martedì 19 luglio 2016


Miti che rivivono nei “corpi nuovi” di Roberto Latini renzia.dinca RUMORSCENA CASTIGLIONCELLO (Livorno) – L’anfiteatro, cornice storica di tanti spettacoli all’aperto nelle ben diciannove edizioni del festival Inequilibrio, sito nel parco di Castello Pasquini, ha ospitato il progetto in evoluzione Metamorfosi (di forme mutate in corpi nuovi) di Roberto Latini, tratto da Ovidio. Il regista con la sua compagnia Fortebraccio Teatro – complice Armunia diretta da Angela Fumarola e Fabio Masi, attenti alle nouvelles vagues delle produzioni dei giovani gruppi teatrali, ha fissato da qualche anno una residenza artistica a Castiglioncello dove lo stesso progetto ha potuto crescere, rendersi visibile e farsi apprezzare. Già impostosi nella edizione del 2015 in forma di site specific e dopo allestimenti in modalità di maratona al Teatro Vascello a Roma e in altri spazi teatrali, si ripresenta con una struttura narrativa in dittici: Il Sonno-Tiresia, Aracne-Ecuba, Sirene-Sibilla Cumana, Filemone e Bauci-Sisifo Ilaria Drago foto di Lucia Baldini Ilaria Drago foto di Lucia Baldini Nel magmatico corpus letterario da cui Latini ha scelto di attingere il materiale drammaturgico del suo nuovo lavoro- operazione già di per sè coraggiosa al limite dell’impossibile ma di cui il regista stesso afferma di essersene proprio per questo innamorato, egli sfida la complessità dell’adattamento (da lui stesso curato) non solo e non tanto nel difficile trasferimento in forma drammaturgica del testo letterario, ma soprattutto, nel distillare forme convincenti e autonome per lo statuto teatrale; una materia vorticante e allusiva ricchissima di personaggi, storie, metonimie, allegorie, giochi semantici, quale quella creata da Ovidio nel suo capolavoro sui miti. Se di “progetto incompiuto” si tratta, come da esplicito manifesto di regia, la trasposizione a cui abbiamo assistito, quella di Sirene più Sibilla Cumana, appartiene in pieno alla poetica già percorsa nell’edizione dello scorso anno di Inequilibrio, in cui in diversi spazi ed orari erano stati presentati cinque miti in cinque diverse giornate, dei quali il più suggestivo e memorabile è stato probabilmente Orfeo ed Euridice. In questa sorta di immersione in uno stato onirico pre conscio una sorta di immaginario archetipico- se tutta una scuola di antropologia classica italiana, invece non fosse nata a sconfessasse questa lettura, ci ritroviamo alla visione dei quadri sonori e cinetici di Latini, come posseduti da forme suoni colori atmosfere ancestrali e ipermoderne, trasportati dentro universi conosciuti ed insieme misteriosi; insomma dentro un perturbante che avvince e porta altrove, attraversando spaesamenti mentali di non facile trasposizione come racconto di evento attraverso parole e significati. Così in questa che ci piace chiamare suggestione a cui abbiamo asssistito: Sirene, ci troviamo di fronte ad un sipario aperto su un’immagine di sirena ( una Ilaria Drago superba) che usa la voce, anche modificata in effetto loop, grazie al prezioso contributo al lavoro di Gianluca Misiti (musiche e suoni) e di Max Mugnai alla direzione tecnica, con effetti stranianti in una affabulazione fra eros e thanatos che ha come referente il mare, ora amante agognato ora odiato- è questo l’amore che dai? È questo l’amore che sai dare? È un canto ipnotico ricco di contaminazioni verbali erotiche sussurrate ad un microfono da cui spuntano fiori finti forse gigli. Ilaria Drago foto di Lucia Baldini Ilaria Drago foto di Lucia Baldini La scena muta ed appaiono altre ineffabili figure: sono sia maschili che femminili e travestite da clown. Il clown è il trait d’union fra diversi tempi e piani in cui si svolge l’azione scenica mentre il personaggio di sirena si allontana fra rumore di onde e strida di gabbiani e compare la Sibilla morente. Così le forme mutate narrate da Ovidio nelle loro metamorfosi prendono ad anello a loro volta altre forme, quelle dei corpi, delle voci, delle vite di altre narrazioni, di altre storie attuali e antiche insieme poichè le storie dei miti vivono o meglio rivivono a saperle leggere, nelle vite di noi contemporanei. Metamorfosi ( da forme mutate in corpi nuovi) da Ovidio Traduzione di Piero Bernardini Marzolla adattamento e regia Roberto Latini musiche e suoni Gianluca Misiti luci Max Mugnai costumi Marion D’Amburgo con Ilaria Drago, Alessandra Cristiani, Roberto Latini, Savino Paparella produzione Fortebraccio-Teatro Festival Orizzonti Visto all’Anfiteatro del Castello Pasquini, il 2 luglio 2016

venerdì 15 luglio 2016


RUMORSCENA L'Italia che dimentica il suo passato coloniale. Frosini e Timpano la rievocano CASTIGLIONCELLO (Livorno) – Nella prima settimana di programmazione del Festival Inequilibrio giunto alla sua XIX edizione fra l’altro ricca di spettacoli di prosa e danza in cartellone ogni giorno, e da quest’anno dislocati di necessità anche in spazi altri rispetto alla storica sede del Castello Pasquini, a causa della chiusura della tensostruttura, abbiamo assistito a questa prima parte del nuovo lavoro della coppia Frosini| Timpano “Zibaldino africano“, una prima parte che quindi già ne preannuncia una seconda che andrà a configurare l’opera completa che già ha il titolo di “Acqua di colonia”. Già di per sè evocativi, anche se metaforici, i titoli stanno ad indicare la zona di perlustrazione ed il focus sui quali i due coautori hanno scelto di lavorare in questo nuovo processo creativo e di messa in scena in cui intrecciano a quattro mani scrittura drammaturgica, regia e interpretazione come da qualche tempo ci hanno abituati. Graffia insinua induce a riflettere, amaramente riflettere una drammaturgia che per accostamenti di diversi piani logici e di contenuti porta per mano lo spettatore dentro un primo livello di lettura che ha il sapore del rumore di fondo: le chiacchiere da bar come il dialogo un pò annoiato di una coppia nel tinello di casa a commento distratto di notizie magari televisive sul tema: cosa conosciamo noi a Roma dell’Africa? La risposta è la stele di Axum. La coppia, che si presenta in una scena vuota per tutto lo spettcolo si rimpalla frasi condite con citazioni più o meno colte ( del resto è una coppia radical chic-così autodefinitasi fin dall’incipit). Le citazioni sono prevalentemente frutto di buone e vaste letture, si va da Camilleri a D’Annunzio a Flaiano a Montanelli by passando per Bob Geldolf a Bob Marley all’Aida alla Mia Africa della Blixen. Insomma non uno Zibaldone leopardiano ma una Zibaldino in salsa africana , almeno quella masticata dalle nostre parti sulle culture del continente misterioso da cui ci divide soltanto il Mare nostrum. Acqua di colonia 2 - Frosini Timpano Da questo plot narrativo di fondo si sdipana un secondo livello ben congegnato consegnato al monologo centrale di Timpano in cui si entra nel cuore dello Zibaldino: il tema è quello del colonialismo ad opera del governo di Mussolini. Si parte dalla dichiarazione del 1938 del Manifesto a difesa della razza per passare alla narrazione dell’occupazione delle nazioni africane: Somalia, Etiopia, Libia, Eritrea. Elvira Frosini e Daniele Timpano provano a tirarci un bello schiaffo, seminando dubbi sulle nostre belle coscienze di italiani, ricordandoci, fatti alla mano, dati storici oggettivi, che l’Italia è stata un paese colonialista e che le conseguenze anche del nostrio intervento militare di occupazione di quelle nazioni è tuttora vivo nelle storie delle donne e degli uomini che hanno subito la sopraffazione dei nostri connazionali nelle loro terre privandoli della libertà, dei loro costumi, della loro dignità personale e antropologica. Ma poi tutto torna fosco nel monologo finale di Frosini: tutto è giallo in Africa, tutto è caldo, il sole ( il sole dell’avvenire-ma anche Faccetta nera). Daniele Timpano Elvira Frosini foto Lucia Baldini Daniele Timpano Elvira Frosini foto Lucia Baldini Tutto pare inevitabilmente sommerso nell’oblio rassicurante della memoria e della responsabilità storica, dell’Italia come delle potenze europee. Non possiamo che lavarcene le mani- ecco il senso di Acqua di colonia: il post colonialismo non esiste. Ma in scena cè una presenza muta a ricordarcelo, una donna nera seduta su una sedia. Una donna nera testimone senza voce ma consapevole e letteralmente sulla propria pelle di tragedie .Di questa donna, che ha un nome e un cognome, all’inizio dello spettacolo, con un biglietto veniamo informati che lei, dello spettacolo non sa niente. E così ci viene dato il benservito con cui tornare alle nostre case e riflettere sul tema così attuale della retorica degli Italiani brava gente. Renzia D’Inca’ Foto di Laura Toro Foto di Laura Toro “Italiani, brava gente”? Affermazione troppo spesso abusata che se applicata a determinati periodi storici del passato stride per la sua inadeguatezza. Lo storico Angelo Del Boca lo afferma nel suo saggio dal titolo omonimo dove ripercorre, tra le altre vicende, anche una pagina di Storia tra le più drammatiche quanto rimosse: l’occupazione colonialista in Etiopia con le deportazioni della popolazione durante il regime fascista di Mussolini. Una guerra in cui verranno usate anche armi chimiche. La rimozione di questi tragici eventi ha impedito per molto tempo di conoscere la verità e di alimentare la falsa credenza che gli italiani fossero “brava gente”, quando, invece, comportamenti di disprezzo e di superiorità siano alla base del razzismo alimentato dall’ignoranza. C’è anche questo nello “Zibaldino africano” portato in scena da Daniele Timpano ed Elvira Frosini, versione ancora in fase di studio che fa parte di “Acqua di Colonia”, il cui debutto nella sua versione definitiva è prevista a Romaeuropa nel prossimo autunno. Italia colonialista protagonista di crimini efferati rivisitata alla luce di quanto accade oggi nel suo rovesciamento delle parti. Ora ad essere “invasi” siamo noi italiani, con il flusso migratorio inarrestabile e tragico con i continui sbarchi e naufragi. In forma di dialogo tra i due (con una presenza in scena di una donna di colore che non proferisce parola), la narrazione diventa denuncia sociale, rievocazione di un passato e di un presente su cui vale la pena riflettere. Un collage in via di definizione dove la verità scomoda fa il paio con un presente poco edificante, costellato di citazioni che sembrano dette da militanti della Lega, e con evidente stupore, scopriamo provenire da filosofi ritenuti al di sopra di ogni sospetto.image “I Negri d’Africa non hanno ricevuto dalla natura nessun sentimento che si elevi al di sopra della stupidità”. A dirlo è Emmanuel Kant, o per restare a casa nostra il pensiero di Benedetto Croce:“Si ostinano a non entrare nella storia. Sono Uomini della natura, che zoologicamente e non storicamente sono uomini. Si cerca di addomesticarli e addestrarli, ci si sforza di svegliarli ad uomini, è ciò che si chiama l’incivilimento dei barbari e l’umanamento dei selvaggi.”, tratto Dai Quaderni de “La Critica” n.1 del 1945. Daniele Timpano ed Elvira Frosini giocano sul registro ironico facendo credere l’uno all’altro che tali aberrazioni mentali siano state dette da parenti o sentite al bar ma alla domanda “questa l’ha detta tua cugina?”, salta fuori invece il nome di Rousseau o Hegel che sostiene che “Ai negri non viene neppure in mente di aspettarsi per sé quel rispetto che noi possiamo esigere dal prossimo”. L’intenzione è quella di parificare il credo popolare e becero a quello di insospettabili intellettuali accomunati da un pregiudizio verso l’essere umano che ha un’unica colpa: quella di avere un colore della pelle diversa da noi. Non manca il ritmo a questo Zimbaldino che una volta strutturato potrà godere di una sua efficace messa in scena. Potere della parola che richiede allo spettatore di immaginare cosa è realmente accaduto ad un popolo vessato da un invasore senza pietà. Quello che accade oggi non necessità invece di nessun sforzo mentale. Basta non chiudere gli occhi e voltarsi dall’altra parte. Roberto Rinaldi Zibaldino africano (Acqua di Colonia) Testo, regia, interpretazione Daniele Timpano e Elvira Frosini produzione Romaeuropa Festival, Teatro della Tosse, Accademia degli Artefatti Visto al Teatro dell’Ordigno di Vada Livorno il 3 luglio 2016

lunedì 11 luglio 2016


Dialoghi con gli dei by renzia.dinca Castiglioncello (LI) Continua l’indagine compiuta da svariati anni del gruppo pisano I Sacchi di Sabbia intorno al topos del comico in tutte le sue sfaccettature con esiti brillanti riconosciuti unanimamente da pubblico e critica che ha loro riconosciuto il Premio speciale UBU 2008, il Premio Nazionale della Critica nel 2011 e quest’anno Premio Lo Straniero 2016 ricevuto proprio dentro il Festival Inequilibrio giunto alla sua XIX edizione. Il nuovo lavoro I dialoghi degli dei di Luciano di Samosata non tradisce le attese pur ricalcando la tessitura letteraria dello scrittore satirico scelto in dialettica fra il gruppo ed il regista Massimiliano Civica non certo nuovo alla rivisitazione del mito che lo scorso anno ha creato un capolavoro come Alcesti nello spazio delle Murate. Il connubio Civica- Sacchi di Sabbia, per la prima volta diretti dal regista, ha mescolato competenze attoriali e percorsi anche distanti sul piano della rispettiva ricerca artistica per dar vita ad un lavoro tutto in levare dove leggerezza ed ironia si intrecciano a intarsio meta letterario ben riconoscibile nella cifra stilistica dei Sacchi che attinge dalla testualità pungente e sempre attuale di Luciano. In essa si innestano spunti di attualità come l’invenzione dell’interrogazione scolastica sulla cosmogonia ad intreccio materia portante dei Dialoghi da parte di una professoressa quantomeno antipatica per i due allievi il secchione e lo sfigato, la comparsa in classe di Zeus ed Era, i dialoghi fra i due in quanto coppia regale dell’Olimpo le libere associazioni sul metodo Stanislavskij l’inversione di ruoli fra le due coppie, quella degli attori che sono finti studenti di una improbabile quanto esilarante recita in compresenza che si svolge dentro un aula di ginnasio di liceo classico. Freschi di questa nuova avventura teatrale e della vittoria di un premio importante come Lo S traniero fondato da una personalità di gran spessore culturale come Goffredo Fofi con questa motivazione (…) un gruppo teatrale che ha saputo unire al minimalismo organizzativo quello di realizzazioni, semplici, ma di una irresistibile vitalità, spiritose e spesso esilaranti, prime fra tutte un Sandokan e un Don Giovanni (…) un teatro artigianale che sa costruire con il suo pubblico un legame immediatamente e cordialmente affettivo, li abbiamo intervistati per RUMORSCENA nella persona di Giovanni Guerrieri Rumorscena. Colpisce la collaborazione artistica che avete avuto con Massimiliano Civica. Che cosa vi ha portato a lavorare insieme? Guerrieri. Ci ha unito la cifra del minimalismo della messa in scena e l’interesse per la letteratura di genere. Da molto tempo volevamo lavorare insieme, consapevoli che il nostro modo di creare fosse compatibile. Poi è nata questa idea che ha portato alla collaborazione anche con Tiezzi e Lombardi per il progetto speciale qui al Festival di Castiglioncello ( dove siamo stati invitati più volte già fin dal 2001 con Orfeo). La proposta di messa in scena dei Dialoghi è entrata nella linea di studio sulla mitologia così importante anche per Civica. Sono molto contento della collaborazione : è stata un’ottima modalità di lavoro, le nostre cifre sono entrambe leggibili. Rumorscena Un nuovo importante riconoscimento per i Sacchi quello del Premio Lo Straniero ideato da quel guru di intellettuale che è Goffredo Fofi Guerrieri Sono molto emozionato per questo premio. Fofi ci ha seguito e sostenuto fin dai tempi della pubblicazione di Tragos nel 1999 ( Titivullus). Goffredo ci ha stimolati nelle letture più disparate,dal fumetto ai gruppi del teatro sociale. Consideriamo questo premio, dopo l’ UBU del 2009 in cui venne riconosciuta la nostra attività di 13 anni sulla scena, ancora un passo in avanti di conferma nella nostra attività di ricerca. Rumorscena. Dunque è stato un lungo viaggio quello dei Sacchi. Ma quali sono stati vostri percorsi individuali e in quali maestri e mentori vi riconoscete? Guerrieri.Siamo un piccolo gruppo che proviene da formazioni diverse, Giulia Solano da architettura,Enzo Illiano da studi scientifici, Gabriele Carli dal teatro dello spirito. Ci siamo ritrovati a Pisa nello spazio del Teatro di Sant’Andrea dove abbiamo capito che il nostro campo d’elezione era il comico. E qui ci ha indirizzati l'amico e collega Paolo Giommarelli . In quella fase ero io a scrivere dei canovacci, lavoravamo molto sull’improvvisazione. Nel frattempo mi sono laureato con una tesi su Totò, seguito da un vero maestro come Fernando Mastropasqua. Anche Concetta D’Angeli dell’Università di Pisa ci ha incoraggiati e consigliati. Abbiamo trovato un genere con Sandokan nel 2007 ma non ci siamo mai voluti chiudere in esperienze di ripetizioni di schemi per non essere ingabbiati: per esempio con Civica non ci siamo preoccupati di essere identificati come gruppo. Con lo spettacolo I moschettieri abbiamo ripreso la parodia. Un critico e studioso che ci ha sostenuti proprio sull’affrontare il genere della radio è stato Rodolfo Sacchettini. I Sacchi di Sabbia con Massimiliano Civica Progetto speciale per i vent’anni di Armunia Con Gabriele Carli,Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Illiano e Giulia Solano Produzione Compagnia Lombardi/Tiezzi Prima nazionale Visto a Castiglioncello-Festival Inequilibrio al Castello Pasquini, 1 luglio 2016

mercoledì 1 giugno 2016


http://www.rumorscena.com/31/05/2016/in-equilibrio-quale-futuro-per-armunia-a-castello-pasquini/6

venerdì 6 maggio 2016


Il colore rosa Posted by renzia.dinca Lucca. Si parte dalla poesia e dal simbolismo del colore: il poeta Baudelaire indossava guanti rosa, racconta una voce femminile-io narrante che ci accompagnerà fino in fondo allo spettacolo, mentre un misterioso personaggio da cartoon rosa peloso fra il Tenerone e il pupazzo un po’ scimmia un po’ orso di peluche, si rotola e irrompe più volte muto nello spazio scenico. E la Voce chiede e si chiede: la poesia è femminile o maschile? E la musica? Il cielo? Le stelle? L’acqua? Gli alberi? per bambini dai 6 agli 11 anni e loro famiglie- quelli a cui è rivolto il lavoro come da scheda tecnica- parrebbe complesso sulla carta decifrare la citazione colta ma ci pensa il pupazzone che a tratti ricompare dalle quinte, quasi Bianconiglio o Gatto dello Cheshire a mescolare e contaminare i molteplici codici e piani espressivi fra teatro-danza, voce e gestualità. In questo lavoro si individua immediatamente una scrittura alta, ricchissima di riferimenti letterari ma soprattutto sociologici legati al pensiero di genere femminil–femminista (sempre che questa terminologia anni Settanta possa ancora accendere qualche lampadina mentale) come: Dalla parte delle bambine di Gianini Belotti-aggiungerei Loredana Lipperini di Ancora dalla parte delle bambine che sono tra i testi citati nella narrazione vocale fuori campo ma anche Una bambola per Alberto di Charlotte Zolotow, mentre la messa in scena si sdipana in una macchina teatrale che mescola bene le sue carte. Tre personaggi in scena il Cavaliere, la Principessa e la, forse, cugina(molto sui generis questa, soggetto iniziale di disturbo, proiezione di un elemento innovativo-trasgressivo rispetto ai due stereotipi di genere da fiabesca e mai morta e trita tradizione). L’interscambiabilità di ruoli, costumi e azioni mimiche fra i tre attori sotto il segno di un contaminato impianto di teatro-danza che si fa a tratti performativo, segna fortemente questo Il colore rosa. Il percorso teatral-didattico della Compagnia (con Aline Nari ideatrice, regista ed anche in scena nelle vesti della Principessa), nasce da un’indagine sul femminile dal progetto Principesse e progetto Ri-flettere-genere allo specchio, promossi dalla Provincia di Massa Carrara e Fondazione Toscana Spettacolo. Ma quanti sono i colori del rosa? Quante le diverse tonalità? Dal rosa antico al fucsia fino al rosa shocking così caro alla Regina Elisabetta, quanto è lungo questo viaggio e ricco di screziate sfumature simboliche e naturali? Nel lavoro si racconta che il colore rosa è stato anche un colore maschile nel passato per poi trasformarsi nella più edulcorata versione di un femminile melenso e omologato che ancora non smette di imprigionare prima i corpi le posture e poi i vestiti gli oggetti da occhiali borse e zainetti delle bambine e in seguito rischia anche di condizionare scelte esistenziali di donne educate per essere ingessate in stereotipi culturali da abbattere rispetto alle scelte di studio, professionali e di vita per clichè purtroppo duri a morire. In questo lavoro si prova a spezzare con ironia e delicatezza il circolo vizioso dello stereotipo del rosa, per mescolare i ruoli, meticciare anche un po’ provocatoriamente (Alberto-attore e cavaliere, è maschio ma vuole danzare e per questo è deriso dai compagni di classe). Così scopriamo che tutti i tre i personaggi in scena tra un abbigliarsi e un disvelarsi di sottogonne e calzette sono rosa e possono scambiarsi giacche e sottane perché ciascuno deve cercare ma soprattutto ha diritto ad esercitare la propria identità senza vincoli di sovrastrutture culturali e sociali. E chissà, forse anche famigliari. Chissà. Il colore rosa-spettacolo di danza-teatro per ragazzi e famiglie ideazione coreografia e regia Aline Nari con Gabriele Capilli, Aline Nari e Giselda Ranieri voce recitante Graziella Martinoli drammaturgia Daniela Carucci musiche originali Valentino Corvino produzione ALDES con UBIDANZA Visto al Teatro San Girolamo- Lucca, il 29 aprile 2016

domenica 1 maggio 2016


THE GHOSTS Posted by renzia.dinca Prato. Potrebbe essere definito, liquidandolo, un suggestivo lavoro se solo letto in superficie e magari in altri spazi, come una affascinante macchina teatrale e performativa scritta e diretta da un famosa coreografa internazionale, magari indotta da sollecitazioni di importazione di esotismi dall’Estremo oriente. In realtà Ghosts è un lavoro di assai dura presa di posizione e denuncia per il messaggio sociale che trasmette e rilancia per rimbalzo di temi e condizioni professionali e artistici che sono presenti-sia pure in forme diverse, anche del nostro mondo occidentale. Un occhio davvero partecipe pur non integrato, quello di una viaggiatrice curiosa Constanza Macras, coreografa argentina, stella del Teatro- danza europeo, già allieva di Pina Bausch, da tempo naturalizzata berlinese con la sua Compagnia Dorkypark. L’idea nasce infatti da un viaggio compiuto da Constanza Macras nel 2013 fra Pechino, Guangzhou e Shangai (molti altri viaggi sono stati oggetto dei suoi lavori, una ricognizione sui Rom, il Sud dell’Africa, l’India, il Brasile e oggetto di collaborazioni artistiche in meticciato culturale). In questo nuovo viaggio artistico Macras si confronta insieme alla sua Compagnia, un ensembre multiculturale e multidisciplinare, con l’esperienza realmente vissuta e documentata attraverso interviste, foto e video fino alla collaborazione con artisti circensi incontrati in quel felice viaggio cinese. La miccia che accende la nuova produzione vista in prima nazionale al Fabbricone e dopo la prima mondiale berlinese (sarà al CSS di Udine), è ispirata dalla contaminazione artistica con un gruppo famigliare di artisti circensi conosciuti durante la trasferta nel Paese del Sol Levante, che sono entrati di fatto nella produzione di Ghosts, sia per il lavoro espressivo che nella scrittura drammaturgica. Sì perché, e qui sta il concept, in Cina anche ai nostri tempi e non solo in quelli della rivoluzione maoista ma per tradizione millenaria, il circo inteso come arte acrobatica è un marchio artistico di cui la politica si fa vanto ancora oggi rispetto al resto del Mondo. Salta subito agli occhi la peculiarità del lavoro: siamo in Cina sia per le morfologie dei corpi degli artisti – almeno quelli principali, sia per le performance che fin dall’incipit-insieme alle musiche strumentali suonate live-ci introducono in un mondo a noi misconosciuto ma anche in qualche modo assorbito ai nostri occhi di occidentali da visioni televisive del palinsesto italiano specie tra Natale e Capodanno: quello dei circhi equestri internazionali nelle spettacolari esibizioni acrobatiche-contorsionistiche specie al femminile. Sì perché in questa peculiare performance sono i corpi femminili adolescenziali ad essere al centro di prestazioni al limite della subcultura dell’esibizione a rischio dello sfruttamento-quanto di più simile nella subcultura delle modelle anoressiche di cui son piene le nostre riviste patinate anche lette e compulsate da milioni di signore – e signori in Occidente? cosa c’entra il corpo femminile sfruttato là e qua?. c’entra, perché il messaggio multimediale di Ghosts che ci arriva, è pieno di segni che, forse, potrebbero andare anche in quella direzione. L’azione parte da un urlo a scena aperta di una ragazzina occhi a mandorla esile sopra una piattaforma rialzata. A seguire inserti di donne-bambole che in equilibrismi nelle vesti bianche a veli dal perfetto virtuosismo, esibiscono scene con piattini rotanti in stupefacente simmetria. Nella non semplice ricostruzione a ritroso dei molti tableaux vivants che si susseguono mentre sullo sfondo si proiettano immagini della realtà cinese, alternati ad interviste, è così in realtà che entriamo nel vivo della performance in forma di patchwork che si apre a una contaminazione di segni verbali ed extra linguistici complessa e multi semantica proprio per la matassa degli intrecci restituiti in forma di arti performative, numeri acrobatici e composizioni da mozzare il fiato. L’intreccio non procede per logiche aristoteliche ma per accumulo di azioni fisiche e narrazioni biografiche relative alla famiglia cinese di artisti acrobati in scena (lo zio più anziano e tre ragazze, oltre agli artisti della Dorkypark Berlin), fornendo anche informazioni su uno spaccato di società cinese, rurale, povera dove la vita delle bambine è regolata dalla legge statale nazi del figlio unico e maschio. Dove la vita di questi straordinari atleti ed artisti circensi viene cannibalizzata da uno Stato padrone che prima investe sulle loro capacità di stupire e divertire per le masse ed i potenti stranieri per poi abbandonarli poco più che ventenni quando il corpo già non è più in grado di ripetere le performance precedenti. Ecco che questi artisti diventano ghosts- fantasmi appunto ricacciati nella povertà e nel silenzio dopo sfavillanti carriere al servizio dello Stato e dei propri cerimoniali autorappresentativi. The Ghosts coreografia e regia Constanza Macras drammaturgia Carmen Mehnert di e con Emil Bordàs, Fernanda Farah, Lu Ge, Yi Liu, Juliana Neves, Xiaorui Pan, Daisy Phillips, Wu Wei, Huanhuan Zhang, Huimin Zhang produzione Constanza Macras, Dorkypark Berlin, Goethe Institut China Prima Nazionale Visto il 17 aprile, Teatro Fabbricone di Prato

domenica 24 aprile 2016


In questo post ho raccolto la lezione che ho tenuto al Collegio Superiore dell’Università di Bologna, il 21 aprile 2016. Gentili e cari amici, innanzitutto un sincero ringraziamento va agli organizzatori di questo incontro, per avermi voluto invitare a parlare di un argomento che tanto mi sta a cuore quale quello della cultura come mezzo di rilancio economico, ma soprattutto civile e sociale, per il nostro Paese. Affrontare questo tema all’interno di un istituto di formazione d’eccellenza quale il Collegio Superiore dell’Università di Bologna è un’occasione che mi pare davvero proficua, specie per i ragazzi che si stanno formando per divenire i futuri operatori del settore. Ho più volte sottolineato, in altre occasioni, come l’investimento nella cultura rappresenti per l’Italia un’occasione unica, quella di coniugare alla tutela e alla valorizzazione del suo patrimonio culturale, che costituisce a tutti gli effetti la sua più grande ricchezza, la possibilità di attivare una crescita economica virtuosa e sostenibile: il nostro è il Paese della Bellezza, e la bellezza è un alleato prezioso per contrastare il degrado ambientale e per favorire la coesione locale, l’inclusione sociale e lo sviluppo dei territori, trasmettendo alle nuove generazioni quanto ci è stato tramandato dal passato. Spesso, infatti, quando si parla di cultura come volano di rilancio per il nostro Paese, esagerandone a volte la sua funzione di nuovo ‘petrolio’, si tende a porre in secondo piano il valore morale e civile che soggiace all’investimento in questo settore. Io credo, invece, che sia un vero e proprio dovere quello di custodire e tramandare alle generazioni future l’immensa ricchezza che abbiamo ricevuto in retaggio dai nostri predecessori; ed è un dovere che non riguarda soltanto gli addetti ai lavori – le soprintendenze, i musei, le biblioteche –, ma piuttosto riguarda ognuno di noi. Ogni cittadino è responsabile per gli spazi pubblici, i monumenti, l’integrità ambientale del luogo in cui vive, e ognuno dovrebbe saper attivare buone pratiche che ne favoriscano la tutela. Già diversi sono gli esempi, più o meno noti, di quanto l’iniziativa dei cittadini, in un’ottica di impegno comunitario e no profit, possa giovare al nostro patrimonio culturale: uno fra tutti, che non rinuncio mai a menzionare per l’importanza che esso riveste a mio avviso nel difficile e spesso drammatico contesto sociale della Terra dei Fuochi, è il recupero della Reggia di Carditello, acquisita dallo Stato grazie all’interessamento di una rete di cittadini che non si è mai arresa al secolare degrado dello splendido sito reale borbonico, che si avvia a divenire un vero e proprio presidio istituzionale in un territorio tanto compromesso quanto ricco di risorse umane. Ma sono tantissime le iniziative che fioriscono quotidianamente, su tutto il territorio nazionale, con lo scopo di curare gli spazi pubblici; tantissime le associazioni che si occupano di promozione sociale, eventi, luoghi di cultura; e sono anche numerosi, ormai, sul web, gli strumenti nati con l’intento di condividere e promuovere questa varietà di esperienze, superando le distanze materiali e mettendo in comune conoscenze e, appunto, buone pratiche. La piattaforma multimediale #laculturachevince è una di questi, ed è votata a raccogliere e recensire proprio le buone pratiche di chi è impegnato nel mondo della cultura: si tratta di un portale wiki, incrementato da tutti coloro che partecipano al progetto e da un team ‘redazionale’ incaricato di coordinare i materiali che vanno ad arricchire quotidianamente il database, la cui consultazione fornisce un ulteriore riscontro sulle straordinarie opportunità di crescita economica e civile offerte dall’iniziativa in ambito culturale nel nostro Paese. Sono convinto che strumenti di questo tipo possano garantire ulteriore visibilità e favorire lo scambio di competenze e strategie tra coloro che operano nel campo della promozione del patrimonio culturale, ad ogni livello. Esiste davvero un’energia positiva che attraversa il nostro paese, costituita dalle tantissime persone che si prendono cura dei beni culturali, creano progetti e diffondono cultura. È un’energia che va oltre la “cultura” e che pervade il nostro modo di essere, richiedendo nuove forme di partecipazione alla vita pubblica e risposte alle domande esistenziali di ognuno di noi. Questa energia rimane il più delle volte nascosta e inascoltata: dobbiamo allora farla emergere per il bene del nostro paese perché con la cultura si vive, si migliora, si agisce, si vince. La cultura conta, appartiene a tutti, non fa paura, non è alta, ma implica valori. A giudicare dal numero di imprese e progetti culturali che quotidianamente fioriscono in tutta la Penisola, è evidente che, almeno tra gli operatori del settore, regna l’accordo sul fatto che con la cultura si può vivere perché la cultura dà lavoro. Sono, semmai, le istituzioni e la classe politica che spesso non riescono a comprendere appieno le potenzialità offerte dall’investimento in questo ambito. Deve essere chiaro, invece, che l’attività culturale favorisce la presenza istituzionale, aumenta la sicurezza e rende i cittadini più consapevoli delle ricchezze del loro territorio e più disponibili ad attivarsi in prima persona per tutelarle, oltre ad incrementare i flussi turistici, l’occupazione, l’integrazione e l’interesse verso i beni comuni. Ma il rilancio del settore culturale e turistico passa anche dall’individuazione di figure professionali specifiche, che siano in grado di mettere in campo approcci innovativi e funzionali che contribuiscano a riorganizzare la gestione del patrimonio culturale riducendo gli sprechi, lavorando sulle criticità e incrementando la comunicazione e i canali informativi, specie grazie alle possibilità offerte dai nuovi media. Sono diversi i profili che il mercato richiede al momento: si tratta nella maggior parte dei casi di professioni parzialmente nuove, o che comunque necessitano di un’impostazione differente rispetto a quella tradizionalmente attuata nel mondo della cultura, che spesso adottava linguaggi elitari e non riusciva ad aprirsi al grande pubblico, lasciando la fruizione del patrimonio e degli eventi ai cittadini di livello culturale più elevato. L’avvento dei social network e del web 2.0 ci permette di ripensare la comunicazione dei contenuti culturali, a patto che alla rapidità e semplicità di trasmissione delle informazioni si affianchi il necessario approfondimento, il livello qualitativo che permetta il mantenimento di un’offerta culturale di alto profilo, quella che ha sempre caratterizzato gli operatori del settore italiani anche grazie a una formazione d’eccellenza. Attualmente il percorso di studi di un manager culturale non è ben definito, e il suo stesso iter professionale possiede ancora caratteristiche in gran parte connesse alle esperienze individuali. Tuttavia, diversi atenei del nostro Paese hanno saputo adeguarsi rapidamente a questi mutamenti ed hanno avviato percorsi formativi ad hoc per la preparazione di nuovi esperti nel mondo del cultural management, soprattutto attraverso l’organizzazione di master di primo o di secondo livello rivolti ai laureati in materie umanistiche, per fornire loro gli strumenti per incrementare le proprie attitudini gestionali e competenze tecnico-organizzative. Sembra, dunque, che l’alta formazione italiana stia iniziando ad adeguarsi all’approccio di altre nazioni europee in fatto di cultura: la stretta integrazione tra curricula umanistici e tecnici, impensabile fino a pochi anni fa, sta diventando rapidamente una realtà diffusa. Un caso esemplare è quello del rapporto tra informatica e discipline umanistiche, spesso considerato secondario nelle facoltà scientifiche come in quelle letterarie fino a non molto tempo fa, e che sta rapidamente acquistando un ruolo di primo piano nella formazione universitaria e post-universitaria. La causa è a mio avviso da rintracciarsi in una radicale ridefinizione della dicotomia tra materie letterarie e materie scientifiche, ridefinizione che sta avvenendo proprio in questo momento, e che dunque non è facile ancora analizzare e comprendere appieno. È chiaro, tuttavia, che discipline scientifiche e humanities saranno sempre meno contrapposte e anzi andranno sempre più intrecciandosi in un futuro che ci prospetta lo sviluppo sempre maggiore di una società della conoscenza. A chiunque operi nel settore della cultura è ormai nota la necessità di familiarizzarsi con linguaggi, contenitori e mezzi di comunicazione sempre più avanzati, che presuppongono conoscenze sempre più tecniche e specifiche. I numerosissimi blogger freelance che si occupano di informazione culturale, i social media manager delle più varie istituzioni culturali, gli editori digitali, i numerosi altri profili professionali emergenti dalla rivoluzione digitale in atto: tutti sono venuti in contatto, solo per fare alcuni esempi, con la marcatura SEO, con gli hashtags, i metadati, tutto ciò che consente di comunicare cultura attraverso il web 2.0. E, d’altronde, la comunicazione della cultura sta assumendo un ruolo sempre più importante all’interno del mondo digitale. Quella del manager culturale si configura dunque come una figura professionale ibrida, che deve saper coniugare alle conoscenze in campo culturale anche gli aspetti di natura finanziaria, economica, organizzativa, giuridica e di marketing, e saper assumere, accanto alla funzione conservativa del patrimonio, anche un approccio divulgativo e volto alla valorizzazione dello stesso. Anche il suo statuto legale è tuttora incerto, tanto che recentemente è stata fondata l’Associazione Nazionale Manager Culturali, che si prefigge proprio di ottenere il riconoscimento giuridico-legislativo della figura del manager culturale e l’affermazione del suo ruolo professionale. Diverse sono le declinazioni che può trovare la professione del cultural manager: agli allestitori di mostre ed eventi si affiancano le società specializzate in servizi editoriali, i lavoratori del cinema, della musica e delle arti performative, i privati e gli enti no profit che partecipano ai bandi pubblici per la gestione di monumenti, musei, biblioteche, nonché le associazioni e i comitati che si occupano della preservazione e della divulgazione di un patrimonio altrettanto ricco e importante, quello immateriale delle tradizioni, degli usi, dei saperi popolari, insomma del complesso di pratiche di tipo folklorico, artigianale, enogastronomico che il nuovo interesse verso la green economy e la naturalità delle filiere produttive sta gradualmente riportando in auge. È necessario, in definitiva, che il manager culturale conosca i fattori determinanti delle politiche culturali, la legislazione nazionale e comunitaria che regola il campo culturale, le normative contrattuali, le tecniche di marketing, e che sia in grado di sviluppare progetti anche a medio e lungo termine, avvalendosi, oltre che dei canali tradizionali, delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Il mercato del lavoro è certamente pronto ad assorbire questo nuovo tipo di professionalità, di cui si sente anzi la crescente necessità: alle istituzioni spetta invece il compito di comprendere le reali potenzialità di questo settore, uscendo dall’ottica ormai superata per cui il mantenimento del patrimonio culturale si riduceva a un gravoso onere e non ci sarebbe mai stata possibilità, in questo campo, di pareggiare i conti tra spesa e ricavi. Ma per superare questo pregiudizio occorre inaugurare una nuova strategia che contempli, accanto a una gestione più efficace dello sterminato patrimonio artistico, archeologico, paesaggistico di cui disponiamo, anche l’attivazione di politiche in favore dell’iniziativa in campo culturale e creativo; ciò potrebbe rappresentare l’occasione per un rilancio dell’economia e insieme una spinta per il cambiamento politico, sociale e culturale del Paese. Peppino Impastato disse che “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”; questo mi sembra il miglior manifesto di una società che voglia fare della bellezza non solo e non tanto una nuova industria da sfruttare indiscriminatamente, quanto un veicolo di crescita civile, per una comunità più consapevole, equa, solidale e inclusiva verso tutti i cittadini. Nel concludere, vorrei davvero augurare a tutti voi di riuscire a guardare al futuro del Paese con una prospettiva condivisa, che ridia speranza e costruisca una società migliore, più solidale e aperta per i nostri figli e le generazioni future. Dobbiamo lavorare insieme per cambiare l’Italia e dare ai nostri figli la speranza di avere un futuro migliore. Massimo Bray Categorie diario Tags:bologna, collegio superiore bologna 0 comments

sabato 23 aprile 2016


Le sorelle Macaluso-Emma Dante in sinergie di storie Posted by renzia.dinca Cascina (Pisa). Sette donne, sette sorelle per storie ad intreccio con sullo sfondo una realtà siciliana, una drammaturgia in stretto dialetto, dove storie di memorie incandescenti si incrociano rullano scompongono in deflagrazione fantasmagorica. Impressiona immediatamente la macchina teatrale: i tempi, i suoni, le luci, i costumi, in perfetta sintonia con la scrittura, insomma l’estrema sintesi di un pensiero condensato nato per ensemble di attrici (e attori) e confezionato per la scena. Sì, perché senza i corpi e macchina teatrale che li svela e rivela, la testualità rimarrebbe un po’ in penombra e non solo per l’eventuale ostacolo della comprensione, quella della lingua. E’ il non verbale, per dirla banalmente, una delle funzioni artistiche prevalenti del lavoro che travolge i sensi dello spettatore molto forse più in questa messinscena rispetto ad altre, firmate da Emma Dante regista palermitana di gran razza. In una sala gremita della Città del Teatro, già aveva un po’ fatto specie la voce in sala in pre-spettacolo che avvisava: le luci saranno spente, comprese quelle di servizio, se avete bisogno fatevi accompagnare…, era uno pseudo- prologo: perché è dal buio e solo da quello, che emergono le sette sorelle sette, che irrompono in scena aperta (zero scenografie per intenderci), quasi in marcia militare ed in particolare una, che emerge a sua volta e si distingue fin da subito per un altro tipo di vitalità. Raccontare le storie ed una storia in particolare, quella di una defunta, giovane con l’aspirazione della danza, morta per evento accidentale di annegamento mentre le ragazze- sorelle erano al mare, dentro una famiglia dove i lutti femminili si sono succeduti (la madre morta a sua volta ancora giovane, un padre un po’ così per dirla alla Vecchioni), in sincronismo di fatti temporali anche distanti. Ma qui sta l’astuzia drammaturgica pensata per la scena. E’ confrontarsi col sacro e col dissacrante. Ma qui non è di blasfemia che si tratta, come forse in altri lavori della regista. Qui l’intreccio è forte, destabilizzante, perché i morti ed i vivi si incontrano sul palcoscenico dove le sorelle avanzano dal buio, vestite di scuro, mentre una sola di loro danza a corpo libero (per nel finale spogliarsi-danzare come da desiderio e definitivamente, in plot costruito ad anello). Quindi la chiusura drammaturgica è anche l’incipit: un funerale. Uno spazio di memorie private dove si celebra il corpo appunto, presente e/o assente. Spesso quando la famiglia va in lutto, si lamentano sprazzi di singhiozzi (e nessuna delle sorelle piange in verità, che paradossalmente non siamo dentro un melodramma), mentre in scena si vira verso piuttosto urlate verità. E ciascuna delle Sorelle tanto ha da dire a se stessa ed alle altre più o meno coetanee che gliele dice, e finalmente raccontandosi, quasi a resa dei conti. Entra in gioco la memoria di infanzie, adolescenze, fantasie, ricordi, giochi, risate, ma anche rancori, vendette, invidie tra sorellanze di diverse età. Nel narrato, assai in accelerazione, spunta da quel buio in cui vivi e morti si rintracciano simbolicamente, la coppia genitoriale. Così due figure emergono da buio, un uomo e una donna che si confondono in fusione di corpi in una danza di accoppiamento fra eros e thanatos molto perturbante a segnare ed inquinare una scena già di per sé plurisemantica-l’uomo-padre indossa una sottoveste color cipria identica a quella della compagna. Le Sorelle raccontano e si raccontano cambiando spesso costumi: dal nero cimiteriale a coloratissimi vestitini a vestagliette anni Cinquanta che tanto piacciono a certi stilisti che si ispirano al neorealismo d’antan, a segnalare i cambi di registro testuali ed extra testuali in un feedback temporale diacronico che si riavvolge su se stesso. In scena assistiamo anche a duelli tra di loro con segni di croci spade e scudi come da un classico di teatro dei pupi. E qui rientriamo nel buio della scrittura scenica che si appalesa per indizi, in perfetta macchina da guerra teatrale. Che tratta di segreti per bagliori e folgorazioni alchemiche come il vero Teatro sa cogliere e trasformare. Le Sorelle Macaluso testo e regia di Emma Dante con Serena Barone, Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Italia Carroccio, Davide Celona, Marcella Colaianni, Alessandra Fazzino, Daniela Macaluso, Leonarda Saffi, Stephanie Taillandier luci di Cristian Zucaro armature Gaetano Lo Monaco Celano Visto alla Città del Teatro di Cascina (Pisa), il 13 aprile 2016

mercoledì 13 aprile 2016


Chiedimi chi sono mai questi Nomadi Posted by renzia.dinca La Spezia. Davvero non c’è bisogno di chiedere chi sono mai questi Nomadi, se è vero come è vero, che è il complesso italiano che continua da ben cinquant’anni a suonare e inventare canzoni ma con un valore aggiunto: il fenomeno intergenerazionale di nonni genitori e nipoti, insomma migliaia di fan del Popolo Nomade, che segue in carovana i loro concerti provenendo da ogni zona d’ Italia. Lo abbiamo recepito da un’ampia documentazione e numerose interviste entrate nel lavoro teatrale Una storia da raccontare. Storia di Ago e Beppe. Come due ragazzi sono diventati I Nomadi. Lo spettacolo, un omaggio ad Augusto Daolio (scomparso prematuramentenel ’92), voce solista e Beppe Carletti tastierista, oggi l’unico del gruppo originario I Nomadi, fondato nel 1963. Il lavoro, scritto in coppia da Roberto Lamma con Massimo Olcese (entrambi anche in scena con Silvio Rosi alla chitarra), restituisce sul palco in una affabulazione accattivante e a tratti emozionante ma pacata, uno spaccato della storia del nostro Paese attraverso lo specchio della storia della nascita del Gruppo musicale di Novellara- città natale di Daolio e Carletti, dai suoi primi passi fino ai successi nelle hit, ai momenti bui fatti di periodi di oblio, tragiche scomparse e di riorganizzazione della band fino alle più recenti iniziative sociali ed umanitarie portate avanti da Beppe Carletti, specie sui temi internazionali (ha di recente incontrato i premi Nobel per la Pace Dalai Lama e Chavez). Le vicende corrono parallele attraverso una struttura narrativa che intreccia l’autobiografismo del duo Lamma|Olcese, il primo, avvocato spezzino noto per cause ambientaliste difese ben oltre la procura ligure e l’altro, attore e comico genovese, conosciuto a livello nazionale sia per programmi famosi in TV che in Cinema e Teatro. L’espediente, niente affatto letterario per dare il LA alla narrazione, è quello di Roberto Lamma nelle vesti di se stesso avvocato, che fra un leggio ed una seggiola si presenta e introduce un terzo-io narrante silente che se ne sta seduto tra il pubblico in prima fila: è l’amico coetaneo e già Nomade, che crea il legame apparentemente casuale tra Lamma e I Nomadi dalla città di Milano dove erano in tournée e dove i due amici spezzini si incontrano. Il concerto visto per la prima volta con l’amico, per Lamma diventerà epico come indissolubile la fedeltà oltre che l’amicizia anche personale con la band. Perché questo, in fondo è anche il grande potere della musica pop: creare legami, sogni, miti, utopie attraverso testi e contesti condivisi ripetibili condivisibili. Se è vero che la Rete (anche attraverso youtube) non ha sostituito la vecchia radio (o il mangianastri dei ragazzi anni Cinquanta Sessanta). Se è vero che oggi il vinile è tornato di gran moda, come l’andare ai concerti live non è mai passato di moda, è vero che la storia del Nomadi con le loro canzoni (78 album tra dischi registrati in studio o live)è una macro Storia sullo sfondo di teatri di pace di guerra sociali e politici nazionali ed internazionali perché i temi delle canzoni sono in coerenza assoluta anche nel tempo, quelli civili e sociali. Anche grazie e proiezioni video di foto d’epoca ed attuali ( si parte da Augusto quindicenne vestito da cameriere, perché aiutava la mamma al bar con accanto Beppe figlio di contadini che studiava la fisarmonica)per andare a suonare nelle balere del reggiano fino all’esplosione di Come potete giudicar per i capelli che portiam in pieno 68. Ma nel lavoro di Lamma e Olcese, a parte il commento musicale che fa da contrappunto alle narrazioni autobiografiche del duo, non si indulge a patetismo o amarcord. Le storie del Gruppo e quelle individuali di Olcese e Lamma-fan si intrecciano con istantanee dal Muro di Berlino dell’89 (con commento musicale da Imagine di Lennon)a racconti di Genova- Bolzaneto 2003 fino all’oggi Una Storia da raccontare. Storia di Ago e Beppe. Come due ragazzi sono diventati I Nomadi di e con Roberto Lamma e Massimo Olcese Commento musicale di Silvio Rosi Visto a La Spezia, Sala Dante, venerdì 9 aprile 2016

sabato 9 aprile 2016


LEAR quando il gioco del Potere (come la follia) va oltre il genere Posted by renzia.dinca Pontedera. Una edizione dal Re Lear che prova a confrontarsi con temi classici innestando linfe di ricerca artistica che sennò non avrebbe troppo senso rivisitare in un must da parte di un regista come Roberto Bacci che sulla ricerca e sperimentazione ha fondato il CSRT -Teatro Era di Pontedera ben quarant’anni or sono ed oggi è Teatro Nazionale della Toscana col Teatro della Pergola di Firenze. Una splendida scrittura scenografica e musicale – il vasto palco della Sala Thierry Salmon, ridotto attraverso la circoscrizione di un perimetro mobile scritto sullo spazio (e le luci) da ben sette tendaggi a fare da quinte che corrono su binari e carrucole ora illuminate da proiezioni astratte dai toni lugubri talvolta epici, percorse come vele a tratti da agitazioni di venti, fra presenze esterne ed interne al disegno, quasi immagini da quadri di Hopper. E poi l’uso di maschere per i personaggi, abilmente spostati dal dentro al fuori della narrazione visiva a mò di servi di scena, ma soprattutto un’idea che stravolge la partitura. E qui sta il concept. E’ l’attrice Silvia Pasello (due volte Premio UBU, diretta da personalità di registi che vanno da Carmelo Bene a Thierry Salmon a Raul Ruiz per citarne solo alcuni), ad impersonare Lear o meglio Re Lear, anche se nella reinterpretazione del duo Bacci-Geraci drammaturghi, salta il termine Re e rimane il Lear. Tuttavia resta il Re-ame, il Re-gno. E se fosse la Regina o tout court, una figura ibrida né maschio né femmina- pur tuttavia creatrice di vita, visto che le tre figlie femmine pur sempre nate da questa creatura potente anche nel disporre e in discendenza, sono a loro volta vittime e carnefici di un topos del Potere: la successione alla morte del genitore? perché il tormentone del chi mi ama di più forse non vale anche, se chi muore o si ammala di capacità di giudizio è una Madre, una madre potente magari una madre fallica? il rovesciamento di prospettiva alla fin fine forse è proprio questo: se una Madre un po’ anziana o forse solo debole o molto malata, perde di consapevolezza (e un Padre c’è o forse non c’è più) chi guida il Regno-Reame? i successori? e/o i maschi o le femmine magari coi loro sposi (come da sacro plot del Bardo e relative tradizioni da Corona inglesi)? quale trama è più patriarcale-matriarcale, pur essendo secentesca e così tanto British e moderna?- il pensiero corre a saghe magari anche giudiziarie di certe grandi famiglie di industriali anche italiane o al gossip di cronache di settimanali di gran consumo sulle belle e giovani ereditiere. Ma solo per ellissi. Ed ecco che il rovesciamento-inversione di identità maschile/femminile comunque creaturale umana, che ci propone la visione di questo Lear di Bacci, si fa ficcante e densa di implicazioni extratestuali per andare verso considerazioni e condensazioni concettuali antropologiche e psicoanalitiche. Se il tema è sempre quello del chi comanda chi, se il cuore e le viscere dell’essere umano sono in fondo gli stessi da secoli, mossi come sono ieri ed oggi da ferine urgenze da egoismo puro e feroci guerre intestine sia dentro-anche metaforicamente le famiglie(quelle cosiddette normali, formate da padri madri e figli, per intenderci), che fuori nel Mondo-Reame, e sempre al centro dei conflitti sono il Potere ed il denaro ( poco, a volte niente, l’amore), allora questo Lear ha consistenza di un lavoro che pone interrogativi sempiterni ma col valore aggiunto di un perturbante estetico ed etico: il corpo di Silvia Pasello. Lear-Pasello si muove in scena e per quasi due ore come un vecchio|a bisognevole di affetto e cure delle tre figlie-instabile nel passo, commovente ma mai isterica anzi, in sottrazione assoluta di qualsiasi segno volto al patetico. La fragilità della figura–archetipo di moderno Lear, fa da contraltare alle figlie: belle e vitali come da copione secentesco( e/ o attuale). Colpisce in tutta questa complessa rilettura e in parte, riscrittura drammaturgica e registica, l’uso del canto e delle musiche. Stefano Pogelli ha curato la ricerca assai affascinante dei canti (affidati al coro delle figlie) ispirandosi agli originali che furono utilizzati nelle prime messe in scena shakesperiane e in particolare alla Ballata popolare King Lear and his three daugthers, anche in linea con le antiche tradizioni delle Isole britanniche in lingua gaelica ispirate alle fatiche del lavoro femminile. Tutti i numerosi personaggi in scena ( numerosi nel senso che non spesso ricorrono così numerosi negli allestimenti non cosiddetti tradizionali), hanno una loro identità rispetto a Lear. Nel dividersi e allacciarsi trecce- così come i regni fra cartine geografiche e pezzi di abiti, Goneril (Caterina Simonelli) è spavalda e battagliera, Regan (Silvia Tufano) più contenuta ma comunque spietata, Cordelia (Maria Bacci Pasello) giovanissima e con bella voce (commuove nel finale il suo canto intenso in lingua ucraina, una canzone di Mariana Sadowska). Le figure maschili convincenti anch’esse: il fool Michele Cipriani che ci accoglie in sala, Gloucester-Francesco Puleo, Edgar- Savino Paparella, Edmund -Tazio Torrini anche ben modulate nella non facile confezione di regia, ma come un po’ opacizzate dal prevalere delle grazie e azioni del clan al femminile. Alla fine nel cimitero che questa tragedia ci restituisce, usciamo arricchiti da una esperienza che racconta un percorso in salita, quello del gruppo originario pontederese che ha saputo rinnovarsi, trasformarsi anche, mantenendo una identità di fondo- quella dei Maestri ( Living, Grotowski, Barba, Odin Teatret,) ma capace di innestare linfa intergenerazionale di livello, aprendosi, come da sempre, ad esperienze intellettuali artistiche, umane e anche operative, attuali e dinamiche. Davvero tanta acqua è passata dalle regie di Bacci Laggiù soffia- Era- ed In carne ed ossa. Il lavoro di Roberto Bacci andrà in scena alla Pergola a Firenze in ottobre e a Wroclaw in Polonia sempre a ottobre, per Le Olimpiadi del Teatro. LEAR, liberamente ispirato a William Shakespeare regia Roberto Bacci drammaturgia Roberto Bacci e Stefano Geraci con Silvia Pasello, Caterina Simonelli, Silvia Tufano, Maria Bacci Pasello, Francesco Puleo, Tazio Torrini, Savino Paparella, Michele Cipriani progetto scene e costumi Marcio Medina realizzazione costumi Fondazione Cerratelli musiche originali Ares Tavolazzi in consulenza con Emanuele Le Pera e Elias Nardi consulenza storico musicale Stefano Pogelli Luci Valeria Foti e Stefano Franzoni Immagine Cristina Gardumi Visto a Pontedera, Teatro Era Fondazione Teatro della Toscana in Prima nazionale, il 2 aprile 2016

mercoledì 6 aprile 2016


La parola padre- Cantiere Koreja di Gabriele Vacis Ola, Simona, Irina, Anna Chiara, Alessandra, Maria Rosaria: sei donne, sei storie di giovani donne in fuga. Dai padri, dalle rispettive patrie. Una drammaturgia che nasce da drammi di guerre, di confusione e insieme tentativi di incontri di linguaggi. In prima battuta narrati dentro un laboratorio teatrale voluto da Koreja ed affidati ad uno dei più importanti drammaturghi italiani di teatro di narrazione Gabriele Vacis, per dare corpo ed ascolto a vissuti di contemporaneità femminile lacerata, disperata, che masochisticamente, o forse no, non ancora, reitera i percorsi. Percorsi che si intrecciano incontrandosi per poi lasciarsi fra voli low cost in aeroporti dove le lingue si confondono e insieme ci cercano, per provare a capirsi, fra donne, fra persone che reclamano la propria identità, il diritto alla propria vita. Sono le tre donne dell’est europeo- sbarcano a Brindisi, molte delle attrici in campo, insieme alle altre italiane del sud. Sullo sfondo lo spettro del comunismo, da cui fuggono. Il comunismo dei padri, il comunismo o patriarcato delle patrie in liquidazione. Una scena spoglia, ai due lati uno stendino con abiti di diverse fogge che continuamente indossano e ripongono nell’alternarsi delle azioni sceniche su uno sfondo creato interamente e coreograficamente da bottiglioni di plastica, l’acqua gratis, quelli che si trovano in luoghi senza patria- i non luoghi, aeroporti ma anche palestre appunto, utilizzati in maniera geniale minimalista dall’inizio alla fine del lavoro. A occhio all’inizio sembrano mammelle o quinta poi, via via spazi usati come praticabili dove salire per trovare una dimensione onirico-spaziale femminile dove andare per poi sprofondare, nella propria confusione di spazi|linguaggi. In scena le sei giovani donne sono tradotte dalle loro lingue- non in automatico ma da una loro alter ego- in inglese ( una ragazza seduta a tavolino col suo modernissimo tablet). E si raccontano. Sono pezzi di vite, brevi data la loro età, ma dense di testimonianze appassionate di violenze, desideri frustrati, voli, speranze che confluiscono nella necessità di fuggire, dai propri padri e patrie per cercare fuori di dove e da chi sono state generate il proprio riscatto. Le valige- il trolley nella versione moderna della contemporaneità- bagagli leggeri sono il simbolo di questa necessaria presa di distanze da ciò che è stato e mai più sarà. Le donne senza padri, e soprattutto, senza patria, non torneranno. Mai. Mai più. Anche se il filo della memoria le riconduce- e non potrebbe non esser così al discorso dei padri, ai ricordi legati alle loro infanzie e prime giovinezze. Qualcuna proverà a confondersi in istituti di bellezza- come le altre come le donne dei Paesi dove emigreranno, fra fanghi e unghie da ricostruire. E anche qui per operare la riproduzione di racconti, di storie. Fra cambi di abiti tra scintillio- le speranze? e provocazioni palesi: mettersi la carta igienica dentro lo slip per trasformare il proprio sesso nell’altro, quello paterno, appunto. Uno spettacolo dinamico, sei attrici di grande impatto scenico, una drammaturgia poetica ma dallo stile impetuoso e graffiante, una scrittura di scena dura che restituisce le dinamiche attualissime di donne alla ricerca della propria individuazione che può essere agita solo attraverso la fuga, attraverso la negazione di una identità- quella del padre e delle patrie ( identica radice semantica) disfatte del comunismo, ma anche della società patriarcale ( le ragazze italiane) da cui è possibile ripartire solo tracciando un niet sulla lavagna della Storia. Per ripartire col coraggio delle donne. Con Irina Andreeva, Alessandra Crocco, Aleksandra Gronowska, Anna Chiara Ingrosso, Maria Rosaria Ponzetta, Simona Spirovska Drammaturgia e regia di Gabriele Vacis. Produzione Koreya Scene di Roberto tarascoProgetto Archeo PUBBLICATO SU BLOG nel maggio 2012. Oggi in tournée

martedì 5 aprile 2016


Nasce l’Accademia dell’Uomo Conversazione con Pier Paolo Pacini e Iacopo Braca Posted by renzia.dinca Firenze. E’ nato un progetto di largo respiro formativo teatrale, ideato e coordinato da sotto la cupola del Brunelleschi attraverso il Teatro della Pergola, designato dal FUS Teatro Nazionale della Toscana in partnership con Teatro Era di Pontedera, uno dei sette teatri nazionali del Paese. Si tratta dell’Accademia dell’Uomo realizzata dal Centro di Avviamento all’Espressione, il Centro di formazione teatrale della Fondazione Teatro della Toscana in collaborazione con la Beyouman Academy, con sede presso il nuovo polo della formazione: il Teatro Studio di Scandicci. Molto incuriositi dalla denominazione data al Progetto, dalla compartecipazione delle maggiori istituzioni teatrali toscane e nazionali in una progettualità educativa e formativa in linea con la riqualificazione ministeriale che nel 2015 ha cambiato l’assetto del teatro pubblico e privato in Italia, abbiamo deciso di saperne di più e così ne abbiamo parlato con il fiorentino Pier Paolo Pacini (attore, regista, scenografo già allievo di Orazio Costa al MIM, oggi ideatore con Marco Giorgetti, direttore del Teatro della Pergola e con Riccardo Ventrella, responsabile della Comunicazione dello stesso Teatro) e con Iacopo Braca, fondatore di Beyouman Academy. RUMORSCENA-Pier Paolo Pacini, lei è ideatore e coordinatore del Progetto Accademia dell’Uomo. Vuole raccontare qual è stato il suo percorso di formazione che l’ha portata a questo importante traguardo professionale? Pier Paolo Pacini-Mi sono avvicinato al metodo Mimico di Orazio Costa già da quando avevo 14 anni. Iniziai a frequentare la scuola di Paolo Coccheri (N.d.R. Coccheri è stato allievo di Costa, attuale e storico organizzatore instancabile di numerose iniziative culturali e sociali nella sua Firenze e in Italia, una per tutte Angeli della città), perché ero interessato alla pratica yoga. In seguito dopo essermi diplomato al Liceo, incominciai a frequentare la Scuola di Orazio Costa. In quella fase della mia vita volevo diventare attore. Entrai nella Scuola di Espressione Teatrale fiorentina diretta dal Maestro. Era il 1979. Ho praticato la Scuola di Mimica per due anni con allievi di Costa e un terzo anno con Costa stesso. I risultati del mio lavoro d’attore erano buoni, ma non avevo interesse ad intraprendere quella carriera. In realtà volevo fare il regista. Nel 1987 iniziai a occuparmi di Lirica come assistente alla regia, nel 90 divenni collaboratore di Piero Faggioni, anche lui ex allievo costiano e andai a lavorare in Francia come regista. A seguire, l’esperienza londinese dove sono stato a stretto contatto con drammaturghi quali Sara Kane ed il gruppo Angry yaung men (N.d. R. portati da Barbara Nativi a Firenze nel circuito Intercity al Teatro della Limonaia). La mia carriera poi decollò col Peer Gynt di Ibsen con musiche di Grieg al Comunale di Firenze nelle vesti di regista. In quel lavoro misi a punto una regia “costiana”per attori, sia come lettura scenica che come approccio al testo. RUMORSCENA-Ci può descrivere, a grandi linee, qual’ è l’impianto ideologico della nuova Scuola che è appena partita al Teatro Studio di Scandicci? Pier Paolo Pacini- Il progetto dell’Accademia dell’Uomo prevede la nascita di un polo formativo non convenzionale. L’obiettivo è il recupero e lo sviluppo di un naturale istinto espressivo sia comunicativo che emotivo. Si avvale del metodo Mimico di Orazio Costa e dell’esperienza della Beyouman Academy.Entrambe le esperienze educative, quella Mimica costiana e quella recente ideata da Iacopo Braca (già attore di Teatro Sotterraneo), sono tese allo sviluppo delle capacità espressive degli adulti e dei giovani anche al di fuori dello specifico del lavoro per il palcoscenico, insomma finalizzate alla formazione umanistica, emozionale e comunicativa. La Scuola è partita il 29 marzo e prevede una prima fase che ha come tema un percorso sull’intelligenza emotiva tenuto da Alessandra Niccolini e Marisa Crussi (entrambe allieve storiche fin dal MIM sotto la direzione di Costa) e da Iacopo Braca. Il corso verte sui caratteri “ I personaggi di Shakespeare: una guida all’intelligenza emotiva”. La seconda fase del corso sarà biennale a partire dal prossimo ottobre. Abbiamo provato ad allargare l’offerta sul Metodo Mimico che già è attiva da anni grazie ai corsi tenuti presso il Teatro della Pergola. RUMORSCENA-Iacopo Braca lei è un giovane e già ex attore ( fondatore del Teatro Sotterraneo) che ha lasciato la professione per diventare regista e formatore. Ci racconta il suo percorso intellettuale che l’ha portata a diventare docente e responsabile della Iacopo Braca Beyouman Academy ( fra l’altro lavora come coach con l’Ospedale Mayer di Firenze)? Iacopo Braca- E’ che ad un certo punto della vita, ho attivato un mio percorso oltre la scena. Ho lasciato il Teatro come esperienza attiva due anni fa. Nel frattempo ho praticato la Meditazione del cuore a Londra e Milano e la PNL. Due percorsi che portano, l’uno alla ricerca del sé più profondo e l’altro alla ricerca di relazione con altro da sé, quindi in gruppo ed anche in funzione aziendale. Insomma volevo mischiare l’esperienza del sé, la meditazione, col percorso dell’agire. RUMORSCENA In effetti un percorso insolito, il suo. Braca-Volevo andare oltre. Non più lavorare sulla messinscena ma sulla persona. La Scuola Accademia dell’Uomo che si apre a Scandicci, parte dall’Uomo in senso filosofico. Lavoreremo in stretto contatto io insieme ad Alessandra Niccolini e Marisa Scussi con la Scuola per allievi non professionisti di diverse età e provenienze. Per approfondimenti ed iscrizioni: sito del Teatro della Pergola- Teatro Nazionale della Toscana

mercoledì 16 marzo 2016


Dentro un Teatro della mente–Veronika Voss sul viale del tramonto Posted by renzia.dinca Pontedera. Dentro la prima programmazione annuale del neo Teatro della Toscana, la stagione 2015-2016 che si celebra fra il Teatro della Pergola fiorentino e Il Teatro Era-CSRT di Pontedera, Ti regalo la mia morte, Veronika, si presentava almeno sulla carta, come un appuntamento al buio. Sì, perché la prova con cui si è cimentato Antonio Latella con una attrice di gran classe qual’è Monica Piseddu (Premio UBU 2015 come miglior attrice), si confrontava con la sceneggiatura di un film dello scomodo regista bavarese (morto a 37 anni, pare per overdose) Rainer Fassbinder, un mostro sacro, un cult dei cinefili anni Settanta. L’operazione insomma richiedeva una tessitura drammaturgica e di regia metateatrale, dal bel coraggio mediata da una transcodificazione di generi che non poteva non presentare tutti i rischi dell’impresa intellettuale e artistica. Per questo ci siamo inforcati occhiali e da presbite e da miope per provare a guardare un pò da vicino e un po’ da lontano un’operazione sofisticata assai complessa. Ciò che salta subito agli occhi è il doppio fra l’operazione cinematografica pregressa e la restituzione sulla scena che mescola in apparente confusione polisemantica, sbaragliando qualsiasi ipotesi interpretativa da cassetto degli attrezzi di critico pret à porter. La scena a luci accese e pubblico ancora in ingresso e brusio, vede uno spazio aperto dove forse si gira un film-una vecchia camera da presa su carrello in proscenio, una fila di seggiole da cineforum anni Settanta, la protagonista magrissima elegante ma scarmigliata che in proscenio urla, chiede aiuto ad un improbabile pubblico, che poi si intuirà non sappiamo chi sia, se quello suo interno di una mente-disastrata, noi stessi che la osserviamo o chissà chi altro che potrebbe porgerle comunque sguardo ed orecchio dall’interno del suo presente privato. Capiremo in seguito che i piani semantici sono molteplici ad intreccio ed insieme in simultanea perché i piani temporali sono stati azzerati ed a molteplici livelli. Tutto è e sarà rappresentato come dentro un presente continuo e così fino al finale, un po’ sorprendente, anch’esso come in presa diretta cinematografica, dove vita e morte, presente e passato autobiografie personali di una attrice col suo regista (Veronika e Fassbinder sono la stessa persona) e in doppio (con il giornalista Robert Khrahn che radiocronaca seduto fra il pubblico). Una scena fissa, in cui sul fondale compare un quadro che riempie totalmente la parete illuminata e che sembra un mare di pelliccia bianca a fare da contraltare agli scimmioni (ben sei con maschera-sono figure di proiezione nella mente avvelenata da droghe della donna- insomma le cosiddette “ voci” o la scimmia sulla spalla), ricoperti dello stesso pelo, doppio su doppio, in prima battuta seduti dietro Veronika e in seguito personaggi dialoganti di storie e dinamiche drammatiche nello sviluppo dell’azione con la protagonista, eroina di una tragica messinscena costruita di fatto su molteplici quadri narrativi sia verbali che drammaturgici. Lo spazio narrativo principale in cui si svolge questo Teatro della mente di Veronika, è la narrazione di una microstoria che si svolge dentro una clinica psichiatrica, in particolare nella relazione perversa con una psichiatra-infermiera (altro doppio), una kapò sadica e parassitaria famelica di denaro succhiato alla Divina. Tutta la pièce sembra come una sorta di maxi seduta psicoanalitica alla Schnitzler dove i fantasmi i replicanti le fantasie dentro la testa e in palcoscenico dell’attrice, si fondono in una scrittura al limite della follia, una sorta di delirio in cui il riconoscimento della realtà si smarrisce, come nei meandri delle dipendenze da sostanze psicoattive, come nell’invenzione drammaturgica di una passata regia di Latella Un tram chiamato desiderio, a cui la stessa attrice Veronika, in lapsus, insomma sbagliando battuta spazio e scena, reinvia. Tutto un po’ you must remember this (prima strofa in Casablanca di As Time goes by), dentro il letto della memoria dove nel finale- non facile da inventarsi perché era già tutto un cimitero, dall’alto cala un albero di ciliegi cecoviano (un altro scrittore e medico e marito di attrice pure lui) sotto il quale è seppellito Fassbinder in cui più personaggi (eroine-attrici di un universo cine-onirico femminile) in abiti ottocenteschi svolazzanti, entrano in un racconto di memoria e di morte. Dove non ci sono spazi per esorcizzare proprio un bel niente. E quindi chi è a regalare la propria morte a qualcun altro? la morfinomane anche ultima attrice del grande regista nella sua ultima recita prima di darsi la morte oppure, come anche da suggestione del titolo, lo stesso Fassbinder? Ti regalo la mia morte, Veronika, liberamente ispirato alla poetica del cinema fassbinderiano di Federico Bellini e Antonio Latella con Monica Piseddu cast: Valentina Acca, Massimo Arbarello, Fabio Bellitti, Caterina Carpio, Sebastiano Di Bella, Nicole Kehrberger, Candida Nieri, Fabio Pasquini, Annibale Pavone e Maurizio Rippa scene Giuseppe Stellato ombre AltreTracce produzione Teatro ERT Emilia Romagna regia Antonio Latella Visto al Teatro Era di Pontedera, Sala Thierry Salmon il 28 febbraio

giovedì 10 marzo 2016


GRUPPO STRANITA’: intervista ad Anna Solaro del Teatro dell’Ortica Posted by renzia.dinca Genova. Il Teatro dell’Ortica nasce a Genova con l’associazionismo di volontariato nel 1996 come progetto di Teatro di Comunità organizzando corsi di teatro per bambini e adulti fino a diventare tre anni dopo in collaborazione con l’ASL3 di Genova Teatro sociale per soggetti in stato di disagio ed emarginazione. Così nasce il laboratorio Stranità sotto la direzione di Anna Solaro che ancora oggi continua con grande energia e coraggio dopo che sono stati sospesi i finanziamenti che la Regione Liguria aveva assicurato fin dall’inizio- la sua battaglia di impegno civile e artistico attraverso numerosissime iniziative in Liguria fra carcere, progetti formativi con l’Università e le scuole pubbliche di base, conduzione di laboratori teatrali per grandi e piccini, ideazione e produzione di spettacoli con disabili anche in tournée fuori Regione, gruppi di lavoro con donne vittime di violenza di genere. RUMOR(S)cena: Anna Solaro, sei direttrice artistica, regista formatrice e attrice di un progetto di lungo corso in un settore in cui la grave crisi economica ha ancor più penalizzato i fondi alla Cultura e il settore Teatro e spettacolo dal vivo nazionale oltre che il settore del Sociale. La Regione Liguria in cui operate vi ha azzerato il finanziamento da sempre concesso. Come e perché ben 20 anni fa hai deciso di intraprendere questa straordinaria esperienza di Teatro sociale? Anna Solaro: nasco come educatrice professionale. Mi occupavo da dentro i Servizi, di povertà, tossicodipendenze, problemi di incapacità genitoriale, donne in difficoltà. A Genova allora, il tessuto privato/sociale era molto forte ed il sistema di welfare molto attivo. In tre anni eravamo in grado come servizi di garantire un reinserimento sociale per esempio negli alloggi popolari, nella cooperazione. Siamo come Gruppo in seguito passati alla grande questione sociale legata al tema basagliano della normalità|disabilità. Con Marco Bonomi abbiamo provato una ricerca nella relazione di cura con una eccellente cooperazione con la USL nel settore della Psichiatria. E’ così che è nata Stranità. RUMOR(S)cena: qual è il rapporto che esisteva allora con la realizzazione di Stranità e la situazione attuale dell’esperienza? Anna Solaro: Con la realizzazione di Gruppo Stranità- L’altra bellezza volevamo mostrare attraverso la rappresentazione teatrale e grazie all’espressività corporea, come le persone si trasformino da esseri sofferenti ad una espressività interiore diversa. Abbiamo creato un ponte con le scuole.Del Gruppo fanno parte 30 cittadini di diverse età. E’ un gruppo aperto alla cittadinanza per una azione solidale. Il fine è quello di allentare lo stigma della diversità. Il nostro lavoro è sull’autobiografia e sulla corporeità. RUMORScena: oggi che la Regione non vi finanzia più avete inventato una azione di crowfunding. Quale è stata la reazione della città di Genova al vostro progetto? Anna Solaro: abbiamo avuto ben 600 persone che hanno manifestato in nostro favore. Siamo fiduciosi nell’attenzione al nostro lavoro della Regione Liguria. Adesso (18 marzo)saremo a Modena al Teatro dell’Archivolto in tournée col nostro lavoro L’altra bellezza, anche grazie a questo finanziamento che arriva dalla condivisione dal basso.

mercoledì 9 marzo 2016


LA SPEZIA SHORT MOVIE AWARD- una prima edizione di successo Posted by renzia.dinca La Spezia. Si è conclusa sabato scorso la prima edizione del Festival internazionale di cortometraggi La Spezia Short Movie Award ideato e organizzato da Roberta Mucci direttrice artistica, Paola Settimini direttrice del quotidiano on line La Spezia Oggi e Daniele Ceccarini presidente del Premio, con un notevole successo in termini di partecipazione-circa un centinaio di cortometraggi giunti da tutto il mondo e con un numeroso pubblico che ha gremito il cinema spezzino Il Nuovo, uno spazio vintage dove ancora si promuove la cultura cinematografica d’essai (nello spazio al piano terra era in programmazione in contemporanea Fuocoammare film italiano di Gianfranco Rosi, Orso d’oro a Berlino 2016). La serata- tempestosa sul Lungomare della città dell’importante Porto, calda e partecipata dentro lo spazio del cinema,condotta con brio da Mirco Volpi di Radio Bruno, è stata aperta con la proiezione di corti fuori concorso: Marco e il nonno (regia di Roberta Mucci, con Sergio Forconi e Filippo Tassi) un delicato incontro fra un nipote ed un nonno, entrambi in forte empatica relazione. A seguire Helena (regia di Nicola Sorcinelli con sceneggiatura di Alessandro e Paolo Logli) su un tema tragico quale l’insubordinazione di una kapò che mette in salvo un piccolo ebreo. Si è entrati poi nel vivo del concorso con le proiezioni dei nove cortometraggi finalisti e due menzioni speciali ai fuori concorso The Real Life (regia e sceneggiatura di Luigi De Filippis e Mirco Mancini sui due tennisti di fama mondiale che nel 39 a Roma, il giorno prima dell’inizio della seconda guerra mondiale si sfidano dando prova di amicizia e vero spirito sportivo) e di Paesaggi (regia di Franca Fioravanti), una storia lieve e densa di detenuti che sognano attraverso le sbarre del carcere genovese dove la regista opera, di recuperare la poesia, il paesaggio, la vita. Tra i numerosi ospiti fra il pubblico il critico cinematografico romano Adriano Aprà, il giovane Matteo Persica, autore del bel libro Anna Magnani, biografia di una donna, Luigi De Filippis, regista e produttore Four Lab, Valter D'Errico produttore 77film Production, Luigi Dell'Aglio, scenografo RAI. La giuria era presieduta dallo sceneggiatore Paolo Logli spezzino d’origine ma romano di adozione da trent’anni che vanta un nutritissimo curriculum come sceneggiatore, autore televisivo e teatrale oltre che come scrittore di noir e studioso di musica, dall'attore Matteo Taranto (che ha presentato il trailer del film La Macchinazione, dove ha recitato con Massimo Ranieri, in uscita il 24 marzo) e poi Massimo Olcese, attore (debutterà l'8 aprile alla Spezia con lo spettacolo Una storia da raccontare, storia di Ago e Beppe ovvero I Nomadi, con Roberto Lamma), da Silvano Andreini, esperto di cinema, presidente dell’Associazione Culturale Film Club Pietro Germi che gestisce a La Spezia il cinema Il Nuovo e poi da Marco Ferrari, presidente della Mediateca Regionale Ligure, giornalista, scrittore e autore televisivo e ancora Roberto Danese, docente di Filologia Classica, Fortuna della cultura classica e Letteratura e cinema all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo e direttore del Master Professionisti dell’Informazione Culturale, da Lenina Ungari, scrittrice e attrice, figlia dello sceneggiatore Enzo Ungari cui è dedicato il premio spezzino per la miglior sceneggiatura, Fabrizio Viotti, tenente di vascello, responsabile delle attività culturali del Circolo Ufficiali della Marina Militare della Spezia. Come si legge dal bando di concorso, l’obiettivo di La Spezia Short Movie Award è promuovere il territorio italiano con ogni forma di creatività e comunicazione attraverso l’immagine dinamica dei Cortometraggi (…)è un evento che vuole coinvolgere tutti i filmmaker che nascono artisti sul territorio italiano ed estero, con particolare attenzione alla valorizzazione del patrimonio storico, culturale e artistico del territorio, attraverso gli occhi di giovani artisti che hanno grazie a questo progetto, l’opportunità di impegnarsi in un processo produttivo reale, di sicuro stimolo e motivazione, rendendo fruibile ad un pubblico trasversale luoghi storici del nostro territorio e non solo. Il Festival è aperto a tutti e vuole dare il massimo risalto alle opere dedicate alla Marina Militare e alla storia della città, in quanto la città ospita da sempre un porto importante fin dall’ antichità I vincitori di questa prima edizione sono stati:Yo te quiero di Nicolas Conte - Argentina (miglior cartoon), una storia commovente in cui persona ed animale si incontrano. Ricorda la trama di Hachiko con Richard Gere del 2009. Consulente di Valentina Taylor - Australia (miglior videoclip). Una paradossale esilarante micropièce che strappa sorrisi. Perdutamente di Emilio Guizzetti - Italia (miglior colonna sonora). Perché a volte la scelta musicale è più che un commento, entra nella sceneggiatura di una trama complessa. Algien di Roberto Valdes - Messico è infine premiato come miglior sceneggiatura e miglior fiction. Impressionante e geniale lavoro che merita riflessione e diffusione per la estraniante capacità di raccontare una storia per dilatarne fino alle metafisiche conseguenze la portata imprevedibile e grottesca. Visto a La Spezia, Cinema Nuovo, il 5 marzo 2016

mercoledì 2 marzo 2016


Roberta cade in trappola Posted by renzia.dinca Pistoia. La Compagnia italo-australiana Cuocolo|Bosetti di nuovo nel mese di febbraio in residenza al Funaro (dopo l’esperienza del 2015 di Mm&m, il laboratorio Secret room e lo spettacolo itinerante per Emily Dickinson), con Roberta cade in trappola in debutto assoluto, propone un viaggio di affascinante affabulazione ai confini della memoria intra ed extra psichica ed esperienziale umana. Nella città di Pistoia designata Capitale italiana della Cultura 2017, questa nuova coproduzione internazionale (a seguire della recentissima The Walk sempre creata all’interno della residenza artistica), assicura un bel poker d’assi alla programmazione del Centro culturale Il Funaro. Una donna non più giovane, forse sola coi suoi fantasmi (non ci sono altre presenze nella memoria privata, passata e presente, se non amicizie importanti ma assenti se vicine o comunque troppo lontane anche nello spazio|tempo geografico per consolare e contenere), fa i conti con un’esperienza purtroppo comune prima o poi a tutti: quella del lutto di un genitore, in questo caso la madre. Il lavoro è all’insegna della esplorata poetica che ha contraddistinto la coppia di artisti Cuocolo|Bosetti in questi ultimi 15 anni, sino al conferimento di numerosi prestigiosissimi premi internazionali di qua e di là dall’oceano, di qua e di là da diversi continenti dall’Europa all’America all’Australia. Di nuovo il nucleo di ricerca artistica è quello del privato che diventa pubblico e si confonde e dove l’attore è persona oltre che personaggio. Anche in questa nuova prova Roberta è donna-attrice, come costretta dal suo presunto (?) lutto ad intraprendere un cammino a ritroso dentro i grovigli della memoria, un viaggio alla ricerca delle proprie radici, prima di figlia e poi di giovane donna perché è da lì che-forse, si può riprendere il filo della vita che scorre malgrado noi e le nostre pesanti catene di perdite. Roberta lo fa anche attraverso un recuperato registratore, un italianissimo Geloso anni Sessanta, un reperto ancora funzionante con le sue vecchie bobine, in cui a scena aperta e munita di microfono, riascolta commentando voci di lei bambina di circa dieci anni con in sottotraccia sua madre che canta, in cucina anche lei a sua volta, immersa dentro un suo (e loro femminile) comune lutto, quello del marito-padre. Nel frattempo viene proiettata una foto di bambina di circa tre anni che mangia una torta per il suo compleanno (è sempre Roberta da sola in una sorta di loop). E questo è forse il suo ricordo più antico, chiosa l’attrice. Tutto il lavoro è come una sorta di setting pubblico-privato, dove il monologo-diario dolente, carico di pathos e di segni– sul tavolo accanto al registratore c’è una pila di quaderni dove su consiglio dello psichiatra, Roberta annota memorie e emozioni, senza però mai cadere nella retorica, nel melenso. Questo è il viaggio mnestico di Roberta, affiancato dalla presenza in scena accanto al tavolo-scrivania dove è seduta, di una figura maschile (Renato Cuocolo) silenziosa, che la riprende e come ausculta, una presenza discreta misteriosa, con una telecamera e mentre lei affabula, lui proietta sullo sfondo immagini di un libro da sfogliare, il libro-teca dei ricordi della donna in cui foto ma anche disegni infantili aiutano a tesserare la maglia – matassa del tempo della donna per sdipanarla, forse. E’ che Roberta narra anche di zone molto buie. Quelle della depressione che non trova cura. Neanche attraverso medicine, perché nessuna depressione reattiva a tali lutti può trovarla in quelle zone. E non bastano psicofarmaci né psicoterapie a sanare un legame assoluto come quello con la madre perduta. Il dolore- dice-non ha una data di scadenza-e ancora: la depressione è come stare sotto una campana di vetro a cui hanno risucchiato tutta l’aria. Nella affabulazione dell’io narrante entrano anche citazioni, come echi letterari da Wallace a Rilke in Lettere ad un giovane poeta, così come i miti. In particolare è messa a fuoco la figura di Persefone nella sua ancestrale dicotomia madre|figlia. Resta da decifrare in cosa consista la “trappola” in cui Roberta è caduta. Troppo facile avanzare le solite categorie un po’ chiesastiche della scienza psichiatrica. E’ la vita la grande trappola coi suoi misteri in cui tutti siamo sprofondati, quei misteri che hanno a che vedere con la Morte-che per Heidegger è l’unica possibilità per cui tutte le altre sono possibili. The space between- tredicesima parte di Interior Sites Project di Renato Cuocolo e Roberta Bosetti con Roberta Bosetti Iraa Theatre in coproduzione con Il Funaro Visto a Pistoia, il 27 febbraio 2016

venerdì 26 febbraio 2016


Minimacbeth Posted by renzia.dinca Buti (Pisa). Riedizione, la numero due per la coppia Giovanna Daddi e Dario Marconcini a distanza di 15 anni, di un lavoro di scalpello nato dalla felice riduzione drammaturgica dell’immensa opera del Bardo tratta dal Macbeth a firma di Andrea Taddei. Davvero la coppia Daddi/ Marconcini continua a stupire per la forza esperienziale unita all’intelligenza creativa che ha ideato da molti anni una fra le più interessanti stagioni toscane a detta di studiosi e critica militante nazionale, una rassegna Piccoli fuochi , un crogiolo di progetti fra cui la residenza di Jean Marie Straub. Da sempre fortemente collegato con Il CSRT di Pontedera, se non altro per la provenienza generazionale di esperienze straordinarie quali quelle originarie del gruppo con i Maestri da Grotowski, Living ed Eugenio Barba, Dario Marconcini dirige da decenni uno spazio il Francesco di Bartolo, un gioiello architettonico della metà dell’Ottocento alle pendici del Monte Serra a pochi chilometri dalla città della Vespa. Già apprezzata da chi scrive per una edizione a Radicondoli nel festival di Nico Garrone e a firma di Taddei anche della regia (con Emanuela Villagrossi e Bruno Viola voci recitanti), questa nuova edizione del Minimacbeth convince per la prova d’artisti e la originale invenzione scenica. Lo spazio infatti viene circoscritto e allestito direttamente sul palcoscenico dove si sale (lo spettacolo è per quaranta persone) e siamo fatti accomodare su due spalti intorno ad un lungo tavolo di legno ricoperto da foglie secche autunnali dove i due Macbeth si incontrano e scontrano, tramano amano e uccidono fino al delirio finale, l’una di fronte all’altro, sopra e sotto il tavolo, sopra e sotto le sedute delle rispettive e simmetriche sedie-trono. La riduzione drammaturgica prosciuga tutti i personaggi che non siano i due e quindi sta-anche e soprattutto, all’invenzione registica e scenografica trovare oggetti e spazi di narrazione evocativi e restituivi della trama. Breve candela, spegniti! La vita è solo un'ombra che cammina, un povero attorello sussiegoso che si dimena sopra un palcoscenico. Questi versi fra i più celebri della tragedia e in realtà collocati nel V Atto, vengono trasposti all’inizio della riduzione drammaturgica e vedono un Macbeth-Marconcini, dotato di insolita capigliatura: una parrucca dalla lunga chioma bianca con maschera (balinese) che reindosserà in uscita dalla scena, una chiusura ad anello, nel finale. La Lady-Daddi, si presenta a sua volta abbigliata con pesante damascato assai elegante da regina e si muove da vera dark lady sensuale e sanguinaria che tutto è pronta a immolare per il Potere, bambini compresi e non, in pasto nella stanza-tavolo desco letto, spazio simultaneo dove tutto si consuma. Tutta l’azione che dura almeno un’ora, si svolge all’interno di un microcosmo spazio-temporale dove le due anime-corpi si aggrovigliano in una sorta di psicodramma dal sapore grottesco, un delirio à deux dove la prova attoriale è sia fisica che mentale e tutta giocata all’interno di un sofisticato gioco di sostituzione anche allegorica. La trama originaria della tragedia è come ammansita, distanziata per prosciugamenti attraverso una mise en abime, un sottotesto che si desume più dalla fitta affabulazione in contraddittorio dialettico fra due interpreti che invece non risparmiano e non si risparmiano in scena. Sino alla cavalcata finale, agita sempre sul tavolaccio nuziale, quella della famosa foresta semovente della battaglia, su cui vengono allineate figure stranianti di eleganti cavalieri di varie fogge (in pasta di legno su intelaiatura metallica creati da Riccardo Gargiulo di pregevole fattura). Un omaggio ai Maestri questo della coppia, in particolare all’Odin Teatret per la cura dell’essenzialità, l’estrema pulizia formale di gesto e segni espressivi. Scrittura per la scena di Andrea Taddei con Dario Marconcini (anche regista) e Giovanna Daddi coreografia e luci di Riccardo Gargiulo musiche di Shonberg e Madrigali di Gesualdo da Venosa Visto a Buti( Pisa), il 9 febbraio 2016 al Teatro Francesco di Bartolo

giovedì 25 febbraio 2016


Giovedì 18 marzo 2016 ore 21.00 Teatro Gustavo Modena piazza Modena 3 – 16149 Genova Info: Teatro dell’Archivolto +39 010 659 21 // teatro@archivolto.it Teatro dell’Ortica+39 010 8380120 // segreteria@teatrortica.it Giovedì 18 marzo alle 21.00, Il Teatro dell’Archivolto / Teatro G. Modena ospiterà l’ultima produzione di GRUPPO STRANITA’: l’Altra bellezza. STRANITA’ nasce nel 1997 da un laboratorio di Teatro Sociale ideato e condotto dall’attrice e regista del Teatro dell'Ortica di Genova Anna Solaro, e svolto in collaborazione con la Salute Mentale della ASL3 genovese in un percorso di Teatro integrato che porta in scena laboratori e spettacoli. Come può la scienza psichiatrica trasformarsi in bellezza? Nell’immaginario collettivo la psichiatria è zona di carcerazione, di emarginazione e di esclusione sociale. Lo spettro del manicomio, un ricordo ancora vivo nelle memorie, è il paradigma di questa vera e propria “bruttura” che coincide con la disumanizzazione e con la perdita d'identità. Eppure, un'altra bellezza è possibile: il sogno di luoghi di cura trasformati, in cui la gradevolezza degli ambienti diventa specchio e simbolo di un'attenzione verso la persona che un tempo non era neppure lontanamente concepibile. Con L'altra bellezza Gruppo Stranità vuole mostrare attraverso la rappresentazione teatrale come, grazie all’espressività corporea, le persone si trasformano, per passare dall’essere corpi di individui sofferenti ad espressione di bellezza interiore. Il linguaggio del corpo esprime emozioni, stati d’animo e sentimenti comunicando allo spettatore tutto il complesso mondo interno degli attori, coinvolgendolo nella scoperta di contenuti nuovi e inaspettati. Il teatro ci permette così di togliere etichette, creare un tessuto di empatia ed entrare in rapporto con chi vive una situazione di vita diversa dalla nostra, ma soprattutto ci consente di vivere quella diversità come un pezzo della nostra anima. Le scene dello spettacolo sono state realizzate dall’Atelier del CEPIM UniDown con cui Teatro dell’Ortica collabora da molti anni. STORIE DI ORDINARIA STRANITA’ Campagna di crowdfunding a favore della tournée dello spettacolo e della realizzazione di un docu-film della stessa https://www.produzionidalbasso.com/project/storie-di-ordinaria-stranita/ VIDEO INTERVISTA AD ANNA SOLARO http://youtu.be/K3PPve7V9sA nasce a Genova nel 1996 per sviluppare un progetto di Teatro di Comunità con sede nei locali della Provincia di Genova siti in Via Allende a Molassana. In collaborazione con l’associazione di volontariato Nuovo C.I.E.P organizza una stagione teatrale per bambini e adulti diventata, negli anni, un punto di riferimento culturale del quartiere di Molassana. Nel 1999 inizia un percorso nell’ambito del Teatro Sociale che coinvolge soggetti che si trovano in condizione di disagio e di emarginazione: nasce, in collaborazione con la ASL3 di Genova, il laboratorio Stranità, gruppo teatrale stabile formato, oggi, da trenta pazienti psichiatrici e una decina tra operatori e attori; nel 2006 un simile progetto viene sviluppato con la ASL1 di Sanremo, creando il laboratorio “I Viaggiatori sognanti”. Nel 2006 prende vita il progetto Oltre il Cortile, attività laboratoriale realizzata con i detenuti, fino al 2009 della Casa Circondariale di Marassi, dal 2010 presso la sezione maschile di Pontedecimo e con la peculiarità di aver realizzato un percorso condiviso “a distanza” con una classe della scuola primaria Daneo di Genova, portando in scena il doppio spettacolo Le finestre sono passaggi, ma solo per gli occhi. Nell’ambito della formazione, dal 2006 si organizzano laboratori teatrali per bambini, adolescenti e adulti cercando di creare un clima di condivisione, avendo gli aspetti educativi e relazionali un ruolo preminente. Dal 2005 si tiene, in collaborazione con la Facoltà di Scienze della Formazione di Genova e dal 2009 anche con la Facoltà di Lettere, un corso Biennale per Operatore Pedagogico Teatrale, formazione specialistica con l’intento di fornire strumenti di carattere pedagogico e attorico. Il Teatro dell’Ortica, inoltre, collabora con enti e associazioni differenti - offrendo sia formazione specialistica che formatori - propone attività laboratoriali nelle scuole, è uno dei partner del Comune di Genova per l’organizzazione della rassegna TEGRAS e, nell’ambito dei percorsi di Teatro di Comunità, organizza a Genova e Provincia spettacoli teatrali di impegno civile all’interno di situazioni non teatrali. Dal 2008 partecipa a progetti di partnership europea sull’uso del Teatro Sociale.