici Contro) Blasfemie olimpiche. Parole contro gli dèi nella Grecia Antica Giorgio Ieranò (Università di Trento, Classici Contro) Bestemmiare Dioniso Luciano Chiodi (Liceo Classico “Pigafetta”, Classici Contro) Dal mito al teatro: il caso Elettra Sandra Pietrini (Università di Trento) Raffigurazioni oscene e blasfeme nell'immaginario medievale ore 15 presiede Alberto Camerotto (Università di Venezia) Simona Morando (Università di Genova) Il Barocco e la spettacolarità del sacro Franco Perrelli (Università di Torino, CUT) Un esempio di dramma sacro moderno: ‘Il verbo’ di Kaj Munk Elena Randi (Università di Padova) Il Sacre di Vaclav Nižinskij: danza e rito Fabrizio Fiaschini (Università di Pavia, “I teatri del sacro”) Il teatro e il sacro oggi: dalla parte del sacro Gabriele Sofia (Université de Montpellier, Beacon project) Ceci n’est pas un Christ: Golgotha Picnic di Rodrigo Garcia Comunicazioni Massimo Celegato Blasfemia: la calunnia contro Dio Andrea Savio Processi per bestemmia nel Veneto asburgico BLASPHEMÌA IL TEATRO E IL SACRO ‘Blasfemia’ (greco βλασφημία, blasphêmía; da cui ‘bestemmia’) deriva dal βλάπτειν (bláptein), “ingiuriare”, e φήμη (phếmê), “reputazione”; significa letteralmente diffamazione, contestazione della Fama; cioè, più che del divino in sé, del suo valore identitario. Se è vero che il teatro, alla ricerca di uno statuto di necessità, da più di un secolo si racconta come discendente del rito (in questo confortato dall’antropologia e dai miti fondativi di quasi tutte le culture), allora si può dire, con una punta di provocazione, che la storia di quello che noi chiamiamo teatro è in effetti storia di una progressiva ‘dis-sacrazione’ (come in primis dimostra il Teatro Greco); ma nel contempo anche di un senso di perdita, di ricerca di quella stessa necessità iniziale (come dimostrano ad esempio i ciclici dibattiti sulla tragedia e sulle origini del teatro). Ecco perché, secondo Grotowski, diversamente dalla profanazione, che è invece mancanza di rapporto col sacro, oggi paradossalmente “il blasfemo è il momento del tremito. Si trema quando si tocca qualcosa che è sacro; forse è già distrutto, distorto, deformato e comunque rimane sacro. Il blasfemo è un modo per ristabilire i legami perduti, per ristabilire qualcosa che è vivo […] Non c’è blasfemo se non c’è relazione vivente col sacro”. Sabato 7 novembre TEATRO OLIMPICO ore 17,30 (posti limitati) C’ERANO UNA VOLTA GLI DEI ESCHILO, SOFOCLE, EURIPIDE “SMITIZZATORI” Reading di brani e di frammenti inediti con Maria Luisa Abate (Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa) e con Armando Carrara (La Piccionaia) Pino Costalunga (Glossa Teatro) Massimo Munaro (Teatro del Lemming) Piergiorgio Piccoli (Theama Teatro) Irma Sinico (Ensemble Vicenza) Patricia Zanco (Fatebenesorelle) Domenica 8 novembre ODEO DEL TEATRO OLIMPICO IN LIMINE Seconda giornata (in collaborazione con Rete Critica): testimonianze dirette di giornalisti, critici, bloggers e protagonisti degli spettacoli più “blasfemi” degli ultimi anni. ore 10 presiede Roberto Cuppone (Università di Genova) Oliviero Ponte di Pino (ateatro.it) Il teatro e il sacro oggi: dalla parte del teatro Paolo Puppa (Università di Venezia) Da Pirandello a Pasolini: la sacralità dell’osceno, da L’uomo, la bestia e la virtù ad Affabulazione Massimo Marino (Corriere della Sera, doppiozero) Sul concetto di volto del figlio di Dio di Romeo Castellucci Ester Fuoco (Università di Genova) Contro un panteismo bigotto: Jesus di Babilonia Teatri conclusione di Vittorino Andreoli Il sacro nel teatro della mente ore 15 presiede Oliviero Ponte di Pino (ateatro.it) Vincenza Di Vita (Università di Messina) Sui capolavori crocifissi (Carmelo Bene e altre catastrofi) Camilla Lietti (stratagemmi) Ridere degli dei: dalle Grandi Dionisie a Jan Fabre Lorenzo Donati (altrevelocità) Dal sacro al quotidiano: esempi teatrali recenti Elena Scolari (PAC - paneacquaculture) Morire in libertà: il caso Englaro a teatro Rossella Menna (Volterrateatro) Poesia e santità nel teatro di Armando Punzo Intervista in videoconferenza da Montpellier a Rodrigo Garcia Introduzione e traduzione a cura di Gabriele Sofia Nella giornata, interventi di Giovanni Boccia Artieri (Università di Urbino), Tommaso Chimenti (Il Fatto Quotidiano), Francesca De Sanctis (l'Unità), Renzia D’Incà (autrice), Laura Gemini (Università di Urbino), Lucia Medri (Teatro e Critica), Roberto Rizzente (Hystrio), Il Tamburo di Kattrin, Fattiditeatro

mercoledì 23 settembre 2015


https://youtu.be/PmQUb9NlFss

martedì 22 settembre 2015


La voce del padre

lunedì 21 settembre 2015


Dal Paese che c’è di renzia.dinca Monticchiello (Siena) Domanda retorica: per scrivere e descrivere uno spazio|tempo di immobile secolare bellezza e di fronte alle parole sensibili dei suoi abitanti-quelle della fenomenologia del Teatro Povero (50anni nel 2016) oltreché assistere allo spettacolo in piazza, occorre partire a riflettere sulla location o semplicemente ascoltare le voci delle persone che quel luogo lo hanno abitato e lo abitano? Di fatto Monticchiello è un luogo di straordinaria bellezza della Val d’Orcia, dalla parte senese del Monte Amiata: un piccolissimo borgo di poche anime ed oggi come da tempo, in via di disabitazione a causa di mancanza di lavoro e di crollo delle nascite, che fino agli anni Cinquanta del secolo scorso viveva di mezzadria. Oggi i più fortunati sono passati, in pochi, alla realizzazione e conduzione di B&B e agriturismi. La zona è dagli anni Novanta Patrimonio universale dell’Umanità. Ne scrivono e descrivono soprattutto gli stranieri, magari sulle mappe dei tour internazionali, specie gli inglesi (forse anche per via della forte loro presenza nel vicino Chianti shire, magari sulla scia di Sting) e i fiorentini, appunto, che qui hanno avuto casa-vedi Mario Luzi che da Firenze si trasferiva nella rinascimentale cara agli storici dell’arte Pienza, a pochi chilometri di distanza da Monticchiello, per trascorrervi le estati sulle crette, insieme ad alcuni stretti amici poeti, fino a diventarne cittadino onorario. A Monticchiello esiste una forma pluridecennale di resistenza che non è più quella partigiana (per fortuna), che qui il Nemico è insidioso, non si appalesa se non per piccoli o macro indizi quasi sempre politici – affaristici ( lo Stato nelle sue svariate forme) ed è resistenza sotto forma di rappresentazione storicizzata da quasi cinquant’anni di tradizione teatrale. Lo spunto dell’autodramma (definizione di Strehler) di questa edizione numero 49: Il Paese che manca, è la chiusura dell’unico ufficio postale ed il compleanno dell’ultimo ventenne del posto-ma dietro le quinte e nella ideazione del regista e autore genius loci Andrea Cresti, c’è quella di un popolo sanguigno d’origini contadine orgogliose e prima sottoposte a latifondismo che, caparbio, e con fortissimo senso di appartenenza antropologica alla propria terra, ha creato una forma unica di teatro in Italia dove le “piccole” urgenze paesane sono diventate consustanziali ai cambiamenti del Paese e sussidiarie con i bisogni della comunità. Ne abbiamo parlato con Giampietro Giglioni, giovane antropologo (anche autore)che ci ha introdotto alla realtà montichiellese dove in un gomitolo di pochi metri di spazio si trovano: piazza con bella chiesa gotico-rinascimentale, straordinario interno ristrutturato ad hoc con funzioni di punto di incontro essenziali per la piccola comunità come: biblioteca dotata di accesso internet, museo della storia del Teatro Popolare (Teatro Povero è definizione data da Grotowski) in cui si converte in via sostitutiva la funzione amministrativa di un luogo dove arrivano i farmaci per gli anziani che non hanno occasione di spostarsi ai più vicini centri per comprarsi medicinali, insomma anche un po’ emporio assai strutturato e funzionale che sostituisce mansioni in cui lo Stato è assente (con un ristorante attivo tutto l’anno). Sembra davvero di essere entrati in un luogo dove solidarietà e fede per l’identità collettiva non è platonica utopia magari un po’ vetero-comunista, ma realtà vissuta sulla pelle. Del resto le radici sono solidissime: lo spiega il presidente della cooperativa che gestisce lo spazio Luchino Grappi ricordando :“Quel 6 aprile del 44 in cui la signora Irma Angheben riuscì a convincere i tedeschi in ritirata a non ammazzare i civili già schierati per la fucilazione proprio sotto le mura medievali del borgo”. La dimensione del “collettivo” si avverte anche parlando con una memoria storica, la signora Gabriella Della Lena che fin dal 1957, lei appena adolescente, si unì al gruppo come attrice in quello che fu poi individuato come realtà nazionale unica del Teatro Povero di Monticchiello. “Eravamo abbandonati dalle istituzioni politiche- dice. Non ci conosceva nessuno. Anche allora le campagne erano spopolate nella Val d’Orcia. Già nei primi esperimenti c’era Andrea Cresti. L’idea nacque da diverse persone fra cui Aldo Nisi ed il prete don Vasco Neri. Ci partecipava l’intero paese. Poi Mario Guidotti , giornalista capo ufficio stampa alla Camera dei Deputati. Avevamo spettatori come Zeffirelli, Ghigo de Chiara, Nico Garrone”. Pur sotto tale osservatorio critico, nessun abitante si è mai montato la testa. La signora Della Lena ha lavorato proprio alle Poste italiane come impiegata e nella edizione del Paese che manca, è la nonna del ragazzo per cui la comunità festeggia l’evento. E così assistiamo in piazza all’autodramma che quest’anno tratta di problemi inter-generazionali di una società arcaica ma che guarda al futuro e ne è strettamente connessa. Dove i cavi della banda larga e wi-fi si mescolano coi quotidiani regimi domestici in cui le donne ancora impastano a mano farina e uova per fare una torta di compleanno per il nipote. In scena abbiamo visto una famiglia, allargata, dove una nonna fa la pasta in diretta, due genitori un po’ demoralizzati riguardo ai temi che corrono- disoccupazione giovanile- un po’ litigano, mentre il ragazzo che deve essere festeggiato sta per andarsene. Gli amici vanno al compleanno dotati di smart phone. Non si sa con chi parlino. Solo un ragazzo invitato- di colore- parla a qualcuno nella sua lingua di africano. I dialoghi nascono da improvvisazioni o meglio da riunioni che almeno sei mesi prima si accendono nel borgo montichiellese. E’ così da ben 50 anni. Gli incontri sono in un primo tempo allargati all’intera comunità, su temi di interesse prioritario comune, poi snelliti e reinterpretati per lo spettacolo dal regista e autori per andare in scena per ben 22 repliche, una gran fatica nel pieno della ferragostana – ci dice Andrea Cresti. Sullo sfondo del soggetto drammaturgico in cui si delineano tre quadri scenografici, compare una figura misteriosa e fantasmatica, quella del Giocattolaio. Figura-ombra, un perturbante che svolta o prova a spostare altrove sguardi e inconsci del realismo ben poco magico a cui assistiamo in scena. E forse le soluzioni per uscire dalla crisi della comunità- paese stanno proprio là, nel reinventarsi percorsi altri di invenzione del futuro. Mentre una personalità come il professor Asor Rosa presente alla prima, che non molti anni fa si interessò ad un lavoro del Teatro Povero in cui l’intera comunità si scagliò contro un eco-mostro che stava per crescere come un cancro nello splendore delle crette saluta e si complimenta con il Maestro Cresti. Il Cinquantenario è alle porte e dovrebbe andare celebrato, anche dalle istituzioni nazionali, come questa realtà merita: con amore e grande cura, quella che mettono i cittadini montichiellesi a tener salda la propria identità culturale anche attraverso la tradizione del Teatro Povero. Il Paese che manca -49 esima edizione Regia di Andrea Cresti con gli attori-abitanti Monticchiello, Visto il 25 luglio 2015

domenica 12 luglio 2015


Teatro, Teatro recensione — 11/07/2015 22:16 è su RUMORSCENA di Roberto Rinaldi Ironie fra musica e parole a Inequilibrio FestivalPosted by renzia.dinca CASTIGLIONCELLO (Livorno) – In uno spazio bellissimo, completamente affrescato, del Castello Pasquini nella sala del thè, dove la calura corrodeva anche i ventagli delle signore, Luca Scarlini figura molto nota della scena teatrale italiana, ci ha deliziato con una performance d’autore, afferrandoci per mano e accompagnandoci dentro una storia, anzi: un match (Prima le parole e poi la musica cronache del match Mascagni- D’Annunzio) davvero poco conosciuto o perlomeno indagato nella storia della cultura italiana del primo Novecento. Si tratta della narrazione del rapporto fra due colonne di intellettuali che riempivano scene e salotti dei tempi, italiani ed internazionali, un personaggio della lirica-il livornese Pietro Mascagni e della letteratura italiana- il poeta vate Gabriele D’Annunzio. Divertentissimo, carismatico, ricco di calembours, colto e raffinato ma con tutto lo sberleffo che solo un uomo di teatro può gestire e restituire in scena andando a rafanare fra storie pubbliche e private di due personalità di spicco dell’epoca e tuttora assai famose, proteso in una affabulazione colta ma autoironica come il sottotesto comporta, Luca Scarlini ha scandagliato da scrittore e narratore drammaturgo qual’ è, l’intreccio di due personalità che si sono odiosamate. Il risultato è un mix fra lectio magistralis e narrazione colta. Dove inserti lirici di alto livello, voci e direzioni orchestrali in presa diretta ascoltate e apprezzate da un pubblico attento e divertito, si incrociano con storie assai meno levigate, un po’ fra il boudoir e il salotto mondano. Attraversamenti Attraversamenti Altro interessante contributo dentro il bel festival Inequilibrio è quello di Nerval Teatro con ATTRAVERSAMENTI di Maurizio Lupinelli una rivisitazione da Beckett partendo da Aspettando Godot per passare a Finale di partita e fino a Giorni felici. Al solito: quando il critico si confronta col teatro del disagio ha bisogno di occhiali spessi per mettere a fuoco la complessità che si cela dietro spettacoli a volte davvero magici e coinvolgenti. E così è per questa nuova prova di Lupinelli e dei suoi attori in scena. Beckett si presta- e come non potrebbe- a innescare scenari e personaggi duttili e quindi ideali da far compenetrare a maschere e corpi che ben assorbono il tema delle diversità essendone protagonisti nella vita reale. E’ così che il regista riesce a inventare uno spazio perfettamente beckettiano con tanto di bidoni ad uso di praticabili e stralunate figure maschili e femminili- con deliziosi bambini a fare da intermezzi trasmettendo anche con l’aiuto di suoni e coreografie essenziali ma efficaci-le scene sono state realizzate tramite la terapia occupazionale dalla cooperativa sociale Nuovo Futuro. Attraversamenti Attraversamenti E poi i Gogmagog con Matrimonio segreto di Virginio Liberti, fondatore di Egumteatro. In scena il dialogo fra una coppia, i bravi Rossana Gay e Carlo Salvador. Una coppia che si interroga sul senso della propria vita a due. Dove la donna, come al solito, è la prima a infrangere il tabù dei silenzi e delle omissioni. I due non discutono dal tinello di casa, ma, paradossalmente, in pubblico, da una mostra fotografica dove foto di donne sgranate si susseguono in astratto bianco e nero. Dal possibile tragico alla ricomposizione dei due, dopo un evento assai traumatico, dove però solo al femminile si può restituire complicità, salvezza e futuro. Gogmagog foto Lucia Baldini Gogmagog foto Lucia Baldini Visto a Castiglioncello-Festival Inequilibrio, Castello Pasquini, il 4 e 5 luglio 2015 FacebookTumblrPinterest Tags: featuredrenzia.dinca Autore: renzia.dinca Si è laureata all’Università di Pisa. Giornalista dal 1985, ha collaborato con Hystrio, Sipario, Rocca, Il Grandevetro, Il Gazzettino di Venezia, Il Tirreno, La Nazione, Il Giorno, Sant’Anna News. Lavora come consulente in teatro e comunicazione. Ha condotto ricerche universitarie per le riviste Ariel e Drammaturgia e svolto tutoraggio di master universitario di Teatro e comunicazione teatrale per l’Università di Pisa. Ha pubblicato in poesia Anabasi (Shakespeare & Company, Bologna 1995), L'altro sguardo (Baroni, Viareggio 1998), Camera ottica (ivi, 2002), Il Basilisco (Edizioni del Leone, Venezia 2006) con postfazione di Luigi Blasucci, L'Assenza (Manni-Lecce 2010) con prefazione di Concetta D'Angeli, Bambina con draghi ( Edizioni del leone, Venezia 2013) con prefazione di Paolo Ruffilli. È inserita nella rivista Italian Poetry della Columbia University.Come saggista teatrale il volume Il teatro del cielo (Premio Fabbri 1997), Il gioco del sintomo (Pacini-Fazzi, Lucca 2002) su un’esperienza di teatro e disagio mentale, La città del teatro e dell'immaginario contemporaneo (Titivillus, Corrazzano 2009), Il Teatro del dolore (Titivillus 2012), su una esperienza ventennale di teatro e disagio mentale presso La Città del teatro. Per Garzanti uscirà un saggio sul Metodo mimico di Orazio Costa. Come autrice di teatro sono stati rappresentati Ars amandi-ingannate chi vi inganna ed uno studio per Passio Mariae con video di Giacomo Verde. Collabora come performer con musicisti, tra i quali il maestro Claudio Valenti, che hanno composto brani inediti sui suoi testi ispirati al Il Basilisco e L'Assenza. © Copyright 2015 — Rumor(s)cena . Tutti i diritti riservati - contatti: direttore@rumorscena.it / Privacy Rumor(s)cena è iscritto al nr. 4/11 del Registro Stampa del Tribunale di Bolzano dal 16/5/11 - direttore responsabile: Roberto Rinaldi in redazione: Annalisa Ciuffetelli, Valentina Cirri, Renzia D'Incà, Emilio Nigro, Claudia Provvedini, Paolo Randazzo, Anna Vittorio, Francesca Romana Lino, Claudia Provvedini, Simona Frigerio, Fabio Francione, Vincenzo Sansone, Olmo Missaglia webmaster: notstudio soluzioni grafiche

sabato 11 luglio 2015


E' nato il Teatro della Toscana su RUMORSCENA di Roberto Rinaldi by renzia.dinca PONTEDERA – La Sala grande (dedicata a Thierry Salmon) del Teatro Era, gremita di persone, in una cocente mattinata di sole africano, un parterre che vede mescolate generazioni, storie, competenze e provenienze geografiche ed umane diverse: tutto questo per inaugurare ufficialmente in conferenza stampa a Pontedera (in precedenza a Firenze), la nascita del connubio fra il “fiorentinissimo” Teatro della Pergola e il Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale di Pontedera, in provincia di Pisa. Si tratta di una svolta storica di non poco conto per il teatro italiano, sicuramente per la Toscana dal punto di vista fenomenologico. Un po’ perché il Teatro della Pergola rappresenta e ancora, la struttura più “ borghese” fra i teatri della città di Dante, un po’ perché la non lontana Pontedera, più famosa per la Vespa e per le lotte operaie anni Settanta contro il padronato Piaggio, ma qui e non a caso qui ed ora, con l’ esperienza ultratrentennale del CSRT, hanno trovato una complicità e non solo per un mero assemblaggio di “cartelloni”. A monte del civile matrimonio artistico, la recente legge di ristrutturazione del segmento teatrale nazionale-che all’interno del FUS, ha ridisegnato la mappa dei teatri italiani e ha designato proprio Firenze col Teatro della Pergola e Pontedera col suo Centro Teatrale (CSRT), il cuore istituzionale del nuovo Teatro della Toscana, unico in Regione e insieme a soli altri sei Teatri nazionali in Italia. Avremo tempo per comprendere e approfondire il senso dell’operazione culturale e anche antropologica del connubio. Molta è, sul piano storico e artistico, la differenza di patrimoni culturali che le due diverse realtà teatrali artistiche, hanno alle spalle, nei rispettivi processi di nascita ed evoluzione storica. Tuttavia è interessante rilevare come le differenze, in tempo di crisi, possano o meglio potrebbero risvegliare nuove linfe a tutto vantaggio sia dei lavoratori dello spettacolo sia del servizio culturale che il Teatro deve al Paese e al suo pubblico. E allora, cosa ci aspetta fra Firenze e Pontedera (e reciproci dintorni regionali) al di là delle due stagioni complementari, con ben 29 spettacoli, tra i due teatri- stagioni, da ottobre a giugno 2016, che uniscono repertori classici a sperimentazioni? Luca Dini, presidente di Fabbrica Europa e direttore del Centro di Pontedera, sostiene che “raramente si può incontrare una stagione teatrale quale questa presentata dal neonato Teatro Nazionale in Regione Toscana, che unisce il passato col presente, le diverse generazioni fra Firenze centro e Pontedera, quale cittadina sulla quale convergono pubblici più disparati, anche dato il lavoro sul territorio che da sempre la Fondazione pontederese ha svolto nel tempo“. Ne fa fede l’attuale sindaco di Pontedera Millozzi, in conferenza stampa, insieme a Roberto Bacci, direttore artistico storico del CSRT e a Marco Giorgetti, direttore fiorentino del Teatro della Pergola. Lo stesso Roberto Bacci, direttore artistico del CSRT- realtà internazionale col suo Workcenter Grotowski-definisce “il lavoro di ben 41 anni del gruppo, come una anomalia necessaria” e ricorda le parole di un ex sindaco della città di Pontedera oggi Governatore della Regione Toscana Enrico Rossi: “Siete stati in grado di far riflettere una città operaia sul chi siamo da dove veniamo”. Certo: aver ospitato a Pontedera da parte di Bacci & Company un certo Jerzy Grotowski, sul quale generazioni di studiosi e teatranti si sono confrontati sia sui libri di studio che sul campo, è stata un’avventura ed una scommessa. Oggi che il lavoro del Maestro è stato portato avanti da due punte di diamante a livello internazionale come Mario Biagini e Thomas Richards, il Centro Teatrale di Pontedera si rinnova come spazio focale di energie che non possono che crearne di nuove così come, in prospettiva, essere culla di altre sinergie. Non a caso, sono stati sollecitati a testimoniare dell’esperienza quarantennale pontederese Dario Marconcini, direttore del Teatro di Buti e figura storica fra i fondatori del CSRT con Giovanna Daddi nonché Carla Pollastrelli da sempre in CSRT, anche traduttrice dal polacco di Jerzy Grotowski. Il cartellone della due stagioni settembre-dicembre e gennaio-giugno 2016, è davvero un piatto ricco. Si parte con la prima assoluta del giapponese Takahiro Fujita (nato nel 1985) per poi passare alla Compagnia Civilleri|Lo Sicco ed al maestro Dario Marconcini col suo Pinter, a Virginio Sieni, a Carrozzeria Orfeo coi suoi Animali da bar, Michele Sinisi, Michele Santeramo, a Gli Omini, a César Brie e conclude con Gabriele Lavia in Dostoevskji e Roberto Bacci, di rimando, con Memorie dal sottosuolo con Cacà Carvalho. La seconda parte della stagione di prosa del Teatro Era, riprende a gennaio con Silvio Orlando in forma di commedia, poi Marco Baliani, Sergio Rubini con Fabrizio Bentivoglio e Isabella Ragonese, Antonio Latella, Umberto Orsini diretto da Massimo Popolizio in The price di Miller, Alessio Boni, Toni Servillo, un debutto di Roberto Bacci con Lear, poi Claudio Morganti ed Elena Bucci, per finire coi Motus. Pontedera, 3 Luglio 2015 Teatro Era Conferenza stampa di presentazione della stagione teatrale del nuovo Teatro della Toscana. Firenze-Teatro della Pergola e Teatro Era Pontedera

giovedì 11 giugno 2015


UN INFERNO viaggio intorno a Dante Alighieri PUBBLICATO SU RUMORSCENA di Roberto Rinaldi by renzia.dinca San Casciano ( Firenze) Una struttura testuale fitta fitta che si muove per paragrafi quasi testo narrativo (o spartito musicale) a partire da un prologo per poi andare a stralciare passi formidabili e per i toscani “passati a memoria” nel senso dell’oralità (agli altri italiani, per faticato studio liceale) di generazione in generazione coi personaggi di Caronte, di Francesca, Farinata degli Uberti, Ulisse, Ugolino e Lucifero e poi, da schema letterario con giusto epilogo. Ma di che si tratta? forse lettura ad alta voce o mise en espace? niente di tutto questo. “Un inferno”, una collaborazione artistica fra Dario Marconcini e Massimo Salvianti, è una rivisitazione testuale di passi fra i più noti della Divina Commedia orchestrati in modo originale da una regia sapiente e raffinata. Il coraggioso progetto mette in campo competenze ed energie che affondano i reciproci bacini di esperienza in territori prettamente toscani: a cominciare dai versi dall’Inferno di Dante detti dai diversi “personaggi” della compagnia dell’Arca Azzurra(che già aveva ‘saccheggiato’ dal Machiavelli al Boccaccio a Collodi per le drammaturgie di Ugo Chiti, in chiave completamente diversa). E’ un mix con la tradizione dei Maggianti, cara invece al regista Dario Marconcini, direttore storico del Teatro di Buti, dove la tradizione del Maggio e delle sue ottave cantate, è di casa e non scevra anche da contaminazioni artistiche con altri gruppi in splendore (vedi i pisani Sacchi di Sabbia). La lettura|rilettura del capolavoro a firma Marconcini-Arca Azzurra(ospitato nelle celebrazioni per il 750esimo anniversario dantesco che a Firenze sarà festeggiato in estate nel cortile del Bargello) è un lavoro di forte contaminazione artistica anche dal punto di vista dell’osservatore. Spiazza la lettura dantesca degli attori storici dell’Arca. Lettura neutra. Loro, donne e uomini, in casacche rigorosamente nere. Ricoprono a rotazione i vari personaggi senza niente regalare di gestualità né di enfasi retorica pur ruotando nel piccolo spazio ma solo per spostarsi di ruolo. Un lavoro di assoluta pulizia, rigore, tutto in levare, questo della regia di Marconcini-coadiuvato da Giovanna Daddi. Unica suggestione in una scena completamente priva di qualsivoglia appiglio per gli attori e per il pubblico, è una proiezione sul fondale dalla facciata della Cattedrale di Chartres con le sue straordinarie vetrate e dall’Inferno, acquaforte di Piazzesi. Il dato sommatorio-che già tanta è la carne al fuoco, è quella del coro dei Maggianti butesi che irrompono in più riprese a intermezzo colle loro stentoree vocalità a stemperare le storie tragiche dei poveri protagonisti gettati al fuoco infernale del poeta-padre Dante. Regia e scrittura scenica di Dario Marconcini Ottave del Maggio di Enrico Pelosini Compagnia Arca Azzurra Progettazione artistica di Dario Marconcini e Massimo Salvianti Con Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci e con i Cantori del Maggio di Buti ( Pisa) Enrico Baschieri e Andrea Bacci Visto il 28 di maggio al Teatro di San Casciano Val di Pesa-Firenze

giovedì 4 giugno 2015


azioni performative, Teatro — 04/06/2015 18:46 CANTO: melodia per artisti nomadiPosted by renzia.dinca PUBBLICATO su RUMORSCENA di Roberto Rinaldi CASCINA ( Pisa) – Azul Teatro è un gruppo di artisti di diversa formazione. Provengono dal teatro, la danza, la poesia, dalle arti visive. Hanno ideato il progetto CANTO (ospite attuale al festival di Zagabria “ZAKI”) che è risultato di una ricerca rispetto al processo di creazione artistica da loro indagato e che spesso è messo in scena in luoghi non specificamente teatrali, quindi in azione performativa. Sono infatti stati selezionati come progetto artistico dalla Certosa di Pisa per la Soprintendenza ai beni culturali (quella pisana è la seconda Certosa italiana per importanza dopo quella di Pavia), per un primo studio negli splendidi spazi di Calci, Comune vicino alla città, fra uliveti secolari con accanto uno straordinario Museo universitario di Storia naturale, nella cornice della chiostra del convento. Sono poi approdati alla Città del Teatro di Cascina, a pochi chilometri di distanza, in un teatro storico attualmente Centro di produzione teatrale, che ha dato loro residenza artistica e in cui torneranno per la prima nazionale nella prossima stagione. La narrazione è minimalista: due microfoni due voci due presenze. Una donna, Serena Gatti e un uomo Raffaele Natale, ma soprattutto due attori che incrociano le proprie personali esperienze umane ed artistiche. Dall’incontro nascono suggestioni, creazioni, interrogazioni sul proprio essere sul proprio divenire di artisti. Lei è la voce poetica-sua la scrittura dei testi ricchi di rime, assonanze, allitterazioni, lui poeta di suoni (diviso fra chitarra elettrica e classica) e voce dialogante. Storie di vite che si intrecciano dove il volo reale (lei che si improvvisa voce di hostess d’aerei in varie lingue varie destinazioni oppure mima col corpo seminudo di spalle il volo degli uccelli) e quello immaginario-chi sei chi siamo dove andiamo, nel dialogo con l’altro da sé col forse occasionale compagno di viaggio. O forse, non solo. Come accade nella vita e nel viaggio esistenziale onirico ed artistico. La relazione fra i due protagonisti in scena dove solo una scala sul fondale è l’unico oggetto di scena ed è utilizzata dalla Gatti, è ben equilibrata. I dialoghi tra i due sono rapsodici, ma compensati dalle esecuzioni strumentali dal vivo del musicista, oltre che da note di canzoni francesi registrate o magari sentite attraverso un organetto meccanico sulle note de La vie en rose. Un lavoro di grande pulizia formale che si interroga sul senso del lavoro dell’artista, dove la parola assume il senso del dare e darsi senso e la musica ne sottolinea le inarcature, le sottigliezze, come solo le note musicali, quelle giuste, possono fare e dare alla parola detta. Un lavoro questo di AZUL Teatro, che restituisce atmosfere raffinate e di forte sospensione onirica. Produzione: Certosa di Pisa, Città del Teatro di Cascina con Lanificio 25 (Napoli), Spazio Off (Trento), Gruppo Galpao di Belo Horizonte Ideazione e direzione di Serena Gatti e Raffaele Natale Con Serena Gatti e Raffaele Natale Luci Marcello D’Agostino e Valeria Foti Visto a Cascina- la Città del teatro il 25 maggio 2015 Autore: renzia.dinca Si è laureata all’Università di Pisa. Giornalista dal 1985, ha collaborato con Hystrio, Sipario, Rocca, Il Grandevetro, Il Gazzettino di Venezia, Il Tirreno, La Nazione, Il Giorno, Sant’Anna News. Lavora come consulente in teatro e comunicazione. Ha condotto ricerche universitarie per le riviste Ariel e Drammaturgia e svolto tutoraggio di master universitario di Teatro e comunicazione teatrale per l’Università di Pisa. Ha pubblicato in poesia Anabasi (Shakespeare & Company, Bologna 1995), L'altro sguardo (Baroni, Viareggio 1998), Camera ottica (ivi, 2002), Il Basilisco (Edizioni del Leone, Venezia 2006) con postfazione di Luigi Blasucci, L'Assenza (Manni-Lecce 2010) con prefazione di Concetta D'Angeli, Bambina con draghi ( Edizioni del leone, Venezia 2013) con prefazione di Paolo Ruffilli. È inserita nella rivista Italian Poetry della Columbia University.Come saggista teatrale il volume Il teatro del cielo (Premio Fabbri 1997), Il gioco del sintomo (Pacini-Fazzi, Lucca 2002) su un’esperienza di teatro e disagio mentale, La città del teatro e dell'immaginario contemporaneo (Titivillus, Corrazzano 2009), Il Teatro del dolore (Titivillus 2012), su una esperienza ventennale di teatro e disagio mentale presso La Città del teatro. Per Garzanti uscirà un saggio sul Metodo mimico di Orazio Costa. Come autrice di teatro sono stati rappresentati Ars amandi-ingannate chi vi inganna ed uno studio per Passio Mariae con video di Giacomo Verde. Collabora come performer con musicisti, tra i quali il maestro Claudio Valenti, che hanno composto brani inediti sui suoi testi ispirati al Il Basilisco e L'Assenza.

martedì 26 maggio 2015


NOSTOI - Storie di ritorni e di esodi by renzia.dinca Necropoli di San Cerbone- Populonia ( Livorno) PUBBLICATO su RUMOR(s)cena di Roberto Rinaldi Nostoi è uno degli eventi dell’Anno dell’Archeologia della Regione Toscana, un evento di performing arts con diverse collaborazioni fra cui Fabbrica Europa. Un progetto molto originale che intercetta l’archeologia col teatro e con l’antropologia e molto il tema socio-politico così tristemente attuale delle culture che si affacciano ora e da sempre su quel mare Mediterraneo che ci ha concepiti anche solo ed in quanto cittadini nati in Italia. E’ una partnership fra Italia, Tunisia e la Francia, sostenuta dalla Comunità europea. L’appuntamento è in un luogo di straordinaria bellezza (la regia è di Michael Marmarinos), il golfo di Baratti, ma anche di esoterica suggestione. Si tratta della necropoli etrusca di Populonia. Ma non si va ad una semplice visita ad un sito, come altri, etruschi, diffusi e disseminati fra la Toscana ed il Lazio presso la costa tirrenica, perché qui entra una progettualità che mette in campo competenze molteplici soprattutto teatrali e performative ed insieme storico-artistiche. Delle guide ci attendono al cancello della necropoli come abituali spettatori-visitatori di uno spazio ricco di ancestrali storie, quali quelle che abitualmente ci aspetterebbero se fossimo in un sito internazionale archeologico a Petra come a Festo o Atene come a Pompei o Selinunte. In realtà muniti di cuffie come d’abitudine, da dotazione in luoghi archeologici e museali, altro ascoltiamo che una consueta “ lezione” da manuale di storia dell’arte antica. Ci si avvia in gruppo dopo aver presenziato alla conferenza stampa italo-tunisina dove oltre a presentare il progetto, i curatori non potevano non accennare a quanto accaduto poche ore prima al Museo del Bardo a Tunisi. Coincidenze? Chissà. La guida vocale inizia col presentarci il sito verso cui transiteremo e perlustreremo: è Populonia, antica Fufluns, nome del dio dell’ebbrezza. E in effetti la zona è ricca di vigneti e produce ottimi vini anche oggi, area di colline che danno ricchezza ai coltivatori toscani. E Populonia fu città antica della metallurgia. Del resto Colline metallifere cioè dove si estraeva ferro (oggi c’è un recupero delle ex miniere molto interessante anche per il turismo non solo balneare), si chiamano oggi i promontori che delineano quel paesaggio geografico con vista straordinaria che va dal pisano a San Vincenzo nel livornese e giu giu fino al grossetano. Nel passato la città etrusca-porto di Populonia, commerciò con tutti i Paesi del Mediterraneo: greci, romani, punici, sardi, corsi. E di ciò le nostre guide- attori, ci narrano. Ad un tratto infatti si interrompe la voce in cuffia e parte la voce diretta di chi ci porta ad addentrarci nella reale e simbolica realtà del sito, compresa una eventuale visita della tomba. Il vento ed il mare in lontananza segnano l’orizzonte epifenomenico dell’evento. Poi tornano gli echi nelle cuffie. Ci narrano di Aiace, di Patroclo ed Achille, di nuraghi, insomma di echi del nostro mare Mediterraneo (Mare Nostrum?). Di ciò che sono quelle tombe- ipogei e di cosa ci è stato ritrovato. Saccheggi a parte, tra passato e presente. Nostoi è stato anche a Cartagine Byrsa in questi ultimi giorni di maggio con lo stesso gruppo di attori ed un altro noto regista, questa volta tunisino Kais Rostom, a guidarlo. Visto a Baratti (Livorno) il 28 marzo 2015 Direttore artistico del progetto Michael Marmarinos Coordinamento cantiere artistico Marina Bistolfi e Isabella Valoriani Con 30 Artisti italiani e tunisini

martedì 19 maggio 2015


Teatro, Teatro recensione — 19/05/2015 08:21 Sono Voci di famiglia alla cupio dissolvi è su RUMOR(S)CENA di Roberto Rinaldi …Posted by renzia.dinca BUTI (Pisa) – Chi sono questi tre personaggi: una madre sola, anziana un po’ despota , un figlio lontano, assente, non si sa dove né perché, il padre morto. Sicuramente l’ambientazione scenica ricorda uno spazio geografico ma solo “interno” molto british a giudicare dagli arredi vittoriani come le pettinature ed abiti di scena. Un padre defunto a cui spesso si fa riferimento nelle mancate conversazioni fra Madre e Figlio (entrambi figure fantasmatiche), che si appalesa in gramaglie-una specie di padre zombi, forse variante edipica di Amleto?, che torna nella sua unica agnizione con micro monologo nel finale. Chi sono, costoro? Harold Pinter è maestro di misteriose microdrammaturgie e Dario Marconcini, direttore storico del Teatro Francesco di Bartolo, ne restituisce, in scena, e da tempo (sua la regia di Silence sempre a firma di Pinter, del 2014), l’immaterialità, il fascino tutto o quasi affidato al flatus voci quanto le nebbie che si respirano fuori e dentro un teatro aggrappato a quel Monte Serra colle sue antenne televisive, di qua e di là dal Monte verso il mare insomma l’hic et nunc, anche location ma “esterna” della messinscena. Voci di famiglia 0014+scritta Questo lavoro di Pinter, uno fra i suoi ultimi, molto complesso (poco drammaturgico in senso stretto), è stato trasmesso come radiodramma in Inghilterra nel 1981. Tradotto in forma quasi da dialogo epistolare, ma solo perché così può essere(anche) tradotto per la scena. I personaggi infatti-la madre, il figlio- raccontano come se scrivessero lettere l’una all’altro ma senza che le missive vengano recapitate dai propri scrittoi, dai propri sofà ai postini dell’altro. I due, madre e figlio, sono in scena in contemporanea mentre lei è riflessa su luce blu, lui rossa, in condensazione che da rarefatta si fa via via fortemente espressionista. E’ come se vivessero dentro salotti analoghi come sfondi ma dentro il dramma di analoghe estraneità. La madre, completamente sola, un po’ livorosa forse per la mancanza del figlio, il figlio che con lei non comunica affatto, dentro una incestuosità originaria- ma non dialettica ove racconta- scrive? alla madre? di coinquilini alquanto ambigui al limite della sordidità. La madre che si relaziona coi fantasmi del marito e del figlio. Voci di famiglia 0002+scritta Un figlio che si confronta con una ambientazione dove la madre è esclusa mentre altre figure sia femminili che maschili rasentano una moralità di finzione mista a dissolutezza. Il figlio è comunque il protagonista (Emanuele Carucci Viterbi, molto convincente nella sua diafana perversità) che sussurra e a volte cerca di comunicare risvolti di storie ad intreccio di cui è connivente e colluso, con figure appena accennate- bambine prostitute figlie, madri/amanti come affittacamere ambigue, uomini di legge con tendenze omosessuali represse. Il finale dissolve su musiche di Purcell , Dido et Aeneas. Insomma alla cupio dissolvi. Vedi Pinter. Regia di Dario Marconcini Traduzione da Harold Pinter di Alessandra Serra Con : Emanuele Carucci Viterbi, Giovanna Daddi e Dario Marconcini Scene e luci di Riccardo Gargiulo e Valeria Foti Costumi Di Giovanna Daddi Visto il 23 aprile Teatro Francesco di Bartolo a Buti ( Pisa)

Teatro, Teatro recensione — 19/05/2015 08:26 L’Inferno dentro secondo Gabriele Paoli è su RUMOR(S)cena di Roberto Rinaldi Posted by renzia.dinca BUTI (Pisa) – Un giovanissimo regista italiano Gabriele Paoli, formatosi al DAMS di Bologna, che vive e lavora a Londra alle prese con una testualità L’Inferno dentro (tradotta dall’inglese) tutta di suo pugno a immaginare e dirigere anche via skype- e questo è un fatto degno di per sé di grande novità per il teatro di tradizione-sei donne sei attrici italiane di età diverse. Tutte accomunate in scena, dalla stessa tragedia psico-sociale: sono state internate in manicomio senza essere pazze ma “solo” violentate nel corpo e|o nella psiche da eventi procurati da altri, quasi sempre maschi. Come maschio è lo psichiatra che in un Istituto di cura nel nord dell’Inghilterra le manipola, finge d’ascoltarle, finge di portare loro aiuto per garantire solamente la sua propria sicumera, il proprio status, la propria cerimonia del the delle cinque (ma una voce femminile guasta la follia- che, denuncia, è tutta del medico: è quella di una giornalista a sconfessarlo attraverso la voce di Giovanna Daddi seduta fra il pubblico che con risata sarcastica accende i motori del dramma che andrà a incominciare. Poi inizia la serialità delle storie cliniche. Sei sedie, sei donne sedute, scolpite in mortificanti grembiuli incolori, addosso evidenti lividi, forse anche auto procurati. Una sirena che sembra un allarme di guerra scandisce i tempi di entrata ed uscita dall’ambulatorio psichiatrico. La gestualità ossessiva delle internate, che si sfregano incessantemente mani gambe e ventri, è punteggiata da suoni rumori micro deliri vocali – No! Fuoco! Silenzio! Dolore! per cui tutte assumono il ruolo di coro greco a centellinare a commento collettivo la narrazione delle altre, ciascuna in coda, ciascuna in attesa di raccontare o meglio ripetere la propria tragedia che ha nomi e cognomi accanto e sopra il lettino del carceriere-Dottore. Sono storie circostanziate che se ci fosse scappato il morto sarebbero finite alla tragicomica farsa di trasmissione Tv italiana di prima fascia pre TG. Nel frattempo la mente di chi scrive, corre a ricordare quello straordinario personaggio femminile di Stella, narrato sapientemente nel romanzo Follia di MacGrath. E invece le sei donne sono là a raccontare e raccontarsi una dopo l’altra, in successione le vicende della propria via crucis molto terrena perché tutto il registro femminile è spostato sul tragico. In scena sono sedute come se fossero in sala d’aspetto in attesa di ripetere il proprio segreto dolore che è storia clinica da camice bianco ma è soprattutto memoria pesante di abusi quali l’aborto, la violenza in famiglia, la perdita, l’acquistare compulsivo, il tradimento coniugale e la prostituzione. Storie di ordinaria follia verrebbe da commentare, ma non certo da circoscrivere socialmente dentro un sadico rituale medico dove l’auto-narrazione è affidata e circoscritta alle gelide mura di una istituzione totale quale un manicomio. Quello di Gabriele Paoli è un testo di denuncia sociale tutto virato nella sua dimensione registica sul lato del tragico. E’molto interessante il trattamento del testo sul corpo delle brave attrici che raggiungono un bel risultato corale e davvero è impressionante il fatto che sia riuscito a dirigerle così puntualmente attraverso il virtuale, almeno in una prima fase di lavoro, per poi ricompattarle de visu sul palco del Teatro Francesco di Bartolo a Buti, cittadina ai piedi del Monte Serra – i monti Pisani cari a Dante, dove fra l’altro Gabriele è nato, per poi approdare ad altre nebbie ma con sicuri meriti di prova d’artista. Con un cast di attrici efficaci e un Tazio Torrini psichiatra proprio algido come la perfida Albione. Scritto e diretto da Gabriele Paoli Con Gilda Bani, Monica Bauco, Rosanna Gentili, Cristina Lazzari, Debora Mattiello, Giusi Merli, Tazio Torrini e con la partecipazione di Giovanna Daddi Luci Valeria Foti Foto Alessio Mazzantini e Filippo Parducci Visto al Teatro Francesco di Bartolo (Buti- Pisa), l’8 maggio 2015

martedì 17 febbraio 2015


Zombitudine di e con Elvira Frosini e Daniele Timpano posted by renzia.dinca su RUMORSCENA di Roberto Rinaldi Porcari (Lucca) In scena una coppia. Una coppia scoppiata? No. Una coppia quarantenne, senza figli. Due “normali” sia pur retro-datati insomma in flash-back. Si vede dai vestiti: lui Daniele Timpano, indossa un improbabile completino beige molto anni Cinquanta da impiegato, con capello assai impomatato, mentre Elvira Frosini è in tacchetti e abito longuette iperfemminilizzato portato con grazia, forse perché trattasi di casalinga bene educata o dattilografa o addetta alla telefonia pubblica. Ricordano un po’ la coppia dei televisivi in bianco e nero Paolo Panelli e Bice Valori. A sipario chiuso la prima scena vede lui sdraiato, la sala rimane illuminata-e non si spegnerà mai(che fa? è morto? sta male? dorme), fino alla scena finale(che apparentemente stravolge, senza cambiare nulla del plot), mentre lei sembra più reattiva, lo incita a fare qualcosa: a prendere posizione. Destra, sinistra, seduti su una eloquente valigia si scambiano di posto senza che cambi niente. Sì, ma quale sarebbe la migliore di posizione se sono una coppia che anche si rispecchia? e tutto- almeno fino al finale- si svolge al di qua del sipario mentre in un misterioso al di là avvengono cose terribili visto che di là ci stanno i Morti, gli Zombi che avanzano per cannibalizzarli(ci). Ma questa prospettiva, che si sdipana fra la coppia e quell’ineffabile sipario che limita e copre impedendone la vista ad altri spazi e genti, spesso si inverte perché la dialogazione avviene oltre che nel reciproco gioco delle parti, direttamente col pubblico che assiste e assume così un ruolo un po’ da comprimario rispetto all’azione dei due coniugi sfuggiti, almeno per il momento, alla dannata mattanza dei morti viventi. Ma chi sono lui e chi è lei? sono una sana(?)coppia che parla litiga mangia mentre dalla valigia, unico oggetto di scena, spuntano due tristissime razioncine, forse di bresaola, dentro una carta stagnola, da subito entrate nel ruolo di fonte di conversazione fra i due-un tormentone che ci porteremo fino al finale- del chi mangia chi e del chi ci stiamo mangiando?. Insomma chi è questa coppia che potrebbe anche far l’amore, una coppia che si è rifugiata in un luogo chiuso (in questo caso, un teatro, in condivisione con noi spettatori) per sfuggire ad un Nemico invisibile, ad un al di fuori che si appalesa solo per indizi, micro – segnali fino ad una significativa decapitazione di bambina zombie di colore, causata dal suo pianto molesto ad opera della Frosini, dotata di coltellone fuoriuscito dalla valigia? Quanto alle ricognizioni verso l’altra parte della scena, dietro le quinte, che al pubblico risulta invisibile, quella dei due che ogni tanto si affacciano a spiare, con terrore (anche temendo che loro, gli alieni, siano già entrati e si siano confusi col pubblico), attraversando e superando la cortina del sipario, la coppia è in grado di fare uso abbondante ed attualissimo di mezzi tecnologici come smartphone-pistole e relative videoriprese, sia pur amatoriali. Che poi ce li descrivono anche, questi mostri assassini- gli zombies appunto a noi pubblico, come: brutti brutti e vecchi vecchi. L’evidenza di valore fortemente etico|estetico del progetto teatrale di Frosini|Timpano è strettamente collegato con tematiche legate a spettacoli che stanno attraversando il clima culturale del nostro Paese. Lavori complessi che hanno al centro i temi della famiglia, delle generazioni, della riproduzione dei saperi in una fase di gravissima crisi identitaria della società occidentale. In uno spazio, quello italiano, dove le paure, le paranoie individuali e sociali- chi sono loro? I diversi gli altri? sono centrale materia di dibattito. E’ che gli altri siamo noi. Siamo sempre e solo noi con le nostre proiezioni prive di filtri se non salvati dalla cultura e dall’empatia. Non a caso la Compagnia Frosini|Timpano porta in giro questo progetto in varie città italiane proponendo in forma di situazionismo debordiano provocatorio, eppure attualissimo, delle performance che anticipano in spazi fisici, antropologici e sociali nelle varie piazze in cui poi, la sera, a teatro si esibiranno, la camminata oscena degli zombies-i dead walking. Zombitudine è infatti un progetto laboratoriale in workshop dal 2012, dove l’ideazione è nata fin dal romano Teatro India, per poi passare da Milano, nel tunnel della metropolitana, ad un supermarket di Genova, a Roma in Piazza Navona, a Bassano del Grappa sul famoso Ponte, a Napoli e a breve in altre città italiane. In questo gioco di specchi dove i mostri sono ovunque perché i mostri siamo noi- da qui Zombitudine (è una attitudine antropologica: la caccia al diverso che adempie a molteplici metafore politico-sociali e dichiara collegamenti col lavoro che ha molto del teatro politico in linearità con la ricerca di Timpano fin da Dux in scatola a Aldo morto), il lavoro di Frosini/Timpano che raccoglie, e come non potrebbe, molti spunti che giungono dal film di Romero (ambientazione, plot, risoluzione finale), risulta originale soprattutto per la testualità di una ricchezza raffinata ricca di rimandi e su rimandi cinematografici, fumettistici e teatrali. Colpisce complessivamente il progetto, coraggioso, proprio ed al di là della scontatezza apparente del tema che dal cinema al fumetto ha contaminato generazioni di amanti del genere e che ai quindicenni dell’oggi fa vendere e collezionare ancora copie su copie del buon old boy Dylan Dog e amare- ancora, un regista come Quentin Tarantino. La compattezza del testo, l’eleganza della coppia in interazione magistrale, dove Elvira Frosini si muove con naturalezza di gesto e voce ineccepibili, fanno di questo lavoro teatrale, e perché no, magari anche con l’esperienza dal vivo da spettatori-attori di un workshop, un evento da non perdere. Visto a Spazio SPAM- Porcari (Lucca) il 24 gennaio Progetto, testo, regia, interpretazione di Elvira Frosini e Daniele Timpano-Kataklismateatro

giovedì 8 gennaio 2015


MEDITAZIONE SULLA BELLEZZA pubblicato su RUMOR(S)cena Posted by renzia.dinca Porcari (Lucca) Era inscritto dentro il cartellone di SPAM- AFFARI NOSTRI, stagione multimediale a cura di Roberto Castello questo Meditation on beauty di Marina Giovannini danzatrice e performer con la Compagnia CAB008 , che oltre ad essere ideatrice e coreografa dello spettacolo ne è anche protagonista in scena. Già Premio UBU 2004 per il miglior spettacolo di teatro danza con Empty Space – Requiem (anche Premio Equilibrio 2008), coreografa di larga ed importante esperienza nazionale ed internazionale fra l’altro con ruoli di prim’ordine nella Compagnia di Virgilio Sieni e Balletto di Toscana, presente in festival come Fabbrica Europa, Parco della Musica, Biennale di Venezia, Marina Giovannini presenta un lavoro di sofisticata raffinatezza. Con lei sono in scena le tre danzatrici e interpreti Marta Capaccioli, Veronica Cornacchini e Lucrezia Palandri. Le azioni sono sempre rigorosamente essenziali, studiate dentro microspazi del corpo e della relazione a definire una notevole lezione di pulizia del gesto alla ricerca della bellezza sulle note del soul di Nina Simone mentre il titolo rende omaggio alla regista americana Maya Deren e al suo lungometraggio Meditation on violence. La performance si sviluppa dentro i rigorosi canoni dello spazio-tempo in una suddivisione in tre momenti. Nel primo-uno spazio palestra, le quattro danzatrici agiscono in perfetta sinergia a corpo libero. Il segno forte è quello dell’intreccio delle mani. Sono i corpi a creare il ritmo che è in misurata da lenta a sempre più accentuata accelerazione. Il secondo movimento è un ‘a solo’ di Marina Giovannini. In scena la danzatrice si coordina sopra e fra tre parallelepipedi di diverse dimensioni a servire da panca-praticabile. Giovannini occupa-disoccupa i materiali scenografici con maestria centellinare. Quasi in perfetta simbiosi tra le micro scalate e le micro discese, in solitudine perfettamente composta fra e coi residui spazi piani dove si consumano in esercizi di bellezza aerea, pensiero e azione fra un dentro ed un fuori metaforico che col suo agire la danzatrice disegna come esperienza sensibile di dilatata sintetica attualità. Nel terzo ed ultimo movimento, ancora si presenta lo spazio segnato dai tre parallelepipedi e con le tre danzatrici del primo step. Senza musica, in un esercizio estremo di architetture spaziali in movimento costretto dagli spazi minimali dove le tre danzatrici cercano e trovano armonie in un nuovo equilibrio dove trionfa la rarefazione dei gesti. Il coordinamento ritrovato sfocia in un gioco, stavolta a corpo libero fuori dalla struttura costringente, in cui si allacciano e riallacciano cercando una forma o meglio altre forme che ricordano le botticelliane tre Grazie o forse, meglio, la leggerezza compartecipe del movimento dello straordinario quadro di La Danse di Henri Matisse. Per finire in un esercizio di equilibrismo scenicamente molto efficace con dei palloni da basket poggiati sulla fronte in perfetta simbiosi ai movimenti dei corpi. Prive di appoggio se non quello della superficie fra l’occhio e la fronte, a ricordare la dimensione ultrafemminile in un quadro dove la forza elegante della leggerezza prevale e si impone quale specificità della grazia muliebre che è poi quella che regge e non solo sul corpo, il Mondo. Meditation on beauty di Marina Giovannini/CAB 008 coreografia di Marina Giovannini Musiche Nina Simone Interpreti Marina Giovannini, Marta Capaccioli, Veronica Cornacchini, Lucrezia Palandri Produzione CAB 008 con il sostegno di Regione Toscana e MIBACT Visto a Porcari (Lucca) il 29 novembre 2014

venerdì 26 dicembre 2014


War Now!ovvero guerra mai! su RUMORSCENA di Roberto Rinaldi Pistoia Un efficace ed intelligente lavoro sul tema della guerra che – come quello sull’amore- rischia in scena l’autodeflagrazione , a meno che non tratti trasfigurandole, le idee e certi copioni traendole dai classici. Così non è stato per War Now , in prima regionale, che sembrerebbe pescare, ma non è così o almeno non solo così , dai linguaggi dei video games. In realtà molto è giocato fin dalla costruzione drammaturgica dell’incipit, sull’interazione col pubblico. Ma fino a qui poco c’entra colla Rete, basti pensare agli allestimenti di Judith Malina e Julien Beck anni Settanta di Living theatre ( ripresentati anche trent’anni dopo a Pontedera Teatro) sui temi della guerra, della finanza, della violenza tout court. L’unica differenza con l’allora, è la presenza niente affatto massiccia ma solo in funzione di galleria fotografica, a restituire in un bianco e nero da Istituto Luce proiettate sul fondale, alcune struggenti dia delle grandi città internazionali coi loro segni di monumenti– a cominciare dalla Tour Eiffel e poi Londra passando per la capitale australiana prima e dopo i bombardamenti della Grande guerra 1915-18. Sono diapositive ben incentrate dentro il plot narrativo- solo apparentemente sconnesso, che procede per azioni sceniche interattive col pubblico fra flash back e incursioni nel futuribile, quale fosse un fantasy per microstorie di famiglie davanti la TV,. Ci sono molte azioni fisiche sopra e sotto il palcoscenico fra il pubblico, una narrazione franta, domande e dialoghi in presa diretta con gli spettatori secondo lo stile di Sotterraneo , ritmo veloce e per questo potrebbe sviare verso la visionarietà estetica un po’ prossima alla forma delle video performances. Si tratta di una collaborazione artistica che ha visto insieme dal festival di Santarcangelo, il Teatro Sotterraneo in sinergia col regista lettone Valters Silis all’interno del progetto internazionale SharedSpace. In scena tre attori di grande forza espressiva (Matteo Angius, Sara Bonaventura e Claudio Cirri), che si immedesimano in situazioni di guerra. Questi in tuta mimetica fissa, si infilano maschere per rischio guerra chimica e|o nucleare- il richiamo è all’ipotesi di una Terza guerra mondiale proposta come idea neanche tanto pellegrina a generazioni che fortunatamente mai ne hanno vissute almeno nel nostro Occidente europeo . Le donne o sono a loro volta inserite nel sistema della guerriglia (dei tre armati con mitra o kalashnikov, Sara Bonaventura , è donna) o sono Grandi Madri a cui viene sottratto oltre che ucciso l’infante. E provano a raccontarci una storia impossibile sullo scenario mondiale, attualissimo al punto che nella estrema azione di coinvolgimento del pubblico- assai consenziente- portano sulla scena gli “attori” afoni di una impossibile trattativa diplomatica internazionale. Il tutto con leggerezza mescolata alla ferocia indossata dalle loro tute militari, dalle loro maschere fasulle fra strazio e cinismo etico ed etnico- e qui l’influsso della co-regia di Silis è pulsante.. Ciò che emerge da questo laborioso complesso lavoro è la disinvoltura del catturare il pubblico- per alla fine, rovesciare i ruoli da attivi in passivi e viceversa: insomma alla fin fine il coup de theatre è che i morti siamo noi. Questa operazione fa riflettere sulla tragedia delle guerre. Perché ci induce a soffermarci sul fatto che l’odio chiama odio. L’ultima sezione ( dopo il pleonastico vomito con allegato di spremitura di orbite oculari con tanto di spruzzi) rimbalza sulla umanissima, purtroppo, condizione di chi dopo eccidi ed eccidi, anche di fronte alla Terza, evocata, Guerra Mondiale, vorrebbe ammazzare tutto e tutti. Ma l’occhio per occhio, si sa, non può che produrre ulteriori lutti, e questo meccanismo psichico umano del “ te la farò pagare” è molto ben rappresentato in War Now. Questo bel lavoro è un inno al pacifismo, al far riflettere sullo stereotipo così umani della vendetta che può solo chiamare e sviluppare a sua volta odio e sangue: ma quali bandiere sventolare se alla fine nessuno vince e tutti siamo sconfitti? È un lavoro contro la retorica dei vincitori. Alberto Moravia scrisse a suo tempo, e non era certo Capitini, che la guerra deve diventare per l’umanità un tabù. Eravamo morti anche tutti noi al Teatro Bolognini, noi pubblico vivo partecipante e di target under quaranta per lo più. Alla fine del lavoro di Silis col Teatro Sotterraneo War Now i miliziani microfonati ci hanno “nominati” uno per uno e una per una, in quanto spettatori in quanto co-attori compartecipi e testimoni ( ci avevano messi in croce già fin dal’ingresso mettendoci in lista nome cognome prima di consegnarci il nostro biglietto). Perché la guerra è adesso e dobbiamo, da vivi, vigilare. I mostri sono fuori e dentro di noi tutti. Concept e regia Valters Silis e Teatro Sotterraneo Con Matteo Angius, Sara Bonaventura e Claudio Cirri Scrittura Valters Silis e Daniele Villa Produzione Associazione teatrale pistoiese con Santarcangelo dei Teatri, Festival Internazionale del Teatro in Piazza, Teatro Sotterraneo Visto a Pistoia, Teatro Bolognini il 15 novembre 2014

martedì 23 dicembre 2014


La Valle dello stupore di Peter Brook su RUMORSCENA Posted by Renzia D’Incà Pistoia A Noir, E Blanc, I rouge, U vert, O bleu: voyelles- Voyelles di Arthur Rimbaud; Il est de parfums frais comme des chantes d’enfants/ Doux comme les hautbois,/Verts comme les prairies, Et d’autres, corrompus, riches et triomphants- Correpondances-Les fleurs du mal di Charles Baudelaire La sinestesia, dal punto di vista neurologico, è il mescolarsi dei cinque sensi in una gamma complessa di modalità , una persona dotata di questa particolare capacità percettiva può realmente incrociare due o più sensi. Quando accade in poeti come i due sopra citati, potrebbe passare, magari anche per certi linguisti, come “estro” o come una intellettualizzazione letteraria, se poi accade ad uno scrittore come Marcel Proust che nel gusto e profumo della sua madeleine mentre da adulto l’affonda nel tè a colazione e così sprofonda nello struggente ricordo della sua infanzia e della madre, ecco: questa è grande letteratura. Lo stesso Nabokov pare ne fosse “ affetto”. E così musicisti come Liszt che ad una orchestra perplessa mentre dirigeva disse: un poco più di blu, questo tono lo vuole . O come accadde al pittore russo Wassily Kandinsky, un altro “affetto” da questa sindrome. Da tempo la PNL ( Programmazione Neuro Linguistica) se ne è occupata anche per definire alcune, sia pur molto generalistiche, tipologie di personalità. In The Valley of Asthonishment di casi clinici si tratta-secondo un registro già collaudato da Peter Brook in L’homme Qui, tratto dal saggio L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello del neurologo Oliver Sacks o in Je suis un phenomene (di Alexander Lurija, neuropsichiatra nonché maestro di Sacks), tuttavia stavolta i soggetti indagati non sono inquadrabili o non ancora, nello stretto registro dei manuali internazionali di Psichiatria, i più aggiornati, vedi il quinto. E’ un ritorno-rivisitazione, questo The Valley of Astonishement , poeticissimo, ad uno studio dello stesso Peter Brook scritto a quattro mani con lo scrittore e drammaturgo Jean Claude Carrière (messo in scena negli anni Settanta in La conférence des Oiseaux), ispirato dal poema mistico del persiano Farid al Diri ‘Attar, Il verbo degli uccelli, del 1177. Lo spazio- teatro è quello essenziale - minimalistico del Centro culturale pistoiese Funaro dove menti cosmiche quali quelle, tra altre, di Enrique Vargas operano, vigilano e concepiscono, da qualche anno, in straordinarie sinergie. Peter Brook fin dal Mahabharata, ha insegnato a molte generazioni di teatranti, che il teatro in quanto Teatro, non ha o almeno non avrebbe bisogno d’altro che di una sedia, un attore e un pubblico. Una triangolazione diabolica: è il set della vita, signori e signore. Il focus sulla mise en scène non è tanto ciò che dicono o fanno i personaggi: sono di per sé teatro le loro storie in quanto metastorie. E’ della memoria umana che si parla, e quindi di una questione che sta fra lo studio scientifico del funzionamento del cervello, insomma le attuali neuroscienze e la filosofia e che qui sconfina nella poetica letteraria prestata alla scena teatrale. Cosa è l’umano se non la sua memoria? ciò che ci ricordiamo del nostro sé, della nostra propria storia? ma se una particolare memoria intacca la vita di alcuni soggetti al punto da rasentare i territori della malattia come nel caso di Sammy, giornalista americana la cui memoria viene a costituire un caso clinico? la Sammy non prende appunti redazionali, Sammy ricorda tutto numeri frasi nomi sequenze stradali, non dimentica niente e lo fa attraverso associazioni mentali sinestesiche che la porteranno alla consapevolezza di essere appunto: un caso clinico oggetto anche amoroso di studio, da circo? (una strepitosa Kathryn Hunter, già attrice in altri lavori di Peter Brook). Ma, in similitudine, accade al giovane medico che pensa di esser pazzo – e diventa, forse, neurologo-fin da piccolo perché ad ogni colore associa immagini presenti solo dentro la sua mente disegnandoli sullo spazio bianco di un tappeto scenico che noi non vediamo (l’attore Jared Mc Neill, anche componente dell’équipe di neuro-scienziati che studiano appassionatamente e con grande empatia i”casi”) e poi un paralitico zoppo privo di proprio-percezione, che fa leva sul ricordo del movimento perduto attraverso la sua mente se ne riappropria, mentre un mago (Marcello Magni, il paralitico) anche Capo Circo nel suo tendone circense e senza un arto (la mano in questo caso) ci racconta- iscrivendoli tutti e tutto nello specchio dello specchio- storie (queste) al limite dell’incredibile ma che giochi non sono né tarocchi né taroccati, perché nelle menti di queste persone rese personaggi, sono esperienza sensoriale viva e diretta della propria singolarità neuronale dilatata nelle loro private esistenze reali. Persone la cui peculiarità- diversità può portarli a sfiorare la follia: in Sammy quella di non riuscire a dimenticare. Insomma, nei casi clinici trattati con una delicatezza, una rarefazione di segni cara al regista del nuovo lavoro internazionale di Peter Brook The Valley dentro una scena spoglia, tuttavia riscaldata oltre che dall’ironia dei dialoghi , la leggerezza dell’autoronia che finisce con un micro monologo in cui l’attore Mc Neill proclama - declama versi poetici perché alla fine solo la parola poetica ci porterà altrove come le note di due autorevoli musicisti che commentano a contrappunto le azioni sceniche del regista. Sono Raphael Chambouvet, pianista e Toshi Tsuchitori, musicista giapponese che ha approfondito la tradizione del suo Paese (anche soprattutto strumentale), che da anni collaborano agli spettacoli di Peter Brook. Al centro della creazione del lavoro della coppia di drammaturghi Peter Brook-Marie-Héléne Estienne, la ricerca, legata a fenomenologie psichiatriche di persone anche apparentemente integrate nel nostro sistema di “ normali” con alla base capacità percettive al confine con le psicosi. Una condizione molto vicina a quella di certi artisti ( e anche scienziati) costretti dalla propria intensa attività immaginativa a cercare mondi altri. Quelli che aprono porte di conoscenza che talvolta così nell’arte come nella scienza producono avanzamento dei saperi e delle conquiste della cultura dell’umanità. “ Attraversando i monti e le valli del cervello umano, ci troveremo nella sesta valle, quello dello stupore. I nostri piedi avanzeranno ben piantati per terra , ma ad ogni passo penetreranno nell’ignoto” . Come nel seme immaginativo del poema di Farid dove gli uccelli devono attraversare sette valli, sette percorsi per attingere alla natura di Dio, così attraverso i meandri della conoscenza del cervello umano , nella sesta valle, scopriremo-forse- un po’ di più della nostra essenza di uomini purchè “residenti” almeno un po’ illuminati dentro la Valle dello Stupore. E’ un peccato che per spettatori teatralmente vivi e che con questo inno alla visionarietà, alla poesia , si chiuda questo lavoro che avute solo due performances in Italia ( l’altra al Teatro Stabile dell’Umbria) perché in tournée in tutto il mondo fra Europa, Stati Uniti e Giappone. Una ricerca teatrale di Peter Brook e Marie–Hélène Estienne Luci Philippe Vialatte Con Katryn Hunter, Marcello Magni e Jared Mc Neill Musicisti : Raphael Chambouvet e Toshi Tsuchitori con Franck Krawczyk Realizzazione elementi scenici e direttore di scena Arthur Franc Produzione C.C.C.T./Theatre des Bouffes du Nord in coproduzione con Theatre for a new Audience, New York, Les Theatres de la ville de Luxembourg Visto al Centro culturale Il Funaro , Pistoia il 21 novembre 2014

domenica 30 novembre 2014


Intervista a Roberto Castello direttore artistico di SPAM Festival AFFARI NOSTRI Lucca Posted by Renzia D’Incà Rumors: “Ci parla della nuova stagione di SPAM fra Lucca e Porcari dove lei firma in co-direzione artistica con Graziano Graziani il festival Affari nostri?”. Castello: “In realtà la co-direzione con Graziano Graziani era già nata nella primavera scorsa (la stagione di Teatro popolare d’arte-Siamo nei tempi). Adesso in AFFARI NOSTRI abbiamo deciso di inserire un percorso sulle letterature del contemporaneo che prevede incontri con autori e reading di opere letterarie: Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Claudio Morici, questi i tre giovani autori introdotti da Rodolfo Sacchettini (Pacifico e Lagioia) e dallo stesso Graziano Graziani (Morici) conduttore per Fahrenheit su RADIO 3. Gli incontri sono ospitati nello spazio della Chiesa di Santa Caterina, in collaborazione con il Comune di Lucca e le librerie Baroni e Lucca Libri. Nelle nostre intenzioni, quelli che sono stati definiti “incontri letterari”, segnano un cambiamento solo apparente rispetto alla cifra legata alla residenza artistica di Danza nel territorio lucchese come associazione ALDES ( che ha sede a Porcari) ed è messa in secondo piano rispetto alla nostra idea di creare attenzione di produzione artistica per il festival Affari nostri che è attualmente in pieno corso a Lucca per concludere il 21 dicembre. Una residenza artistica nei territori della lucchesia, potrebbe non essere indispensabile nel solo settore della “Danza contemporanea” ma lo è, per noi di ALDES, che teniamo molto alla questione di come reagire ai decenni Ottanta /Novanta dove in un Paese conservatore come il nostro, sono stati scialacquati denari pubblici sia, per esempio, per la lirica che per la prosa classica, in un’ottica miope di sfruttamento della cultura passata. Noi di ALDES ci siamo chiesti: cosa vogliamo lasciare alle generazioni future? non certo cristallizzare il passato per far da traino al turismo che comunque è il settore in cui l’Italia può avere un’ importante espansione per sviluppo economico? e dunque, cosa possiamo proporre di alternativo dal punto di vista artistico-culturale allo status quo politico-istituzionale locale e nazionale? così ci siamo detti: noi vorremmo uno sguardo prioritario che guardi avanti perché i tempi sono cambiati. Gli “Affari nostri” includono nuovi schemi di collaborazioni legati anche alle logiche territoriali. Abbiamo bisogno di una programmazione sistemica non più e solo dal centro verso le periferie. Anche la scelta di questi tre giovani autori non è casuale: nei loro romanzi si parla di storie della nuova borghesia italiana, insomma dei “fatti nostri”, sono ritratti di un’Italia che ci riguarda, naturalmente sotto una luce critica che passa dal vaglio letterario. Rumors: “ Il Festival ha natura multimediale, secondo la specificità di ALDES, prevede svariate articolazioni, oltre alle presentazioni di libri infatti, sviluppa proposte di danza contemporanea (Marina Giovannini, Irene Russolillo); rassegne di video|teatro molto importanti come quella storica ed unica nel panorama nazionale firmata da Studio Azzurro specializzata nella documentazione video di spettacoli di teatro oltre alla sezione: Prove Schizzi Abbozzi e Tentativi. Come mai questo titolo Affari nostri? nostri, di chi? Castello: “Abbiamo usato l’accezione della parola Affari anche nel senso della logica di programmazione territoriale cioè ospitare autori toscani, penso ad esempio al compositore lucchese Gianmarco Caselli, non abbastanza valorizzato come è accaduto a molti musicisti della sua generazione. Oggi l’idea che più gente affluisce a teatro, cioè più pubblico c’è e più il progetto artistico funziona, secondo noi, non è più plausibile e non certo per fare discorsi da elitari o di destra. Per quanto riguarda la progettualità di Prove Schizzi ecc si tratta di lavori in corso ad ALDES, cioè di sei progetti attivati da qualche tempo con spettatori che fanno parte di un gruppo chiuso di osservatori. Quanto al progetto Studio Azzurro: risale a una quindicina di anni or sono. L’anno scorso è mancato Paolo Rosa e ci è sembrato necessario ricordarlo. La presenza in Affari nostri della rassegna di Studio Azzurro- Scena e doppia scena (Casa del boia- Lucca) vuole essere uno spazio in cui si storicizza il fare teatrale in forma di video: è una antologica per e sul teatro che per ben dodici ore per più giorni proietta materiali video o realizzati dallo stesso Studio o da loro documentato. La proiezione va avanti dalle 11 del mattino fino alla sera, cambiando ogni giorno, l’ingresso è gratuito. La rassegna si conclude con un intervento di Sandra Lischi, nota studiosa di video arte, docente al DAMS dell’Università di Pisa e con Valentina Valentini. Mi chiedo in quanto direttore artistico ALDES: perché invece di una agenzia di professionisti come Studio Azzurro non è stata la RAI a documentare in video molte straordinarie esperienze teatrali fin dagli anni Ottanta? forse perché è stata in competizione con le programmazioni Mediaset? RUMORS: “Nel festival in corso Affari nostri è in pieno work in progress una progettualità teatrale in collaborazione fra lei e Andrea Cosentino”. Castello: “Sì, presenteremo nella sezione Prove un nostro progetto legato al tema del denaro. Un tema scottante che riguarda tutti in questi tempi di crisi economica quindi anche noi artisti. Come ALDES non siamo residenza inquadrata dentro la legge regionale- ma sostenuti, ed abbiamo un’ottima collaborazione con gli enti locali su cui non graviamo, non solo: forniamo servizi culturali sul territorio per i cittadini.

giovedì 6 novembre 2014


LEZIONI DI STILE Francesco Orlando Francesco Orlando apparteneva a quel tipo di studioso per il quale l'insegnamento era tutt'uno con la ricerca. Interpretava magistralmente il senso e la qualità dell'insegnare regalando a studenti, discenti, colleghi lezioni in cui metteva in gioco con arte le inquietudini e le domande dello studioso. I suoi corsi non erano frequentati soltanto da studenti di Lettere e di Lingue, ma abitualmente anche da quelli di altre discipline, a cominciare dalle discipline filosofiche e storiche. Egli infatti andava oltre i limiti istituzionali e disciplinari delle materie di cui si occupava, letteratura francese o teoria della letteratura, perché le sue interpretazioni coglievano dall'interno di tali materie aspetti inconsueti che evocavano altri saperi, dalla filosofia alla psicanalisi. Riproponendo nel 1997 alle stampe il libro del 1982, Illuminismo, barocco e retorica freudiana, Francesco Orlando scrisse che si trattava del suo lavoro meno fortunato del ciclo freudiano e si chiese se la scarsa attenzione che originariamente gli aveva prestato la critica non fosse dipesa dal fatto che quel libro aveva un taglio interdisciplinare oppure che l'argomento affrontato fosse inattuale. In effetti, l'argomento era inattuale. Si trattava dell'illuminismo. Orlando ha tentato di consegnare, attraverso Freud, un illuminismo diverso. Se dovessi indicare con una parola cosa caratterizzi teoricamente e storicamente l'illuminismo di Orlando, un illuminismo che va dalla Riforma alle soglie di Rousseau, la risposta è facile: l'ironia. Se il barocco è segnato dalla metafora, l'illuminismo è caratterizzato dall'ironia. Un'ironia che determina il dislocarsi del punto di vista del narratore o dei protagonisti in una posizione tale che lo scenario da loro descritto assume tutti i toni graffianti, perché stupiti o ingenui, di una critica. Siamo dentro una situazione che giustappunto caratterizza il nesso tra illuminismo e ironia. La confutazione da parte di un altro, di un selvaggio, depotenzia il pericolo del peccato d'orgoglio che una critica simile può portare con sé. Similmente Usbek e Rica, i protagonisti delle Lettere Persiane di Montesquieu, oggetto di un intero capitolo di questo libro, viaggiatori orientali che si trovano a visitare e ad osservare Parigi, i suoi costumi e le sue istituzioni, hanno questo ruolo di osservatori estranianti ed estraniati. Vedono con altri occhi la vita della città europea e, dal loro particolare punto di vista, operano una critica che è filtrata dallo stupore tipico dello straniero che non sa nulla di ciò che osserva. Orlando fa una proposta che va al di là del piano della letteratura, perché il compromesso freudiano costituito dall'ironia illuminista ci porta verso quel lato dell'illuminismo che contiene in sé l'antidoto agli stessi pregiudizi che ha creato. Il gioco dello spostamento, da questo punto di vista, è senz'altro decisivo: come ci guardano gli altri? Anche quando una simile domanda funziona da simulazione o da artificio, resta ugualmente un'ottima domanda. Qui, come si vede, l'interpretazione letteraria va oltre la letteratura e la critica si veste di teoria. Cover volume Per Francesco OrlandoFrancesco Orlando insegnò sia alla Facoltà di Lingue sia alla Facoltà di Lettere. Si batté anche per la loro unificazione, ma la cosa non ebbe successo. Come preside della Facoltà di Lettere e Filosofia posso dire che Francesco Orlando ha dato lustro alla mia Facoltà non soltanto per sue ben note qualità di studioso, ma perché è fra coloro che ha contribuito a segnare uno stile che si caratterizza per il senso dell'insegnamento, un senso che era scientifico, didattico ed etico insieme. Non era uomo che usava l'università per fare altro, ma considerava l'insegnamento universitario come la forma primaria della comunicazione di uno studioso. Aveva, e la comunicava, una grande passione civile, indissociabile dalla critica. Intervenendo a un dibattito che aveva per argomento la malinconica domanda «A che serve la letteratura?», Francesco Orlando aveva sollevato un sospetto: «le mode dell'autoreferenzialità e dell'intertestualità – egli scriveva – ci ripetono da quarant'anni che la letteratura parla di se stessa e non del mondo, rimanda sempre ad altra letteratura a mai al mondo; non saranno per caso corresponsabili, secondo una sorta di legge del taglione, se ormai il mondo teme di annoiarsi a sentir parlare di classici e non vuol più lasciarsi rimandare ad essi? Farla finita con queste anziane mode, tornare a interrogarsi in modo originale sulla parte di mimesi e la parte di convenzione che fondano ogni arte, sarebbe corresponsabilità istituzionale di noi studiosi e insegnanti di letteratura». Ma a che serve la letteratura? Ho avuto l'onore e il piacere di accompagnare Francesco all'ultima lezione che tenne in Facoltà prima di andare in pensione. Bastava respirare l'aria che respiravano i suoi studenti per capire che una domanda del genere può sorgere solo fuori dalle sue lezioni, solo quando la passione intellettuale e la passione civile cominciano, come forse sta accedendo oggi, a essere impercettibilmente sostituite da quelli che dovrebbero essere soltanto dei mezzi e dei supporti, dalle pratiche burocratiche, dagli orari, dai crediti e dai debiti, dalla cosiddetta full immersion, dalla sciocca rigidità dei percorsi di studio. Alla domanda: «a che serve la letteratura?» Francesco aveva risposto dicendo che essa «suona press'a poco come le seguenti: a che cosa serve l'aria che respiriamo? La terra che ci sostiene? Il corpo in cui consistiamo?». E aveva concluso con un messaggio semplice e bellissimo, un messaggio che mi piacerebbe scrivere sui muri di Palazzo Ricci: «L'aria, la terra, il corpo, la letteratura. Queste cose non servono... – scrive Francesco Orlando – piuttosto sono condizioni del nostro essere fisicamente quello che ognuno di noi è, un essere umano». Alfonso Maurizio Iacono 8 gennaio 2013

sabato 1 novembre 2014


Jesus di Babilonia Teatri Posted by Renzia D’Incà Vicenza In una fase in cui la Rete, l’under 25 di fascia geografica cristiano-centrica, si appassiona a certe vignette sul Cristo e la cristologia fino a farne un cult apocrifo- Toc toc, chi è? Dio. La mamma mi ha detto di non aprire a cani e porci- oppure si spalma su Ipad, effe book, Iphone, video su you tube di Lady Gaga coi crocioni al petto, improbabilissime icone Harley Davidson per la new poor italian generation, collanine del rosario alla moda dei maschi greci isolani e simbologie sadomaso cadaveriche(ma non lo faceva anche Madonna, la cantante, a suo tempo e con altri più rozzi mezzi mediatici?). e che dire a commento della moda dilagante delle disco-cristoteche (che sempre al tecno house siamo da vent’anni)? e allora, che fare? certo, mettere al mondo e poi far crescere ed educare- oggi- un bambino nella confusione dei simboli-archetipi multimediali, non è affatto come bere o affogare dentro una tazza di tè, per dirla alla Mannarino? altro che Lipton o Twining delle madri o nonne mediamente borghesi. Che così incomincia l’affabulazione in salsa rapper a due- la coppia genitoriale di questo Jesus dei Babilonia Teatri, nella cornice di quell’architetto che fu Palladio, dentro una location teatrale unica al mondo: il Teatro Olimpico di Vicenza(per la microstagione vicentina a direzione artistica di Emma Dante e dopo la prima modenese ). E’Jesus : in scena irrompe l’energia a tutto tondo di un bambinetto età dell’asilo –l’Ettore, anche figlio della coppia in scena Valeria Raimondi e Enrico Castellani in jeans e magliette con stampigliato sopra il logo 33 (che a quell’età, pare-sia morto Gesù). La coppia genitoriale affronta in un monologante doppio il tema, con in braccio un imbarazzante pallone-pancione da basket – a volte in palleggio: Gesù chi è costui? e giù tutta una serie di slogan sulla iconografia-iconoclastia a partire dalla pubblicità invasiva ed invadente di questo ingombrantissimo Figlio dell’occidente cristiano, ma alla maniera del duo performers Raimondi /Castellani a cui Babilonia ci ha abituati - in doppio cantilenato. Certo da Chi mi ama mi segua della pubblicità (targata Oliviero Toscani)sui cartelloni di certi jeans primissimi anni Settanta, ne ha fatta di strada il brand del “crocifisso”. Parte una micro sezione- a cui ne seguiranno altre-di testualità dove è tutto un incrociarsi di meta-narrazioni sulla cristità. Il plot narrativo si snoda alternato a pezzi musicali pop al limite della banalità (attualissima e generazionale) e dal Vasco Rossi al Personal Jesus dei Depeche mode, mentre il bambino chiede (si chiede?) papà mamma perché Cristo muore? perché si nasce e poi si muore? magari ammazzati come Gesù? difficile pensare che queste siano domande che si pone un bimbetto di quell’età. certamente se le pongono i genitori di quel bimbo nella loro funzione, appunto, adulta-genitoriale. Anche nella scena, fissa, l’unico riferimento è un neon scomponibile/ ricomponibile formato da paroline dell’alfabeto, modello scuole elementari d’antan o di certa arte concettuale (che scorre con richiami da Alighiero Boetti a Cattelan), certo non quelle attuali del bimbo dell’asilo. Ecco che allora questo nuovo lavoro di Babilonia sembra voler rimandare ai temi di Vita versus Morte (ma anche eros-thanatos visti in Lolita) di cui ci siamo appassionati-quasi un rilancio in chiave post regressiva del Pinocchio (dove il tema era quello del coma e della sopravvivenza alla tragedia dell’incidente stradale che avrebbe potuto essere mortale ma che invece trasferisce ad un’altra dimensione pur sempre vitale, anche nelle sue limitazioni fisiche s/oggettive) e può far pensare ad un inno naturalistico alla prevalenza della corporeità e ad un darwinistico principio di élan vital o dell’equivalente del classicissimo amor vitae. Chissà, forse la risposta genitoriale alla domanda (?) del (loro figlio) che il loro Bambin Gesù, si trasforma in risposta esistenziale della coppia: non vogliamo un Cristo martirizzato ma un personal Jesus, un Paradiso in terra. Uno spazio dopo la cacciata di Adamo ed Eva ma hic et nunc, materiale, dove il corpo può avere dimensione di splendore e luce come la vita e la sua trasmissione attraverso la copula-insomma, il dionisiaco e|ma senza peccato originale? Un messaggio anti-intellettualistico che può lasciare perplessità. La sensazione del non-finito. Insomma, non che un spettacolo debba dare risposte, altri spazi politici e sociali dovrebbero darceli, a noi adulti e come semplici spettatori e persone. Credo , da non credente, che questo dei Babilonia ancora non sia un lavoro definito- il volo finale del corpo come utopia finale sia del bambino Jesus sull’altalena della vita come quello del risvegliato dal coma del precedente Pinocchio, non mi convince. Purtroppo. Tuttavia come soluzione artistica può essere e neanche troppo esotericamente un’ipotesi validissima. Quantomeno della speranza. Visto a Vicenza, Teatro Olimpico, 25 ottobre di Valeria Raimondi, Enrico Castellani e Vincenzo Todesco con Enrico Castellani e Valeria Raimondi Scene e luci di Babilonia Teatri ( Luca Scotton) Costumi Babilonia Teatri (Franca Piccoli) Produzione Babilonia Teatri in coproduzione con La Nef/ Fabrique des Cultures Actuelles Saint Dié-des Vosges (France) e MESS International Theater Festival Sarajevo (Bosnia and Herzegovina) in collaborazione con Emilia Romagna Teatro Fondazione con il sostegno di Fuori Luogo La Spezia con l’Associazione ZeroFavole- Alta Mane Italia Spettacolo scelto da Emma Dante per il 67esimo Ciclo di spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza