venerdì 26 agosto 2016


Notte di attesa-50 anni di Teatro Povero renzia.dinca Monticchiello (Siena) Autodramma così lo definì Giorgio Strehler in anni in cui questa fenomenologia teatrale nata tra le crette senesi si presentava per la prima volta e come unica in Italia per l’audacia e la creatività legata a menti aperte sul nazionale ma anche capaci di legare a sé la laboriosità e intelligenza delle anime che vivevano e tuttora vivono sulla propria pelle quel territorio. Un’esperienza questa del Teatro Povero (definizione data da Grotowski) che con Notte di attesa, è arrivata al suo cinquantesimo anno. Iniziò cosi: un intero paese (composto da circa duecento anime) incominciò a riunirsi per raccontare e raccontarsi vicende e problemi sia personali che famigliari sia legati al lavoro ma soprattutto al territorio costruendo sotto la guida attenta di alcuni intellettuali che a Monticchiello avevano casa, delle drammaturgie che poi avrebbero messo in scena loro stessi in qualità di abitanti-attori. La rappresentazione dopo alcuni mesi di lavoro, sarebbe poi andata in scena nella piazza del borgo medievale in un suggestivo spazio all’aperto accanto alla svettante Chiesa fra un micro dedalo delizioso di vicoletti composto ad anello. I temi scelti e discussi avrebbero così portato in scena e alla luce di un pubblico sempre più affezionato proveniente non solo dalle vicinanze (la rinascimentale Pienza, città di Mario Luzi è a soli sette chilometri), ma anche da altri luoghi più lontani raccogliendo via via consensi della critica nazionale. Il tema della mezzadria che negli anni Sessanta andava scomparendo modificando antropologicamente il territorio e le sue genti, quello conseguente dello spopolamento delle campagne, la fuga dei giovani alla ricerca di un futuro nelle città vicine (Firenze, Roma e chissà dove), l’ecomostro purtroppo non bloccato nella costruzione che avvicinò un intellettuale come Alberto Asor Rosa al progetto del Teatro Povero, sono storia che andrà a breve in stampa attraverso la pubblicazione di un volume per il cinquantenario e che sarà presentato nel corso di un Convegno internazionale nel mese di ottobre. In questo volume sarà narrata l’evoluzione del progetto che nel corso degli anni ha prodotto un sistema di organizzazione all’interno del piccolo borgo (che nel frattempo è rientrato insieme al territorio della Val d’Orcia sotto il patronato UNESCO) davvero peculiare. L’esperienza teatrale infatti ha avuto uno sviluppo politico-sociale quasi di sapore vetero-comunista: il Borgo, lontano dalle rotte turistiche maggiori, sostanzialmente contadino (oggi sono spuntati numerosi agriturismi e bed and breakfast ma è cosa recente) si è inventato uno spazio fra l’altro di pregevole ristrutturazione in cui in cooperativa convergono: edicola dei giornali, posto dove arrivano i medicinali per gli anziani che non possono spostarsi, punto internet. Insomma una storia esemplare di capacità di resilienza da parte di una popolazione abituata alla durezza e alla fatica della coltivazione delle crette, fiera delle proprie origini e attenta alle mutazioni intergenerazionali, temi questi tutti presenti anche nell’autodramma che celebra il solidissimo cinquantenario. E ancora come da molti anni regista e direttore artistico dell’impresa teatrale è Andrea Cresti, pittore e scenografo che fin dall’adolescenza ha partecipato come attore e abitante alle messe in scena del Teatro Povero. Per la celebrazione è stato scelto un canovaccio piuttosto affascinante dal punto di vista letterario ossia la vicenda emozionale ed umanissima di un gruppo di persone uomini donne e ragazzi di diverse età da bambini ai bisnonni insomma una comunità che potrebbe essere anche una famiglia allargata ( fra cui un giovane africano del Gambia oggi ospite della comunità del borgo della provincia senese), in preda ad una forse irrazionale forse no paura di un Nemico prima invisibile e poi forse solo immaginario frutto di allucinazione virtuale collettiva. E così, per difesa istintiva naturale è necessario innalzare muri e sollevare ponti levatoi quasi castello medievale in cui una parte sta per combattere-forse, contro un’altra. Peccato che la proiezione più o meno immaginaria crea come sempre mostri che la ragione è e deve essere in grado di contenere demistificare per poi allontanare. Così nella affabulazione a più voci fra un innalzare e far cadere le tessere mosaico di barriere di fantasie o reali ci si chiede fra bimbi che si affacciano dalle finestre sul mondo, anziani il cui volto guarda ai tempi della mezzadria, ragazze che non trovano da quel borgo- come spesso tutti-il campo telefonico per avere notizie su un curriculo per posto di lavoro fuori tempo massimo, un bel vento di tramontana spazza via timori e incertezze mentre dopo un’ora di spettacolo anche gli spettatori un po’ freddolosi, si tolgono le copertine dalle ginocchia per accedere insieme agli attori-abitanti ad una riflessione comune sul senso dei tempi da un microcosmo che li riflette a specchio allo specchio che tutti ci riguarda. Quello di un Paese, l’Italia, dove spesso la metafora dell’ologramma utilizzato in Notte d’attesa-che è un po’ riflesso dejà vu ma comprensibile ai più di un universo virtuale da video game, fa riscontro un sano rapporto coi corpi le voci e le storie di chi tutti i giorni combatte anche e se ammesso che fosse, con nuovo Nemico, ma per guardargli il volto e dialogare, anche con lui. Notte di attesa- 50 anni di Teatro Povero Regia Andrea Cresti con Abitanti-Attori del Teatro Povero di Monticchiello visto a Monticchiello, il 12 agosto 2016

martedì 23 agosto 2016


La Città del Teatro da Teatro Stabile di Innovazione a Teatro di Produzione - intervista a Donatella Diamanti
C<b>Cascina ( Pisa) Intervista a Donatella Diamanti luglio 2015 di Renzia D'Incà Quanta acqua è passata sotto i ponti in questi pochi mesi da quando la Riforma ministeriale firmata Franceschini ha mutato l’assetto della situazione pregressa di decenni di storie di spazi teatrali pubblici e privati della nostra Penisola. Appena sorto Il Teatro della Toscana quale prima realtà regionale con le sole altre sei a livello nazionale, ecco che in Regione si prefigurano realtà riconosciute dalla Commissione FUS come Teatro di produzione. Una fra queste è La Città del Teatro di Cascina. Abbiamo incontrato Donatella Diamanti, drammaturga e sceneggiatrice televisiva di rango che ne è la direttrice ( riconfermata) da tre anni, per fare un bilancio del suo mandato e commentare l’evoluzione dello spazio che da trent’anni opera sul territorio fra Pisa e Firenze a soli dieci chilometri dal Teatro Era di Pontedera, attuale partnership con La Pergola del Teatro della Toscana. Lei è da tre anni direttrice della Città del Teatro. Vuole raccontare quale è stato il progetto artistico- suo e del suo staff-che ha trasformato di fatto un Teatro Stabile di innovazione nel nuovo Teatro di produzione? Diamanti: Il nostro Teatro è un teatro aperto. Abbiamo scelto, all’inizio del mio incarico (N.d.R che nasce da una investitura per pubblico concorso) di dare massimo ascolto a tutte le forze in campo sul territorio nazionale e anche locale sia nuove sia che già gravitavano sul nostro progetto culturale e artistico. Il risultato, a distanza di tre anni dalla mia nomina a direttrice artistica, è stato quello di un piccolo miracolo di pubblico. Sulle prime del serale, una rassegna difficile, nella passata stagione abbiamo avuto ben dieci aperture col tutto esaurito. Può indicarci quali sono secondo lei i fattori che hanno reso possibile questo bel risultato? Diamanti: Credo sia stato l’aver pensato che fosse necessario adattare l’evento al luogo. Mi spiego meglio: abbiamo molto lavorato in programmazione con le scuole. Insomma un epilogo in linea col nostro progetto. Ci parli del rapporto con le residenze, gli artisti dato che siete divenuti Teatro di produzione. DIamanti Il rapporto stretto con gli artisti è sempre stato un fattore determinante essenziale del nostro progetto artistico. Lo spazio teatrale di cui disponiamo, lo consente. Abbiamo una foresteria e l’artista è per noi un abitante del luogo. La Formazione è un altro dei vostri punti di forza. Come vi muovete? Diamanti: Chiediamo a coloro che si iscrivono ai nostri corsi anche di assistere ai nostri spettacoli. Abbiamo creato questa formula, che funziona. I corsi di drammaturgia , per esempio , che io stessa curo in prima persona, sono gratuiti. L’unica richiesta ai partecipanti è la presenza come pubblico ai nostri spettacoli in cartellone ed un feed back nel nostro dopo-spettacolo. Inoltre chiediamo trasversalità di pubblico rispetto agli spettacoli dell’infanzia con le proprie famiglie. Abbiamo il domenicale con due repliche, sempre con tutto esaurito pomeridiano e dispensiamo le merende gratuite. Inoltre siamo noi come staff che andiamo nelle scuole del territorio- elementari e medie, ad incontrare bambini ragazzi ed insegnanti. Per quanto riguarda l’educazione degli spettatori, abbiamo istituito il corso Veder Vedere curato da Ivana Monti. Non solo: coinvolgiamo gli spettatori nelle prove aperte degli spettacoli. Teniamo alla varietà del nostro pubblico. Il nostro obiettivo è sempre stata la qualità. Anche le nostre residente artistiche per i giovani sono gratuite. Ho puntato molto sul ricambio generazionale. I debutti ( con scambi) avvengono proprio qui nel nostro spazio, dove i giovani hanno avuto ospitalità. E’ questa una delle ragioni per cui siamo stati individuati come Centro di produzione. Da noi gli under 35 partecipano al processo produttivo e formativo e sono retribuiti per il loro lavoro.

mercoledì 10 agosto 2016


La Città del Teatro-Quale futuro Renzia D’Incà Cascina (Pisa) Nel corso della conferenza stampa in cui il nuovo cda della Città del Teatro di Cascina a seguito degli esiti delle elezioni amministrative che hanno visto la vittoria della Lega e l’insediamento della nuova Giunta con a capo la Sindaca Ceccardi con Luca Nannipieri assessore alla Cultura, sono emerse alcune questioni con l’attuale direzione artistica riguardo sia fattori gestionali che di contenuti di programmazione dei futuri cartelloni. Ne abbiamo parlato con la direttrice Donatella Diamanti che da cinque anni guida una realtà territoriale che è presidio culturale di livello nazionale riconosciuta a livello ministeriale in quanto Teatro di Produzione Nazionale Qui riporto la nostra conversazione: Dottoressa Donatella Diamanti: il neo assessore Nannipieri dice che la giunta non è per niente soddisfatta della produzione artistica e delle scelte culturali fatte in tutti questi anni, sostenendo che la proposta culturale è magra e che sono state fatte finora proposte monodirezionali. A lui fa eco il neo Presidente Buscemi, che dichiara che i cartelloni passati erano poco inclini a far incassi, con un teatro che al di là dei confini locali nessuno conosce. Che cosa può dirci?” "Nel corso della stessa conferenza è stato anche dichiarato che il problema è quello di un teatro avulso dal territorio, con la cittadinanza cascinese che non lo vive: siamo troppo localistici o troppo poco, allora? Non è mia abitudine cercar polemiche e mi limito ai fatti, evitando dunque ogni possibile strumentalizzazione. Durante le passate stagioni – io posso ovviamente parlare solo per ciò che attiene alla mia direzione, vale a dire dalla metà del 2012 a oggi – la Città del teatro ha visto tornare a riempirsi i suoi spazi. Nell’ultimo anno, ad esempio, abbiamo avuto il tutto esaurito innumerevoli volte, in ogni tipo di offerta: quella rivolta ai bambini e agli adolescenti (attività per la quale siamo riconosciuti come Centro di produzione dal Ministero e abbiamo ottenuto l’accreditamento regionale, ricevendo un cospicuo finanziamento), così come in quella serale disegnata nel progetto triennale in base al quale riceviamo i finanziamenti di cui sopra. Se davvero questo accade con spettacoli di per sé poco inclini a fare incassi beh, allora mi rallegra constatare di essere riusciti col tempo a creare un’attesa tanto alta intorno alle nostre offerte da avere – numeri alla mano – scongiurato il pericolo". Dottoressa, potrebbe fare dei nomi? si parla di scelte monodirezionali "Ho visto che, in genere, specie sui social network, a questa accusa seguono quasi sempre i nomi Travaglio e Guzzanti, come se fossero stati l’unica nostra proposta. Negli ultimi anni Marco Travaglio è venuto due volte è vero ed una Sabina Guzzanti, ma sul nostro palcoscenico si sono succeduti anche attori come Luca Zingaretti, Antonio Albanese, Lillo & Greg, Alessandro Benvenuti o Lucia Vasini, Antonio Cornacchione, Paolo Calabresi, Lella Costa, Katia Beni, Anna Meacci. Prodotti popolari e al tempo stesso di qualità, accanto a spettacoli come l’ultimo di Emma Dante o di Marco Paolini o a importanti esempi di drammaturgia contemporanea, dallo splendido testo di Christian Ceresoli, La merda, a cui abbiamo portato fortuna, perché dopo che lo abbiamo messo in cartellone ha vinto il prestigiosissimo Festival di Edimburgo, a L’origine del mondo di Lucia Calamaro… fatico adesso a ricordarli tutti". Si dice che manca il teatro classico, però: Shakespeare, Moliere, Goldoni, Pirandello… "La Città del Teatro vive in una realtà geograficamente ben segnata. Da un lato, infatti, c’è il Teatro Verdi di Pisa, che ha in quel tipo di offerta la propria cifra principale. Dall’altro c’è Pontedera, che alla storica vocazione di sperimentazione ha affiancato adesso, con la fusione con La Pergola, una proposta più indirizzata alla tradizione. Nel prossimo anno ospiteranno un Lear, Edipo, L’uomo dal fiore in bocca o Una bisbetica domata, tanto per fare un esempio. A mio avviso diventa dunque necessario individuare altri spazi, proprio per ribadire un’identità che possa essere davvero inclusiva su larga scala (e andare ad attirare, come i biglietti venduti ci dimostrano, un ampio pubblico), anziché rimanere schiacciata tra due colossi, come loro piccola controfigura". E per quanto riguarda il resto? In conferenza stampa si è parlato di terrorismo e Islam come temi da trattare "Viviamo ben calati nella realtà e credo che questo sia stato il punto di forza degli ultimi anni. Abbiamo trattato a fondo temi come quello alla criminalità organizzata o quello del femminicidio quando gli eventi e la sensibilità comune erano pronti a farlo. L’assalto al Bataclan - e, da lì in poi, l’escalation di attentati e di timore – è del 13 novembre scorso, non di tanti anni fa, non dimentichiamolo. E dunque non credo che si possa intendere che non ne abbiamo parlato, quanto piuttosto che non ne abbiamo “ancora” parlato. Personalmente ritengo giusto e doveroso farlo e cercare, da buoni narratori di storie, di sviscerare al meglio ciò che sta accadendo attraverso ogni punto di vista. Non credo affatto che la paura per gli attentati o le difficoltà di fronte a scenari mondiali inimmaginabili fino a poco tempo addietro appartengano alla destra o alla sinistra. Poi, certo, io ho le mie idee, ma è proprio dal confronto che nascono i migliori passi avanti. In ogni campo e, a maggior ragione, in luoghi come il nostro dove si mettono in scena i pensieri".

lunedì 1 agosto 2016


In viaggio con Gli Omini da Pistoia a Castagno renzia.dinca FacebookTumblrPinterestCondividi STAZIONE DI CASTAGNO (Pistoia) – Quelle Ferrovie dello Stato quando i treni erano sempre puntuali, quando c’era lui, e che adesso dismettono le tratte. Quella fra Pistoia e Porretta Terme, aveva rischiato di chiudere solo due anni fa, ma così non è stato. La Compagnia Gli Omini ( Premio Enriquez e premio Rete Critica 2015) con il vento in poppa dopo il successo- meritato, di Ci scusiamo per il disagio con debutto estivo a fianco della stazione pistoiese al deposito dei Rotabili Storici nazionale, in presenza di due treni da collezionismo che ricordavano dei modelli Rivarossi, tuttavia autentici se fossero stati in scala per bambini-adulti, mentre un tecnico nel caldo assordante della scorsa estate ci diceva che sì forse potrebbero ancora viaggiare ( sic!). Eccolo il mito Otto- Novecentesco della Ferrovia! Stavolta finalmente si viaggia per davvero dopo l’esperienza dell’anno scorso, “La corsa speciale” è il nuovo titolo. Il treno ha una livrea colorata, di ultima generazione porta il nome di Jazz, è moderno e pulito. Sembra di viaggiare in aereo, magari in classe turistica ma con video che indica destinazione stazione di Castagno. Siamo circa un centinaio a partire dalla stazione di Pistoia ( città che si è aggiudicata per il 2017 il primato italiano di Città Europea della Cultura), saliamo a bordo ma prima vidimiamo il biglietto (che termine assurdo e comunque sempre meglio che obliterare). treno Ci avvisano con un volantino che a causa della tragedia ferroviaria di Andria in quel budello infernale che risponde al nome di binario unico, diventato da pochi giorni, e qualche manciata di ore, luogo sinistro di vittime pendolari, Trenitalia ha deciso di cancellare il prologo dello spettacolo, dove una registrazione sonora e non solo, doveva essere diffusa a bordo avanti e indietro da Pistoia. ATT00007 Giunti a Castagno dopo circa venti minuti di viaggio a velocità media da crociera di 50 kilometri orari, come da schermo visibile in ogni carrozza, ci troviamo in uno spazio inedito teatrale, tra un praticello con alber e luci in notturna – ipotetica stazioncina pedemontana – di fatto chiusa come altrove sui territori liminari omologhi delle tratte secondarie, dove si svolge l’azione scenica; e un buco-galleria tipica appenninica, dove il nostro trenino jazz sparisce per poi ricomparire un’ora dopo a fine spettacolo fra semafori verdi e rossi di via libera e stop. Anche le storie che vengono narrate da Gli Omini, perseguono nel loro spazio-tempo la dinamica corrente già percorsa nell’immaginario visto lo scorso anno a Pistoia e stazione- di passaggio; sì di provincia ma per città come anche Prato e Firenze. Solo che le storie stavolta sono meno borghesi e anche meno pulp ma molto più terragne, più pop insomma. Del resto questo è il concept della poetica del gruppo che proprio da interviste in chiave prettamente sociologica, attinge e con fortuna sia di critica che di pubblico, il proprio materiale drammaturgico-narrativo. ATT00010 Si parte da una presenza inquietante che si rivela trasformazione grottesca del povero piccione – testimone scomodo ma silente, perché sporco abitante delle vicende di sbandati ma anche di belle signore annoiate in viaggio per la stazione pistoiese. L’essere si presenta con becco da uccello e gran parlantina da filosofo fra il berciante e il sermoneggiante e si appalesa da dietro due alberi fronzuti a cui sono appese due altalene. In questo ricreato spazio – stazioncina si riverberano le voci-dialoghi registrati in primo abbozzo in intervista di persone reali, poi in riscrittura drammaturgica in forma di personaggi impersonati a ruota, a mosaico, da Luca Zacchini, Francesco Rotelli e Francesca Sarteani. Chi sono questi anonimi viaggiatori a cui danno vita voce e corpo i tre Omini? Una colf dell’est con relativo anziano rinco, un poeta napoletano forse incompreso, un navigatore solitario degli spazi second life, una volontaria emiliana del terremoto che va a trovare un amore a Lucca, un fissato dell’oroscopo da balera e altri. Al di là dei contenuti è il trattamento che ne è stato fatto a rendere questo lavoro gustoso e leggero, nella sua pesante restituzione d’umanità coi suoi tic, fissazioni, stati d’animo, un affresco sociale in punta di penna asciutto e scattoso. Storie tenere e insieme miserabili spesso vere spesso fasulle che tutti da viaggiatori della vita abbiamo ascoltato e magari raccontato sui treni delle nostre esistenze. Perché tutti in fondo siamo un po’ viaggiatori spersi nel tranello delle ragnatele delle nostre vite e un po’ uccellacci biechi, bravi a raccontarcela. Il progetto T ( T come treno T come Teatro T come transappenninica), ideato da Gli Omini, Compagnia in residenza dell’Associazione Teatrale Pistoiese presieduta da Rodolfo Sacchettini è di durata triennale e ci proporrà una nuova avventura, un nuovo viaggio per nuove storie per il 2017. Anno di Pistoia capitale della Cultura. ATT00013 Progetto T anno II-2016 Produzione Associazione Teatrale Pistoiese in collaborazione con Trenitalia e Rete Ferroviaria Italiana Compagnia Gli Omini Con Francesco Rotelli, Francesca Sarteani e Luca Zacchini Dramaturg Giulia Zacchini Visto a Castagno (Pistoia) il 22 luglio 2016 Ti potrebbe interessare anche: “Corsa speciale”: in treno con gli Omini sulla Porrettana 14/06/2016 Dal Binario 10 parte la XXX edizione del Festival Volterra Teatro 18/07/2016 Trattato di economia al Funaro 13/06/2016 Amleto + Die Fortinbrasmaschine. Roberto Latini a Volterra Teatro 28/07/2016 I “Dialoghi degli Dei” dei Sacchi di Sabbia 10/07/2016 Miti che rivivono nei “corpi nuovi” di Roberto Latini 18/07/2016 FacebookTumblrPinterestCondividi Tags: featuredrenzia.dinca Autore: renzia.dinca Si è laureata all’Università di Pisa. Giornalista dal 1985, ha collaborato con Hystrio, Sipario, Rocca, Il Grandevetro, Il Gazzettino di Venezia, Il Tirreno, La Nazione, Il Giorno, Sant’Anna News. Lavora come consulente in teatro e comunicazione. Ha condotto ricerche universitarie per le riviste Ariel e Drammaturgia e svolto tutoraggio di master universitario di Teatro e comunicazione teatrale per l’Università di Pisa. Ha pubblicato in poesia Anabasi (Shakespeare & Company, Bologna 1995), L'altro sguardo (Baroni, Viareggio 1998), Camera ottica (ivi, 2002), Il Basilisco (Edizioni del Leone, Venezia 2006) con postfazione di Luigi Blasucci, L'Assenza (Manni-Lecce 2010) con prefazione di Concetta D'Angeli, Bambina con draghi ( Edizioni del leone, Venezia 2013) con prefazione di Paolo Ruffilli. È inserita nella rivista Italian Poetry della Columbia University.Come saggista teatrale il volume Il teatro del cielo (Premio Fabbri 1997), Il gioco del sintomo (Pacini-Fazzi, Lucca 2002) su un’esperienza di teatro e disagio mentale, La città del teatro e dell'immaginario contemporaneo (Titivillus, Corrazzano 2009), Il Teatro del dolore (Titivillus 2012), su una esperienza ventennale di teatro e disagio mentale presso La Città del teatro. Per Garzanti uscirà un saggio sul Metodo mimico di Orazio Costa. Come autrice di teatro sono stati rappresentati Ars amandi-ingannate chi vi inganna ed uno studio per Passio Mariae con video di Giacomo Verde. Collabora come performer con musicisti, tra i quali il maestro Claudio Valenti, che hanno composto brani inediti sui suoi testi ispirati al Il Basilisco e L'Assenza.

martedì 19 luglio 2016


Miti che rivivono nei “corpi nuovi” di Roberto Latini renzia.dinca RUMORSCENA CASTIGLIONCELLO (Livorno) – L’anfiteatro, cornice storica di tanti spettacoli all’aperto nelle ben diciannove edizioni del festival Inequilibrio, sito nel parco di Castello Pasquini, ha ospitato il progetto in evoluzione Metamorfosi (di forme mutate in corpi nuovi) di Roberto Latini, tratto da Ovidio. Il regista con la sua compagnia Fortebraccio Teatro – complice Armunia diretta da Angela Fumarola e Fabio Masi, attenti alle nouvelles vagues delle produzioni dei giovani gruppi teatrali, ha fissato da qualche anno una residenza artistica a Castiglioncello dove lo stesso progetto ha potuto crescere, rendersi visibile e farsi apprezzare. Già impostosi nella edizione del 2015 in forma di site specific e dopo allestimenti in modalità di maratona al Teatro Vascello a Roma e in altri spazi teatrali, si ripresenta con una struttura narrativa in dittici: Il Sonno-Tiresia, Aracne-Ecuba, Sirene-Sibilla Cumana, Filemone e Bauci-Sisifo Ilaria Drago foto di Lucia Baldini Ilaria Drago foto di Lucia Baldini Nel magmatico corpus letterario da cui Latini ha scelto di attingere il materiale drammaturgico del suo nuovo lavoro- operazione già di per sè coraggiosa al limite dell’impossibile ma di cui il regista stesso afferma di essersene proprio per questo innamorato, egli sfida la complessità dell’adattamento (da lui stesso curato) non solo e non tanto nel difficile trasferimento in forma drammaturgica del testo letterario, ma soprattutto, nel distillare forme convincenti e autonome per lo statuto teatrale; una materia vorticante e allusiva ricchissima di personaggi, storie, metonimie, allegorie, giochi semantici, quale quella creata da Ovidio nel suo capolavoro sui miti. Se di “progetto incompiuto” si tratta, come da esplicito manifesto di regia, la trasposizione a cui abbiamo assistito, quella di Sirene più Sibilla Cumana, appartiene in pieno alla poetica già percorsa nell’edizione dello scorso anno di Inequilibrio, in cui in diversi spazi ed orari erano stati presentati cinque miti in cinque diverse giornate, dei quali il più suggestivo e memorabile è stato probabilmente Orfeo ed Euridice. In questa sorta di immersione in uno stato onirico pre conscio una sorta di immaginario archetipico- se tutta una scuola di antropologia classica italiana, invece non fosse nata a sconfessasse questa lettura, ci ritroviamo alla visione dei quadri sonori e cinetici di Latini, come posseduti da forme suoni colori atmosfere ancestrali e ipermoderne, trasportati dentro universi conosciuti ed insieme misteriosi; insomma dentro un perturbante che avvince e porta altrove, attraversando spaesamenti mentali di non facile trasposizione come racconto di evento attraverso parole e significati. Così in questa che ci piace chiamare suggestione a cui abbiamo asssistito: Sirene, ci troviamo di fronte ad un sipario aperto su un’immagine di sirena ( una Ilaria Drago superba) che usa la voce, anche modificata in effetto loop, grazie al prezioso contributo al lavoro di Gianluca Misiti (musiche e suoni) e di Max Mugnai alla direzione tecnica, con effetti stranianti in una affabulazione fra eros e thanatos che ha come referente il mare, ora amante agognato ora odiato- è questo l’amore che dai? È questo l’amore che sai dare? È un canto ipnotico ricco di contaminazioni verbali erotiche sussurrate ad un microfono da cui spuntano fiori finti forse gigli. Ilaria Drago foto di Lucia Baldini Ilaria Drago foto di Lucia Baldini La scena muta ed appaiono altre ineffabili figure: sono sia maschili che femminili e travestite da clown. Il clown è il trait d’union fra diversi tempi e piani in cui si svolge l’azione scenica mentre il personaggio di sirena si allontana fra rumore di onde e strida di gabbiani e compare la Sibilla morente. Così le forme mutate narrate da Ovidio nelle loro metamorfosi prendono ad anello a loro volta altre forme, quelle dei corpi, delle voci, delle vite di altre narrazioni, di altre storie attuali e antiche insieme poichè le storie dei miti vivono o meglio rivivono a saperle leggere, nelle vite di noi contemporanei. Metamorfosi ( da forme mutate in corpi nuovi) da Ovidio Traduzione di Piero Bernardini Marzolla adattamento e regia Roberto Latini musiche e suoni Gianluca Misiti luci Max Mugnai costumi Marion D’Amburgo con Ilaria Drago, Alessandra Cristiani, Roberto Latini, Savino Paparella produzione Fortebraccio-Teatro Festival Orizzonti Visto all’Anfiteatro del Castello Pasquini, il 2 luglio 2016

venerdì 15 luglio 2016


RUMORSCENA L'Italia che dimentica il suo passato coloniale. Frosini e Timpano la rievocano CASTIGLIONCELLO (Livorno) – Nella prima settimana di programmazione del Festival Inequilibrio giunto alla sua XIX edizione fra l’altro ricca di spettacoli di prosa e danza in cartellone ogni giorno, e da quest’anno dislocati di necessità anche in spazi altri rispetto alla storica sede del Castello Pasquini, a causa della chiusura della tensostruttura, abbiamo assistito a questa prima parte del nuovo lavoro della coppia Frosini| Timpano “Zibaldino africano“, una prima parte che quindi già ne preannuncia una seconda che andrà a configurare l’opera completa che già ha il titolo di “Acqua di colonia”. Già di per sè evocativi, anche se metaforici, i titoli stanno ad indicare la zona di perlustrazione ed il focus sui quali i due coautori hanno scelto di lavorare in questo nuovo processo creativo e di messa in scena in cui intrecciano a quattro mani scrittura drammaturgica, regia e interpretazione come da qualche tempo ci hanno abituati. Graffia insinua induce a riflettere, amaramente riflettere una drammaturgia che per accostamenti di diversi piani logici e di contenuti porta per mano lo spettatore dentro un primo livello di lettura che ha il sapore del rumore di fondo: le chiacchiere da bar come il dialogo un pò annoiato di una coppia nel tinello di casa a commento distratto di notizie magari televisive sul tema: cosa conosciamo noi a Roma dell’Africa? La risposta è la stele di Axum. La coppia, che si presenta in una scena vuota per tutto lo spettcolo si rimpalla frasi condite con citazioni più o meno colte ( del resto è una coppia radical chic-così autodefinitasi fin dall’incipit). Le citazioni sono prevalentemente frutto di buone e vaste letture, si va da Camilleri a D’Annunzio a Flaiano a Montanelli by passando per Bob Geldolf a Bob Marley all’Aida alla Mia Africa della Blixen. Insomma non uno Zibaldone leopardiano ma una Zibaldino in salsa africana , almeno quella masticata dalle nostre parti sulle culture del continente misterioso da cui ci divide soltanto il Mare nostrum. Acqua di colonia 2 - Frosini Timpano Da questo plot narrativo di fondo si sdipana un secondo livello ben congegnato consegnato al monologo centrale di Timpano in cui si entra nel cuore dello Zibaldino: il tema è quello del colonialismo ad opera del governo di Mussolini. Si parte dalla dichiarazione del 1938 del Manifesto a difesa della razza per passare alla narrazione dell’occupazione delle nazioni africane: Somalia, Etiopia, Libia, Eritrea. Elvira Frosini e Daniele Timpano provano a tirarci un bello schiaffo, seminando dubbi sulle nostre belle coscienze di italiani, ricordandoci, fatti alla mano, dati storici oggettivi, che l’Italia è stata un paese colonialista e che le conseguenze anche del nostrio intervento militare di occupazione di quelle nazioni è tuttora vivo nelle storie delle donne e degli uomini che hanno subito la sopraffazione dei nostri connazionali nelle loro terre privandoli della libertà, dei loro costumi, della loro dignità personale e antropologica. Ma poi tutto torna fosco nel monologo finale di Frosini: tutto è giallo in Africa, tutto è caldo, il sole ( il sole dell’avvenire-ma anche Faccetta nera). Daniele Timpano Elvira Frosini foto Lucia Baldini Daniele Timpano Elvira Frosini foto Lucia Baldini Tutto pare inevitabilmente sommerso nell’oblio rassicurante della memoria e della responsabilità storica, dell’Italia come delle potenze europee. Non possiamo che lavarcene le mani- ecco il senso di Acqua di colonia: il post colonialismo non esiste. Ma in scena cè una presenza muta a ricordarcelo, una donna nera seduta su una sedia. Una donna nera testimone senza voce ma consapevole e letteralmente sulla propria pelle di tragedie .Di questa donna, che ha un nome e un cognome, all’inizio dello spettacolo, con un biglietto veniamo informati che lei, dello spettacolo non sa niente. E così ci viene dato il benservito con cui tornare alle nostre case e riflettere sul tema così attuale della retorica degli Italiani brava gente. Renzia D’Inca’ Foto di Laura Toro Foto di Laura Toro “Italiani, brava gente”? Affermazione troppo spesso abusata che se applicata a determinati periodi storici del passato stride per la sua inadeguatezza. Lo storico Angelo Del Boca lo afferma nel suo saggio dal titolo omonimo dove ripercorre, tra le altre vicende, anche una pagina di Storia tra le più drammatiche quanto rimosse: l’occupazione colonialista in Etiopia con le deportazioni della popolazione durante il regime fascista di Mussolini. Una guerra in cui verranno usate anche armi chimiche. La rimozione di questi tragici eventi ha impedito per molto tempo di conoscere la verità e di alimentare la falsa credenza che gli italiani fossero “brava gente”, quando, invece, comportamenti di disprezzo e di superiorità siano alla base del razzismo alimentato dall’ignoranza. C’è anche questo nello “Zibaldino africano” portato in scena da Daniele Timpano ed Elvira Frosini, versione ancora in fase di studio che fa parte di “Acqua di Colonia”, il cui debutto nella sua versione definitiva è prevista a Romaeuropa nel prossimo autunno. Italia colonialista protagonista di crimini efferati rivisitata alla luce di quanto accade oggi nel suo rovesciamento delle parti. Ora ad essere “invasi” siamo noi italiani, con il flusso migratorio inarrestabile e tragico con i continui sbarchi e naufragi. In forma di dialogo tra i due (con una presenza in scena di una donna di colore che non proferisce parola), la narrazione diventa denuncia sociale, rievocazione di un passato e di un presente su cui vale la pena riflettere. Un collage in via di definizione dove la verità scomoda fa il paio con un presente poco edificante, costellato di citazioni che sembrano dette da militanti della Lega, e con evidente stupore, scopriamo provenire da filosofi ritenuti al di sopra di ogni sospetto.image “I Negri d’Africa non hanno ricevuto dalla natura nessun sentimento che si elevi al di sopra della stupidità”. A dirlo è Emmanuel Kant, o per restare a casa nostra il pensiero di Benedetto Croce:“Si ostinano a non entrare nella storia. Sono Uomini della natura, che zoologicamente e non storicamente sono uomini. Si cerca di addomesticarli e addestrarli, ci si sforza di svegliarli ad uomini, è ciò che si chiama l’incivilimento dei barbari e l’umanamento dei selvaggi.”, tratto Dai Quaderni de “La Critica” n.1 del 1945. Daniele Timpano ed Elvira Frosini giocano sul registro ironico facendo credere l’uno all’altro che tali aberrazioni mentali siano state dette da parenti o sentite al bar ma alla domanda “questa l’ha detta tua cugina?”, salta fuori invece il nome di Rousseau o Hegel che sostiene che “Ai negri non viene neppure in mente di aspettarsi per sé quel rispetto che noi possiamo esigere dal prossimo”. L’intenzione è quella di parificare il credo popolare e becero a quello di insospettabili intellettuali accomunati da un pregiudizio verso l’essere umano che ha un’unica colpa: quella di avere un colore della pelle diversa da noi. Non manca il ritmo a questo Zimbaldino che una volta strutturato potrà godere di una sua efficace messa in scena. Potere della parola che richiede allo spettatore di immaginare cosa è realmente accaduto ad un popolo vessato da un invasore senza pietà. Quello che accade oggi non necessità invece di nessun sforzo mentale. Basta non chiudere gli occhi e voltarsi dall’altra parte. Roberto Rinaldi Zibaldino africano (Acqua di Colonia) Testo, regia, interpretazione Daniele Timpano e Elvira Frosini produzione Romaeuropa Festival, Teatro della Tosse, Accademia degli Artefatti Visto al Teatro dell’Ordigno di Vada Livorno il 3 luglio 2016

lunedì 11 luglio 2016


Dialoghi con gli dei by renzia.dinca Castiglioncello (LI) Continua l’indagine compiuta da svariati anni del gruppo pisano I Sacchi di Sabbia intorno al topos del comico in tutte le sue sfaccettature con esiti brillanti riconosciuti unanimamente da pubblico e critica che ha loro riconosciuto il Premio speciale UBU 2008, il Premio Nazionale della Critica nel 2011 e quest’anno Premio Lo Straniero 2016 ricevuto proprio dentro il Festival Inequilibrio giunto alla sua XIX edizione. Il nuovo lavoro I dialoghi degli dei di Luciano di Samosata non tradisce le attese pur ricalcando la tessitura letteraria dello scrittore satirico scelto in dialettica fra il gruppo ed il regista Massimiliano Civica non certo nuovo alla rivisitazione del mito che lo scorso anno ha creato un capolavoro come Alcesti nello spazio delle Murate. Il connubio Civica- Sacchi di Sabbia, per la prima volta diretti dal regista, ha mescolato competenze attoriali e percorsi anche distanti sul piano della rispettiva ricerca artistica per dar vita ad un lavoro tutto in levare dove leggerezza ed ironia si intrecciano a intarsio meta letterario ben riconoscibile nella cifra stilistica dei Sacchi che attinge dalla testualità pungente e sempre attuale di Luciano. In essa si innestano spunti di attualità come l’invenzione dell’interrogazione scolastica sulla cosmogonia ad intreccio materia portante dei Dialoghi da parte di una professoressa quantomeno antipatica per i due allievi il secchione e lo sfigato, la comparsa in classe di Zeus ed Era, i dialoghi fra i due in quanto coppia regale dell’Olimpo le libere associazioni sul metodo Stanislavskij l’inversione di ruoli fra le due coppie, quella degli attori che sono finti studenti di una improbabile quanto esilarante recita in compresenza che si svolge dentro un aula di ginnasio di liceo classico. Freschi di questa nuova avventura teatrale e della vittoria di un premio importante come Lo S traniero fondato da una personalità di gran spessore culturale come Goffredo Fofi con questa motivazione (…) un gruppo teatrale che ha saputo unire al minimalismo organizzativo quello di realizzazioni, semplici, ma di una irresistibile vitalità, spiritose e spesso esilaranti, prime fra tutte un Sandokan e un Don Giovanni (…) un teatro artigianale che sa costruire con il suo pubblico un legame immediatamente e cordialmente affettivo, li abbiamo intervistati per RUMORSCENA nella persona di Giovanni Guerrieri Rumorscena. Colpisce la collaborazione artistica che avete avuto con Massimiliano Civica. Che cosa vi ha portato a lavorare insieme? Guerrieri. Ci ha unito la cifra del minimalismo della messa in scena e l’interesse per la letteratura di genere. Da molto tempo volevamo lavorare insieme, consapevoli che il nostro modo di creare fosse compatibile. Poi è nata questa idea che ha portato alla collaborazione anche con Tiezzi e Lombardi per il progetto speciale qui al Festival di Castiglioncello ( dove siamo stati invitati più volte già fin dal 2001 con Orfeo). La proposta di messa in scena dei Dialoghi è entrata nella linea di studio sulla mitologia così importante anche per Civica. Sono molto contento della collaborazione : è stata un’ottima modalità di lavoro, le nostre cifre sono entrambe leggibili. Rumorscena Un nuovo importante riconoscimento per i Sacchi quello del Premio Lo Straniero ideato da quel guru di intellettuale che è Goffredo Fofi Guerrieri Sono molto emozionato per questo premio. Fofi ci ha seguito e sostenuto fin dai tempi della pubblicazione di Tragos nel 1999 ( Titivullus). Goffredo ci ha stimolati nelle letture più disparate,dal fumetto ai gruppi del teatro sociale. Consideriamo questo premio, dopo l’ UBU del 2009 in cui venne riconosciuta la nostra attività di 13 anni sulla scena, ancora un passo in avanti di conferma nella nostra attività di ricerca. Rumorscena. Dunque è stato un lungo viaggio quello dei Sacchi. Ma quali sono stati vostri percorsi individuali e in quali maestri e mentori vi riconoscete? Guerrieri.Siamo un piccolo gruppo che proviene da formazioni diverse, Giulia Solano da architettura,Enzo Illiano da studi scientifici, Gabriele Carli dal teatro dello spirito. Ci siamo ritrovati a Pisa nello spazio del Teatro di Sant’Andrea dove abbiamo capito che il nostro campo d’elezione era il comico. E qui ci ha indirizzati l'amico e collega Paolo Giommarelli . In quella fase ero io a scrivere dei canovacci, lavoravamo molto sull’improvvisazione. Nel frattempo mi sono laureato con una tesi su Totò, seguito da un vero maestro come Fernando Mastropasqua. Anche Concetta D’Angeli dell’Università di Pisa ci ha incoraggiati e consigliati. Abbiamo trovato un genere con Sandokan nel 2007 ma non ci siamo mai voluti chiudere in esperienze di ripetizioni di schemi per non essere ingabbiati: per esempio con Civica non ci siamo preoccupati di essere identificati come gruppo. Con lo spettacolo I moschettieri abbiamo ripreso la parodia. Un critico e studioso che ci ha sostenuti proprio sull’affrontare il genere della radio è stato Rodolfo Sacchettini. I Sacchi di Sabbia con Massimiliano Civica Progetto speciale per i vent’anni di Armunia Con Gabriele Carli,Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Illiano e Giulia Solano Produzione Compagnia Lombardi/Tiezzi Prima nazionale Visto a Castiglioncello-Festival Inequilibrio al Castello Pasquini, 1 luglio 2016

mercoledì 1 giugno 2016


http://www.rumorscena.com/31/05/2016/in-equilibrio-quale-futuro-per-armunia-a-castello-pasquini/6

venerdì 6 maggio 2016


Il colore rosa Posted by renzia.dinca Lucca. Si parte dalla poesia e dal simbolismo del colore: il poeta Baudelaire indossava guanti rosa, racconta una voce femminile-io narrante che ci accompagnerà fino in fondo allo spettacolo, mentre un misterioso personaggio da cartoon rosa peloso fra il Tenerone e il pupazzo un po’ scimmia un po’ orso di peluche, si rotola e irrompe più volte muto nello spazio scenico. E la Voce chiede e si chiede: la poesia è femminile o maschile? E la musica? Il cielo? Le stelle? L’acqua? Gli alberi? per bambini dai 6 agli 11 anni e loro famiglie- quelli a cui è rivolto il lavoro come da scheda tecnica- parrebbe complesso sulla carta decifrare la citazione colta ma ci pensa il pupazzone che a tratti ricompare dalle quinte, quasi Bianconiglio o Gatto dello Cheshire a mescolare e contaminare i molteplici codici e piani espressivi fra teatro-danza, voce e gestualità. In questo lavoro si individua immediatamente una scrittura alta, ricchissima di riferimenti letterari ma soprattutto sociologici legati al pensiero di genere femminil–femminista (sempre che questa terminologia anni Settanta possa ancora accendere qualche lampadina mentale) come: Dalla parte delle bambine di Gianini Belotti-aggiungerei Loredana Lipperini di Ancora dalla parte delle bambine che sono tra i testi citati nella narrazione vocale fuori campo ma anche Una bambola per Alberto di Charlotte Zolotow, mentre la messa in scena si sdipana in una macchina teatrale che mescola bene le sue carte. Tre personaggi in scena il Cavaliere, la Principessa e la, forse, cugina(molto sui generis questa, soggetto iniziale di disturbo, proiezione di un elemento innovativo-trasgressivo rispetto ai due stereotipi di genere da fiabesca e mai morta e trita tradizione). L’interscambiabilità di ruoli, costumi e azioni mimiche fra i tre attori sotto il segno di un contaminato impianto di teatro-danza che si fa a tratti performativo, segna fortemente questo Il colore rosa. Il percorso teatral-didattico della Compagnia (con Aline Nari ideatrice, regista ed anche in scena nelle vesti della Principessa), nasce da un’indagine sul femminile dal progetto Principesse e progetto Ri-flettere-genere allo specchio, promossi dalla Provincia di Massa Carrara e Fondazione Toscana Spettacolo. Ma quanti sono i colori del rosa? Quante le diverse tonalità? Dal rosa antico al fucsia fino al rosa shocking così caro alla Regina Elisabetta, quanto è lungo questo viaggio e ricco di screziate sfumature simboliche e naturali? Nel lavoro si racconta che il colore rosa è stato anche un colore maschile nel passato per poi trasformarsi nella più edulcorata versione di un femminile melenso e omologato che ancora non smette di imprigionare prima i corpi le posture e poi i vestiti gli oggetti da occhiali borse e zainetti delle bambine e in seguito rischia anche di condizionare scelte esistenziali di donne educate per essere ingessate in stereotipi culturali da abbattere rispetto alle scelte di studio, professionali e di vita per clichè purtroppo duri a morire. In questo lavoro si prova a spezzare con ironia e delicatezza il circolo vizioso dello stereotipo del rosa, per mescolare i ruoli, meticciare anche un po’ provocatoriamente (Alberto-attore e cavaliere, è maschio ma vuole danzare e per questo è deriso dai compagni di classe). Così scopriamo che tutti i tre i personaggi in scena tra un abbigliarsi e un disvelarsi di sottogonne e calzette sono rosa e possono scambiarsi giacche e sottane perché ciascuno deve cercare ma soprattutto ha diritto ad esercitare la propria identità senza vincoli di sovrastrutture culturali e sociali. E chissà, forse anche famigliari. Chissà. Il colore rosa-spettacolo di danza-teatro per ragazzi e famiglie ideazione coreografia e regia Aline Nari con Gabriele Capilli, Aline Nari e Giselda Ranieri voce recitante Graziella Martinoli drammaturgia Daniela Carucci musiche originali Valentino Corvino produzione ALDES con UBIDANZA Visto al Teatro San Girolamo- Lucca, il 29 aprile 2016

domenica 1 maggio 2016


THE GHOSTS Posted by renzia.dinca Prato. Potrebbe essere definito, liquidandolo, un suggestivo lavoro se solo letto in superficie e magari in altri spazi, come una affascinante macchina teatrale e performativa scritta e diretta da un famosa coreografa internazionale, magari indotta da sollecitazioni di importazione di esotismi dall’Estremo oriente. In realtà Ghosts è un lavoro di assai dura presa di posizione e denuncia per il messaggio sociale che trasmette e rilancia per rimbalzo di temi e condizioni professionali e artistici che sono presenti-sia pure in forme diverse, anche del nostro mondo occidentale. Un occhio davvero partecipe pur non integrato, quello di una viaggiatrice curiosa Constanza Macras, coreografa argentina, stella del Teatro- danza europeo, già allieva di Pina Bausch, da tempo naturalizzata berlinese con la sua Compagnia Dorkypark. L’idea nasce infatti da un viaggio compiuto da Constanza Macras nel 2013 fra Pechino, Guangzhou e Shangai (molti altri viaggi sono stati oggetto dei suoi lavori, una ricognizione sui Rom, il Sud dell’Africa, l’India, il Brasile e oggetto di collaborazioni artistiche in meticciato culturale). In questo nuovo viaggio artistico Macras si confronta insieme alla sua Compagnia, un ensembre multiculturale e multidisciplinare, con l’esperienza realmente vissuta e documentata attraverso interviste, foto e video fino alla collaborazione con artisti circensi incontrati in quel felice viaggio cinese. La miccia che accende la nuova produzione vista in prima nazionale al Fabbricone e dopo la prima mondiale berlinese (sarà al CSS di Udine), è ispirata dalla contaminazione artistica con un gruppo famigliare di artisti circensi conosciuti durante la trasferta nel Paese del Sol Levante, che sono entrati di fatto nella produzione di Ghosts, sia per il lavoro espressivo che nella scrittura drammaturgica. Sì perché, e qui sta il concept, in Cina anche ai nostri tempi e non solo in quelli della rivoluzione maoista ma per tradizione millenaria, il circo inteso come arte acrobatica è un marchio artistico di cui la politica si fa vanto ancora oggi rispetto al resto del Mondo. Salta subito agli occhi la peculiarità del lavoro: siamo in Cina sia per le morfologie dei corpi degli artisti – almeno quelli principali, sia per le performance che fin dall’incipit-insieme alle musiche strumentali suonate live-ci introducono in un mondo a noi misconosciuto ma anche in qualche modo assorbito ai nostri occhi di occidentali da visioni televisive del palinsesto italiano specie tra Natale e Capodanno: quello dei circhi equestri internazionali nelle spettacolari esibizioni acrobatiche-contorsionistiche specie al femminile. Sì perché in questa peculiare performance sono i corpi femminili adolescenziali ad essere al centro di prestazioni al limite della subcultura dell’esibizione a rischio dello sfruttamento-quanto di più simile nella subcultura delle modelle anoressiche di cui son piene le nostre riviste patinate anche lette e compulsate da milioni di signore – e signori in Occidente? cosa c’entra il corpo femminile sfruttato là e qua?. c’entra, perché il messaggio multimediale di Ghosts che ci arriva, è pieno di segni che, forse, potrebbero andare anche in quella direzione. L’azione parte da un urlo a scena aperta di una ragazzina occhi a mandorla esile sopra una piattaforma rialzata. A seguire inserti di donne-bambole che in equilibrismi nelle vesti bianche a veli dal perfetto virtuosismo, esibiscono scene con piattini rotanti in stupefacente simmetria. Nella non semplice ricostruzione a ritroso dei molti tableaux vivants che si susseguono mentre sullo sfondo si proiettano immagini della realtà cinese, alternati ad interviste, è così in realtà che entriamo nel vivo della performance in forma di patchwork che si apre a una contaminazione di segni verbali ed extra linguistici complessa e multi semantica proprio per la matassa degli intrecci restituiti in forma di arti performative, numeri acrobatici e composizioni da mozzare il fiato. L’intreccio non procede per logiche aristoteliche ma per accumulo di azioni fisiche e narrazioni biografiche relative alla famiglia cinese di artisti acrobati in scena (lo zio più anziano e tre ragazze, oltre agli artisti della Dorkypark Berlin), fornendo anche informazioni su uno spaccato di società cinese, rurale, povera dove la vita delle bambine è regolata dalla legge statale nazi del figlio unico e maschio. Dove la vita di questi straordinari atleti ed artisti circensi viene cannibalizzata da uno Stato padrone che prima investe sulle loro capacità di stupire e divertire per le masse ed i potenti stranieri per poi abbandonarli poco più che ventenni quando il corpo già non è più in grado di ripetere le performance precedenti. Ecco che questi artisti diventano ghosts- fantasmi appunto ricacciati nella povertà e nel silenzio dopo sfavillanti carriere al servizio dello Stato e dei propri cerimoniali autorappresentativi. The Ghosts coreografia e regia Constanza Macras drammaturgia Carmen Mehnert di e con Emil Bordàs, Fernanda Farah, Lu Ge, Yi Liu, Juliana Neves, Xiaorui Pan, Daisy Phillips, Wu Wei, Huanhuan Zhang, Huimin Zhang produzione Constanza Macras, Dorkypark Berlin, Goethe Institut China Prima Nazionale Visto il 17 aprile, Teatro Fabbricone di Prato

domenica 24 aprile 2016


In questo post ho raccolto la lezione che ho tenuto al Collegio Superiore dell’Università di Bologna, il 21 aprile 2016. Gentili e cari amici, innanzitutto un sincero ringraziamento va agli organizzatori di questo incontro, per avermi voluto invitare a parlare di un argomento che tanto mi sta a cuore quale quello della cultura come mezzo di rilancio economico, ma soprattutto civile e sociale, per il nostro Paese. Affrontare questo tema all’interno di un istituto di formazione d’eccellenza quale il Collegio Superiore dell’Università di Bologna è un’occasione che mi pare davvero proficua, specie per i ragazzi che si stanno formando per divenire i futuri operatori del settore. Ho più volte sottolineato, in altre occasioni, come l’investimento nella cultura rappresenti per l’Italia un’occasione unica, quella di coniugare alla tutela e alla valorizzazione del suo patrimonio culturale, che costituisce a tutti gli effetti la sua più grande ricchezza, la possibilità di attivare una crescita economica virtuosa e sostenibile: il nostro è il Paese della Bellezza, e la bellezza è un alleato prezioso per contrastare il degrado ambientale e per favorire la coesione locale, l’inclusione sociale e lo sviluppo dei territori, trasmettendo alle nuove generazioni quanto ci è stato tramandato dal passato. Spesso, infatti, quando si parla di cultura come volano di rilancio per il nostro Paese, esagerandone a volte la sua funzione di nuovo ‘petrolio’, si tende a porre in secondo piano il valore morale e civile che soggiace all’investimento in questo settore. Io credo, invece, che sia un vero e proprio dovere quello di custodire e tramandare alle generazioni future l’immensa ricchezza che abbiamo ricevuto in retaggio dai nostri predecessori; ed è un dovere che non riguarda soltanto gli addetti ai lavori – le soprintendenze, i musei, le biblioteche –, ma piuttosto riguarda ognuno di noi. Ogni cittadino è responsabile per gli spazi pubblici, i monumenti, l’integrità ambientale del luogo in cui vive, e ognuno dovrebbe saper attivare buone pratiche che ne favoriscano la tutela. Già diversi sono gli esempi, più o meno noti, di quanto l’iniziativa dei cittadini, in un’ottica di impegno comunitario e no profit, possa giovare al nostro patrimonio culturale: uno fra tutti, che non rinuncio mai a menzionare per l’importanza che esso riveste a mio avviso nel difficile e spesso drammatico contesto sociale della Terra dei Fuochi, è il recupero della Reggia di Carditello, acquisita dallo Stato grazie all’interessamento di una rete di cittadini che non si è mai arresa al secolare degrado dello splendido sito reale borbonico, che si avvia a divenire un vero e proprio presidio istituzionale in un territorio tanto compromesso quanto ricco di risorse umane. Ma sono tantissime le iniziative che fioriscono quotidianamente, su tutto il territorio nazionale, con lo scopo di curare gli spazi pubblici; tantissime le associazioni che si occupano di promozione sociale, eventi, luoghi di cultura; e sono anche numerosi, ormai, sul web, gli strumenti nati con l’intento di condividere e promuovere questa varietà di esperienze, superando le distanze materiali e mettendo in comune conoscenze e, appunto, buone pratiche. La piattaforma multimediale #laculturachevince è una di questi, ed è votata a raccogliere e recensire proprio le buone pratiche di chi è impegnato nel mondo della cultura: si tratta di un portale wiki, incrementato da tutti coloro che partecipano al progetto e da un team ‘redazionale’ incaricato di coordinare i materiali che vanno ad arricchire quotidianamente il database, la cui consultazione fornisce un ulteriore riscontro sulle straordinarie opportunità di crescita economica e civile offerte dall’iniziativa in ambito culturale nel nostro Paese. Sono convinto che strumenti di questo tipo possano garantire ulteriore visibilità e favorire lo scambio di competenze e strategie tra coloro che operano nel campo della promozione del patrimonio culturale, ad ogni livello. Esiste davvero un’energia positiva che attraversa il nostro paese, costituita dalle tantissime persone che si prendono cura dei beni culturali, creano progetti e diffondono cultura. È un’energia che va oltre la “cultura” e che pervade il nostro modo di essere, richiedendo nuove forme di partecipazione alla vita pubblica e risposte alle domande esistenziali di ognuno di noi. Questa energia rimane il più delle volte nascosta e inascoltata: dobbiamo allora farla emergere per il bene del nostro paese perché con la cultura si vive, si migliora, si agisce, si vince. La cultura conta, appartiene a tutti, non fa paura, non è alta, ma implica valori. A giudicare dal numero di imprese e progetti culturali che quotidianamente fioriscono in tutta la Penisola, è evidente che, almeno tra gli operatori del settore, regna l’accordo sul fatto che con la cultura si può vivere perché la cultura dà lavoro. Sono, semmai, le istituzioni e la classe politica che spesso non riescono a comprendere appieno le potenzialità offerte dall’investimento in questo ambito. Deve essere chiaro, invece, che l’attività culturale favorisce la presenza istituzionale, aumenta la sicurezza e rende i cittadini più consapevoli delle ricchezze del loro territorio e più disponibili ad attivarsi in prima persona per tutelarle, oltre ad incrementare i flussi turistici, l’occupazione, l’integrazione e l’interesse verso i beni comuni. Ma il rilancio del settore culturale e turistico passa anche dall’individuazione di figure professionali specifiche, che siano in grado di mettere in campo approcci innovativi e funzionali che contribuiscano a riorganizzare la gestione del patrimonio culturale riducendo gli sprechi, lavorando sulle criticità e incrementando la comunicazione e i canali informativi, specie grazie alle possibilità offerte dai nuovi media. Sono diversi i profili che il mercato richiede al momento: si tratta nella maggior parte dei casi di professioni parzialmente nuove, o che comunque necessitano di un’impostazione differente rispetto a quella tradizionalmente attuata nel mondo della cultura, che spesso adottava linguaggi elitari e non riusciva ad aprirsi al grande pubblico, lasciando la fruizione del patrimonio e degli eventi ai cittadini di livello culturale più elevato. L’avvento dei social network e del web 2.0 ci permette di ripensare la comunicazione dei contenuti culturali, a patto che alla rapidità e semplicità di trasmissione delle informazioni si affianchi il necessario approfondimento, il livello qualitativo che permetta il mantenimento di un’offerta culturale di alto profilo, quella che ha sempre caratterizzato gli operatori del settore italiani anche grazie a una formazione d’eccellenza. Attualmente il percorso di studi di un manager culturale non è ben definito, e il suo stesso iter professionale possiede ancora caratteristiche in gran parte connesse alle esperienze individuali. Tuttavia, diversi atenei del nostro Paese hanno saputo adeguarsi rapidamente a questi mutamenti ed hanno avviato percorsi formativi ad hoc per la preparazione di nuovi esperti nel mondo del cultural management, soprattutto attraverso l’organizzazione di master di primo o di secondo livello rivolti ai laureati in materie umanistiche, per fornire loro gli strumenti per incrementare le proprie attitudini gestionali e competenze tecnico-organizzative. Sembra, dunque, che l’alta formazione italiana stia iniziando ad adeguarsi all’approccio di altre nazioni europee in fatto di cultura: la stretta integrazione tra curricula umanistici e tecnici, impensabile fino a pochi anni fa, sta diventando rapidamente una realtà diffusa. Un caso esemplare è quello del rapporto tra informatica e discipline umanistiche, spesso considerato secondario nelle facoltà scientifiche come in quelle letterarie fino a non molto tempo fa, e che sta rapidamente acquistando un ruolo di primo piano nella formazione universitaria e post-universitaria. La causa è a mio avviso da rintracciarsi in una radicale ridefinizione della dicotomia tra materie letterarie e materie scientifiche, ridefinizione che sta avvenendo proprio in questo momento, e che dunque non è facile ancora analizzare e comprendere appieno. È chiaro, tuttavia, che discipline scientifiche e humanities saranno sempre meno contrapposte e anzi andranno sempre più intrecciandosi in un futuro che ci prospetta lo sviluppo sempre maggiore di una società della conoscenza. A chiunque operi nel settore della cultura è ormai nota la necessità di familiarizzarsi con linguaggi, contenitori e mezzi di comunicazione sempre più avanzati, che presuppongono conoscenze sempre più tecniche e specifiche. I numerosissimi blogger freelance che si occupano di informazione culturale, i social media manager delle più varie istituzioni culturali, gli editori digitali, i numerosi altri profili professionali emergenti dalla rivoluzione digitale in atto: tutti sono venuti in contatto, solo per fare alcuni esempi, con la marcatura SEO, con gli hashtags, i metadati, tutto ciò che consente di comunicare cultura attraverso il web 2.0. E, d’altronde, la comunicazione della cultura sta assumendo un ruolo sempre più importante all’interno del mondo digitale. Quella del manager culturale si configura dunque come una figura professionale ibrida, che deve saper coniugare alle conoscenze in campo culturale anche gli aspetti di natura finanziaria, economica, organizzativa, giuridica e di marketing, e saper assumere, accanto alla funzione conservativa del patrimonio, anche un approccio divulgativo e volto alla valorizzazione dello stesso. Anche il suo statuto legale è tuttora incerto, tanto che recentemente è stata fondata l’Associazione Nazionale Manager Culturali, che si prefigge proprio di ottenere il riconoscimento giuridico-legislativo della figura del manager culturale e l’affermazione del suo ruolo professionale. Diverse sono le declinazioni che può trovare la professione del cultural manager: agli allestitori di mostre ed eventi si affiancano le società specializzate in servizi editoriali, i lavoratori del cinema, della musica e delle arti performative, i privati e gli enti no profit che partecipano ai bandi pubblici per la gestione di monumenti, musei, biblioteche, nonché le associazioni e i comitati che si occupano della preservazione e della divulgazione di un patrimonio altrettanto ricco e importante, quello immateriale delle tradizioni, degli usi, dei saperi popolari, insomma del complesso di pratiche di tipo folklorico, artigianale, enogastronomico che il nuovo interesse verso la green economy e la naturalità delle filiere produttive sta gradualmente riportando in auge. È necessario, in definitiva, che il manager culturale conosca i fattori determinanti delle politiche culturali, la legislazione nazionale e comunitaria che regola il campo culturale, le normative contrattuali, le tecniche di marketing, e che sia in grado di sviluppare progetti anche a medio e lungo termine, avvalendosi, oltre che dei canali tradizionali, delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Il mercato del lavoro è certamente pronto ad assorbire questo nuovo tipo di professionalità, di cui si sente anzi la crescente necessità: alle istituzioni spetta invece il compito di comprendere le reali potenzialità di questo settore, uscendo dall’ottica ormai superata per cui il mantenimento del patrimonio culturale si riduceva a un gravoso onere e non ci sarebbe mai stata possibilità, in questo campo, di pareggiare i conti tra spesa e ricavi. Ma per superare questo pregiudizio occorre inaugurare una nuova strategia che contempli, accanto a una gestione più efficace dello sterminato patrimonio artistico, archeologico, paesaggistico di cui disponiamo, anche l’attivazione di politiche in favore dell’iniziativa in campo culturale e creativo; ciò potrebbe rappresentare l’occasione per un rilancio dell’economia e insieme una spinta per il cambiamento politico, sociale e culturale del Paese. Peppino Impastato disse che “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”; questo mi sembra il miglior manifesto di una società che voglia fare della bellezza non solo e non tanto una nuova industria da sfruttare indiscriminatamente, quanto un veicolo di crescita civile, per una comunità più consapevole, equa, solidale e inclusiva verso tutti i cittadini. Nel concludere, vorrei davvero augurare a tutti voi di riuscire a guardare al futuro del Paese con una prospettiva condivisa, che ridia speranza e costruisca una società migliore, più solidale e aperta per i nostri figli e le generazioni future. Dobbiamo lavorare insieme per cambiare l’Italia e dare ai nostri figli la speranza di avere un futuro migliore. Massimo Bray Categorie diario Tags:bologna, collegio superiore bologna 0 comments

sabato 23 aprile 2016


Le sorelle Macaluso-Emma Dante in sinergie di storie Posted by renzia.dinca Cascina (Pisa). Sette donne, sette sorelle per storie ad intreccio con sullo sfondo una realtà siciliana, una drammaturgia in stretto dialetto, dove storie di memorie incandescenti si incrociano rullano scompongono in deflagrazione fantasmagorica. Impressiona immediatamente la macchina teatrale: i tempi, i suoni, le luci, i costumi, in perfetta sintonia con la scrittura, insomma l’estrema sintesi di un pensiero condensato nato per ensemble di attrici (e attori) e confezionato per la scena. Sì, perché senza i corpi e macchina teatrale che li svela e rivela, la testualità rimarrebbe un po’ in penombra e non solo per l’eventuale ostacolo della comprensione, quella della lingua. E’ il non verbale, per dirla banalmente, una delle funzioni artistiche prevalenti del lavoro che travolge i sensi dello spettatore molto forse più in questa messinscena rispetto ad altre, firmate da Emma Dante regista palermitana di gran razza. In una sala gremita della Città del Teatro, già aveva un po’ fatto specie la voce in sala in pre-spettacolo che avvisava: le luci saranno spente, comprese quelle di servizio, se avete bisogno fatevi accompagnare…, era uno pseudo- prologo: perché è dal buio e solo da quello, che emergono le sette sorelle sette, che irrompono in scena aperta (zero scenografie per intenderci), quasi in marcia militare ed in particolare una, che emerge a sua volta e si distingue fin da subito per un altro tipo di vitalità. Raccontare le storie ed una storia in particolare, quella di una defunta, giovane con l’aspirazione della danza, morta per evento accidentale di annegamento mentre le ragazze- sorelle erano al mare, dentro una famiglia dove i lutti femminili si sono succeduti (la madre morta a sua volta ancora giovane, un padre un po’ così per dirla alla Vecchioni), in sincronismo di fatti temporali anche distanti. Ma qui sta l’astuzia drammaturgica pensata per la scena. E’ confrontarsi col sacro e col dissacrante. Ma qui non è di blasfemia che si tratta, come forse in altri lavori della regista. Qui l’intreccio è forte, destabilizzante, perché i morti ed i vivi si incontrano sul palcoscenico dove le sorelle avanzano dal buio, vestite di scuro, mentre una sola di loro danza a corpo libero (per nel finale spogliarsi-danzare come da desiderio e definitivamente, in plot costruito ad anello). Quindi la chiusura drammaturgica è anche l’incipit: un funerale. Uno spazio di memorie private dove si celebra il corpo appunto, presente e/o assente. Spesso quando la famiglia va in lutto, si lamentano sprazzi di singhiozzi (e nessuna delle sorelle piange in verità, che paradossalmente non siamo dentro un melodramma), mentre in scena si vira verso piuttosto urlate verità. E ciascuna delle Sorelle tanto ha da dire a se stessa ed alle altre più o meno coetanee che gliele dice, e finalmente raccontandosi, quasi a resa dei conti. Entra in gioco la memoria di infanzie, adolescenze, fantasie, ricordi, giochi, risate, ma anche rancori, vendette, invidie tra sorellanze di diverse età. Nel narrato, assai in accelerazione, spunta da quel buio in cui vivi e morti si rintracciano simbolicamente, la coppia genitoriale. Così due figure emergono da buio, un uomo e una donna che si confondono in fusione di corpi in una danza di accoppiamento fra eros e thanatos molto perturbante a segnare ed inquinare una scena già di per sé plurisemantica-l’uomo-padre indossa una sottoveste color cipria identica a quella della compagna. Le Sorelle raccontano e si raccontano cambiando spesso costumi: dal nero cimiteriale a coloratissimi vestitini a vestagliette anni Cinquanta che tanto piacciono a certi stilisti che si ispirano al neorealismo d’antan, a segnalare i cambi di registro testuali ed extra testuali in un feedback temporale diacronico che si riavvolge su se stesso. In scena assistiamo anche a duelli tra di loro con segni di croci spade e scudi come da un classico di teatro dei pupi. E qui rientriamo nel buio della scrittura scenica che si appalesa per indizi, in perfetta macchina da guerra teatrale. Che tratta di segreti per bagliori e folgorazioni alchemiche come il vero Teatro sa cogliere e trasformare. Le Sorelle Macaluso testo e regia di Emma Dante con Serena Barone, Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Italia Carroccio, Davide Celona, Marcella Colaianni, Alessandra Fazzino, Daniela Macaluso, Leonarda Saffi, Stephanie Taillandier luci di Cristian Zucaro armature Gaetano Lo Monaco Celano Visto alla Città del Teatro di Cascina (Pisa), il 13 aprile 2016

mercoledì 13 aprile 2016


Chiedimi chi sono mai questi Nomadi Posted by renzia.dinca La Spezia. Davvero non c’è bisogno di chiedere chi sono mai questi Nomadi, se è vero come è vero, che è il complesso italiano che continua da ben cinquant’anni a suonare e inventare canzoni ma con un valore aggiunto: il fenomeno intergenerazionale di nonni genitori e nipoti, insomma migliaia di fan del Popolo Nomade, che segue in carovana i loro concerti provenendo da ogni zona d’ Italia. Lo abbiamo recepito da un’ampia documentazione e numerose interviste entrate nel lavoro teatrale Una storia da raccontare. Storia di Ago e Beppe. Come due ragazzi sono diventati I Nomadi. Lo spettacolo, un omaggio ad Augusto Daolio (scomparso prematuramentenel ’92), voce solista e Beppe Carletti tastierista, oggi l’unico del gruppo originario I Nomadi, fondato nel 1963. Il lavoro, scritto in coppia da Roberto Lamma con Massimo Olcese (entrambi anche in scena con Silvio Rosi alla chitarra), restituisce sul palco in una affabulazione accattivante e a tratti emozionante ma pacata, uno spaccato della storia del nostro Paese attraverso lo specchio della storia della nascita del Gruppo musicale di Novellara- città natale di Daolio e Carletti, dai suoi primi passi fino ai successi nelle hit, ai momenti bui fatti di periodi di oblio, tragiche scomparse e di riorganizzazione della band fino alle più recenti iniziative sociali ed umanitarie portate avanti da Beppe Carletti, specie sui temi internazionali (ha di recente incontrato i premi Nobel per la Pace Dalai Lama e Chavez). Le vicende corrono parallele attraverso una struttura narrativa che intreccia l’autobiografismo del duo Lamma|Olcese, il primo, avvocato spezzino noto per cause ambientaliste difese ben oltre la procura ligure e l’altro, attore e comico genovese, conosciuto a livello nazionale sia per programmi famosi in TV che in Cinema e Teatro. L’espediente, niente affatto letterario per dare il LA alla narrazione, è quello di Roberto Lamma nelle vesti di se stesso avvocato, che fra un leggio ed una seggiola si presenta e introduce un terzo-io narrante silente che se ne sta seduto tra il pubblico in prima fila: è l’amico coetaneo e già Nomade, che crea il legame apparentemente casuale tra Lamma e I Nomadi dalla città di Milano dove erano in tournée e dove i due amici spezzini si incontrano. Il concerto visto per la prima volta con l’amico, per Lamma diventerà epico come indissolubile la fedeltà oltre che l’amicizia anche personale con la band. Perché questo, in fondo è anche il grande potere della musica pop: creare legami, sogni, miti, utopie attraverso testi e contesti condivisi ripetibili condivisibili. Se è vero che la Rete (anche attraverso youtube) non ha sostituito la vecchia radio (o il mangianastri dei ragazzi anni Cinquanta Sessanta). Se è vero che oggi il vinile è tornato di gran moda, come l’andare ai concerti live non è mai passato di moda, è vero che la storia del Nomadi con le loro canzoni (78 album tra dischi registrati in studio o live)è una macro Storia sullo sfondo di teatri di pace di guerra sociali e politici nazionali ed internazionali perché i temi delle canzoni sono in coerenza assoluta anche nel tempo, quelli civili e sociali. Anche grazie e proiezioni video di foto d’epoca ed attuali ( si parte da Augusto quindicenne vestito da cameriere, perché aiutava la mamma al bar con accanto Beppe figlio di contadini che studiava la fisarmonica)per andare a suonare nelle balere del reggiano fino all’esplosione di Come potete giudicar per i capelli che portiam in pieno 68. Ma nel lavoro di Lamma e Olcese, a parte il commento musicale che fa da contrappunto alle narrazioni autobiografiche del duo, non si indulge a patetismo o amarcord. Le storie del Gruppo e quelle individuali di Olcese e Lamma-fan si intrecciano con istantanee dal Muro di Berlino dell’89 (con commento musicale da Imagine di Lennon)a racconti di Genova- Bolzaneto 2003 fino all’oggi Una Storia da raccontare. Storia di Ago e Beppe. Come due ragazzi sono diventati I Nomadi di e con Roberto Lamma e Massimo Olcese Commento musicale di Silvio Rosi Visto a La Spezia, Sala Dante, venerdì 9 aprile 2016

sabato 9 aprile 2016


LEAR quando il gioco del Potere (come la follia) va oltre il genere Posted by renzia.dinca Pontedera. Una edizione dal Re Lear che prova a confrontarsi con temi classici innestando linfe di ricerca artistica che sennò non avrebbe troppo senso rivisitare in un must da parte di un regista come Roberto Bacci che sulla ricerca e sperimentazione ha fondato il CSRT -Teatro Era di Pontedera ben quarant’anni or sono ed oggi è Teatro Nazionale della Toscana col Teatro della Pergola di Firenze. Una splendida scrittura scenografica e musicale – il vasto palco della Sala Thierry Salmon, ridotto attraverso la circoscrizione di un perimetro mobile scritto sullo spazio (e le luci) da ben sette tendaggi a fare da quinte che corrono su binari e carrucole ora illuminate da proiezioni astratte dai toni lugubri talvolta epici, percorse come vele a tratti da agitazioni di venti, fra presenze esterne ed interne al disegno, quasi immagini da quadri di Hopper. E poi l’uso di maschere per i personaggi, abilmente spostati dal dentro al fuori della narrazione visiva a mò di servi di scena, ma soprattutto un’idea che stravolge la partitura. E qui sta il concept. E’ l’attrice Silvia Pasello (due volte Premio UBU, diretta da personalità di registi che vanno da Carmelo Bene a Thierry Salmon a Raul Ruiz per citarne solo alcuni), ad impersonare Lear o meglio Re Lear, anche se nella reinterpretazione del duo Bacci-Geraci drammaturghi, salta il termine Re e rimane il Lear. Tuttavia resta il Re-ame, il Re-gno. E se fosse la Regina o tout court, una figura ibrida né maschio né femmina- pur tuttavia creatrice di vita, visto che le tre figlie femmine pur sempre nate da questa creatura potente anche nel disporre e in discendenza, sono a loro volta vittime e carnefici di un topos del Potere: la successione alla morte del genitore? perché il tormentone del chi mi ama di più forse non vale anche, se chi muore o si ammala di capacità di giudizio è una Madre, una madre potente magari una madre fallica? il rovesciamento di prospettiva alla fin fine forse è proprio questo: se una Madre un po’ anziana o forse solo debole o molto malata, perde di consapevolezza (e un Padre c’è o forse non c’è più) chi guida il Regno-Reame? i successori? e/o i maschi o le femmine magari coi loro sposi (come da sacro plot del Bardo e relative tradizioni da Corona inglesi)? quale trama è più patriarcale-matriarcale, pur essendo secentesca e così tanto British e moderna?- il pensiero corre a saghe magari anche giudiziarie di certe grandi famiglie di industriali anche italiane o al gossip di cronache di settimanali di gran consumo sulle belle e giovani ereditiere. Ma solo per ellissi. Ed ecco che il rovesciamento-inversione di identità maschile/femminile comunque creaturale umana, che ci propone la visione di questo Lear di Bacci, si fa ficcante e densa di implicazioni extratestuali per andare verso considerazioni e condensazioni concettuali antropologiche e psicoanalitiche. Se il tema è sempre quello del chi comanda chi, se il cuore e le viscere dell’essere umano sono in fondo gli stessi da secoli, mossi come sono ieri ed oggi da ferine urgenze da egoismo puro e feroci guerre intestine sia dentro-anche metaforicamente le famiglie(quelle cosiddette normali, formate da padri madri e figli, per intenderci), che fuori nel Mondo-Reame, e sempre al centro dei conflitti sono il Potere ed il denaro ( poco, a volte niente, l’amore), allora questo Lear ha consistenza di un lavoro che pone interrogativi sempiterni ma col valore aggiunto di un perturbante estetico ed etico: il corpo di Silvia Pasello. Lear-Pasello si muove in scena e per quasi due ore come un vecchio|a bisognevole di affetto e cure delle tre figlie-instabile nel passo, commovente ma mai isterica anzi, in sottrazione assoluta di qualsiasi segno volto al patetico. La fragilità della figura–archetipo di moderno Lear, fa da contraltare alle figlie: belle e vitali come da copione secentesco( e/ o attuale). Colpisce in tutta questa complessa rilettura e in parte, riscrittura drammaturgica e registica, l’uso del canto e delle musiche. Stefano Pogelli ha curato la ricerca assai affascinante dei canti (affidati al coro delle figlie) ispirandosi agli originali che furono utilizzati nelle prime messe in scena shakesperiane e in particolare alla Ballata popolare King Lear and his three daugthers, anche in linea con le antiche tradizioni delle Isole britanniche in lingua gaelica ispirate alle fatiche del lavoro femminile. Tutti i numerosi personaggi in scena ( numerosi nel senso che non spesso ricorrono così numerosi negli allestimenti non cosiddetti tradizionali), hanno una loro identità rispetto a Lear. Nel dividersi e allacciarsi trecce- così come i regni fra cartine geografiche e pezzi di abiti, Goneril (Caterina Simonelli) è spavalda e battagliera, Regan (Silvia Tufano) più contenuta ma comunque spietata, Cordelia (Maria Bacci Pasello) giovanissima e con bella voce (commuove nel finale il suo canto intenso in lingua ucraina, una canzone di Mariana Sadowska). Le figure maschili convincenti anch’esse: il fool Michele Cipriani che ci accoglie in sala, Gloucester-Francesco Puleo, Edgar- Savino Paparella, Edmund -Tazio Torrini anche ben modulate nella non facile confezione di regia, ma come un po’ opacizzate dal prevalere delle grazie e azioni del clan al femminile. Alla fine nel cimitero che questa tragedia ci restituisce, usciamo arricchiti da una esperienza che racconta un percorso in salita, quello del gruppo originario pontederese che ha saputo rinnovarsi, trasformarsi anche, mantenendo una identità di fondo- quella dei Maestri ( Living, Grotowski, Barba, Odin Teatret,) ma capace di innestare linfa intergenerazionale di livello, aprendosi, come da sempre, ad esperienze intellettuali artistiche, umane e anche operative, attuali e dinamiche. Davvero tanta acqua è passata dalle regie di Bacci Laggiù soffia- Era- ed In carne ed ossa. Il lavoro di Roberto Bacci andrà in scena alla Pergola a Firenze in ottobre e a Wroclaw in Polonia sempre a ottobre, per Le Olimpiadi del Teatro. LEAR, liberamente ispirato a William Shakespeare regia Roberto Bacci drammaturgia Roberto Bacci e Stefano Geraci con Silvia Pasello, Caterina Simonelli, Silvia Tufano, Maria Bacci Pasello, Francesco Puleo, Tazio Torrini, Savino Paparella, Michele Cipriani progetto scene e costumi Marcio Medina realizzazione costumi Fondazione Cerratelli musiche originali Ares Tavolazzi in consulenza con Emanuele Le Pera e Elias Nardi consulenza storico musicale Stefano Pogelli Luci Valeria Foti e Stefano Franzoni Immagine Cristina Gardumi Visto a Pontedera, Teatro Era Fondazione Teatro della Toscana in Prima nazionale, il 2 aprile 2016

mercoledì 6 aprile 2016


La parola padre- Cantiere Koreja di Gabriele Vacis Ola, Simona, Irina, Anna Chiara, Alessandra, Maria Rosaria: sei donne, sei storie di giovani donne in fuga. Dai padri, dalle rispettive patrie. Una drammaturgia che nasce da drammi di guerre, di confusione e insieme tentativi di incontri di linguaggi. In prima battuta narrati dentro un laboratorio teatrale voluto da Koreja ed affidati ad uno dei più importanti drammaturghi italiani di teatro di narrazione Gabriele Vacis, per dare corpo ed ascolto a vissuti di contemporaneità femminile lacerata, disperata, che masochisticamente, o forse no, non ancora, reitera i percorsi. Percorsi che si intrecciano incontrandosi per poi lasciarsi fra voli low cost in aeroporti dove le lingue si confondono e insieme ci cercano, per provare a capirsi, fra donne, fra persone che reclamano la propria identità, il diritto alla propria vita. Sono le tre donne dell’est europeo- sbarcano a Brindisi, molte delle attrici in campo, insieme alle altre italiane del sud. Sullo sfondo lo spettro del comunismo, da cui fuggono. Il comunismo dei padri, il comunismo o patriarcato delle patrie in liquidazione. Una scena spoglia, ai due lati uno stendino con abiti di diverse fogge che continuamente indossano e ripongono nell’alternarsi delle azioni sceniche su uno sfondo creato interamente e coreograficamente da bottiglioni di plastica, l’acqua gratis, quelli che si trovano in luoghi senza patria- i non luoghi, aeroporti ma anche palestre appunto, utilizzati in maniera geniale minimalista dall’inizio alla fine del lavoro. A occhio all’inizio sembrano mammelle o quinta poi, via via spazi usati come praticabili dove salire per trovare una dimensione onirico-spaziale femminile dove andare per poi sprofondare, nella propria confusione di spazi|linguaggi. In scena le sei giovani donne sono tradotte dalle loro lingue- non in automatico ma da una loro alter ego- in inglese ( una ragazza seduta a tavolino col suo modernissimo tablet). E si raccontano. Sono pezzi di vite, brevi data la loro età, ma dense di testimonianze appassionate di violenze, desideri frustrati, voli, speranze che confluiscono nella necessità di fuggire, dai propri padri e patrie per cercare fuori di dove e da chi sono state generate il proprio riscatto. Le valige- il trolley nella versione moderna della contemporaneità- bagagli leggeri sono il simbolo di questa necessaria presa di distanze da ciò che è stato e mai più sarà. Le donne senza padri, e soprattutto, senza patria, non torneranno. Mai. Mai più. Anche se il filo della memoria le riconduce- e non potrebbe non esser così al discorso dei padri, ai ricordi legati alle loro infanzie e prime giovinezze. Qualcuna proverà a confondersi in istituti di bellezza- come le altre come le donne dei Paesi dove emigreranno, fra fanghi e unghie da ricostruire. E anche qui per operare la riproduzione di racconti, di storie. Fra cambi di abiti tra scintillio- le speranze? e provocazioni palesi: mettersi la carta igienica dentro lo slip per trasformare il proprio sesso nell’altro, quello paterno, appunto. Uno spettacolo dinamico, sei attrici di grande impatto scenico, una drammaturgia poetica ma dallo stile impetuoso e graffiante, una scrittura di scena dura che restituisce le dinamiche attualissime di donne alla ricerca della propria individuazione che può essere agita solo attraverso la fuga, attraverso la negazione di una identità- quella del padre e delle patrie ( identica radice semantica) disfatte del comunismo, ma anche della società patriarcale ( le ragazze italiane) da cui è possibile ripartire solo tracciando un niet sulla lavagna della Storia. Per ripartire col coraggio delle donne. Con Irina Andreeva, Alessandra Crocco, Aleksandra Gronowska, Anna Chiara Ingrosso, Maria Rosaria Ponzetta, Simona Spirovska Drammaturgia e regia di Gabriele Vacis. Produzione Koreya Scene di Roberto tarascoProgetto Archeo PUBBLICATO SU BLOG nel maggio 2012. Oggi in tournée

martedì 5 aprile 2016


Nasce l’Accademia dell’Uomo Conversazione con Pier Paolo Pacini e Iacopo Braca Posted by renzia.dinca Firenze. E’ nato un progetto di largo respiro formativo teatrale, ideato e coordinato da sotto la cupola del Brunelleschi attraverso il Teatro della Pergola, designato dal FUS Teatro Nazionale della Toscana in partnership con Teatro Era di Pontedera, uno dei sette teatri nazionali del Paese. Si tratta dell’Accademia dell’Uomo realizzata dal Centro di Avviamento all’Espressione, il Centro di formazione teatrale della Fondazione Teatro della Toscana in collaborazione con la Beyouman Academy, con sede presso il nuovo polo della formazione: il Teatro Studio di Scandicci. Molto incuriositi dalla denominazione data al Progetto, dalla compartecipazione delle maggiori istituzioni teatrali toscane e nazionali in una progettualità educativa e formativa in linea con la riqualificazione ministeriale che nel 2015 ha cambiato l’assetto del teatro pubblico e privato in Italia, abbiamo deciso di saperne di più e così ne abbiamo parlato con il fiorentino Pier Paolo Pacini (attore, regista, scenografo già allievo di Orazio Costa al MIM, oggi ideatore con Marco Giorgetti, direttore del Teatro della Pergola e con Riccardo Ventrella, responsabile della Comunicazione dello stesso Teatro) e con Iacopo Braca, fondatore di Beyouman Academy. RUMORSCENA-Pier Paolo Pacini, lei è ideatore e coordinatore del Progetto Accademia dell’Uomo. Vuole raccontare qual è stato il suo percorso di formazione che l’ha portata a questo importante traguardo professionale? Pier Paolo Pacini-Mi sono avvicinato al metodo Mimico di Orazio Costa già da quando avevo 14 anni. Iniziai a frequentare la scuola di Paolo Coccheri (N.d.R. Coccheri è stato allievo di Costa, attuale e storico organizzatore instancabile di numerose iniziative culturali e sociali nella sua Firenze e in Italia, una per tutte Angeli della città), perché ero interessato alla pratica yoga. In seguito dopo essermi diplomato al Liceo, incominciai a frequentare la Scuola di Orazio Costa. In quella fase della mia vita volevo diventare attore. Entrai nella Scuola di Espressione Teatrale fiorentina diretta dal Maestro. Era il 1979. Ho praticato la Scuola di Mimica per due anni con allievi di Costa e un terzo anno con Costa stesso. I risultati del mio lavoro d’attore erano buoni, ma non avevo interesse ad intraprendere quella carriera. In realtà volevo fare il regista. Nel 1987 iniziai a occuparmi di Lirica come assistente alla regia, nel 90 divenni collaboratore di Piero Faggioni, anche lui ex allievo costiano e andai a lavorare in Francia come regista. A seguire, l’esperienza londinese dove sono stato a stretto contatto con drammaturghi quali Sara Kane ed il gruppo Angry yaung men (N.d. R. portati da Barbara Nativi a Firenze nel circuito Intercity al Teatro della Limonaia). La mia carriera poi decollò col Peer Gynt di Ibsen con musiche di Grieg al Comunale di Firenze nelle vesti di regista. In quel lavoro misi a punto una regia “costiana”per attori, sia come lettura scenica che come approccio al testo. RUMORSCENA-Ci può descrivere, a grandi linee, qual’ è l’impianto ideologico della nuova Scuola che è appena partita al Teatro Studio di Scandicci? Pier Paolo Pacini- Il progetto dell’Accademia dell’Uomo prevede la nascita di un polo formativo non convenzionale. L’obiettivo è il recupero e lo sviluppo di un naturale istinto espressivo sia comunicativo che emotivo. Si avvale del metodo Mimico di Orazio Costa e dell’esperienza della Beyouman Academy.Entrambe le esperienze educative, quella Mimica costiana e quella recente ideata da Iacopo Braca (già attore di Teatro Sotterraneo), sono tese allo sviluppo delle capacità espressive degli adulti e dei giovani anche al di fuori dello specifico del lavoro per il palcoscenico, insomma finalizzate alla formazione umanistica, emozionale e comunicativa. La Scuola è partita il 29 marzo e prevede una prima fase che ha come tema un percorso sull’intelligenza emotiva tenuto da Alessandra Niccolini e Marisa Crussi (entrambe allieve storiche fin dal MIM sotto la direzione di Costa) e da Iacopo Braca. Il corso verte sui caratteri “ I personaggi di Shakespeare: una guida all’intelligenza emotiva”. La seconda fase del corso sarà biennale a partire dal prossimo ottobre. Abbiamo provato ad allargare l’offerta sul Metodo Mimico che già è attiva da anni grazie ai corsi tenuti presso il Teatro della Pergola. RUMORSCENA-Iacopo Braca lei è un giovane e già ex attore ( fondatore del Teatro Sotterraneo) che ha lasciato la professione per diventare regista e formatore. Ci racconta il suo percorso intellettuale che l’ha portata a diventare docente e responsabile della Iacopo Braca Beyouman Academy ( fra l’altro lavora come coach con l’Ospedale Mayer di Firenze)? Iacopo Braca- E’ che ad un certo punto della vita, ho attivato un mio percorso oltre la scena. Ho lasciato il Teatro come esperienza attiva due anni fa. Nel frattempo ho praticato la Meditazione del cuore a Londra e Milano e la PNL. Due percorsi che portano, l’uno alla ricerca del sé più profondo e l’altro alla ricerca di relazione con altro da sé, quindi in gruppo ed anche in funzione aziendale. Insomma volevo mischiare l’esperienza del sé, la meditazione, col percorso dell’agire. RUMORSCENA In effetti un percorso insolito, il suo. Braca-Volevo andare oltre. Non più lavorare sulla messinscena ma sulla persona. La Scuola Accademia dell’Uomo che si apre a Scandicci, parte dall’Uomo in senso filosofico. Lavoreremo in stretto contatto io insieme ad Alessandra Niccolini e Marisa Scussi con la Scuola per allievi non professionisti di diverse età e provenienze. Per approfondimenti ed iscrizioni: sito del Teatro della Pergola- Teatro Nazionale della Toscana

mercoledì 16 marzo 2016


Dentro un Teatro della mente–Veronika Voss sul viale del tramonto Posted by renzia.dinca Pontedera. Dentro la prima programmazione annuale del neo Teatro della Toscana, la stagione 2015-2016 che si celebra fra il Teatro della Pergola fiorentino e Il Teatro Era-CSRT di Pontedera, Ti regalo la mia morte, Veronika, si presentava almeno sulla carta, come un appuntamento al buio. Sì, perché la prova con cui si è cimentato Antonio Latella con una attrice di gran classe qual’è Monica Piseddu (Premio UBU 2015 come miglior attrice), si confrontava con la sceneggiatura di un film dello scomodo regista bavarese (morto a 37 anni, pare per overdose) Rainer Fassbinder, un mostro sacro, un cult dei cinefili anni Settanta. L’operazione insomma richiedeva una tessitura drammaturgica e di regia metateatrale, dal bel coraggio mediata da una transcodificazione di generi che non poteva non presentare tutti i rischi dell’impresa intellettuale e artistica. Per questo ci siamo inforcati occhiali e da presbite e da miope per provare a guardare un pò da vicino e un po’ da lontano un’operazione sofisticata assai complessa. Ciò che salta subito agli occhi è il doppio fra l’operazione cinematografica pregressa e la restituzione sulla scena che mescola in apparente confusione polisemantica, sbaragliando qualsiasi ipotesi interpretativa da cassetto degli attrezzi di critico pret à porter. La scena a luci accese e pubblico ancora in ingresso e brusio, vede uno spazio aperto dove forse si gira un film-una vecchia camera da presa su carrello in proscenio, una fila di seggiole da cineforum anni Settanta, la protagonista magrissima elegante ma scarmigliata che in proscenio urla, chiede aiuto ad un improbabile pubblico, che poi si intuirà non sappiamo chi sia, se quello suo interno di una mente-disastrata, noi stessi che la osserviamo o chissà chi altro che potrebbe porgerle comunque sguardo ed orecchio dall’interno del suo presente privato. Capiremo in seguito che i piani semantici sono molteplici ad intreccio ed insieme in simultanea perché i piani temporali sono stati azzerati ed a molteplici livelli. Tutto è e sarà rappresentato come dentro un presente continuo e così fino al finale, un po’ sorprendente, anch’esso come in presa diretta cinematografica, dove vita e morte, presente e passato autobiografie personali di una attrice col suo regista (Veronika e Fassbinder sono la stessa persona) e in doppio (con il giornalista Robert Khrahn che radiocronaca seduto fra il pubblico). Una scena fissa, in cui sul fondale compare un quadro che riempie totalmente la parete illuminata e che sembra un mare di pelliccia bianca a fare da contraltare agli scimmioni (ben sei con maschera-sono figure di proiezione nella mente avvelenata da droghe della donna- insomma le cosiddette “ voci” o la scimmia sulla spalla), ricoperti dello stesso pelo, doppio su doppio, in prima battuta seduti dietro Veronika e in seguito personaggi dialoganti di storie e dinamiche drammatiche nello sviluppo dell’azione con la protagonista, eroina di una tragica messinscena costruita di fatto su molteplici quadri narrativi sia verbali che drammaturgici. Lo spazio narrativo principale in cui si svolge questo Teatro della mente di Veronika, è la narrazione di una microstoria che si svolge dentro una clinica psichiatrica, in particolare nella relazione perversa con una psichiatra-infermiera (altro doppio), una kapò sadica e parassitaria famelica di denaro succhiato alla Divina. Tutta la pièce sembra come una sorta di maxi seduta psicoanalitica alla Schnitzler dove i fantasmi i replicanti le fantasie dentro la testa e in palcoscenico dell’attrice, si fondono in una scrittura al limite della follia, una sorta di delirio in cui il riconoscimento della realtà si smarrisce, come nei meandri delle dipendenze da sostanze psicoattive, come nell’invenzione drammaturgica di una passata regia di Latella Un tram chiamato desiderio, a cui la stessa attrice Veronika, in lapsus, insomma sbagliando battuta spazio e scena, reinvia. Tutto un po’ you must remember this (prima strofa in Casablanca di As Time goes by), dentro il letto della memoria dove nel finale- non facile da inventarsi perché era già tutto un cimitero, dall’alto cala un albero di ciliegi cecoviano (un altro scrittore e medico e marito di attrice pure lui) sotto il quale è seppellito Fassbinder in cui più personaggi (eroine-attrici di un universo cine-onirico femminile) in abiti ottocenteschi svolazzanti, entrano in un racconto di memoria e di morte. Dove non ci sono spazi per esorcizzare proprio un bel niente. E quindi chi è a regalare la propria morte a qualcun altro? la morfinomane anche ultima attrice del grande regista nella sua ultima recita prima di darsi la morte oppure, come anche da suggestione del titolo, lo stesso Fassbinder? Ti regalo la mia morte, Veronika, liberamente ispirato alla poetica del cinema fassbinderiano di Federico Bellini e Antonio Latella con Monica Piseddu cast: Valentina Acca, Massimo Arbarello, Fabio Bellitti, Caterina Carpio, Sebastiano Di Bella, Nicole Kehrberger, Candida Nieri, Fabio Pasquini, Annibale Pavone e Maurizio Rippa scene Giuseppe Stellato ombre AltreTracce produzione Teatro ERT Emilia Romagna regia Antonio Latella Visto al Teatro Era di Pontedera, Sala Thierry Salmon il 28 febbraio

giovedì 10 marzo 2016


GRUPPO STRANITA’: intervista ad Anna Solaro del Teatro dell’Ortica Posted by renzia.dinca Genova. Il Teatro dell’Ortica nasce a Genova con l’associazionismo di volontariato nel 1996 come progetto di Teatro di Comunità organizzando corsi di teatro per bambini e adulti fino a diventare tre anni dopo in collaborazione con l’ASL3 di Genova Teatro sociale per soggetti in stato di disagio ed emarginazione. Così nasce il laboratorio Stranità sotto la direzione di Anna Solaro che ancora oggi continua con grande energia e coraggio dopo che sono stati sospesi i finanziamenti che la Regione Liguria aveva assicurato fin dall’inizio- la sua battaglia di impegno civile e artistico attraverso numerosissime iniziative in Liguria fra carcere, progetti formativi con l’Università e le scuole pubbliche di base, conduzione di laboratori teatrali per grandi e piccini, ideazione e produzione di spettacoli con disabili anche in tournée fuori Regione, gruppi di lavoro con donne vittime di violenza di genere. RUMOR(S)cena: Anna Solaro, sei direttrice artistica, regista formatrice e attrice di un progetto di lungo corso in un settore in cui la grave crisi economica ha ancor più penalizzato i fondi alla Cultura e il settore Teatro e spettacolo dal vivo nazionale oltre che il settore del Sociale. La Regione Liguria in cui operate vi ha azzerato il finanziamento da sempre concesso. Come e perché ben 20 anni fa hai deciso di intraprendere questa straordinaria esperienza di Teatro sociale? Anna Solaro: nasco come educatrice professionale. Mi occupavo da dentro i Servizi, di povertà, tossicodipendenze, problemi di incapacità genitoriale, donne in difficoltà. A Genova allora, il tessuto privato/sociale era molto forte ed il sistema di welfare molto attivo. In tre anni eravamo in grado come servizi di garantire un reinserimento sociale per esempio negli alloggi popolari, nella cooperazione. Siamo come Gruppo in seguito passati alla grande questione sociale legata al tema basagliano della normalità|disabilità. Con Marco Bonomi abbiamo provato una ricerca nella relazione di cura con una eccellente cooperazione con la USL nel settore della Psichiatria. E’ così che è nata Stranità. RUMOR(S)cena: qual è il rapporto che esisteva allora con la realizzazione di Stranità e la situazione attuale dell’esperienza? Anna Solaro: Con la realizzazione di Gruppo Stranità- L’altra bellezza volevamo mostrare attraverso la rappresentazione teatrale e grazie all’espressività corporea, come le persone si trasformino da esseri sofferenti ad una espressività interiore diversa. Abbiamo creato un ponte con le scuole.Del Gruppo fanno parte 30 cittadini di diverse età. E’ un gruppo aperto alla cittadinanza per una azione solidale. Il fine è quello di allentare lo stigma della diversità. Il nostro lavoro è sull’autobiografia e sulla corporeità. RUMORScena: oggi che la Regione non vi finanzia più avete inventato una azione di crowfunding. Quale è stata la reazione della città di Genova al vostro progetto? Anna Solaro: abbiamo avuto ben 600 persone che hanno manifestato in nostro favore. Siamo fiduciosi nell’attenzione al nostro lavoro della Regione Liguria. Adesso (18 marzo)saremo a Modena al Teatro dell’Archivolto in tournée col nostro lavoro L’altra bellezza, anche grazie a questo finanziamento che arriva dalla condivisione dal basso.