domenica 12 marzo 2017


Rumor(s)cena – Teatro, spettacoli, cinema e film in Italia, backstage, foto, interviste e curiosità – istruzioni per una visione consapevole 7 scene d'Europa | Teatro Arte Culture Festival(s) Costume e Società Cinema Danza Musica e Concerti Culture — 11/03/2017 01:17 L’identità di genere, le paure infondate, lo spettacolo “Fa’afafine..” e il teatro che difende la libertà d’espressione renzia.dinca roberto.rinaldi RUMORSCENA – Cosa accade quando uno spettacolo teatrale suscita reazioni di intolleranza da esigere perfino la censura preventiva al fine di impedirne la visione? Una domanda che si sono chiesti in molti a proposito di “Fa’afafine – Mi chiamo Alex e sono un dinosauro”, il titolo del tanto contestato e vituperato testo, scritto e diretto da Giuliano Scarpinato (prodotto dal CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia – Udine e dal Teatro Biondo Stabile di Palermo), e recitato dall’attore Michele Degirolamo. Da Bolzano a Trento, da Vicenza a Pordenone da Pistoia a Potenza, ovunque sia stato programmato, si sono registrate azioni di protesta, richieste di cancellazione, previo monito di non portare gli studenti delle scuole medie a vederlo; interventi di politici locali determinati ad impedire la messa in scena con tutti i mezzi. Reazioni anche scomposte, aggressive, incapaci di cercare un confronto equilibrato e ragionevole. Senza nessun tentativo di dialogo e la necessità spesso di far intervenire le forze di polizia, al fine di garantire la libera rappresentazione a teatro. I contestatori hanno accusato il pericolo di creare divisione tra genitori e i loro figli, ritenendo la visione pericolosa per la loro crescita educativa. Fonte di turbamento tale da creare confusione nell’ identità dei minori, induzione alla omosessualità. La paura di qualcosa che non si conosce contribuisce a mistificare la realtà. Nessuno tra i “censori” aveva visto in precedenza lo spettacolo, basandosi solo sulle note di regia o improvvisati studi senza nessun riferimento scientifico che giustificassero la famigerata “teoria del gender”. Allarmati dal pericolo che si possa diffondere tra le giovani generazioni, compresa la Chiesa e le Curie di molte città, da cui sono partite intimidazioni rivolte alle direzioni artistiche dei teatri e alle scuole, colpevoli di permettere la partecipazione degli studenti. Diversamente dagli adulti, si sono dimostrati più attenti e sensibili se non intelligenti, entusiasti dopo aver assistito alla rappresentazione. Il Teatro Stabile di Bolzano ha proposto ben 11 recite scolastiche dove lo spettacolo è stato visto da 2700 studenti delle scuole medie di tutta la provincia. L’esito è sempre stato quello di assistere al gradimento da parte delle scolaresche che hanno dimostrato di apprezzare la messa in scena. Il 16 marzo andrà in scena a Genova dove tutti i teatri si sono tassati per il costo della replica, offrendo alla città, la rappresentazione gratuita. Alle 18.30 il Teatro della Tosse ospiterà Fa’afafine con ingresso libero fino ad esaurimento dei posti in sala. “Identità di genere questa sconosciuta“: Saveria Capecchi docente di Comunicazioni di massa e Sociologia all’Università di Bologna, citando il saggio “Le identità di genere” (Carocci editore) di Elisabetta Ruspini, docente di Sociologia e Ricerca Sociale (Università di Milano – Bicocca) , spiega che «l’identità di genere è un processo che comincia con la consapevolezza di appartenere all’uno o all’altro sesso e che lungo l’arco della vita subisce continui aggiustamenti e ridefinizioni. Il ‘genere’ è una costruzione sociale e non un dato biologico immutabile». Il libro parla infatti di genere, generi. Diventare donne e uomini. Si pone degli interrogativi: cosa si intende con genere? Le differenze tra mascolinità e femminilità sono naturali, universali e immodificabili oppure si tratta di una costruzione sociale? Sono argomenti che si possono affrontare con la dovuta serietà scientifica e accademica, evitando stereotipi, discriminazioni e i tanti pregiudizi ricavati dalla non conoscenza dell’argomento. Rumorscena ha chiesto un parere autorevole ad una psicoterapeuta e sessuologa clinica, la dottoressa Ilaria Genovesi (a cura di Renzia D’Incà) «Si trae spunto dal documento redatto dall’ufficio regionale per l’Europa dell’OMS (Organizzazione Mondiale della sanità) e BZgA (General Center for Health Education) denominato “Standard per l’educazione Sessuale in Europa: quadro di riferimento per responsabili delle politiche, autorità scolastiche e sanitarie, specialisti” nell’edizione italiana promossa dalla FISS (Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica). Un sguardo su quali siano le indicazioni proposte sul tema dell’educazione sessuale. Si parla di un approccio olistico all’educazione al tema della sessualità: “L’educazione sessuale olistica comprende vari argomenti relativamente ad aspetti fisico, affettivi, sociali e culturali, non deve limitarsi alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse, bensì deve includere questi aspetti. Nell’ambito di un approccio più ampio e non giudicante e non deve basarsi sulla paura. L’educazione sessuale in senso olistico richiede un’attenta scelta di metodi diversi che attraggano vari tipi di allievi e sollecitino i diversi sensi”. dottoressa Ilaria Genovesi In questa ottica, “l’educazione alla sessualità è basata sulla sensibilità di genere per garantire che bisogni e problemi diversi legati alle differenze di genere trovino risposte adeguate.” Nella prima parte del documento, si tratta tutto il tema dello sviluppo sessuale del bambino, del bisogno di contatto e della ricerca del piacere che non è ovviamente ricerca sessuale, prosegue spiegandoci l’importanza di una educazione sessuale formale nel bambino e come questa, se organizzata correttamente, possa portare grandi benefici allo sviluppo affetto dei giovani. Nella prima infanzia 2-3 anni i bambini stanno acquisendo già consapevolezza di se è del proprio corpo ed imparano che sono maschi e femmine: sviluppano la loro identità di genere. Dai 4 ai 6 anni, i bambini imparano le regole, giocano e fanno amicizia; sanno di essere maschi oppure femmine, si fanno un’idea ben chiara e definita di “cosa fa un maschio” e “cosa fa una femmina”: si definiscono i ruoli di genere. Dai 7 ai 9 anni si formano il gruppo dei maschi ed il gruppo delle femmine ciascuno dei quali “tasta il terreno” con gli altri; è il periodo del primo amore e delle fantasie sull’amore. Dai 10 ai 15 anni sboccia la pubertà e aumenta l’interesse per la sessualità; a poco a poco i ragazzi e le ragazze scoprono se provano desiderio per i maschi o per le femmine: scoprono il loro orientamento sessuale. Dai 16 ai 18 anni, alle soglie dell’età adulta, i ragazzi sanno più chiaramente se sono eterosessuali o omosessuali. Nella seconda parte vengono proposte delle tabelle suddivise per fascia di età, con gli argomenti idonei da trattare in quel periodo dello sviluppo, suddivisi per tematiche generali. Dai 9 ai 12 anni è prevista la trasmissione di informazioni su “orientamento di genere, differenze tra identità di genere e sesso biologico”; ed ancora, aiutare i ragazzi a “accettazione, rispetto e comprensione delle diversità nella sessualità e nell’orientamento sessuale”. Dai 12 ai 15 anni, il lavoro di informazione si concentra anche su “aspettative di ruolo e comportamenti di ruolo rispetto all’eccitazione sessuale e alle differenze di genere” Infatti, tra i risultati perseguiti da un’azione educativa alla sessualità globale ed adeguata, si legge: “rispettare la diversità sessuale e le differenze di genere, essere consapevoli dell’identità sessuale e dei ruoli di genere“. L’OMS afferma che “a partire dalla nascita i genitori in particolare mandano ai bambini messaggi inerenti il corpo e l’intimità. Fanno educazione sessuale” – e prosegue – “gli adulti attribuiscono un significato sessuale ai comportamenti sulla base della loro esperienza di adulti e talvolta hanno molta difficoltà a vedere le cose con gli occhi di un bambino o di un ragazzo”. Per questo è necessario ed essenziale che gli adulti adottino “la prospettiva di bambini e ragazzi.” Concludo, invitando alla lettura più accurata del documento ufficiale citato in questo scritto, inteso come linea guida per insegnanti, genitori, educatori, professionisti, sessuologi che direttamente o no fanno educazione sessuale, sottolineando quanto il diritto di essere informati su temi così delicati offra la possibilità di costruire, progettare, essere consapevoli, liberi da pregiudizi, preconcetti. Per “educare” nel vero senso stretto del termine “ex-ducere” ossia ” tirar fuori”. Non basta solo informare, sia in forma scritta e orale, oppure attraverso forme più disparate di comunicazione, ma occorre promuovere azioni che aiutino gli individui ad esprimere se stessi, comportarsi in modo conforme alla propria personalità, rispettandone l’originalità. Per far si che ciò avvenga è essenziale la collaborazione tra le varie figure educative che credo anche esse abbiano bisogno di essere, non solo informate, ma formate adeguatamente per una maggiore presa di coscienza di che cosa significhi “educare alla sessualità” in modo libero e responsabile, lasciando a se stessi, ed agli altri, lo spazio di trovare il proprio percorso individuale, nella sua autenticità.» Dottoressa Ilaria Genovesi (Psicoterapeuta, Sessuologa Clinica – Pisa) http://www.fissonline.it/pdf/STANDARDOMS.pdf I Teatri e le Associazioni di Genova a difesa della libertà d’espressione GENOVA – Giovedì 16 marzo, alle ore 18.30, il Teatro della Tosse Sala Trionfo, i Giardini Luzzati – Spazio Comune diventano la “piazza dei diritti” insieme a tutti i Teatri, Festival e Associazioni genovesi, che invitano ad replica a ingresso gratuito dello spettacolo “Fa’afafine – Mi chiamo Alex e sono un dinosauro.” L’evento è voluto per manifestare la protesta contro il tentativo di censura in atto in molte città italiane e contro la raccolta di firme che vorrebbe l’impedimento formale del Ministero dell’Istruzione alla partecipazione delle Scuole, a sostegno della tutela di spazi di elaborazione critica per i più giovani. Vincitore dei premi – Eolo Award 2016, Infogiovani – FIT Festival Lugano 2015, Scenario Infanzia 2014 – ha ottenuto anche il patrocinio di Amnesty International – Italia “per aver affrontato in modo significativo un tema particolarmente difficile a causa di pregiudizi ed ignoranza, rappresentando con dolcezza il dramma vissuto oggi da molti giovani”, e da parte del Comune di Udine, Assessorato alle Pari Opportunità e Commissione per le Pari Opportunità e dal Comune di Genova. Aderenti: Giardini Luzzati – Spazio Comune – progetto socio – culturale, nel cuore del Centro Storico cittadino, a cura del Ce.Sto con Cooperativa Archeologia e Fondazione Luzzati Teatro della Tosse – insieme ai Teatri e Festival del capoluogo ligure: Teatro Akropolis, Teatro dell’Archivolto, Teatro Bloser, Teatro Cargo, Circumnavigando Festival, Narramondo Teatro/Altrove – Teatro della Maddalena, Life Festival – Persone oltre il genere, Officine Papage, Teatro dell’Ortica, Politeama Genovese, Teatro Stabile di Genova, Suq Festival. Agedo Genova, Arci Genova, Arci Liguria, Arci Solidarietà, Arcigay Genova – Approdo Lilia Mulas, Gruppo Giovani Arcigay Genova, Coordinamento Liguria Rainbow, Love what U Love. Comunità di San Benedetto (Don Gallo) (L’elenco delle adesioni è in aggiornamento sul profilo Facebook Giardini Luzzati – Spazio Comune). Spiegano gli organizzatori: «Ciò che sta accadendo è molto grave e con questa iniziativa vogliamo dare un segno di tangibile protesta contro il tentativo di censura in atto programmando una replica gratuita, a ideale “compensazione” delle date annullate o osteggiate, in tante città italiane. A sostegno dell’attività di chi produce e cura la diffusione di teatro e cultura e deve poter continuare a farlo nella massima libertà. Insieme alla libertà di espressione vogliamo porre l’accento sull’importanza delle opportunità educative, sulla responsabilità degli adulti verso i più giovani nella tutela di spazi di ascolto ed elaborazione critica di tematiche attuali, diffuse e delicate che si tenta insensatamente di rimuovere, che diventano oggetto di banalizzazione e strumentalizzazione, o peggio, movente di azioni di violenza e intolleranza. Cittadini, genitori, insegnanti, educatori, politici, siete tutti invitati a sentirvi attivamente membri di una Comunità educativa indispensabile per una crescita collettiva consapevole.» Su iniziativa di CitizenGo è in atto una raccolta di firme per chiedere al Ministero dell’Istruzione di impedire la partecipazione delle Scuole, mentre un’altra petizione a favore dello spettacolo è pubblicata su http://you.allout.org/petitions/stand-with-fa-afafine Il parlamentare europeo Daniele Viotti sta sostenendo pubblicamente la causa insieme tra gli altri, a Monica Cirinnà, Gianni Cuperlo, Magda Angela Zanoni, http://www.danieleviotti.eu/a-sostegno-dello-spettacolo-fafafine-mi-chiamo-alex-e-sono-un-dinosauro/ Ingresso libero fino ad esaurimento posti Biglietteria Teatro della Tosse tel. 010 2470793 Fa’afafine uno spettacolo che divide (di Renzia D’Incà) PISA – Un’ondata di protesta si è manifestata anche in Toscana. Questa volta però non è si è trattato di scioperi degli operai della Piaggio o della Breda, di portuali o del personale di Trenitalia ma di una strutturata rete di associazioni di cittadini. Una petizione on line ( oltre centomila firme raccolte ), gruppi politici istituzionali che hanno preso posizione contro la programmazione dei Teatri della Regione, nei quali era stato programmato lo spettacolo “Fa’afafine-mi chiamo Alex e sono un dinosauro”, scritto e diretto da Giuliano Scarpinato. Rivolto ad un pubblico di adolescenti, era stato inserito nella normale programmazione del Teatro per Ragazzi (e nei Teatri di tradizione), destinato alle scuole e alle famiglie. Le polemiche hanno creato disagi piuttosto importanti, coinvolgendo istituti scolastici, genitori e studenti ma anche un rilievo sulla società civile non solo perché i Teatri come la Scuola (quella dell’obbligo e non solo) sono parte integrante in quanto luoghi di istruzione e cultura, centrali del tessuto sociale, ma perché solleva questioni più prettamente etiche e morali, nonché giuridiche rispetto al diritto costituzionale, alla libertà di espressione. Nel clima della querelle in corso, ormai diffusa a livello nazionale (in Veneto, in Emilia Romagna,Trentino Alto Adige e in altre Regioni) si sono verificati episodi analoghi. Sollecitare la censura, un termine che credevamo confinato a periodi storici del passato, evidentemente non è una pratica del tutto scomparsa. Lo spettacolo, vincitore del Premio Eolo Awards 2016 e Scenario Infanzia 2014, indicato come pedagogicamente corretto e in linea con decenni di esperienza riconosciuta a livello ministeriale, da esperti di Teatro Ragazzi, tratta di un tema intensamente delicato, quello delle differenze, del rispetto dell’altro da sé. Anche dell’educazione alla salvaguardia e difesa della sensibilità interiore, delle parti più vulnerabili intime e profonde dell’identità. Degli individui in quanto aventi diritto di cittadinanza nel mondo degli adulti, proprio a partire dai più piccoli. Frettolosamente liquidato da alcuni come “spettacolo sul Gender” ( una teoria peraltro inesistente, frutto di mistificazioni ideologiche anche vaticaniste e non solo), tratta poeticamente le fantasie e gli innamoramenti di un ragazzino di otto anni per un suo compagno di classe. Fa’afafine che significa in lingua Samoa, una sorta di terzo sesso, di bambini e bambine che non amano identificarsi nel sesso a cui la genetica e/o la cultura li vuole ingabbiare. Per la cronaca, l’ultimo numero del National Geographic magazine dai contenuti scientifici seri e certificati, ha dedicato la copertina proprio a questo tema. Attraverso una mappatura dei teatri della Toscana dove si sono verificate le proteste, abbiamo chiesto di raccontare cosa è accaduto. Ne abbiamo parlato con Rodolfo Sacchettini presidente dell’Associazione Teatri di Pistoia, con Giancarlo Mordini, direttore artistico del Teatro di Rifredi di Firenze, con Silvano Patacca direttore artistico del Teatro di Pisa, Fabrizio Cassanelli ex direttore del Centro studi della Città del Teatro di Cascina ( Pisa), e Barbara di Cesare responsabile della comunicazione per la rassegna Teatro Ragazzi del Teatro del Giglio di Lucca. Suscita scalpore non certo e non solo nella comunità teatrale, la campagna denigratoria nei confronti di uno spettacolo come Fa’afine. La Toscana è un presidio culturale che dagli anni Settanta ha creato centri di rinomanza nazionale ed internazionale a difesa dei diritti dell’infanzia . Si avvale del patrocinio di Amnesty International ”per aver affrontato in modo significativo un tema particolarmente difficile a causa di pregiudizi ed ignoranza, rappresentando con dolcezza il dramma vissuto da molti giovani”. Sorprende che stia causando così tante censure preventive e polemiche pretestuose. Rodolfo Sacchettini @Ilaria Scarpa Rodolfo Sacchettini: «Ritengo che dietro il flop di presenze delle scolaresche ci siano cause dovute a questioni legate a propaganda politica. Nel programma di Piccolo Sipario 2016/17 inviato alle scuole. lo spettacolo era stato proposto con due recite mattutine rivolte alle scuole medie inferiori. Abbiamo specificato che avremmo potuto accettare le classi V delle scuola elementari, solo previo specifico contatto con il nostro ufficio scuola. In realtà la produzione segnala lo spettacolo per una fascia d’età tra i 8 e 16 anni, ma data la tematica abbiamo preferito proporlo agli studenti che avessero qualche anno di più. Dopo aver inviato il materiale informativo alle scuole con la relativa scheda didattica della compagnia http://www.teatridipistoia.it/spettacoli/fafafafine-mi-chiamo-alex-e-sono-un-dinosauro/), abbiamo ricevuto la prenotazione da parte di sole 5 classi, nonostante il nostro grande impegno. Tre di queste si sono ritirate per volontà della stessa preside a seguito delle polemiche suscitate e ciò ha causato l’annullamento di una recita. Si è invece potuta effettuare per 2 classi (una IV elementare e un I liceo) la seconda recita. A fronte delle polemiche cresciute in città e poi a livello nazionale, è stato deciso di organizzare una recita straordinaria in orario serale per il pubblico. L’intento era che ognuno potesse liberamente valutare la proposta artistica. Per la recita serale sono state 118 le presenze; per la recita scolastica 52 presenze. Sia il direttore artistico ATP, Saverio Barsanti, sia io quanto presidente, siamo intervenuti sulla stampa locale per difendere la scelta. A Pistoia contro lo spettacolo si sono mossi consiglieri di Alleanza Nazionale, Forza Italia, i gruppi Forza Nuova e Evita Peron e poi i consiglieri della lega Nord, assieme a formazioni come Generazione Famiglia – La Manif pour Tous. Mentre, a favore dello spettacolo, è intervenuta la Rete. https://rete13febbraiopt.wordpress.com/ Alla recita della mattina era presente un presidio di consiglieri regionali della Lega Nord e anche Forza Nuova. Dopo le due rappresentazioni e dopo aver assistito alla replica serale, l’assessore all’educazione e alla cultura del Comune di Pistoia, Elena Becheri, è intervenuta con un comunicato stampa nel quale ha difeso lo spettacolo raccontandone le tematiche affrontate. Abbiamo però dovuto chiamare le forze dell’ordine per presenziare sia in Teatro che all’esterno, al fine di evitare disordini durante le recite. Sono preoccupato di quanto accaduto – sostiene Rodolfo Sacchettini – c’è un regime alimentato dalla paura, un clima che coinvolge genitori insegnanti e studenti, dove chi insegna viene screditato. Lo spettacolo non è stato visto da chi lo ha contestato, a priori. Questo regime che alimenta paura è molto insidioso. Noi come istituzione abbiamo agito su un piano di corretta comunicazione e vissuto il tentativo di censurare lo spettacolo come un sabotaggio.» Giancarlo Mordini Giancarlo Mordini del Teatro di Rifredi di Firenze. «Avevo visto Fa’afafine alla Tenuta dello Scompiglio, diretta da Cecilia Bertoni a Lucca nella primavera 2015 e mi era sembrata una fiaba contemporanea. Con questo spirito l’ho scelto per due recita serale. Un lavoro che ritengo estremamente educativo adatto alle famiglie e riguarda la sensibilizzazione alle diversità, per esempio verso l’immigrato. Credo che in questa polemica ci sia dietro una crociata anacronistica e mortificatoria. Un pregiudizio. E’ folle pensare che lo spettacolo sia fautore di una qualsivoglia iniziazione all’omosessualità. C’è un gran rispetto dell’altro in questo lavoro di Scarpinato, grande poeticità. Ho ricevuto telefonate e messaggi allucinanti, di persone che pur non avendo visto lo spettacolo lo volevano censurare. Lo stesso è accaduto da noi quando avevamo programmato BENT nel 2016, un testo di quasi quarant’anni fa legato alla memoria dell’Olocausto. Perfino monsignor Betori arcivescovo di Firenze, ha invitato le famiglie a non autorizzare la visione agli studenti. Questa si chiama censura preventiva.» Silvano Patacca Silvano Patacca direttore della Fondazione Teatro Verdi di Pisa. «Abbiamo avuto anche noi delle contestazioni su BENT( opera teatrale che debuttò al Royal Court Theatre di Londra nel 1979), un lavoro scritto da Martin Sherman, testimonianza sull’Olocausto vista dagli omosessuali. Inserito nelle giornate dedicate alla Memoria, una delle iniziative storiche del nostro Teatro da parte di alcuni genitori ed in rete. La nostra situazione era diversa da quella dei Teatri di Pistoia. Siamo stati accusati di necrofilia, di istigazione al suicidio, di alimentare e favorire la Teoria Gender. Accuse pesanti assolutamente infondate. Avevamo inviato molti mesi prima delle informative alle scuole relative ai contenuti della nostra proposta didattica. Come sempre da decenni facciamo per promuovere il nostro lavoro sulla città.» Fabrizio Cassanelli regista e formatore. «Anche alla Città del Teatro di Cascina (Pisa), la tematica “Gender” deve aver creato qualche problema alla nuova gestione artistica di Andrea Buscemi dopo l’uscita di scena di Donatella Diamanti defenestrata a causa della vittoria della Lega nelle amministrative 2016. Questo spazio è nato negli anni Settanta come Teatro Ragazzi con la direzione storica e ventennale di Alessandro Garzella in carica fino al 2011. Fa’afafine era stato programmato dall’ex direttrice e visto nel 2015 (sulla linea di lavori come “La peggiore e Io femmina e tu?”, diretto da me e Letizia Pardi che faceva parte dello staff del Teatro a quel tempo. Nella programmazione 2017 Teatro e scuola ideata da Donatella Diamanti, ora il termine “gender” non compare più. Tra le tante polemiche che sono state rivolte allo spettacolo, c’è stata anche quella di Lorenzo Gasperini (oggi ex capo dell’Ufficio di Gabinetto del Comune di Cascina governato da Susanna Ceccardi), che era intervenuto anche nel merito della programmazione della Città del Teatro, sostenendo che la proposta teatrale era stata inficiata da una forte degenerazione ideologica definendo oggi in voga la variante peggiore quella nichilista, quella per cui non si nasce né maschi né femmine, né bambini né bambine, essendo l’identità sessuale una imposizione della società, dunque da smantellare. » http://iltirreno.gelocal.it/pontedera/cronaca/2016/08/13/news/l-assessore-teatro-ostaggio-del-degrado-1.13959417 Nel frattempo al Teatro del Giglio di Lucca è in attesa a fine marzo, previsto nella rassegna dedicata alle scuole, lo spettacolo, che per il momento registra il tutto esaurito da parte delle scuole, ci spiega Barbara Di Cesare della “Cattiva Compagnia”, ospite del Teatro pubblico lucchese, dentro la rassegna “Che cosa sono le nuvole”. Fa’afafine era stato già stato programmato lo scorso anno in provincia alla tenuta dello Scompiglio nel Comune di Capannori, e in quell’occasione non c’erano state polemiche. A primavera nella città dell’arborato cerchio, ci saranno le elezioni amministrative comunali. Donatella Diamanti Donatella Diamanti. «Ho sostenuto e sempre sosterrò lo spettacolo di Giuliano Scarpinato perché è uno spettacolo, a mio avviso, soprattutto bello. Per chi scrive testi per il teatro ragazzi, la questione del destinatario è una questione seria e non aggirabile, che induce a interrogarsi su competenze, ritmo, funzione educativa e ludica. Alla fine però, quando tutto questo si assembla in un racconto che è una visione del mondo, grazie a quella meravigliosa occasione di sperimentare e sperimentare, ovvero il fare creativo, ecco che se ne perde traccia perché la volontà e le professioni d’intenti non debbono emergere fra le righe. Resta il fatto che questo spettacolo adatto a tutti ma soprattutto agli studenti, a cui è destinato perché, seppur non si vede, tutto quello che c’era da fare è stato fatto. Con arte e con mestiere. Anche se la Curia dice di no e lo dice, probabilmente, senza averlo visto. Anche se si raccolgono centomila per ostacolarlo. Anche se si invoca l’arresto per chi, come me, lo ha programmato in tempi meno bui di questo e ora si trova precipitata nell’oscurità. E mentre sostengo Giuliano Scarpinato, sostengo anche il giovane attore che lo porta in scena, perché è un attore, a mio avviso, soprattutto bravo. Sosterrò sempre ogni cosa che trasuda competenza e professionalità, perché credo che sia la mancanza di questo che fa male al teatro. E spero che ogni teatro si riempia di persone desiderose di verificare con i loro occhi, quanto è bello questo spettacolo. Non quanto è innocuo o pericoloso.»

venerdì 3 marzo 2017


Allo Scompiglio con Camera#4-Il naufragio e ID renzia.dinca Vorno ( Lucca) In concomitanza con il Convegno Interrogare e scardinare il naturale: l’eresia degli studi di genere, abbiamo scoperto uno spazio complesso di una bellezza straordinaria a pochi chilometri da Lucca a ridosso delle note colline che sul versante versiliese hanno creato l’Ottocentesco buen ritiro di Paolina Bonaparte mentre sul crinale quello pisano e verso il pistoiese, aree più recenti ed industrializzate come quelle della vicina Porcari sede di cartiere famose. Si tratta della Tenuta dello Scompiglio, centinaia di ettari di terreno fino a dieci anni fa lasciati in balia della natura selvaggia per assenza di una mano sapiente in grado di non abbandonare bosco, piante, colture alla mercè degli eventi naturali. Ripristinata a luogo metamorfico di eventi culturali nel bel mezzo di una natura finalmente restituita ad un ordine rispettoso (tanto che dentro la Tenuta esiste un piccolo ristorante che propone cibi ed ingredienti di base prodotti entro quel territorio), allo Scompiglio abbiamo respirato una progettualità internazionale che spazia concretamente in territori multiculturali, una sorta di cittadella internazionale dell’arte, ideata e diretta dalla performer Cecilia Bertoni. Camera #4-Il naufragio è l’ultimo anello di un percorso performativo ideato da Cecilia Bertoni con Claire Guerrier. L’installazione, visibile ad uno spettatore per volta, introduce ad un’esperienza multisensoriale. Siamo soli a perlustrare la stanza o meglio la camera. Invitati a levarci le scarpe chiudendoci la porta alle spalle, entriamo in una atmosfera rarefatta e mentre a piedi nudi sulla fine sabbia che ricopre il pavimento ci immergiamo nel ground della installazione che da qui incomincia l’osservazione dei materiali sia in forma di oggetti disposti in diverse modalità come fossero stazioni di una via crucis su cui fermate lo sguardo e far azionare per mimesi e associazioni mentali memorie e storie, proiezioni sulle pareti, parole da voce suadente femminile registrate su nastro a far da voce narrante o forse solo specchio sonoro seguendo un personale forse inconscio tragitto di conoscenza e appercezione sensoriale dello spazio. Ciò che personalmente a me spettatrice unica ha restituito l’installazione, è la sensazione di un luogo claustrofobico dove ammassi di oggetti hanno riportato alla coscienza certe tele di Fridha Kalho. Corpi segnati da cicatrici, operazioni chirurgiche non si sa se del corpo o della psiche. Tentativi di ricuciture che potrebbero essere reali dopo cadute e rottura di ossa come tele da ricostruire, vestiti da continuamente rammendare. E qui mi è venuto alla mente il lavoro di una straordinaria artista come Louise Bourgeois di Distruzione del padre -Ricostruzione del padre. Camera è una teca di cristallo di raffinata eleganza dove ogni dettaglio è pensato con cura maniacale. Un confronto coi fantasmi del femminile e del maschile che sono stereotipi culturali ma anche figure reali appartenenti alla nostra storia di donne e uomini a cominciare dai nostri genitori e poi dai nostri compagni di vita. Se ne esce ponendosi molte domande e qualche risposta la si può trovare nella propria “camera” interiore. Anche ID propone un progetto performativo per un solo spettatore-attore. Entriamo in una stanza accompagnati da una voce che ci parla attraverso delle cuffie e dirige. Ci viene chiesto di posizionarci in uno spazio ben definito. La stanza è vuota con luci e microfoni. Entra il nostro interlocutore che si posiziona esattamente di fronte a noi. Veniamo invitati a rispondere a delle semplici domande oppure possiamo anche uscire. Una volta stabilito il patto-rimanere, rispondiamo alle domande che ci vengono rivolte attraverso le cuffie da un voce maschile neutra. Le domande sono poste contemporaneamente a noi e al nostro interlocutore. Stessa domanda a doppia risposta. Si crea un campo emotivo fra due sconosciuti a rivelare mano a mano dettagli anche molto intimi della propria identità che vanno dalle scelte sessuali all’uso del linguaggio verbale e oggettuale legato al cosiddetto genere perlustrando zone grigie e zone più cristalline della propria autobiografia dall’infanzia alla prima adolescenza fino a raccontarsi il proprio animale-totem. Il tutto in un faccia a faccia ad alta intensità emozionale. Ci si spoglia simbolicamente davanti ad un interlocutore sconosciuto per uscirne arricchiti di una relazione forse non psicanalitica e non perfettamente autentica- gli spazi di nascondimento ci sono eccome, però dentro un perturbante che lascia il segno in un progetto performativo in progress molto interessante. Camera #4 Installazione di Cecilia Bertoni e Claire Guerrier con Carl Beukman allestimento e tecnica Paolo Morelli e Cipriano Menchini con Alice Mollica, Daniele Ghilardi e Alfredo Dell’Immagine fino al 25 giugno Dynamis ID performance per uno spettatore ideazione e realizzazione Dynamis Progetto visivo e comunicazione Co.Co Produzione Associazione dello Scompiglio e Teatro Vascello Centro di produzione Teatrale La Fabbrica dell’Attore Visti a SPE Spazio performativo ed espositivo- Tenuta dello Scompiglio (Vorno-Lucca), il 28 gennaio 2017

domenica 12 febbraio 2017


L’uomo dal fiore in bocca in doppia trasposizione per la scena è su RUMORSCENA renzia.dinca Pontedera( Pisa). Nello stile del secondo anno di programmazione del nuovo Teatro della Toscana (Teatro della Pergola di Firenze e Teatro Era di Pontedera), dove i classici, magari rivisitati, hanno un posto d’onore, ecco la proposta congiunta una dopo l’altra anche nelle stesse serate del pirandelliano L’Uomo dal fiore in bocca. Un must di un classico dei classici, per due versioni molto diverse, quella curata da Gabriele Lavia anche regista e quella di Roberto Bacci con in scena, in a solo Dario Marconcini, direttore artistico del Teatro di Buti (Pisa) e storico fondatore del Teatro Era. La versione di Bacci-Marconcini si sviluppa nel senso della nettezza del mandato dell’autore premio Nobel per la letteratura, dell’atto unico. Il dramma dell’uomo affetto da un tumore all’ultimo stadio secondo la nomenclatura medica definito epitelioma, si sdipana nella sala Cieslak: uno spazio relativamente piccolo con sedie dislocate ad anello mentre l’azione si svolge nel centro della sala. L’uomo- attore si rivolge, come da copione, ad un pubblico a sua volta attore in scena dove al centro vengono fatti accomodare alcuni spettatori, come fossero passeggeri alla stazione in sala d’aspetto in attesa del treno. L’uomo si relaziona ad essi sedendosi ora accanto a uno ora all’altro e narra la sua tragica vicenda filosofeggiando secondo poetica pirandelliana. E’ particolarmente efficace questa versione scarna, definirla essenziale è anche riduttivo, concepita dal regista pontederese dell’ex Centro di sperimentazione e ricerca che ha dato con illuminazione accorta negli anni Settanta ospitalità e residenza a Jerzy Grotowski. Complice e sodale nell’operazione un attore in linea con questo genere di stile espressivo che in tutta la sua carriera ha dato peso alla parola restituendone la bellezza originaria in sintonia rispettosa con il drammaturgo o scrittore da cui ha attinto il lavoro. La trilogia pinteriana recente ne è solo ultima testimonianza e questo Pirandello conferma il segno artistico binomico scevro da narcisismi sia attoriali che di regia. Notevole l’apparato scenografico a supporto della densa struttura drammaturgica ideata da Gabriele Lavia per la sua regia e interpretazione de L’uomo dal fiore in bocca. Qui Lavia si produce in un corpo a corpo con il breve testo pirandelliano dell’Uomo dal fiore in bocca proponendo inserti da altri testi dell’autore siciliano dove la tematica sfuggente e intrigante è quella del rapporto col femminile, un femminile qui lascivo, inquietante e mortifero. E’ efficace il confronto-scontro coll’interlocutore passeggero, l’uomo pacifico, di Michele De Maria. Nella congerie tutta cerebrale giocata in punta di fioretto, ne fa le spese il poveruomo ignaro della forza delle considerazioni causidiche dell’uomo dal fiore in bocca, il malato nelle ultime ore di vita della cui sorte è ignaro per poi un po’ alla volta essere reso consapevole di chi ha di fronte senza peraltro cambiare niente del proprio status, anzi ne è irretito e soggiogato dalla forza dei ragionamenti. Lavia restituisce dall’alto della sua lunga e osannata carriera uno straziante eppur umanissimo ritratto aiutato da una sontuosa scena che riproduce gli interni di una stazione con un orologio senza lancette e una panchina che occupa a semicerchio il palcoscenico che diventa teatro nel teatro del dramma. Sono ben segnate in maniera espressionistica nella prossemica, nell’enfasi dei dialoghi, nella gestualità, le diverse situazioni emotive dei due attori-personaggi maschere in scena, serrati dall’argomentare loico, spietato, sado-masochistico del protagonista. In controluce il passaggio evanescente con ombrellino parapioggia- folate di vento si sciolgono fin dentro la sala passeggeri in transito, di una dama-sua moglie secondo la spiegazione del filosofico uomo malato. E come nel finale del Gattopardo la donna è la Morte. E come in Giorgio Caproni del Congedo del viaggiatore cerimonioso il paragone con la vita e le sue stazioni, i suoi treni è un topos letterario, un classico che regge e porta moltissimi spettatori a teatro come è il caso delle due versioni de L’uomo dal fiore in bocca visti al Teatro Era. L’uomo dal fiore in bocca con Dario Marconcini regia Roberto Bacci L’uomo dal fiore in bocca… e non solo con Gabriele Lavia, Michele De Maria, Barbara Alesse regia e adattamento Gabriele Lavia Visti a Teatro Era di Pontedera il 28 e 29 gennaio 2017

giovedì 2 febbraio 2017


I passi ultimi: un cabaret danzante sull’orlo della fine su RUMORSCENA renzia.dinca Pontedera (Pisa). Quel sapore di balera molto retrò, quegli anni Cinquanta-Sessanta, nostalgici ricordi di nonni e genitori che non ci sono più e sono comunque stati, sono la memoria storica di altre generazioni, quelle venute dopo, con la Febbre del sabato sera di John Travolta, dei Bee Gees, di Thanks god it’s Friday. Riproporre quei suoni, quelle atmosfere da parte di Teatro delle Briciole, sa di operazione di recupero o di rottamazione? ché ancora a qualcuno viene in mente coll‘aiuto di reminescenze arcaiche o sinapsi metafisiche un’orchestra-spettacolo allora nota al grande pubblico come la Casadei, quella della “mazurca di periferia scaccia pensieri tanta allegria, metti la quarta e vieni con me?”. Eppure quella fenomenologia pop, romagnola del ballo liscio, modello costa adriatica per famiglie non degna di studi antropologici universitari magari alla Umberto Eco ma tanto cara alle orecchie e alle saghe domestiche di migliaia di danzatori improvvisati e non, ha fatto la storia del popolo italiano di nonni bisnonni e genitori. Quella della balera era la preistoria del luogo di socializzazione delle fasce sociali contadina operaia e piccolo borghese, che ha ricostruito l’Italia nel dopoguerra, divertendosi in modalità semplice, frugale, quella della TV bianco e nero di Mike Bongiorno del Rischiatutto (e non a caso in riedizione Fabio Fazio), di Non ho l’età e del falsetto di Anima mia torna a casa tua (in seguito affidata anni Ottanta Novanta alle cure per attività da divano familistiche dei berluscones Mediaset). Ingenua, allegra. Bei tempi. Si fa per dire: il Teatro delle Briciole, storico gruppo parmense, ripropone con ironia e un po’ di sberleffo quel clima da balera dove l’interazione col pubblico o meglio quello che era il rapporto col pubblico, potrebbe apparire in prima istanza gioioso, da cena di classe di ex liceali oggi ultra sessantenni. Invece tutto crolla in questa serata magari affittata in una sala triste, di bicchierate di vino bianco, di fotografi improvvisati, di luci al neon appese a festoni da circo che vanno bene per capodanno carnevale compleanni cresime e seconde nozze (forse coi fichi secch). Mentre è il tema della Morte che si annuncia fra uno stacchetto e l’altro, magari occasione per riffe a prezzo stracciato di piccole cose di pessimo gusto, oggetti di svendita di case e vite in disfacimento. Lo spettacolo continua con l’ombra della fine: cosa accadrà a fine spettacolo? la fine del mondo? le danze in cui ad un certo punto non sono più neanche coinvolti gli spettatori-che fin dall’ingresso in sala vengono travolti a coppie nelle danze, perché non c’è più niente da festeggiare ma qualcuno prova o ci prova a rappresentare la morte quella finta, in scena, una in particolare quella di Desdemona che strappa qualche risata allo spettatore-attore, che così le parti si rovesciano o almeno ci si prova a rimetterle in gioco, le vite, le possibili morti di donne a cominciare da Desdemona; così come l’annunciato fallimento del capo-balera e capocomico venditore di sòle – ricordate le gite fuori porta con vendita di pentole?, il capocomico Savino Paparella, neanche in grado di pagare il dj che si limita a mettere la base sonora. E sono bravi Elisa Cuppini e Paparella i due imbonitori-danzatori coppia circense, a raccontarcela questa vita, che come cantava un dì la Berté è: vita balera. Sempre appesa al filo della fine. Un lavoro I passi ultimi che è metafora di vite tempi e insieme anche della società dello spettacolo italiana, quella attuale. Un lavoro che tange una visione esistenzialista delle parole e delle cose. Ma ci si alza un po’ alleggeriti, noi spettatori, certo non scherzosi uscendo dalla sala Thierry Salmon del Teatro Era di Pontedera? Forse un po’, magari pensando che le cose belle non ritornano, vanno vissute hic et nunc. E così era e, forse, è. Oppure no. E comunque perché: questa è la vita, bellezza.

venerdì 20 gennaio 2017


Una Filumena molto teatrale e un po’ cinematografica su RUMORSCENA renzia.dinca Pontedera (Pisa). La stagione del Teatro della Toscana (programmazione dettata in comune fra Teatro della Pergola di Firenze e Teatro Era di Pontedera), fra le variegate proposte della stagione in corso che spaziano dalla sperimentazione, alle giovani compagnie, ai classici, ha offerto ad un vasto pubblico che ha riempito lo spazio sala Thierry Salmon in una serata gelida un must: Filumena Marturano, una fra le più note e sempreverdi commedie di Eduardo De Filippo. Il cast con Mariangela D’Abbraccio e Geppy Gleijeses protagonisti, entrati giovanissimi entrambi nelle stesse compagnie del Maestro e di Luca De Filippo, non poteva tradire le aspettative. E così è stato. D’Abbraccio è una straordinaria Filumena anche fin troppo compresa nella sua parte, tutto di lei è assorbito dentro la dolenza di un femminile vilipeso, vampirizzato, in lucida ricerca di un riscatto morale e sociale per sé e per i propri figli. Gleijeses a sua volta veste i panni del maschile doppio, superficiale, infido, laido. Un testo, quello di Eduardo, che sfida i tempi riproponendosi con un indirizzo di regia di Liliana Cavani, proprio lei, che nulla cambia alla drammaturgia restituendo il dramma-che commedia non è, per quel che è: un affresco dell’Italia che esce dalla seconda guerra mondiale (il testo è del ‘46, fra le Cantate dei giorni dispari, in pieno neorealismo cinematografico). niente a che vedere dunque coi tempi che viviamo? non proprio. in una italietta in cui il patriarcato continua e persevera nel riproporre i siparietti specie televisivi e urlati da riviste femminili di terz’ordine con i propri clan familistici esposti a tutto spiano anche proprio in senso letterale (tette e sederi e addominali maschili in bella vista e ipocrisie sottovetro), i due archetipi cosiddetti etero maschile/femminile continuano a riprodursi-anche proprio in senso letterale. Forse in questo senso la regia di estrema pulizia formale della Cavani fotografa i due stereotipi italioti niente affatto superati, fra l’altro allargando la supervisione registica come in zoom ai famigli e affini – con un cast di ottima statura nei personaggi cosiddetti minori. La regista cinematografica e sceneggiatrice che ha anche firmato regie liriche, non si era mai cimentata prima in regie teatrali. E qui stava la scommessa, vinta. E’ come se il suo occhio avesse scelto di lavorare sul perfetto nitore dei personaggi creati dal grande Eduardo senza niente togliere od aggiungere alla drammaturgia già di per sé prossima alla espressività tutta interna ai canoni neorealistici. Questa è la traccia lasciata da Cavani in questa sua nuova prova d’autore, il rigore, la cifra a lei cara nei suoi film della ricerca sulle biografie di uomini e donne (da Galilei a Nietzsche, da San Francesco ad Antigone), che o per identità personali d’eccezione come personaggi storici o per significative e rappresentative identità individuali ma capaci di significare una individualità collettiva (vedi Portiere di notte), ha dato moltissimo alla cultura dello spettacolo italiana ed internazionale. Produzione Gitiesse Artisti Riuniti-Mariangela D’Abbraccio e Geppy Gleijeses Regia Liliana Cavani con Nunzia Schiano, Mimmo Mignemi, Ylenia Oliviero, Elisabetta Mirra, Agostino Pannone, Gregorio De Paola, Eduardo Scarpetta, Fabio Pappacena Scene e costumi Raimonda Gaetani Musiche Theo Teardo Visto a Pontedera Teatro Era , l’8 gennaio 2017

domenica 8 gennaio 2017


Stagione SPAM Last but not least renzia.dinca Porcari ( Lucca) . Si è conclusa la Stagione Last but not least di danza teatro e musica ideata dal direttore artistico Roberto Castello per SPAM concentrata in sei date nella seconda parte del mese di dicembre nello storico spazio minimalista Spam nei pressi di Lucca ed in attesa della nuova sede in via di definitiva ristrutturazione: l’ex Cavallerizza dentro “l’arborato cerchio” delle Mura della città, così definita da Gabriele D’Annunzio. La rassegna ha intrecciato spettacoli teatrali come Requiem for Pinocchio- Leviedelfool di e con Simone Perinelli( 20 dicembre), di Dario Marconcini e Giovanna Daddi: Minimacbeth (con testo di Andrea Taddei il 28 dicembre); serate di danza a doppio progetto: Prometeo e il dono della Compagnia Simona Bertozzi/Nexus e Album di Stefano Questorio/ALDES (22 dicembre), Carnet Erotico-studio, di Francesca Zaccaria e Indaco-un colore per un danzatore di Fabio Ciccalé (26 dicembre), per chiudere quasi di San Silvestro sempre con la danza: Quintetto di Marco Chenevier/TIDA-Théàtre Danse ( 30 dicembre). A coda di ciascuna delle sei serate di SPAM a Capannori, interventi live a seguire ogni lavoro in cartellone con invito agli spettatori di unirsi alle danze, in modalità situazionista che tanto contraddistingue la poetica di riferimento artistico di Roberto Castello. I gruppi che hanno movimentato i dopo spettacoli sono stati : Live Dance Club, Organic Groove ed Emma Morton Quartet, in collaborazione con Barga Jazz. Fra i lavori teatrali il 28 era la volta di Minimacbeth, visto in anteprima a Buti nel Teatro Francesco di Bartolo da Marconcini diretto e da considerarsi come testamento artistico della straordinaria coppia in scena e nella vita Giovanna Daddi e Dario Marconcini ( già recensito da chi scrive su Rumorscena, N.d R). Il 20 dicembre c’è stato Requiem for Pinocchio di e con Simone Perinelli. Si tratta di un interessante lavoro di compatto spessore espressivo dove il connubio tra drammaturgia e corpo/voce dell’attore(anche autore del testo nonché regista in collaborazione con Isabella Rotolo), convince. Se Pinocchio diventa grande o meglio: se Pinocchio da burattino senza fili ( bambino- adolescente), entra nella dimensione del giovane adulto attuale, gli tocca confrontarsi non tanto con Fate Turchine in ruolo di vice mamme, Geppetti babbi adottivi e zie e zii bonari in sostanza sostituti paterni-materni, Mangiafuochi cinici e bari e/o Lucignoli anche detti “cattive compagnie”, insomma la fantasmagorica ma mica neanche tanto realtà che tutti ci circonda, ecco che l’ex bambino-burattino che si è fatto grande, deve confrontarsi con le bugie. Dei suoi genitori anzitutto verso di lui e poi del e dal Mondo esterno, insomma la “ cosiddetta società” che si sa è sempre colpa de quela, oltre che rispetto alle bugie anche quelle raccontate a se stesso. Ricorda un po’ quel testo di Edoardo Bennato di un album di canzonette dedicato interamente a Pinocchio e la sua saga che fa così: Ogni favola è un gioco se ti fermi a giocare (…) non la puoi ritrovare ed è vera soltanto a metà(..) è una favola e non è la realtà. E così al giovane-adulto gli tocca confrontarsi con la vile bieca realtà, in specie quella del lavoro che per le nuove generazioni, forse, non c’è oppure c’è ma… Pinocchio , quel Pinocchio burattino di legno però libero da genitori e/o succedanei e/ma senza fili, dovrà affacciarsi al mondo degli adulti, sbrigarsela da solo, scoprire la falsità-la loro genitoriale, per impossessarsi della propria, ché la bugiardaggine tiene e contiene il Mondo. E quindi cosa vede cosa il Pinocchio? Cinecittà e Mac Donalds. Lavoro precario. Ossessione del Tempo. Insomma una scoperta dell’esistenza- ben poco esistenzialista in verità, almeno secondo anche i pur variegati canoni del filosofico francese pensiero della Rive Gauche. Ciò che colpisce è la gran prova psico-fisica attoriale, lui anche autore del suo testo fra l’altro molto bello, dissacrante ed esplosivo generazionale, quello di Simone Perinelli, in un a solo col suo microfono ad asta per ben cinquanta minuti di performance assoluta. La serata invece del 26, dedicata alla danza contemporanea con : Carnet erotico e Indaco, ci ha regalato due visioni di superbe identità del Corpo in gioco: Francesca Zaccaria e Fabio Ciccalé. Francesca Zaccaria ci regala con raffinata intelligenza femminile, una ventina di minuti speciali a SPAM, mentre ha debuttato in anteprima al Teatro della Tosse di Genova. Ci prepara una teca-cornice con la sé dentro pose note verso zone altre-mah, chissà forse Amsterdam zona rossa, scatola di scatole, però dentro un palco vuoto asettico. Una scatola scrigno cornice dove in non azione se non per esangue rappresentazione di un se femminile esegue, da seduta, una gestualità che stringe a livello viscere, parti basse, insomma. Poi dal primo quadro, da questo, ne partono altri. Almeno quattro. Altrettanto intensi. Il tema, se dell’erotismo e femminile si tratta, è di un erotismo assolutamente controllato anzi di più, gestito dal massimo controllo della mente-corpo dell’Artista. Non a caso il corpo femminile è ipergestito ( Zaccaria è oltre che danzatrice, cultrice di pratica yoga e arti marziali). Nell’ultimo quadro, dopo essersi letteralmente messa addosso dei seni quali protesi enormi, la danzatrice-attrice necessariamente cambia pesi e misure del e sul proprio corpo. Ulteriore passaggio utile per poi confrontarsi e misurarsi con la se stessa. Nel quadro ultimo Francesca si presenta in varie pose – e sempre dentro una cornice sullo sfondo, dove si autorappresenta come corpo-Madre nella iconografia del Matriarcato: puppe emormi, lingua estesa, quasi mostruosità del femminile inconscio ed archetipico dentro il tema della Grande Madre Mitteleuropea. In Indaco Fabio Ciccalè, romano, ci propone un discorso e sempre in a solo, dove la corporeità del danzatore si mostra in una chiave autoreferenziale, con una autoanalisi fortemente ironica e in divertissement. Utilizza spazio luci vocalità minimale peraltro, anche tentando una coralità col pubblico. Anche qui il lavoro è su quadri, frammenti. Si tratta di un giovane adulto o di un adulto giovane? Ciccalé è come se giocasse sul suo essere bambino a quattro zampe esplorante il micro territorio dello spazio a disposizione e poi un senior che prende anche in giro oltre se stesso, lo spettatore. Ma è talmente poetico, nella ricerca della sua propria identità di uno stare in scena con improbabili luci neon in avanscena, che davvero buca la quinta parete, coi suoi slip e cravatta per cui se Indaco era quella parolina magica new age fine Millennio, quello scorso, allora davvero anche se non ci saremo, vorremmo esserci! L’artista torinese ideatore del progetto: Roberto Castello ( di stanza a Lucca dal 2012 come progetto SPAM), è noto a livello internazionale come coreografo. In lizza con altro quattro variegati progetti per Premio UBU 2016 - Progetto speciale (in particolare per gli spettacoli In girum e Trattato di Economia –( recensiti su Rumors N.d R). Il progetto SPAM molto probabilmente, ci sta preparando a vivere dentro le Mura della città di Lucca nelle prossime stagioni qualcosa che sa di sorprese fra il Pop teatrale, il free jazz e qualche altra ideazione artistica fra la Toscana e l’Europa. Requiem for Pinocchio- la scoperta dell’Esistenza di Leviedelfool con un estratto di Emporium di Marco Onofrio aiuto regia e consulenza artistica Isabella Rotolo regia Simone Perinelli Visto a Porcari ( Lucca) il 20 dicembre 2016 Carnet erotico Idea, coreografia, interpretazione Francesca Zaccaria Realizzate come brevi racconti per immagini Produzione ALDES Indaco- un colore per un danzatore di e con Fabio Ciccalé Disegno luci Danila Blasi Con il sostegno di San Lò- Roma Visti a Porcari ( Lucca), il 26 dicembre 2016 Con il sostegno di San Lò- Roma

sabato 31 dicembre 2016


MADE IN CHINA-Postcards from Van Gogh su RUMORSCENA renzia.dinca Pontedera (Pisa). Delicato affresco a tenui /forti tinte e insieme graffianti metafore per parole suoni ed immagini, questo Made in China scritto e diretto da Simone Perinelli (anche in scena, con Claudia Marsicano in lizza per l’UBU come miglior attrice under 35), si confronta con una ideazione tanto originale quanto di impervia tessitura drammaturgica e di regia. Cosa c’entra l’opera ed il pensiero di Vincent Van Gogh ripercorso attraverso le parole di alcune fra le sue numerosissime lettere al fratello Theo, con la mentalità contemporanea del manufatto nell’era della riproducibilità ( e sostituibilità) tecnica e di schegge di vita e pseudo mode cinesi a pochi euro? Così, sulla carta, appaiono come due universi nemmeno paralleli, ma proprio appartenenti a due spazi-tempo incompatibili, categorie dello spirito incomparabili. Eppure è proprio questa contaminazione per magari un po’ contorte vie dell’assurdo di associazioni mentali, che l’autore sceglie con non poco coraggio di percorrere l’incontro paradossale. Del postcard cioè dell’immagine da cartolina illustrata riviviamo fin dalla prima scena calata dentro uno spazio vuoto in bianco e nero il fantasma della (improbabile) donna cinese col suo ombrellino di carta-che fatto vorticare, in assetto minimalistico, accenna al giallo dei girasoli delle tele, trascina la sedia della casa del maestro immortalata da tele fra le più battute a milioni di dollari nelle aste mondiali, con un sorriso stereotipato e una gestualità ipnotica straniante. Poi le cose si complicano ed è sempre più difficile afferrare almeno ad un primo livello logico-semantico, il senso dell’operazione. Ci troviamo a dover partecipare scendendo dentro i diversi quadri che scandiscono il lavoro, via via sempre più a livello emotivo e fantasmatico. Una volta abbandonate le logiche aristoteliche, ci si può incamminare dentro un doppio sistema di segni che coincidono con la performance vocale e fisica dell’attore-autore col suo microfono ad asta da un lato del palcoscenico: è Vincent Van Gogh col suo delirio monologante dal manicomio di Saint Remy in dialogo cartaceo col fratello, le sue allucinazioni visive e sonore, la frenesia dell’acme pittorica degli ultimi lavori ad Arles in Camargue, e con dall’altra la donna cinese che sciorina a sua volta perle di saggezza da rivista o TV di basso target economico discettante di regole per il perfetto selfie e il perfetto ordine della casa fra spazi e colori abbinati secondo il feng shui. Il collante fra i due diversi deliri, i due diversi setting: quello creativo, pulsante del genio solitario occidentale e quello della chiacchiera popolare da tinello, da pseudo cultura del nuovo un po’ Kitsch un po’ fascino dell’esotismo a tutti costi e a bassi prezzi, copia di copie, conduce al tema dell’autoritratto, fil rouge dei diversi piani di contatto fra le due poetiche ( e pratiche) indistricabili sul piano della comparazione razionale. Non è chiaro quanto il testo ed il pretesto confondano le linee guida dello spettacolo: Perinelli ha un’ottima presa sulla scena, il registro stilistico è in continua oscillazione tra i due mondi, l’alto ed il basso: la ricerca spasmodica dentro un sé drammatico che sprofonda nello scavo autoreferenziale, nei fumi dell’auto rappresentazione allo specchio dell’artista e quello di pura superficie, seriale della vulgata dell’essere per comparire, dell’esistere in quanto social in quanto autoscatto dell’hic et nunc. Non è affatto chiaro se la drammaturgia rifletta una critica alla società di produzione seriale cinese (dentro uno dei siparietti un occidentale chiede un orlo ad un vestito a poco prezzo in poco tempo), il tenutario uccide il suo lavorante che non rispetta i tempi : sì, ma quali? Ma davvero Van Gogh si può considerare un operaio-artista o piuttosto un outsider nato dalla unicità della sua stella (vedi gli ultimi capolavori, le ultime pennellate con corvi cui si accenna nella storytelling con Donna Cinese poco prima dell’exitus?). E l’assimilare le riproduzioni – i postcards delle opere del genio olandese alla capacità del mercato di riprodurre serialità a bassissimo costo per un turismo di massa mondiale che espone in salotto o in tinello copie di copie rispetto ad un mercato Sotheby’s che vende gli originali a prezzi che potrebbero salvare per fame bambini di mezzo mondo? c’entra, forse. Tuttavia è altresì vero che il sacro fuoco che domina artisti o scienziati niente ha a che vedere col commercio né la gloria-la loro. Perché ai geni, sani o malati che siano (il fisico Stephen Howking è sano o malato?), che portano avanti anni luce la coscienza e scienza di mondi come il nostro globalizzato, dovremmo solo essere grati. Il finale è aperto. E ciascuno arredi il proprio salotto come vuole. E soprattutto, come può. Drammaturgia Simone Perinelli Con Claudia Marsicano e Simone Perinelli Aiuto regia e consulenza artistica Isabella Rotolo Regia Simone Perinelli Musiche originali Massimiliano Setti Disegno luci Marco Bagnai Produzione Fondazione Teatro della Toscana Visto a Pontedera, Teatro Era, il 18 dicembre 2016

venerdì 23 dicembre 2016


renzia.dinca SPAM! Last but not least Intervista a Roberto Castello-rassegna di danza teatro e musica Porcari (Lucca) RUMORS: La rassegna di danza teatro e musica Last but not least nasce e si compie nelle ultime due settimane del 2016 Castello: Avevamo ipotizzato una stagione diversa ed uno spazio diverso, quello della ex Cavallerizza a Lucca, luogo polivalente in restauro, ma a novembre non avevamo ancora ricevuto i finanziamenti della Regione della programmazione triennale e quindi abbiamo dovuto ripensare uno spazio di recupero ed abbiamo ripiegato sul nostro spazio storico Spam a Porcari. La rassegna Last but not least, (che ha come logo un Dodo-animale estinto, pennuto uccello australiano, una volta scartata l’ipotesi di un Panda), nasce quindi all’insegna di realtà fra il teatro contemporaneo e la danza, meritevoli di uno sguardo più specifico da parte di un pubblico smaliziato, come quello di SPAM. In cartellone ho voluto Simone Perinelli (20 dicembre con Requiem for Pinocchio), un attore regista e drammaturgo di cui apprezzo lo stare il scena, a cui seguiranno serate di danza con poetiche diverse (il 22 e 26). Protagonisti di queste sono Simona Bertozzi con Prometeo: il dono, della Compagnia Simona Bertozzi/NEXUS. Di lei, che è una coreografa pura, apprezzo il dinamismo, il lavoro sull’ aspetto cinetico. A seguire Stefano Questorio con ALBUM (produzione Stefano Questorio/ALDES): ha dimensione teatrale non verbale, reminescenze punk. Entrambi gli artisti provengono dall’ambiente creativo di Bologna. Il 26 è la volta di Francesca Zaccaria e Fabio Ciccalé. Zaccaria con Carnet erotico-studio “cartoline del piacere realizzate come brevi racconti per immagini”, è ai suoi primi lavori come autrice e performer (già al Teatro della Tosse, ora a SPAM in anteprima regionale, è una danzatrice formata in Italia e poi in Germania. Diplomata alle Belle Arti, è pittrice. L’ho incitata a fare questo lavoro. Gli aspetti di danza e pittura sono presenti nella complessità della sua ricerca dove la componente visiva e visionaria sono centrali. Con INDACO-un colore per un danzatore Fabio Ciccalé è artista originale, con una poetica segnata da un grande talento, lavora sul movimento con strutture esatte, è coerente nel suo lungo percorso e anche divertente. Il 28 ci saranno Giovanna Daddi e Dario Marconcini con Minimacbeth. Un lavoro firmato da Andrea Taddei. Si tratta di un recente allestimento nato presso il Teatro di Buti (Pisa-Pontedera), che è un po’ un testamento artistico di due grandi pluripremiate personalità del Teatro nazionale di ricerca. Il 30 Marco Schenevier/TIDA- Theatre danse, valdostano con un lavoro delizioso, visto e premiato al Be festival 2015 di Birmingham. Rumorscena: Ad ogni incontro segue una “coda” musicale, dove si può anche ballare Castello: Sì. La parte musicale è curata da LIVE Dance Club (Organic Groove Deep beat, Emma Morton Quartet e altri), una collaborazione con Barga Jazz. Torno al tema: l’arte contemporanea richiede forme, chiede espressione e si è guadagnata la fama di essere poco piacevole. Bisogna ricreare la fiducia per gli spettatori. Fare arte può essere piacevole, come anche l’andare a teatro. E’ un dovere attuale da parte degli artisti. I musicisti dal vivo che improvvisano fanno scatenare le persone nelle danze, è un loro ruolo artistico. Ad ogni incontro teatrale della rassegna segue un incontro musicale live. Per dare spazio al ballare free, favorendo l’abbandono in una dimensione dichiaratamente analogica. Con poca amplificazione, dentro una dimensione umana di festa. un gesto politico, insomma. Rumors: torniamo alla progettualità di ALDES. Cosa bolle in pentola per i prossimi anni? Castello: Il logo del Dodo in Last but not least, è sinonimo non tanto del Panda ma di considerazioni più generali sugli intenti obiettivi, sulle linee guida di ALDES intese come premesse ideologiche. Intendiamo la nostra programmazione in quanto depositaria di una funzione pubblica, come risorsa economica di qualità. Penso che la pratica e frequentazione dell’arte sia crescita collettiva con funzione di ricaduta sull’economia delle persone. Pensiamo che il mondo ci è stato dato in prestito e che dovremmo restituirlo come l’abbiamo trovato. L’operatore culturale deve essere un veicolo, uno stimolo costante all’apprendimento. Il sapere non è statico, l’arte ne è un esempio, il pensiero è dinamico, implicita conoscenza delle frequentazioni dell’arte. Penso a dati OCSE: nel 2013 il 47% di 24 Paesi esaminati c’è analfabetismo. Ci sono persone che non riescono a comprendere cosa firmano. Anche fra laureati. Ci sono persone che hanno smesso di pensare. Il desiderio di sapere non deve smettere mai di essere alimentato, ché le società devono assumere decisioni appropriate. Perché non è vero che tutto può essere comprato, altrimenti non vale niente. E’ un pensiero questo di classi dirigenti del recente passato. Assistiamo adesso al fenomeno dell’immaterialità del valore finanziario del denaro: ogni 12 euro 11 non valgono niente. Per un artista la curiosità è un valore. Nulla va mai dato per scontato per chi fa questo mestiere. RUMORS: quali sono gli obiettivi di ALDES per il prossimo futuro in sede locale? Castello: Nel 2016 è iniziata la triennalità concertata con Regione Toscana. C’è una apertura con il Comune di Lucca che prevede l’ utilizzo della ex Cavallerizza, uno spazio indirizzo polivalente che allestito come sala teatrale può contenere gradinate per 200-300 persone. Si tratta di uno spazio con destinazione d’uso polivalente a fianco del Teatro del Giglio. La nostra programmazione sarà per il 2017-18 nella ex Cavallerizza. E’ prevista anche una programmazione estiva sulle Mura della città di Lucca. La nostra sede SPAM di Porcari rimarrà come sede amministrativa, spazio di prove ma anche luogo di ospitalità degli artisti internazionali in quanto agibile come foresteria. Rumors: Castello, può parlarci delle linee guida artistiche del progetto triennale ALDES oltre i confini della Toscana? Castello: Sostenere l’opera dei più significativi artisti emergenti in linea con una continuità delle produzioni. Come ALDES abbiamo sempre presentato e promosso artisti di impronta europea ed internazionale. Portare qua eccellenze artistiche per far conoscere e importare estetiche e modalità di lavoro straniero. Un esempio: riuscire a fare un bel lavoro in direzione della cultura africana non in chiave folcloristica. Abbiamo dell’Africa un’idea sbagliata, riduttiva, discriminatoria. Esistono tensioni politiche post coloniali, viviamo in un mondo di complessità. Ultima cosa: come associazione vorremmo creare con altre strutture il recupero di opere monografiche. Un solo esempio: Victor Cavallo di cui ricordo spettacoli memorabili. Non ci sono solo PP Pasolini e Fellini nella memoria storica del Paese. Con la città di Lucca stiamo anche creando un legame con le scuole attraverso Aline Nari e Giacomo Verde.

sabato 10 dicembre 2016


è su RUMORSCENA ALFA - Appunti sulla questione maschile renzia.dinca Vorno(Lucca). Uno spettacolo spiazzante dentro una cornice tradizionale affidata a parola musica canto e danza, una performance complessa che affronta e si interroga su un tema spinoso e quanto mai attuale: il Gender. E lo fa da un punto di vista maschile, quello del cosiddetto maschio Alfa, il dominante, il capobranco secondo la definizione dei primatologi riferito alle scimmie ma che per traslazione è usato anche per nominare una categoria del maschio del genere umano. ALFA è una produzione di Aldes, la Compagnia diretta da Roberto Castello che ha sede presso lo spazio SPAM, vicino a Lucca con il sostegno dell’Associazione dello Scompiglio diretta dalla performer Cecilia Bertoni che sempre nel Comune di Capannori dispone di uno straordinario complesso sede di installazioni concerti laboratori mostre e residenze. Lo Scompiglioin questi mesi ospita Assemblaggi provvisori, una programmazione tutta dedicata appunto alla questione di genere. Districarsi in una materia così densa e doverla trasformare in forme riconoscibili e compiute insomma in una forma artistica, richiede un bilancino di precisione. La questione del Gender appassiona e divide fin dagli anni Novanta sul piano di studi sociologici ma tuttora infiamma i sostenitori dell’una e dell’altra fazione: da un lato coloro che sostengono essere l’identità femminile e quella maschile prodotto della Natura con tutte le implicazioni sociali e culturali che ne conseguono-la Chiesa vede nella Teoria il demonio che distrugge le basi della Sacra Famiglia; dall’altra i sostenitori della differenza di genere che nasce sul terreno della Cultura e dei condizionamenti sociali entro i quali cresciamo e ci formiamo per entrare nel mondo adulto. Castello non prende posizione, si defila anche dalle diatribe attualissime sul tema legate al mondo gay e lgtb-pensiamo al fenomeno delle Sentinelle in piedi, si ritaglia un focus altrettanto incandescente, quello del maschio ALFA appunto e lo fa insieme al suo alter ego in scena Mariano Nieddu e alle coriste attrici performer rumoriste Alessandra Moretti, Ilenia Romano e Francesca Zaccaria. La scena è costellata da monoliti su cui sono tracciati graffiti da periferie urbane o porte interne di toilette di terz’ordine con riferimenti sessuali espliciti, un demi monde che in parte contestualizza e contiene ciò che andremo a vedere. Le azioni sceniche si susseguono a mosaico come siparietti: nello spazio in contemporanea i cinque performer si avvalgono di microfoni e fanno ampio uso di oggetti sonori che accompagnano i monologhi e i gramelot affidati a Castello, al suo alter ego maschio Alfa che di sé fa narrazione e alle tre ragazze che in vesti di groupier attrici amanti mogli vestali fanno da controcanto alla affabulazione del capobranco. Ma non c’è solo parola o suono in questa intricata elaborazione performativa: ci sono i corpi e le voci delle donne e del doppio-Alfa che scandiscono con danze tribali e suoni gutturali privi di contenuti ma ricchi di vibrazioni semantiche che giocano su molteplici piani linguistici. Fra verbale e non verbale in ALFA assistiamo a un buon contemperamento dei codici, operazione molto ardimentosa ancora suscettibile di lima. La parte più propriamente verbale è affidata a considerazioni fra il biografismo del maschio ALFA- l’educazione ricevuta dalle madri zie sorelle e il suo pseudo delirio di Potere sulle femmine. In quanto alle femmine anch’esse riproducono i clichè del femminile più trito: oggetto sessuale in funzione testosteronica del desiderio che si autoalimenta negli occhi dell’Altro, il tutto a sua volta in funzione di riproduzione e trasmissione dei geni (Natura). Tuttavia questo maschio ALFA in versione Roberto Castello trasmette anche un forte segnale di smarrimento e frustrazione come se indossasse la maschera del falso sé, insomma è un maschio in crisi di identità, che simula, che veste i panni di una identità fittizia costruita su paradigmi imposti che non risuonano, maschio vincente sì ma sofferente, imprigionato dai dettami socio culturali della società occidentale che lo vogliono produttivo e riproduttivo (Cultura?). La corda della maschera del personaggio viene tirata fino a trasformarlo in figura grottesca, caricaturale tanto che Castello resta in bilico come sospeso sul filo di lana di questo doppio messaggio: ci faccio o ci sono? non dando risposte, sospendendo il giudizio tuttavia lasciando la netta sensazione che a questo scimmione antropizzato Dominus gli sia un po’ scappata di mano il controllo della situazione scivolando nel paradosso, nella parodia di se stesso e nel ridicolo. E’ questa l’autoironia sottile spiazzante a segnare la cifra stilistica che percorre l’apparente rapsodica non linearietà di ALFA. ALFA- appunti sulla questione maschile- Prima nazionale di e con Roberto Castello con Alessandra Moretti, Mariano Nieddu, Ilenia Romano e Francesca Zaccaria Visto a Vorno (Lucca), Tenuta dello Scompiglio, il 4 dicembre 2016

giovedì 1 dicembre 2016


è su RUMORSCENA Il filo dell’acqua secondo ARCA AZZURRA renzia.dinca Pisa. Cinquant’anni sono tanti per la vita di una persona. Fra i tanti ricordi belli e brutti uno fra i più tragici impresso nella memoria collettiva di chi l’ha vissuta anche se piccolo, c’è stata l’alluvione del 4 novembre 1966 di cui ricorre quest’anno il cinquantenario. Una sorta di micro diluvio universale che ha messo sott’acqua mezza Italia con conseguenze disastrose specie a Venezia e a Firenze, città fra le più colpite. E proprio in questi giorni abbiamo assistito alla triste replica di disastri con esondazione di fiumi e torrenti in una Italia tutta disastrata da innumerevoli abusi nei confronti dell’ambiente. E non si tratta di profezie che si auto avverano ma di tragedie annunciate: una nuova alluvione nel Nord Ovest in Piemonte, Liguria e in Sicilia ha rinnovato lo spettro di un Paese che non è ancora riuscito a salvaguardare il suo territorio e le vite dei cittadini. Pare che la Storia davvero niente abbia da insegnarci, per citare un poeta quale Eugenio Montale che nelle Cinque Terre aveva la sua dimora estiva in una di quelle splendide cittadine affacciate sul mare che cinque anni or sono erano quasi state spazzate via dalla furia delle acque. Per questo triste anniversario del 4 Novembre, sono state numerose le iniziative affidate a spettacoli teatrali in Toscana che ricordano l’alluvione del ’66 in particolar modo con l’esondazione del fiume Arno a Firenze, che ha messo una città intera in ginocchio, che è stata vittima ma insieme protagonista a furor di popolo poiché ha coraggiosamente affrontato in sinergie efficaci la calamità. Una città che ha avuto inoltre dalla sua, una straordinaria solidarietà con la mobilitazione attiva di una estesa comunità internazionale che è confluita da ogni parte del mondo, una comunità giovanile che poi sarà resa famosa con la denominazione di Angeli del fango. Centinaia di giovani accorsi a fronteggiare curare e proteggere l’esorbitante millenaria cultura scientifica e letteraria ospitata a Firenze fra Musei, Biblioteche e istituzioni culturali sorte nei secoli a ridosso dei suoi gloriosi Lungarni offesi dalla fuoriuscita delle acque dell’Arno. Di queste epiche giornate tratta l’allestimento Il filo dell’acqua in prima nazionale al Verdi a Pisa ad opera della storica Compagnia di San Casciano fondata da Ugo Chiti Arca Azzurra. Tre i personaggi in scena a interpretare in forma di coro diverse voci di personaggi quali comuni cittadini di Firenze, testimoni e vittime della tragica esondazione dell’Arno nella notte fra il 3 e il 4 novembre ‘66. Lucia Socci, Dimitri Frosali e Massimo Salvianti si scambiano il testimone del racconto che parte dallo stupore –in un solo giorno cade la pioggia di tre mesi, della fuga sui tetti dei palazzi e della fame del freddo patito senza avere informazioni sulla sorte di loro stessi, delle loro cose, della stessa città. Una città abbandonata a se stessa anche dal potere del governo centrale romano. Una affabulazione a tre tesa ma mai concitata che restituisce una esemplare struttura cara al teatro di narrazione affidata alla penna magistrale di Francesco Niccolini. Un affresco dialogico che insieme attraverso i corpi e le voci dei tre protagonisti in scena, racconta sia le vicende spicciole dei malcapitati sia la storia di un popolo e di una città vittima dell’evento catastrofico. E si parla di numeri, di persone salvate per miracolo, di un milione trecentomila volumi portati in salvo dalla Biblioteca Nazionale, del Vieusseux, dell’Accademia dei Georgofili, del Museo della Scienza, delle opere d’arte: capolavori di Paolo Uccello recuperati in San Marco, mentre l’asticella del livello dell’acqua esondata sale e sale, chissà fino a quando e quanto? Il racconto corale si avvale di proiezioni sul fondale- a scena vuota, dove l’elemento colore prevale a inscenare e commentare stati d’animo come stati del cielo e della tempesta abbattutasi su uomini e cose. Ma dà anche conto di una paura che ha saputo reagire e si compatta con fierezza contro la comune avversità. Testimonianza di fatti e a monito che mai dovrebbero più ripetersi eventi così tragici, anche se a distanza di cinquant’ anni sappiamo per evidenza cronachistica fin troppo quotidiana, di novembre come d’estate, che purtroppo non è così. Il Filo dell’acqua Compagnia ARCA AZZURRA Regia Roberto Aldorasi e Francesco Niccolini Drammaturgia Francesco Niccolini Con Dimitri Frosali, Massimo Salvianti e Lucia Socci Scene e video Antonio Panzuto Musiche originali Paolo Coletta Visto a Pisa, Teatro Verdi, il 6 novembre 2016

venerdì 11 novembre 2016


è su RUMORSCENA PISA – “Dopo la Tempesta“è un caleidoscopio di personaggi, azioni, citazioni, suggestioni musicali sonore e visive; ad intreccio con andamento meta-letterario e teatrale ad anello, una complessa macchina in cui viene frantumata la struttura classica del corpus shakespeariano per creare o meglio ricreare una forma-spettacolo da e forse, contro Shakespeare, quantomeno secondo il manifesto drammaturgico del regista. A quattrocento anni dalla morte del Bardo, il progetto ambizioso di Armando Punzo, e come non avrebbe potuto dati i precedenti lavori, ormai trentennali, che lo hanno visto ideatore e genius loci della Compagnia della Fortezza, composta da detenuti rinchiusi fra le rinascimentali mura del Maschio, il carcere di Volterra. Ormai riconosciuta a livello europeo come una delle realtà teatrali più interessanti del nostro patrimonio d’arte per la scena, oltre agli allestimenti realizzati all’interno dell’istituto di pena, grazie a permessi speciali, alcuni degli attori – detenuti, si sono esibiti in più occasioni specie negli ultimi anni, anche in teatri tradizionali: dal Persio Flacco di Volterra, il Metastasio di Prato e al Teatro Verdi a Pisa. Proprio in queso Teatro, la Compagnia di detenuti debuttò per la prima volta all’esterno del carcere di Volterra, nel 1993, con il “Marat-Sade” di Peter Weiss. Dopo aver portato “Santo Genet” nel 2014, il direttore artistico della sezione teatro e danza, Silvano Patacca, può oggi cogliere orgogliosamente i frutti di quanto seminato a suo tempo. La messinscena, già vista nell’estate 2015 in forma di studio Shakespeare, “Know well”, nel cortile assolato del carcere volterrano e in forma definitiva l’estate scorsa, non poteva non presentarsi come spettacolo definitivo in prima nazionale (così come lo fu due anni fa con Santo Genet), in quanto gli spazi di un teatro classico all’italiana come quelli splendidi ottocenteschi del Verdi, richiedono arrangiamenti logistici e tecnici e quindi di pensiero di regia peculiari al luogo ospitante. Preceduta da una settimana di incontri in preparazione alla visione del nuovo allestimento, fra cui una lectio magistrale alla Scuola Normale superiore con Armando Punzo a colloquio con Nadia Fusini, docente della prestigiosa istituzione , la stagione di Prosa del Verdi si è inaugurata con le due recite che hanno visto il tutto esaurito per numero di spettatori. Dopo la Tempesta è un rito esplosivo-implosivo in cui il drammaturgo e regista esercita-lui stesso in scena, come da qualche tempo ci ha abituati, in una sorta di funzione auto-taumaturgica di distanziazione necessaria, quasi anticontagio, con alcuni fra i personaggi leggendari che da secoli sono stati portati sulle scene, in tutte le finora possibili istanze interpretative escatologiche a seconda dei tempi e delle correnti filosofiche. Punzo fa deflagrare ogni ipotetica costruzione drammaturgica consueta, proponendo – hic et nunc – in un eterno presente che nicianamente si ripete e riavvolge su se stesso, tanti dei topoi letterari ideati dal Bardo, concertando con questi personaggi in cerca d’autore, una tregua, un dialogo e insieme una schisi. Ascoltandoli ed osservandoli nel loro girare a vuoto in palcoscenico e in platea schiavi quasi manichini dei propri tic, ossessioni, maschere, cliché sempre monologanti e mai in relazione fra di loro, imprigionati nei loro personaggi come ingessati. A cominciare dalla scena iniziale dove un Riccardo III che ruota su se stesso, zoppicando mentre la voce registrata di Punzo, recita versi da Macbeth e la Tempesta rovina sul turbinio di corpi ieratici, vestiti di drappeggi che scivolano sul palcoscenico e in platea come uomini libro dal collo scolpito da gorgiere di pagine di carta. Sul palco a scena aperta si svolgono altre azioni fisiche in contemporanea, tutte sottolineate dalle musiche originali di Andrea Salvadori anche in scena alla tastiera. Ci sono un letto sfatto al centro, un tavolinetto–scrittoio dove siede il regista-protagonista che fa anche da tavolo, e qui si compie un brindisi che si trasforma in una serie di atti mancati continuamente rimandati fra lui e due donne aspiranti attrici. In questo susseguirsi di azioni di comparse di personaggi noti come Oberon, Enrico IV , Calibano, Desdemona col suo fazzoletto tutta ripiegata all’indietro, Othello, Cesare, Lear, Cleopatra, Enrico VI, Armando Punzo accenna ad un potenziale incontro con alcuni di loro ma anche questi tentativi paiono fallire, mentre la sua voce registrata, trasmette in fila alcuni dei versi più noti delle opere del poeta, quasi che la sua mente-corpo voglia immedesimarsi nello spirito di Shakespeare. Osservando però dall’esterno, in un rituale ossessivo nelle ripetizioni da opera totale, in cui tutta la macchina teatrale sonora è volta a questo dispositivo, sembra di scorgere qualche riferimento all’opera di Carmelo Bene. Ogni tentativo di incontro si risolve in un atto mancato, in un lapsus, in un depistamento che condanna personaggi ed autore a non incontrarsi mai o forse mai più. E’ così che iniziano a presentarsi sul palco sollevate dagli attori-comparse, croci di legno e scale mentre in loop arriva la litania femminile ideata per accompagnare tutta la pièce come un mantra che declina la frase l’orrore del mondo. Una rappresentazione laica di un deicidio. Sino alla epifania in cui l’ Autore/Punzo si smarca dai suoi personaggi, dopo aver proiettato uno sguardo altro su di loro; attraverso la lente deformata di a da Shakespeare, per poter rinascere attraverso la metafora dell’azione incrociata, in collusione con un piccolo bambino che entra in scena dal fondo della platea mentre rotola una pietra-Mondo. Il regista lo prende per mano, scende dal palco e se ne va con lui. La Tempesta è passata. Rimangono i sopravissuti o meglio i loro avatar. Si può ancora rinascere perché l’Utopia ci rende liberi e capaci di uscire ancora dai nostri corpi di personaggi mummificati in ruoli che non esistono più, già recitati, già visti, superati dalla forza dell’incarnazione del Puer che è in noi. Perché le tempeste poi finiscono. Sempre e se prima non abbiamo fatto i conti con una nostra parte oscura e segreta: l’Ombra. Visto al Teatro Verdi di Pisa il 29 ottobre 2016 Compagnia della Fortezza Aniello Arena, Gillo Conti Bernini, Elisa Betti, Placido Calogero, Rosario Campana, Eva Cherici, Nicola Esposito, Pasquale Florio, Giulia Guastalegname, Ibrahima Kandji, Carmelo Dino Lentinello , Gregorio Mariottini, Francesco Nappi, Marco Piras, Andrea Taddeus Punzo de Felice, Daniele Tosi, Francesca Tisano, Tommaso Vaja, Alessandro Ventriglia, Giuseppe Venuto, Qin Hai Weng e con Antonino Mammino (sempre con noi!) Regia e drammaturgia Armando Punzo Musiche originali e sound design Andrea Salvadori Scene Alessandro Marzetti Silvia Bertoni Armando Punzo Costumi Emanuela Dall’Aglio Produzione VolterraTeatro/ Carte Blanche Foto di scena di Stefano Vaja

giovedì 27 ottobre 2016


RUMORSCENA renzia.dinca CASCINA (Pisa) – Le ultime elezioni amministrative dello scorso mese di Giugno 2016, sono state protagoniste di un evento nazionale, che ha visto nel Comune di Cascina (45mila abitantinell’immediato entroterra sulla via Tosco Romagnola, direzione Pontedera e Firenze, sulla linea del corso dell’Arno e quella parallela dei Monti Pisani… “monti che i Pisani veder Lucca non ponno-Dante della Divina”), una vittoria della Lega Nord del lombardo Matteo Salvini. Una vittoria elettorale in grado di espugnare una roccaforte storica dell’ex Partito comunista. I toscani ricordano quel circolo ARCI di San Frediano a Settimo, fino a pochi anni fa zoccolo duro di un partito con storiche radici (ora Partito Democratico), e ora in forte trasformazione. Cittadina nota come del resto in Brianza, per la lavorazione artigianale di pregio del legno-attività (oggi in grave crisi), Cascina è una cittadina satellite di Pisa, da cui molti residenti ogni giorno partono per lavorare nella città della Torre, da tempo citata sulle cronache nazionali per aver eletto un sindaco donna: Susanna Ceccardi, 29enne nelle liste della Lega con la compartecipazione di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lista Progetto Cascina. La neo sindaca ha assunto dall’agosto scorso le redini del Comune, in virtù della vittoria elettorale (il Sindaco del PD uscente era Alessio Antonelli, forte di un primo mandato), designando come assessore alla cultura Luca Nanniperi, saggista, storico e critico d’arte. Andrea Buscemi, Conferenza stampa presentazione stagione 2016/17 Teatro di Cascina La ricaduta del passaggio di colore politico della nuova Amministrazione sta stravolgendo equilibri storici sulle attività teatrali e culturali del territorio di Cecina. La Città del teatro e dell’immaginario contemporaneo – già ribattezzata “Città della cultura” dall’assessore Nannipieri, è una delle aree di criticità su cui si sta innescando un dibattito locale ma che non poteva e non potrà non avere strascichi nazionali, di natura ideologica programmatica, e forse conseguenze giudiziali. Ma andiamo per ordine perché la materia è complessa: la struttura della Città del Teatro – un opificio ristrutturato che copre un’area di 6500 metri quadrati, dedicati a musica, teatro, danza, cinema audiovideo ed installazioni (vedi Lucio Argano Riflessioni su un modello in La città del teatro e dell’immaginario contemporaneo Titivillus 2009), dopo vari passaggi oggi è divenuta Fondazione, riconosciuta dall’ultimo FUS 2015 come Teatro Stabile di Produzione. Un Consiglio di amministrazione con Michelangelo Betti ex presidente e Fabiano Martinelli vice – dimissionari dal mese di agosto, in scadenza di mandato il prossimo 18 novembre. Nel frattempo il Comune di Cascina (la Provincia pare sia ancora proprietaria dell’immobile al cinquanta per cento), essendo rimasto in carica uno dei tre membri del cda, ha rinominato i due membri del nuovo Consiglio di amministrazione: Andrea Buscemi, (pisano e attore teatrale), e Matteo Arcenni, manager, esponente locale di Forza Italia. Per legge l’intero cda scadrà il 18 novembre. Le nomine dei due dimissionari sono state eseguite ad agosto attraverso un bando di selezione con 16 domande pervenute a Fondazione Sipario Toscana onlus. Susanna Ceccardi, sindaca di Cascina (fonte: facebook) In quell’occasione la Sindaca Ceccardi, dopo la scelta di Buscemi ed Arcenni, dichiarò: “ Ben sedici sono state le domande presentate per il bando di selezione di due membri del Cda della Fondazione Sipario Toscana Onlus. La scelta è ricaduta su Andrea Buscemi e Matteo Arcenni. Il primo, attore di successo e in passato direttore artistico di numerosi teatri toscani, il secondo selezionato per le sue competenze manageriali nella gestione di aziende e personale. Auguro ad entrambi buon lavoro e di riuscire nella sfida di trasformare il Teatro Politeama in un Teatro che interagisca maggiormente col territorio e con i suoi cittadini, risanandone il bilancio e la gestione. Coraggio, Cascina! L’assessore alla cultura Luca Nannipieri, in occasione delle nomine, dichiarò al quotidiano La Nazione: “La direzione artistica continuerà ad essere autonoma, a scegliere spettacoli e manifestazioni in calendario ma dovrà essere sensibile al mandato culturale che i cittadini di Cascina hanno affidato ai loro rappresentanti. Non ci limiteremo dunque a supervisionare i conti, a ripianare gli ingenti debiti, a scrivere le introduzioni di rito nelle brochure di presentazione degli spettacoli. Saremo come amministrazione, e sarò io come studioso d’arte e assessore, protagonisti in prima persona dello sviluppo quotidiano, della programmazione, delle scelte editoriali e contrattuali della Città del Teatro, accanto al Cda della Fondazione Sipario Toscana”. www.gonews.it/nomine-ufficiali-del-cda-della-fondazione-sipario-toscana Venerdì 21 ottobre scorso, il nuovo cda del Teatro ha indetto una conferenza stampa, la prima del suo mandato. Sull’invito ufficiale dell’ufficio stampa della Fondazione Sipario, erano previste le presenze del neo Presidente Andrea Buscemi, dell’assessore alla cultura Luca Nannipieri e della direttrice artistica Donatella Diamanti. Dopo aver fatto salire i presenti sul palcoscenico in Sala grande (uno spazio di settecento posti, peraltro vuoto) e invitati a sedersi in cerchio: una cinquantina di persone fra lavoratori di televisioni e stampa locale, maestranze e lavoratori del Teatro, oltre a rappresentanti della nuova Giunta Comunale. Un certo stupore si è venuto a creare per la l’ assenza (tra l’altro percepita come non giustificata), in assenza di un comunicato ufficiale tanto meno ufficioso, almeno data l’importanza e la delicatezza della convocazione, della Sindaca Susanna Ceccardi nonché della direttrice artistica Donatella Diamanti. Il presidente Andrea Buscemi ha esordito dicendo: “Il Teatro in cui il nuovo cda si è insediato, in una fase di imbarbarimento e crisi di valori morali e intellettuali, è luogo di tutti, destinato alle voci di tutti, pluralista. Le polemiche che ci sono state le ho apprezzate, paradossalmente perché ciò vuol dire che il teatro è vivo. Ho selezionato sia spettacoli che ho scelto personalmente, sia proposti precedentemente da Donatella Diamanti, in programma per l’intera stagione ad una cifra di poco più di 26 mila euro a fronte di un budget precedente di 65/70mila euro. Alcune Compagnie hanno accettato di lavorare per noi a costi più bassi. Questo ha significato un risparmio di ben 40mila euro”. L’assessore alla cultura Nanniperi:“ Ci avevano detto che non eravamo in grado di presentare una programmazione, che questo luogo sarebbe stato destinato a costruzione di villette o addirittura ad una carrozzeria, invece lavoriamo a come dare futuro a questo luogo, cambiare l’estetica,destinarlo al decoro, alla bellezza, un luogo d’arte. Ho deciso di dedicare un ritratto del poeta Piero Bigongiari che in questi luoghi è nato, all’ingresso del Teatro. Il 28 ottobre Magdi Cristiano Allam sarà qui a parlare, avrà la cittadinanza onoraria di Cascina. Apriremo questo spazio di cultura, alle associazioni, ai pittori, ai gruppi, alla letteratura”. Il Programma artistico 2016/2017 La sala grande del Teatro di Cascina Il programma 2016-2017 prevede ben 38 titoli. In realtà un numero superiore a quello previsto dalla direttrice artistica Diamanti che già aveva consegnato il cartellone in Regione Toscana lo scorso luglio. La programmazione Teatro On/ Teatro Off, che nella stagione passata aveva ottenuto molto sold out, è stata modificata dopo l’insediamento del nuovo cda. Ricordiamo alcuni fra i titoli che si presume visibili a breve sul sito della Città del teatro: Il Balletto del Teatro Bolscioi, Enigma di Stefano Massini, Lillo e Greg, quest’ultimo uno spettacolo presentato in prima nazionale. Un lavoro di Andrea Buscemi (come attore sempre stato attento ai classici, da Dante a Moliere e pare anche presente anche con alcune sue regie), preannunciando anche scelte di opere liriche come il Barbiere di Siviglia, e forse, oltre a Fiorella Mannoia, sono stati contattati Mario Biondi e Vinicio Capossela. Personaggi del varietà e televisivi come Marisa Laurito, Gianfranco D’Angelo, Anna Mazzamauro ma anche dive del cinema anni Settanta, quali “Corinne Clery sex symbol di Hystoire d’O – ha voluto ricordare Buscemi – e Barbara Bouchet”. Alessandro Haber, Tiezzi/Lombardi e lo spettacolo “Un cappello di paglia di Firenze” con le musiche di Riz Ortolani e ancora, Massimo Carlotto. Sono previsti anche tre spettacoli di Teatro per i ragazzi, fra cui “La peggiore” cofirmata da Donatella Diamanti, (premio 2015 Eolo). A questo proposito sono state altresì conservate rispetto al preesistente, le Domeniche a teatro, uno dei capisaldi della programmazione e della identità storica trentennale del Politeama, dedicate al Teatro Ragazzi, e sul lavoro nel territorio con le scuole e le famiglie, ha fondato oltre che sul locale, una solidissimo e riconosciuto (anche dal FUS 2015) brand. Inequivocabile, ben tracciabile, difficilmente sconfessabile (vedi Giorgio Testa in La città del Teatro e dell’immaginario contemporaneo- Titivillus 2009). Ad una domanda specifica, non è stato risposto del perché il termine educazione al “Gender”, precedentemente insirito nel programma ufficiale, ora sia stato cancellato. È stato dichiarato anche che la ricca stagione del nuovo corso è garantita con poco oltre 26mila euro a fronte di un budget previsto dalla direttrice artistica di 65/70mila euro e che la diminuzione dei costi sia dovuta anche alla concertazione con alcune Compagnie che hanno accettato di ricevere il meno venti per cento del compenso proposto da Donatella Diamanti. La rendicontazione delle spese sostenute dal nuovo cda per la programmazione del cartellone 2016/17 – è stato spiegato dal Presidente Buscemi – sarà presentata in una successiva conferenza stampa, mentre la decisione di aver nominata la società milanese Bompani, come responsabile supervisore, al fine di verificare i bilanci del nuovo cda. Preannunciata, inoltre, per il nuovo corso, una Compagnia teatrale per il serale. Immaginiamo si tratti di una Compagnia diretta da Buscemi con propri attori, forse in residenza al Teatro di Cascina ed in tournée? L’assessore Nannipieri ad alcune domande di operatori presenti sulla futura modalità di assegnazione di proposte artistiche e culturali e residenze ha affermato: “ La cultura muore se si fa passare dai bandi. Non ne farò sulla Bellezza. Potrei chiamare Massimo Cacciari, per esempio, per un confronto. Non faremo residenze a vita”. A conferma di una affermazione fatta in precedenza da Buscemi: ”Il teatro, quando è sano, è fatto di solidarietà”. Nel frattempo, Donatella Diamanti che non è affatto uscita di scena, pur assente in conferenza stampa, ha dichiarato: “Nello Statuto della Fondazione c’è un punto in cui si dice che la direzione artistica e quella amministrativa decadono al decadere del cda. Il punto dello Statuto è però superato nel fatti – e nel diritto – poiché il mio contratto che, in nome del progetto triennale per il Ministero, dopo la prima scadenza è stato rinnovato appunto per un triennio, scade nel 2018 . Per quanto riguarda poi il FUS, il nuovo sistema ministeriale, ci ha riconosciuti come Centro di Produzione e in nome dei parametri (quantità di recite, spettatori, giornate lavorative), e ci ha concesso una maggiorazione del contributo di quasi il 71 per cento in più. Resta però la stessa specificità che avevamo quando ci chiamavamo Stabile, ovvero la nostra mission si fonda sulla sperimentazione e la ricerca per i ragazzi e i giovani.” Si attendono con preoccupazione gli sviluppi dell’intricata vicenda. Potrebbero esserci complicazioni in vista, dato che la direttrice artistica ha affermato la sua volontà di continuare a ricoprire il suo ruolo. Ti potrebbe interessare anche...

sabato 22 ottobre 2016


VOLTERRA – (Pisa) Una processione laica, visionaria, un mix testuale ed extratestuale fra installazione e acrobazia fisica per le strade e spazi simbolici della città etrusca. Performativa anche per il pubblico: due ore e trenta di impegno fisico e mentale in un pomeriggio afoso, una matrice sonora sensuale e mistica dal fortissimo tellurico imprinting letterario – cosa che già sulla carta spaventa un po’, per la gigantesca messa in cantiere di territori così promiscui ma anche distanti rispetto alcuni codici di rigida teatralità più perspicui forse ad un certo teatro di narrazione. Questa la scommessa portata da Archivio Zeta dentro il festival VolterraTeatro 2016. La compagnia formata da Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni (allievi e non a caso di Luca Ronconi e Marisa Fabbri), con all’attivo di lavori di forte impatto epico ed etico-visionario al passo della Futa (al Cimitero germanico sull’Appennino tra Bologna e Firenze), hanno portato al festival una ricchezza di contenuti e di forme sorprendente dopo le due precedenti creazioni collettive, quali La Ferita e Pilade alle Saline di Volterra. L’antefatto era già in nuce, nell’inverno passato, dove si era creata e rafforzata una sinergia di idee a fucina; di ideazioni programmatiche ed artistiche fra il gruppo bolognese e la Compagnia della Fortezza – che ha sostenuto l’evento, con la realizzazione del laboratorio permanente Logos. L’insolita partitura, che vede due spazi e due diversi, anche se contigui modi di sentire e pensare un Teatro contemporaneo (quello bolognese dove opera Archivio Zeta e quello toscano di Carte Blanche a Volterra), ha elaborato nella ideazione una messa in scena in cui confluiscono due capolavori quali il Macbeth shakespeariano (allestito in quasi contemporanea alla Futa) e quello dello statunitense Faulkner (Nobel per la letteratura nel 1949), per frammenti da Big Woods su ispirazione di testi dai due capolavori L’Urlo e Furore. Yoknapatawpha è il titolo della creazione scelto che deriva dalle parole degli indiani d’America Chickasaw: Yacona e Petopha, stante a significare terra divisa. Il nome con cui Faulkner individua una località immaginaria di molti dei suoi romanzi e racconti. Ma designa anche il nome del grande fiume americano Mississippi che attraversa gli stati del Sud, e quindi una dimensione legata all’acqua-tema, spesso ricorrente come rituale fantasmatico nella partitura drammaturgica, in una scena ad alto tasso di poeticità, dentro lo spazio del Museo. così come quello della foresta che si muove-il fiume umano che percorre le vie della cittadina, composto da due gruppi di due diverse provenienze, il bolognese ed il volterrano, confondendo corpi e volti della marea dei cittadini-attori con quelli dei turisti e passanti. La trama anche se di non facile iniziale comprensione, per i continui rinvii alla duplice letterarietà, e i continui cambi di registro stilistico – dal narrativo al performativo (il dittico costituito da Sound and Fury e Big Woods), ovvero il paese che non c’è. Un posto utopico, un testo drammaturgico intertestuale che parla di sofferenza, odio interrazziale, sradicamento, perdita di identità, storia dei vinti come gli indiani nativi (come i neri delle piantagioni del sud degli Stati Uniti d’America), ad un certo punto passa in secondo piano, la lettura logica viene spiazzata dall’agito, dalla visione, dal perdersi nella fantasmagoria delle emozioni e delle immagini ma soprattutto dal fascino dell’azione corale. Questa processione laica prende il via dalla rampa del cortile del Maschio della Fortezza di Volterra, fra possenti mura svettanti: da un lato – la chiusura, la reclusione e dall’altra un paesaggio mozzafiato, uno spazio aperto sull’infinito su colline senza tempo. Qui avviene una azione performativa breve che dà l’avvio alla lunga marcia a stazioni, quasi via crucis ma con finale di speranza condivisa che si concluderà dentro il Teatro Persio Flacco. Muniti di cuffie forse per non far disperdere il pubblico, si segue la carovana, un flusso migratorio che conduce per le vie della città mescolati ai tanti turisti. Il popolo viaggiante è costituito da attori non attori, giovani, bambini ed anziani delle due diverse provenienze: quella del laboratorio invernale Logos di Volterra e quella l’emiliana. Canti, danze, musiche suonate e soprattutto parole dense di significati si autoraccontano. Una piccola comunità simbolica che sulle spalle si carica la narrazione di un popolo combattente, fedele alle origini, che con riti arcaici antropologici si assiste alla cerimonia dell’acqua; e quella dell’uovo di luce che scende dall’alto del Persio Flacco (va ricordato in particolare) permette di riconciliarsi con le origini della Terra, della famiglia, del gruppo autoctono che non cede al prepotente di turno. Alle logiche del Potere del più forte che vorrebbe piegarli o spazzarli via per preservare valori e poterli trasmettere ai figli. L’opera corale è imponente come il progetto artistico. Regia e drammaturgia di Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni. Dittico da Shakespeare/Faulkner. Con Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni e i cittadini-attori del gruppo Logos di Volterra e del laboratorio di Bologna. Partitura sonora Patrizio Barontini Visto a Volterra il 29 luglio 2016 VolterraTeatro Festival Rampa della Fortezza Medicea-vie centro storico- Teatro Persio Flacco © Copyright 2016 — Rumor(s)cena – Teatro, spettacoli, cinema e film in Italia, backstage, foto, interviste e curiosità – istruzioni per una visione consapevole . 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giovedì 15 settembre 2016


Corriere della Sera / CRONACHE L’INTERVISTA «Prometteva libertà ma il web oscuro rovina milioni di vite» Il filosofo Žižek: è lo Stato che deve controllare la Rete di Luca Mastrantonio shadow 0 12 0 domani terrà una lectio magistralis al festival di Pordenone, dove presenterà Il contraccolpo assoluto (Ponte alle Grazie), che continua la sua rilettura creativa di Hegel e Lacan. La notizia del suicidio di Tiziana Cantone lo colpisce in quanto padre e gli ricorda un caso molto simile in Slovenia. «A Maribor, due anni fa, in una piccola scuola, degli studenti avevano filmato un preside che faceva del sesso orale con una professoressa; quel video è finito sul web e il preside si è ucciso. Non ha retto, la sua vita era rovinata. Noi ce ne accorgiamo solo quando ci sono finali tragici o scandali, ma tante vite vengono distrutte in modo più discreto. Milioni di persone perdono la loro onestà, la loro decenza, soffrono». Prima del web era diverso? «Il web riproduce e diffonde più del passaparola. E può mostrare orrori da scenario di guerra, o morbosità atroci. Non può essere lasciato a se stesso. Se dai solo libertà poi si arriva a una esplosione di violenza, brutalità, razzismo. Lo so perché mio figlio, di 17 anni, ha fatto un giro sul web profondo e ha trovato di tutto, video di torture, scene di sesso estremo e persino uno di quei film in cui si vedono morire delle persone, uno snuff movie». Lei come ha reagito? «Malissimo. Sto male solo all’idea che si possa vedere realmente qualcuno torturato e ucciso. Per cosa poi? Un conto è vedere, come fanno gli inviati di guerra, le prove di un massacro di civili, altro discorso è farlo per gioco. Lo stesso discorso vale per il sesso». Cosa pensa del sesso digitale? L’ha mai fatto? «No! Io lo faccio in modo analogico. E amo le passioni. Infatti ho avuto più mogli, e sono un monogamo; ma la monogamia per la cultura di oggi è vista come una patologia, come l’alcolismo o la tossicodipendenza, perché non va bene fissarsi con una sola persona. In questo senso non mi piace molto il nuovo corso di certi movimenti di genere sessuale che sono passati dalla giusta richiesta di diritti alla prescrizione normativa di doveri, e di piaceri, quasi una ideologia, perfetta per il nuovo capitalismo social, che predica consumi e ostentazione. Gli psicanalisti dicono che spesso le persone chiedono come poter gestire meglio il proprio piacere, averne di più. E invece i terapisti devono liberare i propri pazienti da questa ossessione di voler godere sempre e comunque». Quant’è ambiguo l’appeal del sesso digitale? «Da un lato, per i giovani soprattutto, sembra un gioco di evasione, di fuga in un universo virtuale che spesso fa ritardare le esperienze reali. Dall’altro lato questa fuga fa venire fame di realtà, e di interagire in maniera anche brutale e, possibilmente, riconnettere virtualità e realtà. Anche in maniera dolorosa. Ricordo i cutters, quelli che si tagliavano con il coltello, anche su parti intime, o lì vicino, per sentirsi reali, vivi». Lei ha mai controllato il cellulare o il pc di suo figlio? «Mai, è da idioti pensare di farlo: lui è tecnologicamente più avanzato di me. È lo Stato che deve trovare il modo di controllare il web, almeno per gli aspetti penalmente rilevanti, socialmente pericolosi. Non credo come Assange che la libertà totale del web ci salverà: certo, non mi fido neanche delle agenzie di sicurezza attuali; servono apparati trasparenti che senza indirizzo politico salvaguardino quella che è una deriva generale». Lo Stato dovrebbe controllare la nostra privacy? «No. Il problema non è difendere la nostra privacy, ma difendere gli spazi pubblici dalla nostra invadenza, dalla tendenza a privatizzarli che li rende indecenti e indecorosi. I social media creano sì nuovi spazi di auto organizzazione, per dirla con Marx, ma grazie a loro il discorso politico si è abbassato: uno come Trump può parlare oggi in pubblico come fino a ieri avrebbe potuto parlare solo in privato. Questo abbassamento è accettato». Che cosa bisogna fare? «Invertire la tendenza. Un tempo sesso e linguaggio volgare erano armi rivoluzionarie contro il potere. Oggi che il potere è sessualizzato ed è volgare dobbiamo riscoprire le passioni nel sesso e in politica». © RIPRODUZIONE RISERVATAI LOCALI CORRIERETV ARCHIVIO TROVOCASA TROVOLAVORO SERVIZI CERCA LOGIN SCOPRISOTTOSCRIVI Corriere della Sera / CRONACHE L’INTERVISTA «Prometteva libertà ma il web oscuro rovina milioni di vite» Il filosofo Žižek: è lo Stato che deve controllare la Rete di Luca Mastrantonio shadow 0 12 0 domani terrà una lectio magistralis al festival di Pordenone, dove presenterà Il contraccolpo assoluto (Ponte alle Grazie), che continua la sua rilettura creativa di Hegel e Lacan. La notizia del suicidio di Tiziana Cantone lo colpisce in quanto padre e gli ricorda un caso molto simile in Slovenia. «A Maribor, due anni fa, in una piccola scuola, degli studenti avevano filmato un preside che faceva del sesso orale con una professoressa; quel video è finito sul web e il preside si è ucciso. Non ha retto, la sua vita era rovinata. Noi ce ne accorgiamo solo quando ci sono finali tragici o scandali, ma tante vite vengono distrutte in modo più discreto. Milioni di persone perdono la loro onestà, la loro decenza, soffrono». Prima del web era diverso? «Il web riproduce e diffonde più del passaparola. E può mostrare orrori da scenario di guerra, o morbosità atroci. Non può essere lasciato a se stesso. Se dai solo libertà poi si arriva a una esplosione di violenza, brutalità, razzismo. Lo so perché mio figlio, di 17 anni, ha fatto un giro sul web profondo e ha trovato di tutto, video di torture, scene di sesso estremo e persino uno di quei film in cui si vedono morire delle persone, uno snuff movie». Lei come ha reagito? «Malissimo. Sto male solo all’idea che si possa vedere realmente qualcuno torturato e ucciso. Per cosa poi? Un conto è vedere, come fanno gli inviati di guerra, le prove di un massacro di civili, altro discorso è farlo per gioco. Lo stesso discorso vale per il sesso». Cosa pensa del sesso digitale? L’ha mai fatto? «No! Io lo faccio in modo analogico. E amo le passioni. Infatti ho avuto più mogli, e sono un monogamo; ma la monogamia per la cultura di oggi è vista come una patologia, come l’alcolismo o la tossicodipendenza, perché non va bene fissarsi con una sola persona. In questo senso non mi piace molto il nuovo corso di certi movimenti di genere sessuale che sono passati dalla giusta richiesta di diritti alla prescrizione normativa di doveri, e di piaceri, quasi una ideologia, perfetta per il nuovo capitalismo social, che predica consumi e ostentazione. Gli psicanalisti dicono che spesso le persone chiedono come poter gestire meglio il proprio piacere, averne di più. E invece i terapisti devono liberare i propri pazienti da questa ossessione di voler godere sempre e comunque». Quant’è ambiguo l’appeal del sesso digitale? «Da un lato, per i giovani soprattutto, sembra un gioco di evasione, di fuga in un universo virtuale che spesso fa ritardare le esperienze reali. Dall’altro lato questa fuga fa venire fame di realtà, e di interagire in maniera anche brutale e, possibilmente, riconnettere virtualità e realtà. Anche in maniera dolorosa. Ricordo i cutters, quelli che si tagliavano con il coltello, anche su parti intime, o lì vicino, per sentirsi reali, vivi». Lei ha mai controllato il cellulare o il pc di suo figlio? «Mai, è da idioti pensare di farlo: lui è tecnologicamente più avanzato di me. È lo Stato che deve trovare il modo di controllare il web, almeno per gli aspetti penalmente rilevanti, socialmente pericolosi. Non credo come Assange che la libertà totale del web ci salverà: certo, non mi fido neanche delle agenzie di sicurezza attuali; servono apparati trasparenti che senza indirizzo politico salvaguardino quella che è una deriva generale». Lo Stato dovrebbe controllare la nostra privacy? «No. Il problema non è difendere la nostra privacy, ma difendere gli spazi pubblici dalla nostra invadenza, dalla tendenza a privatizzarli che li rende indecenti e indecorosi. I social media creano sì nuovi spazi di auto organizzazione, per dirla con Marx, ma grazie a loro il discorso politico si è abbassato: uno come Trump può parlare oggi in pubblico come fino a ieri avrebbe potuto parlare solo in privato. Questo abbassamento è accettato». Che cosa bisogna fare? «Invertire la tendenza. Un tempo sesso e linguaggio volgare erano armi rivoluzionarie contro il potere. Oggi che il potere è sessualizzato ed è volgare dobbiamo riscoprire le passioni nel sesso e in politica». © RIPRODUZIONE RISERVATA