martedì 7 novembre 2017
venerdì 3 novembre 2017
lunedì 30 ottobre 2017
lunedì 23 ottobre 2017
La Diversità fa paura? La Diversità è anche normalità?
Nel quotidiano della nostra vita esiste una condizione in comune che ci coinvolge sempre: la diversità. Ognuno di noi è diverso dall’altro e, anche se siamo sempre in contatto con chi vive vicino a noi, spesso lo definiamo con il termine di diverso. Non siamo in grado di includere e accettare quello che per la nostra soggettività riteniamo differente, rispetto al concetto di norma cui ci sentiamo di appartenere. Ci spaventa, ci fa paura e tutto questo produce atteggiamenti e comportamenti di discriminazione. La paura della diversità: l’etimologia della parola significa che siamo in presenza di caratteristiche, tratti, identità, tali da non essere conformi e quindi diversi da un soggetto all’altro se pur identificabili nella medesima tipologia. Parliamo, ad esempio, dell’orientamento sessuale, di condizione di disabilità psicofisica, di un credo religioso, fino a toccare l’etnia degli esseri umani. Ma perché proviamo cosi tanta paura per chi consideriamo diverso da noi? Ci spaventa quello che non conosciamo e mettiamo in atto strategie difensive per evitare di entrare in contatto con la diversità. Ci manca la capacità di comprensione e tendiamo a cercare ciò che è più simile ai nostri canoni estetici, esistenziali, alle nostre credenze, come unico modello possibile di vita. Ogni altra caratteristica, anche identitaria, di genere, che fuoriesce dalla norma in cui ci riconosciamo, viene etichettata, stigmatizzata e definita “anormale”.
Claudia Provvedini, giornalista del Corriere della Sera e critico teatrale per Rumor(s)cena, mi scrive a tal proposito: “Chi ha paura del ‘diverso’? Io, ad esempio. Da chi o da ciò che è estraneo alle categorie tranquillizzanti di salute, bellezza, capacità, ebbene sono turbata. Eppure, in tanti anni di frequentazione del teatro, ad affascinarmi in certi spettacoli è stata proprio la loro ‘diversità’: l’immersione nella difficoltà, nella malattia, nel brutto… Del resto, per far sì che una comunità si confronti, si stupisca, si turbi, il teatro deve essere ancora – come quando è nato -, un luogo di differenze, di distanze dal quotidiano per intravvederne il doppio profondo. Quel che invece in una performance mi dis-turba è l’addomesticamento, lo sfruttamento comico e indulgente (talora con esiti di improvvisazione amatoriale) della ‘diversità’ per farla apparire come realtà normale anziché come forza diversiva”.
Oltre a farci paura, pensiamo la diversità anche come portatrice di pericolosità sociale. Per questo abbiamo paura del diverso, perché non siamo noi. Così è accaduto con uno spettacolo teatrale che ha suscitato reazioni di intolleranza fino a pretenderne la censura preventiva e impedirne la visione. Perché fa paura? In molti si sono posti la domanda a proposito di “Fa’afafine – Mi chiamo Alex e sono un dinosauro”, testo scritto e diretto da Giuliano Scarpinato (prodotto dal CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia – Udine e dal Teatro Biondo Stabile di Palermo) e interpretato dall’attore Michele Degirolamo.
Fa’afafine
La paura era alimentata dalla convinzione che lo spettacolo potesse creare divisione tra genitori e figli, ritenendone la visione pericolosa per la loro crescita educativa e fonte di turbamento tale da creare confusione nell’identità dei minori, e perfino induzione alla omosessualità. La paura di qualcosa che non si conosce contribuisce a mistificare la realtà. Nessuno tra i “censori” aveva visto in precedenza lo spettacolo, basandosi solo sulle note di regia o improvvisati studi senza nessun riferimento scientifico che giustificassero la famigerata “teoria del gender”.
Cosa si intende per genere? Le differenze tra mascolinità e femminilità sono naturali, universali e immodificabili oppure si tratta di una costruzione sociale?
“Identità di genere questa sconosciuta”: Saveria Capecchi docente di Comunicazioni di massa e Sociologia all’Università di Bologna, citando il saggio “Le identità di genere” (Carocci editore) di Elisabetta Ruspini, titolare della cattedra di Sociologia e Ricerca Sociale (Università di Milano – Bicocca) , spiega che «l’identità di genere è un processo che comincia con la consapevolezza di appartenere all’uno o all’altro sesso e che lungo l’arco della vita subisce continui aggiustamenti e ridefinizioni. Il ‘genere’ è una costruzione sociale e non un dato biologico immutabile».
Sono argomenti che si possono affrontare con la dovuta serietà scientifica evitando stereotipi, discriminazioni e i tanti pregiudizi ricavati dalla non conoscenza dell’argomento. La diversità è tutto ciò che non siamo noi. Perché giudicare ‘diverso’ chi è semplicemente normale, se conformato al resto dell’umanità? Commettiamo un errore nell’attribuire alla parola “diverso” un significato negativo. Una paura che subiamo per il semplice fatto che sono gli altri a farcela provare. Il diverso fa paura perché non lo “conosciamo” e non vogliamo conoscerlo. Così è accaduto con “Fa’afafine” (Premio Scenario 2014)
E’ la storia di Alex definito gender, come vengono chiamati quei bambini che già dalla prima infanzia manifestano un’identità di genere fluida, quindi non si riconoscono a pieno né in un genere maschile, né in quello femminile. Sono molte le testimonianze reali di famiglie che vivono con figli di questo genere. E questo genera paura. Fa’afafine in lingua samoana (isola di Samoa) indica proprio le persone che appartengono al terzo sesso. Uomini che assumono comportamento e abbigliamento femminile, pur non essendo transessuali, ma uomini a tutti gli effetti. La società li riconosce e li include, dimostrando rispetto, senza imporre loro una scelta».
Ferracchiati-Peter-Pan-©Lucia-Menegazzo
Sul tema della diversità fa discutere anche la “Trilogia sull’identità transgender” di Liv Ferrachiati: “Stabat Mater” descrive il viaggio di transizione fisica e mentale da femmina a uomo e sulla riappropriazione dell’identità maschile, mettendo a nudo rapporti e relazioni. “Peter Pan guarda sotto le gonne” e “Un eschimese in Amazzonia” sono gli altri due titoli.
La parola diverso fa paura a tutti. Nonostante gli sforzi mentali e culturali che si possono fare, il diverso fa paura perché non lo conosciamo. Il nostro cervello tende a categorizzare tutto quello che ha intorno e che non conosce, è un meccanismo naturale, fa parte del nostro modo di percepire le cose.
Tendiamo a chiamare “diversamente abile” chi è in una condizione di disabilità (un handicap fisico o psicofisico) per cercare di avvicinarlo nella sua condizione di invalido (non muove le gambe) a noi, a chi è autonomo e cammina senza nessuna difficoltà. Così possiamo dire siamo uguali, non siamo così diversi e la discriminazione non ha più senso. Una soluzione che in realtà non lo è. Non è così che si arriva ad una vera inclusione e accettazione. Chi opera in campo teatrale come l’Accademia Arte della Diversità (Teatro La Ribalta) di Bolzano rappresenta la prima compagnia teatrale professionale in Italia costituita da attori in situazione di handicap che opera con l’intento di un’effettiva inclusione sociale. Allontanandosi dal concetto dei laboratori protetti, “recinti di protezione” che tengono i disabili separati dalla vita della comunità. In questo contesto il teatro non rimuove la diversità delle persone in situazione di handicap e nemmeno la esibisce, quello che il regista della Compagnia Antonio Viganò definisce la “consacrazione della diversità”, ma trasfigura la loro realtà in qualcosa di molto più potente: il teatro emancipa queste persone promuovendone la dignità in quanto portatrici di una propria autenticità. Sfuggendo alla logica consolatoria che vede il teatro come socializzazione, attività ricreativa, passatempo, l’Accademia Arte della Diversità offre alle persone in situazione di handicap una reale occasione di lavoro e una concreta opportunità di riscatto sociale. Il teatro sociale favorisce le esperienze teatrali nei luoghi in cui si pratica un servizio alla persona e la formazione espressiva tra operatori che lavorano nei contesti sociali. Promuove una cultura che combatta il pregiudizio sul tema dell’emarginazione e della diversità, al fine di favorire una cultura dell’integrazione.
La Diversità è anche normalità?
“Assistere ad una nascita, ma in questo caso è più corretto dire rinascita, è sempre emozionante ed io quella di A. (iniziale del nome di fantasia) l’ho vissuta come fosse stato mio figlio. L’ho conosciuto nel 2013 tramite un inserimento in stage. A. era stato preso in cura dal Servizio di neuropsichiatria infantile in trattamento farmacologico. La sua condizione psicosociale si aggravava sempre di più per la sua abulia sociale, depressione e sintomi che lo conducevano verso una chiusura verso ogni forma di relazione e interazione. Manifestava evidenti segni di difficoltà nel linguaggio e nell’ideazione. Un giovane adolescente in evidente stato di sofferenza.
foto di Luca Da Pia
Paola Guerra (responsabile artistica della Compagnia Teatro della Ribalta) ha scritto questa testimonianza.
A. se ne stava seduto non gli vedevo neanche la faccia da tanto era chinato sul quel suo corpo robusto ma spento. Che cosa avesse esattamente non lo sapevo…una serie di DIS ( dislessico, disgrafico, discalculico…) insomma DIS-graziato, con un percorso scolastico fallimentare ed un ruolo nel mondo ancora più accidentato. Per me fu amore a prima vista. Solo che anche noi del Teatro la Ribalta eravamo da poco tempo operativi e lui sarebbe stato il primo stagista ad inserirsi in un gruppo di attori disabili e non. Tutto era nuovo sia per lui che per noi. A. accettò di buon grado. Il primo impatto con il teatro fu durante il montaggio di uno spettacolo al Teatro Puccini di Merano e mi ricordo bene come A. assisteva già un po’ stupito al lavoro dove tutti facevano tutto, sia gli attori che i macchinisti, per non parlare dei temi trattati in scena (da Pirandello all’Eugenetica nazista..) Poi cominciarono i laboratori veri e propri con gli attori. Lo lasciai in pace seduto sulla sedia a guardare quello che accadeva . Il suo sguardo diventava sempre più attento, la schiena si alzava . Dopo una settimana cominciò ad entrare nello spazio e a muoversi. Da lì tutto cominciò a salire. Anche il suo corpo. In poco tempo A. diventò loquace e con quella sua intelligenza acuta ci faceva mille domande. Iniziò a muoversi nello spazio sia fisico sia relazionale e in poco tempo è diventato un punto di riferimento per gli altri attori. Il suo rapporto con me è diventato sempre più intenso, spiritoso, collaborativo.
Segue tutti i laboratori formativi sia con me sia con Antonio Viganò (del quale ha un rispetto totale) ma ha incontrato altre competenze artistiche come Vasco Mirandola (teatro), Alessandro Serra (teatro), Julie Stanzak (danza), Annalisa Legato (clown), Alessandra Limetti (voce), Sandra Passarello (canto). Rimane li, comunque, il suo profondo disagio nell’uso della parola in scena , ripetere anche la più piccola frase lo mette immediatamente in una condizione di agitazione e inferiorità. L’impegno è grande ma la sua condizione preme mettendolo in uno stato di ansietà ben nascosto dietro battute sagaci. Nel 2016 Antonio Viganò decide di inserirlo nella nuova produzione IL BALLO, spettacolo in cui è presente la compagnia quasi al completo. Per A. è un ulteriore salto.
Il Ballo
L’allenamento coreografico con Julie Stanzak lo aiuta la memoria del corpo, un corpo che ancora non gli appartiene pienamente ma che cerca in tutti modi di recuperare. Va in scena per la prima volta al teatro Cucina di Milano (Olinda) nel settembre 2016 tra ansie mascherate ma serio ed efficace. Nel gennaio del 2017 decidiamo di mandarlo a Cardiff in Inghilterra, con un altro dei nostri attori, per partecipare ad uno stage internazionale con Scott Grahm , coreografo di successo, con il quale abbiamo intenzione di mettere in scena uno spettacolo coprodotto (Italia-Inghiterra, Spagna) che debutterà nel 2018-19. Nell’aprile 2017 viene assunto nella Compagnia. Da ultimo pochi giorni fa A. ci sorprende durante lo stage con Antonella Bertoni recitando un monologo di Jago ( Otello) a memoria. Forse ancora qualcosa è volato via, forse un altro pezzetto si è ricongiunto nel disordine dell’anima di M. Siamo grati a lui per i suoi sforzi e i suoi traguardi perché ci dà la misura del lavoro che quotidianamente facciamo e che a volte persi o inquieti ci perdiamo. Matteo, per ora, non è più DIS ma …. GRAZIATO.
Paola Guerra
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Tags: featuredroberto.rinaldi
Autore: roberto.rinaldi
Laureato in Discipline delle Arti Musica e Spettacolo facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi di Bologna, Psicologia Clinica Istituto di Psicologia Clinica, Facoltà di Medicina e Chirurgia. Università degli Studi di Bologna . Diploma di perfezionamento Scuola di specializzazione in Metodologie Autobiografiche e Analisi dei Processi Cognitivi Istituto di Pedagogia per adulti. Università degli Studi Statale di Milano 1998. Scrittore e giornalista pubblicista, critico teatrale è direttore responsabile di rumor(s)cena.com Coautore insieme a Carlo Simoni, primo attore del Teatro Stabile di Bolzano "Cronaca di una tragedia. Beatrice Cenci il mito". E' stato consulente del direttore artistico Marco Bernardi del Teatro Stabile di Bolzano, nell'ambito della stagione Altri Percorsi del 2011. Al Teatro Astra di Vicenza nella stagione in corso Niente Storie del 2011/12 ha moderato i dibattiti con le compagnie Babilonia Teatri, Punta Corsara, Fondazione Teatro Pontedera.
mercoledì 11 ottobre 2017
sabato 7 ottobre 2017
mercoledì 26 luglio 2017
mercoledì 10 maggio 2017


renzia.dinca
Prato. Saggio complesso e per alcuni versi superato anche data la distanza secolare La democrazia in America scritto dall’enciclopedico studioso francese Alexis de Tocqueville, è ancora oggetto di studio universitario in Europa almeno per quanto riguarda la scienza della Sociologia di cui lo studioso è riconosciuto fra i fondatori. Romeo Castellucci coautore assieme alla sorella Claudia della transcodificazione per la scena del famoso saggio, non è certo nuovo a intraprendere operazioni culturali che sfidano l’impossibile e con questa prova d’autore incassa quindi un ulteriore dimostrazione di coraggio tesa a lasciare il segno inconfondibile della sua ricerca artistica. Ma alcuni temi trattati da Tocqueville, reduce da un viaggio in America nel 1831 da cui ha tratto materiale vivo per stendere il suo fortunato studio, sono ancora in parte attuali: le basi su cui si fonda la Carta Costituzionale degli Stati Uniti d’America, applicate alla storia di quegli Stati- almeno quelli del Nord, che come tutti sappiamo hanno proprio nelle comunità di molte nazioni europee la propria origine fondativa multietnica, sociologica, linguistica e religiosa. Le basi della Democrazia, come la migliore fra le forme possibili di governo (per il momento non ne spuntano all’orizzonte altre a garantire il massimo della libertà di partecipazione alla vita sociale e politica dei singoli cittadini), sono trattate da Tocqueville toccando argomenti scottanti ancora in discussione nei nostri Stati europei come per esempio il principio di uguaglianza (quale uguaglianza? a sinistra si discute ancora e ci si accapiglia col centro e con le destre sul tema di uguaglianza come eguaglianza delle basi di partenza). Altro tema toccato da Tocqueville è quello della Democrazia come dispotismo della maggioranza (idea cara per esempio a gruppi come lo statunitense Living della compianta Judith Malina). Inoltre in Tocqueville con gran
lungimiranza, si ventila l’ipotesi della novella Democrazia americana come possibile costruzione di una società conformista e massificata. Ben pochi di questi temi (li abbiamo volutamente ridotti all’osso perché il saggio è ponderoso) ai quali i Castellucci si sono “liberamente ispirati”, sono tratteggiati nella drammaturgia in Democracy in America visto al Metastasio. O meglio: se ne ravvisano tracce qua e là dentro un lavoro teatrale di efficace polemica politica e sociale. Come accade in sperimentazioni drammaturgiche liminari multi-codice non si poteva che puntare all’estratto secco della struttura narrativa rispetto al saggio datato 1835. E di qui partiamo dall’analisi della visione scenica. Ben diciotto le attrici-danzatrici. Abbondante l’uso di musiche e suoni elettronici (a cura del musicista statunitense Scott Gibbson), in sinergia con effetti di luci, proiezioni-video in pieno stile consueto alla pratica scenica della storica Compagnia di Cesena. Il tutto si regge dentro un concentrato di minimalismo in massima distillazione rispetto al soggetto d’ispirazione. Si parte da una scena aperta dove le diciotto danzatrici sfilano come in parata militare in divisa ciascuna con una lettera dell’alfabeto che sventola a forma di bandiera che compone il titolo dell’opera Democracy in America. Soldatesse o femministe amerikane? le lettere si scambiano di posto attraverso i corpi delle donne per creare in forma di anagramma con motti e nomi di alcuni Paesi nel Mondo che sono o sono stati Teatri di guerre. Già dall’incipit c’è molto di concettuale e simbolico. La parte più consistente arriva dopo. In due distinti quadri. Nel primo una coppia di coloni, coltivatori appartenenti a comunità religiose fondamentaliste, quelle che hanno fondato, almeno in parte, l’America: i coloni puritani legati a società contadine autoctone. La lotta per il pane-nella fattispecie le patate, è improba. L’aratro è l’attrezzo che procura cibo e quindi futuro. La povera donna non regge l’affronto del mancato raccolto e si scaglia contro quel Dio su cui si fonda la sua fede e quella della comunità d‘appartenenza mentre il marito si affida comunque alla Bibbia. La donna, con uno dei tre figli portato sulla schiena dà segnali di pazzia mentre esce di scena trascinandosi dietro l’aratro. E qui parte una video proiezione di macchine con bracci meccanici in sospensione. Da questo triste episodio al femminile parte una proiezione simbolica su quella che è stata la Rivoluzione industriale e ricorda qualche fotogramma di Metropolis. Entrano in scena quindi altre donne che sbattono violentemente le chiome su una specie di altalena con una gestualità secca violenta. Non salgono e mai saliranno a dondolarsi su quell’altalena perchè nessun piacere è dato loro. Una si denuda e si macchia di vernice rossa. Perché a livello simbolico la Francia è la Marianne mentre l’America è la Statua della libertà, Donne-simulacri fortemente allegorico- simboliche in questo lavoro e mai vittoriose. Donne succubi di un Potere politico, militare o civile o religioso subito sulla propria pelle. Nel terzo passaggio e quadro finale si passa dalla passività necessariamente autodistruttiva della contadina colona che non ha né strumenti intellettuali né economici per opporsi al destino, alla rappresentazione di uno dialogo fra indigeni, Indiani d’America. Qui il tema dell’inclusione urla sonnecchiando dentro una conversazione ammaestrata e sorvegliata fra una coppia in cui l’uno prova a insegnare a tradurre all’altro il vocabolario bilingue indio-anglosassone. Mentre sappiamo bene che gli Indiani d’America sono stati sterminati. E si finisce coi due corpi scuoiati mentre un telo cala dall’alto regalando un effetto flou sui corpi delle attrici-danzatrici. Ma è questa la democrazia dell’America? È anche questa, sembrano suggerirci i due autori. Fondata anche sulla violenza e sul corpo delle donne. Il lavoro è in tournée internazionale.
PRIMA NAZIONALE
Liberamente ispirato a Democracy in America di Alexis de Tocqueville
Testi di Claudia e Romeo Castellucci
Compagnia Societas Raffaello Sanzio
Musica Scott Gibbson
Regia, scene, luci e costumi Romeo Castellucci
con Olivia Corsini, Giulia Perelli, Gloria Dorliguzzo, Evelin Facchini, Stefania Tansini, Sophia Danae Vorvila
Irene Bini, Sara Bolici, Mariagiulia Da Riva,
Laura Ghelli, Virginia Gradi, Giuditta Macaluso, Sara Manzan, Sara Nesti, Cristina Poli, Elisa Romagnani, Irene Saccenti, Fabiola Zecovin
produzione esecutiva Socìetas
in coproduzione con deSingel International Artcampus; Wiener Festwochen; Festival Printemps des Comédiens à Montpellier; National Taichung Theatre in Taichung, Taiwan; Holland Festival Amsterdam; Schaubühne-Berlin; MC93 Maison de la Culture de Seine-Saint-Denis à Bobigny con Festival d’Automne à Paris; Le Manège - Scène nationale de Maubeuge; Teatro Arriaga Antzokia de Bilbao; São Luiz Teatro Municipal, Lisbon; Peak Performances Montclair State University (NJ-USA) con la partecipazione di Théâtre de Vidy-Lausanne e Athens and Epidaurus Festival
Visto a Prato, al Teatro Metastasio, il 30 Aprile 2017
martedì 9 maggio 2017
giovedì 4 maggio 2017
mercoledì 26 aprile 2017
renzia.dinca
Pisa. A chiusura della stagione del Teatro Verdi di Pisa un nuovo lavoro de I Sacchi di Sabbia ( Premio UBU 2008, Premio speciale critica 2011, Premio Lo Straniero 2016) in collaborazione con Sergio Costanzo e I Gatti Mezzi, giovane gruppo musicale di stampo jazzistico formato dal duo Tommaso Novi e Francesco Bottai, anche in tournèe internazionali con sei album. Stavolta il tema trattato prende spunto dal capolavoro di Mary Shelley, autrice di Frankenstein che insieme al marito il poeta Percey Shelley (mori trentenne per naufragio nel Golfo di La Spezia), furono ospiti della città di Pisa e delle Terme di San Giuliano, piccola cittadina a pochi chilometri di distanza fra Pisa e Lucca, già nota nell’Ottocento per le sue acque salutari. Fra i dati documentati, il fatto che i due scrittori inglesi sono stati in soggiorno a Pisa nel 1818 e poi nel 1820. La presenza dei coniugi Shelley si inquadra in quel peculiare clima pisano segnato e attraversato dalla stagione del Romanticismo letterario in cui la città era meta di ambiti soggiorni di importanti scrittori fra cui Lord Byron, quasi in concomitanza tra l’altro con Giacomo Leopardi che in via della Faggiola nel suo soggiorno fra il 1827 e il 1828, iniziò a scrivere alcuni dei suoi più importanti Grandi Idilli: i Canti pisano-recanatesi, fra cui A Silvia. Tutto questo materiale entra nel nuovo lavoro dei Sacchi di Sabbia in collaborazione con artisti che in città vivono come I Gatti Mezzi o con cui ci sono forti rapporti artistici di lungo corso, come quelli maturati nel tempo con Marco Azzurrini e GIPI, film maker, fumettista ed illustratore di fama internazionale. In questo nuovo lavoro dal curioso titolo Franco Stone, si affronta in scena la sperimentazione di una scrittura multi-codice, un’invenzione concertata in bilico tra dati documentari storici e fantasia in salsa gotica risultato degli apporti e delle contaminazioni fra i diversi artisti che hanno collaborato al progetto. Ne risulta un pastiche linguistico-visivo- musicale-sonoro molto godibile che ha alcune caratteristiche di un raffinato musical tenuto bene in saldo dal filo rosso di un’epica narrazione affidata a Marco Azzurrini in gran forma di affabulatore. Il nucleo del lavoro ruota intorno alla presenza in città dell’autrice di Frankenstein Mary Godwin Shelley e all’ipotesi che l’ispirazione del suo gotico romanzo sia nata proprio dalla frequentazione di luoghi e personaggi qui realmente vissuti : i medici chirurghi e docenti universitari di fama internazionale Francesco Vaccà Berlinghieri ed il figlio Andrea Vaccà detto il Vampiro, Giuseppe Morosi di Ripafratta, ingegnere ed inventore di automi e Andrea Valli di Casciana, fisico e scienziato noto per i suoi studi sull’elettricità sulle orme di Galvani. Gli illustri medici pisani erano noti per i loro studi sui cadaveri e per i loro esperimenti legati alla ricerca della possibilità di rendere “immortali” gli esseri umani, una utopia Illuminista e massonica. Il personaggio, che secondo leggenda avrebbe ispirato Mary Godwin, sarebbe dunque un mitico medico pisano detto Franco Stone, cioè Franco Pietra che tradotto in tedesco si enuncerebbe appunto come Frankenstein. Partendo da queste premesse il lavoro Franco Stone, costruito su un solido testo drammaturgico di tipo narrativo-storiografico-letterario, si sdipana fra citazioni storiche, miti e leggende a ruotare intorno al personaggio reale e letterario di Frankenstein. All’evocazione delle diverse personalità pisane coinvolte nella presunta ricerca ispiratrice di Mary Shelley, ecco che partono siparietti quasi in forma di Carosello, che di volta in volta commentano le vicende oggetto di intreccio letterario e meta-letterario attraverso ora brani musicali dal vivo ( pianoforte e chitarra nelle mani del duo in scena aperta Tommaso Novi-Francesco Bottai), ora con canzoncine e filastrocche orecchiabilissime e passi di danza d’antan di un duo di bambine terribili che fanno il verso alle gemelline di Kubrick in Shining ad evocare e sottolineare i contenuti thriller oltre che macabri dell’impianto narrativo. Vari personaggi si appalesano in scena ( bardati dai costumi d’epoca primo Ottocentesca, disegnati dal pittore Guido Bartoli, che ha anche curato le scene) , dai quattro scienziati pisani impersonati da Giovanni Guerrieri, ad un buffissimo automa: il famoso Turco ( Enzo Illiano) che gioca a scacchi, inventato da Giuseppe Morosi, al Frankenstein sdraiato sul suo letto-tomba oggetto di esperimenti ( Gabriele Carli), mentre sul fondale appaiono via via proiezioni video a disegnare personaggi e ambienti citati dal narratore che è continuamente interrotto in scena a cominciare dai due musicisti anche in veste di attori. E così vengono anche a galla nell’intreccio, gli esperimenti sulle rane del Valli, gli studi sull’elettricità che portarono Alessandro Volta alla invenzione della pila, in un avanti e indietro temporale di esilarante comicità condito con espressioni in vernacolo pisano. Fra verità storiche e leggenda metropolitana non è certo se la scrittrice Mary Shelley abbia trovato ispirazione per il suo soggetto del dottor Victor Frankenstein nel pisano dottor Franco Stone. Si tratta di un gioco di rimandi, di toponomastica? di sicuro però I Sacchi di Sabbia con il loro ensemble di collaborazioni artistiche, hanno trovato un ispirato materiale per uno spettacolo che si prospetta aggiungersi alla già lunga lista di lavori di meritato successo di pubblico e di critica, in linea con una poetica comico-surreale di originale riconoscibilità stilistica.
PRIMA NAZIONALE
I Sacchi di Sabbia, Gatti Mezzi, Marco Azzurrini, Guido Bartoli con il contributo di GIPI
da un’idea de I Sacchi di Sabbia, Sergio Costanzo, I Gatti Mezzi
con Marco Azzurrini, Francesco Bottai, Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Illiano, Tommaso Novi, Rosa Maria Rizzi, Giulia Solano
testo e regia I Sacchi di Sabbia
musiche I Gatti Mezzi
scene e costumi Guido Bartoli
produzione Internet festival/I Sacchi di Sabbia in co-produzione con Armunia
Visto al Teatro Verdi di Pisa, l’8 Aprile 2017
venerdì 14 aprile 2017

renzia.dinca
Pontedera(Pisa). Un lavoro destinato sulla carta alle scuole superiori ma che riguarda in realtà un problema diffuso ed una piaga sociale: il gioco d’azzardo e la dipendenza da gioco. La ludopatia è un fenomeno di cui da non molto tempo si incomincia a parlare senza però essere mai arrivati almeno nel nostro Paese a trovare dei provvedimenti legislativi che possano arginare il complesso mondo che gira intorno alle scommesse e ai giocatori. Sì perché è lo stesso Stato italiano che autorizza il gioco come nel caso delle slot che sono ovunque a disposizione, dai bar alle tabaccherie a portata di mano di chiunque abbia in tasca anche pochi spiccioli della paghetta o interi stipendi o pensioni. E magari proprio da qui si incomincia a sviluppare quella malattia della psiche che è la ludopatia che può portare intere famiglie sul lastrico e mettere a repentaglio tante vite. Ma al di là della fenomenologia della vera e propria dipendenza da gioco, materia trattata dai manuali psichiatrici e oggetto di lucro della malavita che spesso guadagna su alcune forme di gioco d’azzardo, in Rien ne va plus, la brava Marina Romondia anche coautrice con Nicoletta Robello Bracciforti della drammaturgia, affronta il tema dal punto di vista della narrazione autobiografica della giovane adolescente Martina che per il gioco d’azzardo vive e ne diventa vittima. In prima persona Martina narra ad un interlocutore immaginario, a noi pubblico ma potrebbe anche essere la sua una descrizione delle emozioni e vicende affidate ad un blog o a pagine di diario, come la sua ossessione-passione per il gioco le sia connaturata, sottopelle e come ne sia dominata. Inizia come gioco adolescenziale: scommettevo anche sul risultato del m’ama non m’ama sfogliando la margherita dei primi amori. E da qui parte un percorso in cui si narra in scena lo stato d’animo di esaltazione, di eccitazione compulsiva dove la posta diventa sempre più alta come l’asticella con cui la ragazza si misura per scavalcare mete sempre meno reali e razionali, allontanandosi dalla vita dei suoi coetanei. In scena Martina si muove restituendo col corpo le sensazioni che prova nel momento in cui il demone la impossessa: rituali fisici magici che compie prima di una nuova avventura che l’infervora ossessivamente trascinandola verso il gioco e la posta sul gioco. L’unica interlocutrice dentro questo teatrino della sua autocoscienza narrante è l’anziana nonna (da lei stessa interpretata). E qui, nel dialogo con la sola figura genitoriale e/o comunque adulta presente, Martina scopre che nella sua famiglia, il fantasma del gioco ha mietuto vittime eccellenti. Ma non sarà questo a farla smettere. Martina ci proverà. Ma non ci riuscirà perché il fascino diabolico del gioco, ciò che la fa sentire viva più di nessun altro piacere compreso quello del sesso, la trascinerà di nuovo dentro il vortice della scommessa. Martina ha bisogno di aiuto. Martina è sola. Purtroppo nessun adulto o amica o compagno è consapevole o almeno presente alla sua discesa all’inferno. Di qui la necessità di un intervento che le tenda la mano. Che forse potrebbe anche incominciare dalle Scuole e dagli insegnanti-Martina si iscrive a Medicina ma dopo pochi esami smette perché di nuovo attratta dalle sirene della roulette. Non a caso è proprio la Fondazione Sipario Toscana di Cascina, ad aver prodotto questo lavoro che con venti anni di attenzione sulle problematiche giovanili delle quali aveva fatto una sua bandiera in Toscana e in Italia con la collaborazione di Libera di don Ciotti. Proprio nelle vicinanze di Cascina, a Perignano in provincia di Pisa vive e si occupa di ludopatie un sacerdote don Zappolini che della questione è esperto nazionale. Che la ludopatia non sia più un problema sociale. Che chi ne soffra scopra presto la sua iniziale dipendenza e riesca a liberarsene.
di e con Marina Romondia
ispirato a un racconto di Alberto Di Lupo
regia Nicoletta Robello Bracciforti
drammaturgia della scena Nicoletta Robello Bracciforti e Marina Romondia
musiche originali Arturo Annecchini
produzione Fondazione Sipario Toscana-La Città del Teatro
Visto a Pontedera- Teatro Era il 30 Marzo 2017
martedì 11 aprile 2017

Terre noire- Irina Brook su testo di Stefano Massini
renzia.dinca
Pistoia. Dopo Lehman Trilogy, che sta facendo il giro del Mondo in tournée, questo nuovo lavoro Terre noire scritto da Stefano Massini, di fatto il drammaturgo italiano più internazionale a cui è stato commissionato il testo dalla regista franco-inglese Irina Brook, è un manifesto di dura protesta nei confronti di multinazionali che rubano, letteralmente, quel poco ai poveri fino a portarli alla disperazione, al suicidio. Continua quindi per Massini l’impegno di scrittura su temi di forte impegno civile e sociale che hanno contraddistinto la sua già lunga carriera artistica nel nostro Paese. Questa volta il focus di scrittura in tandem con Irina Brook alla regia, è rivolto ad una storia vera, quella una giovane coppia di contadini neri sudafricani, coltivatori di canna da zucchero da generazioni. Poveri sì ma felici nella loro essenzialità quasi edenica di vita semplice decorosa- ogni sera il marito Hagos torna a casa dopo aver duramente faticato nei campi, lei lo aspetta per cena. La scena domestica è a dir poco spartana: un piccolo tavolo ma col cibo caldo, un rito da condividere come l’affetto, il sesso. Come la vita a due. Il calore della vita umile ma autentica. Questa serenità di giovane coppia si dovrà confrontare e si frantuma con la vita dei vicini, stessa classe sociale, analoghi appezzamenti di terre confinanti dove sta per arrivare la peste. Ciò che basterebbe alla coppia per la propria serenità anche forse di lungo periodo, è messa in discussione dalle scelte frutto di corruttela di una multinazionale chimica che riesce a irretire i confinanti che svendono le loro terre in cambio di pesticidi per poter avere come a loro promesso ben cinque raccolti. In cambio macchine di lusso e bella vita. Purtroppo non sarà così. Purtroppo l’industria chimica distruggerà colture e vite. In scena assistiamo ad una metafora molto occidentale che racconta con terribile verità una filigrana dei nostri stili di vita europei. Magari non così violenti almeno apparentemente o forse solo meno rapidi nella loro evidenza. Perché in Europa ed in Occidente in generale lo stillicidio ambientale e della salute degli uomini e delle donne si manifesta in maniere più soft, una morte più lenta insomma, addomesticata attraverso stili di vita diversi dove per fortuna ancora si vigila o almeno ci si prova, ad arginare disastri sulla salute e sul territorio. Lo storytelling africano in Terre noire è una microstoria che riflette però malgrado tutto e a metafora a specchio storie altre. Che forse ci riguardano più da vicino come bianchi e occidentali per lo meno perché siamo stati informati sui fatti, anche se spesso le metodiche truffaldine non sono dissimili dal caso africano. E ci viene in mente il film anno 2000 Forte come la verità- Erin Brockovich con Giulia Roberts dove negli Stati Uniti sono le acque ad essere contaminate e dove una madre attivista combatte e vince contro una multinazionale. Ma anche richiama le più recenti vicende di Monsanto, la multinazionale che vende semi transgenici accusata nientedimeno che di crimini contro l’umanità. Il lavoro di Irina Brook composto in 31 quadri è narrazione di questa piccola ma significativa storia africana. In questo caso è una donna bianca, avvocato, a provare a prendere in mano la situazione della coppia di contadini e a farsi paladina solitaria contro la multinazionale mortifera delinquenziale che ha distrutto vite umane e ambiente in nome del profitto, del raggiro contro povera gente che vede seccare attorno a sé ciò che era vivo, la distruzione di saperi arcaici trasmessi di generazione in generazione che erano vita e si confrontano con lo spettro della morte. Terre Noire ha i tempi e i ritmi di un film. E’ scritta e pensata sulla scena per quadri, recitata in francese con sottotitoli in italiano. Una regia di estrema pulizia formale. Un gran bel lavoro di denuncia sociale che accende i riflettori sull’Africa, un continente con cui dovremo fare sempre più i conti noi Europei ex colonialisti, sfruttatori storici di risorse umane ed ambientali.
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