mercoledì 9 marzo 2016


LA SPEZIA SHORT MOVIE AWARD- una prima edizione di successo Posted by renzia.dinca La Spezia. Si è conclusa sabato scorso la prima edizione del Festival internazionale di cortometraggi La Spezia Short Movie Award ideato e organizzato da Roberta Mucci direttrice artistica, Paola Settimini direttrice del quotidiano on line La Spezia Oggi e Daniele Ceccarini presidente del Premio, con un notevole successo in termini di partecipazione-circa un centinaio di cortometraggi giunti da tutto il mondo e con un numeroso pubblico che ha gremito il cinema spezzino Il Nuovo, uno spazio vintage dove ancora si promuove la cultura cinematografica d’essai (nello spazio al piano terra era in programmazione in contemporanea Fuocoammare film italiano di Gianfranco Rosi, Orso d’oro a Berlino 2016). La serata- tempestosa sul Lungomare della città dell’importante Porto, calda e partecipata dentro lo spazio del cinema,condotta con brio da Mirco Volpi di Radio Bruno, è stata aperta con la proiezione di corti fuori concorso: Marco e il nonno (regia di Roberta Mucci, con Sergio Forconi e Filippo Tassi) un delicato incontro fra un nipote ed un nonno, entrambi in forte empatica relazione. A seguire Helena (regia di Nicola Sorcinelli con sceneggiatura di Alessandro e Paolo Logli) su un tema tragico quale l’insubordinazione di una kapò che mette in salvo un piccolo ebreo. Si è entrati poi nel vivo del concorso con le proiezioni dei nove cortometraggi finalisti e due menzioni speciali ai fuori concorso The Real Life (regia e sceneggiatura di Luigi De Filippis e Mirco Mancini sui due tennisti di fama mondiale che nel 39 a Roma, il giorno prima dell’inizio della seconda guerra mondiale si sfidano dando prova di amicizia e vero spirito sportivo) e di Paesaggi (regia di Franca Fioravanti), una storia lieve e densa di detenuti che sognano attraverso le sbarre del carcere genovese dove la regista opera, di recuperare la poesia, il paesaggio, la vita. Tra i numerosi ospiti fra il pubblico il critico cinematografico romano Adriano Aprà, il giovane Matteo Persica, autore del bel libro Anna Magnani, biografia di una donna, Luigi De Filippis, regista e produttore Four Lab, Valter D'Errico produttore 77film Production, Luigi Dell'Aglio, scenografo RAI. La giuria era presieduta dallo sceneggiatore Paolo Logli spezzino d’origine ma romano di adozione da trent’anni che vanta un nutritissimo curriculum come sceneggiatore, autore televisivo e teatrale oltre che come scrittore di noir e studioso di musica, dall'attore Matteo Taranto (che ha presentato il trailer del film La Macchinazione, dove ha recitato con Massimo Ranieri, in uscita il 24 marzo) e poi Massimo Olcese, attore (debutterà l'8 aprile alla Spezia con lo spettacolo Una storia da raccontare, storia di Ago e Beppe ovvero I Nomadi, con Roberto Lamma), da Silvano Andreini, esperto di cinema, presidente dell’Associazione Culturale Film Club Pietro Germi che gestisce a La Spezia il cinema Il Nuovo e poi da Marco Ferrari, presidente della Mediateca Regionale Ligure, giornalista, scrittore e autore televisivo e ancora Roberto Danese, docente di Filologia Classica, Fortuna della cultura classica e Letteratura e cinema all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo e direttore del Master Professionisti dell’Informazione Culturale, da Lenina Ungari, scrittrice e attrice, figlia dello sceneggiatore Enzo Ungari cui è dedicato il premio spezzino per la miglior sceneggiatura, Fabrizio Viotti, tenente di vascello, responsabile delle attività culturali del Circolo Ufficiali della Marina Militare della Spezia. Come si legge dal bando di concorso, l’obiettivo di La Spezia Short Movie Award è promuovere il territorio italiano con ogni forma di creatività e comunicazione attraverso l’immagine dinamica dei Cortometraggi (…)è un evento che vuole coinvolgere tutti i filmmaker che nascono artisti sul territorio italiano ed estero, con particolare attenzione alla valorizzazione del patrimonio storico, culturale e artistico del territorio, attraverso gli occhi di giovani artisti che hanno grazie a questo progetto, l’opportunità di impegnarsi in un processo produttivo reale, di sicuro stimolo e motivazione, rendendo fruibile ad un pubblico trasversale luoghi storici del nostro territorio e non solo. Il Festival è aperto a tutti e vuole dare il massimo risalto alle opere dedicate alla Marina Militare e alla storia della città, in quanto la città ospita da sempre un porto importante fin dall’ antichità I vincitori di questa prima edizione sono stati:Yo te quiero di Nicolas Conte - Argentina (miglior cartoon), una storia commovente in cui persona ed animale si incontrano. Ricorda la trama di Hachiko con Richard Gere del 2009. Consulente di Valentina Taylor - Australia (miglior videoclip). Una paradossale esilarante micropièce che strappa sorrisi. Perdutamente di Emilio Guizzetti - Italia (miglior colonna sonora). Perché a volte la scelta musicale è più che un commento, entra nella sceneggiatura di una trama complessa. Algien di Roberto Valdes - Messico è infine premiato come miglior sceneggiatura e miglior fiction. Impressionante e geniale lavoro che merita riflessione e diffusione per la estraniante capacità di raccontare una storia per dilatarne fino alle metafisiche conseguenze la portata imprevedibile e grottesca. Visto a La Spezia, Cinema Nuovo, il 5 marzo 2016

mercoledì 2 marzo 2016


Roberta cade in trappola Posted by renzia.dinca Pistoia. La Compagnia italo-australiana Cuocolo|Bosetti di nuovo nel mese di febbraio in residenza al Funaro (dopo l’esperienza del 2015 di Mm&m, il laboratorio Secret room e lo spettacolo itinerante per Emily Dickinson), con Roberta cade in trappola in debutto assoluto, propone un viaggio di affascinante affabulazione ai confini della memoria intra ed extra psichica ed esperienziale umana. Nella città di Pistoia designata Capitale italiana della Cultura 2017, questa nuova coproduzione internazionale (a seguire della recentissima The Walk sempre creata all’interno della residenza artistica), assicura un bel poker d’assi alla programmazione del Centro culturale Il Funaro. Una donna non più giovane, forse sola coi suoi fantasmi (non ci sono altre presenze nella memoria privata, passata e presente, se non amicizie importanti ma assenti se vicine o comunque troppo lontane anche nello spazio|tempo geografico per consolare e contenere), fa i conti con un’esperienza purtroppo comune prima o poi a tutti: quella del lutto di un genitore, in questo caso la madre. Il lavoro è all’insegna della esplorata poetica che ha contraddistinto la coppia di artisti Cuocolo|Bosetti in questi ultimi 15 anni, sino al conferimento di numerosi prestigiosissimi premi internazionali di qua e di là dall’oceano, di qua e di là da diversi continenti dall’Europa all’America all’Australia. Di nuovo il nucleo di ricerca artistica è quello del privato che diventa pubblico e si confonde e dove l’attore è persona oltre che personaggio. Anche in questa nuova prova Roberta è donna-attrice, come costretta dal suo presunto (?) lutto ad intraprendere un cammino a ritroso dentro i grovigli della memoria, un viaggio alla ricerca delle proprie radici, prima di figlia e poi di giovane donna perché è da lì che-forse, si può riprendere il filo della vita che scorre malgrado noi e le nostre pesanti catene di perdite. Roberta lo fa anche attraverso un recuperato registratore, un italianissimo Geloso anni Sessanta, un reperto ancora funzionante con le sue vecchie bobine, in cui a scena aperta e munita di microfono, riascolta commentando voci di lei bambina di circa dieci anni con in sottotraccia sua madre che canta, in cucina anche lei a sua volta, immersa dentro un suo (e loro femminile) comune lutto, quello del marito-padre. Nel frattempo viene proiettata una foto di bambina di circa tre anni che mangia una torta per il suo compleanno (è sempre Roberta da sola in una sorta di loop). E questo è forse il suo ricordo più antico, chiosa l’attrice. Tutto il lavoro è come una sorta di setting pubblico-privato, dove il monologo-diario dolente, carico di pathos e di segni– sul tavolo accanto al registratore c’è una pila di quaderni dove su consiglio dello psichiatra, Roberta annota memorie e emozioni, senza però mai cadere nella retorica, nel melenso. Questo è il viaggio mnestico di Roberta, affiancato dalla presenza in scena accanto al tavolo-scrivania dove è seduta, di una figura maschile (Renato Cuocolo) silenziosa, che la riprende e come ausculta, una presenza discreta misteriosa, con una telecamera e mentre lei affabula, lui proietta sullo sfondo immagini di un libro da sfogliare, il libro-teca dei ricordi della donna in cui foto ma anche disegni infantili aiutano a tesserare la maglia – matassa del tempo della donna per sdipanarla, forse. E’ che Roberta narra anche di zone molto buie. Quelle della depressione che non trova cura. Neanche attraverso medicine, perché nessuna depressione reattiva a tali lutti può trovarla in quelle zone. E non bastano psicofarmaci né psicoterapie a sanare un legame assoluto come quello con la madre perduta. Il dolore- dice-non ha una data di scadenza-e ancora: la depressione è come stare sotto una campana di vetro a cui hanno risucchiato tutta l’aria. Nella affabulazione dell’io narrante entrano anche citazioni, come echi letterari da Wallace a Rilke in Lettere ad un giovane poeta, così come i miti. In particolare è messa a fuoco la figura di Persefone nella sua ancestrale dicotomia madre|figlia. Resta da decifrare in cosa consista la “trappola” in cui Roberta è caduta. Troppo facile avanzare le solite categorie un po’ chiesastiche della scienza psichiatrica. E’ la vita la grande trappola coi suoi misteri in cui tutti siamo sprofondati, quei misteri che hanno a che vedere con la Morte-che per Heidegger è l’unica possibilità per cui tutte le altre sono possibili. The space between- tredicesima parte di Interior Sites Project di Renato Cuocolo e Roberta Bosetti con Roberta Bosetti Iraa Theatre in coproduzione con Il Funaro Visto a Pistoia, il 27 febbraio 2016

venerdì 26 febbraio 2016


Minimacbeth Posted by renzia.dinca Buti (Pisa). Riedizione, la numero due per la coppia Giovanna Daddi e Dario Marconcini a distanza di 15 anni, di un lavoro di scalpello nato dalla felice riduzione drammaturgica dell’immensa opera del Bardo tratta dal Macbeth a firma di Andrea Taddei. Davvero la coppia Daddi/ Marconcini continua a stupire per la forza esperienziale unita all’intelligenza creativa che ha ideato da molti anni una fra le più interessanti stagioni toscane a detta di studiosi e critica militante nazionale, una rassegna Piccoli fuochi , un crogiolo di progetti fra cui la residenza di Jean Marie Straub. Da sempre fortemente collegato con Il CSRT di Pontedera, se non altro per la provenienza generazionale di esperienze straordinarie quali quelle originarie del gruppo con i Maestri da Grotowski, Living ed Eugenio Barba, Dario Marconcini dirige da decenni uno spazio il Francesco di Bartolo, un gioiello architettonico della metà dell’Ottocento alle pendici del Monte Serra a pochi chilometri dalla città della Vespa. Già apprezzata da chi scrive per una edizione a Radicondoli nel festival di Nico Garrone e a firma di Taddei anche della regia (con Emanuela Villagrossi e Bruno Viola voci recitanti), questa nuova edizione del Minimacbeth convince per la prova d’artisti e la originale invenzione scenica. Lo spazio infatti viene circoscritto e allestito direttamente sul palcoscenico dove si sale (lo spettacolo è per quaranta persone) e siamo fatti accomodare su due spalti intorno ad un lungo tavolo di legno ricoperto da foglie secche autunnali dove i due Macbeth si incontrano e scontrano, tramano amano e uccidono fino al delirio finale, l’una di fronte all’altro, sopra e sotto il tavolo, sopra e sotto le sedute delle rispettive e simmetriche sedie-trono. La riduzione drammaturgica prosciuga tutti i personaggi che non siano i due e quindi sta-anche e soprattutto, all’invenzione registica e scenografica trovare oggetti e spazi di narrazione evocativi e restituivi della trama. Breve candela, spegniti! La vita è solo un'ombra che cammina, un povero attorello sussiegoso che si dimena sopra un palcoscenico. Questi versi fra i più celebri della tragedia e in realtà collocati nel V Atto, vengono trasposti all’inizio della riduzione drammaturgica e vedono un Macbeth-Marconcini, dotato di insolita capigliatura: una parrucca dalla lunga chioma bianca con maschera (balinese) che reindosserà in uscita dalla scena, una chiusura ad anello, nel finale. La Lady-Daddi, si presenta a sua volta abbigliata con pesante damascato assai elegante da regina e si muove da vera dark lady sensuale e sanguinaria che tutto è pronta a immolare per il Potere, bambini compresi e non, in pasto nella stanza-tavolo desco letto, spazio simultaneo dove tutto si consuma. Tutta l’azione che dura almeno un’ora, si svolge all’interno di un microcosmo spazio-temporale dove le due anime-corpi si aggrovigliano in una sorta di psicodramma dal sapore grottesco, un delirio à deux dove la prova attoriale è sia fisica che mentale e tutta giocata all’interno di un sofisticato gioco di sostituzione anche allegorica. La trama originaria della tragedia è come ammansita, distanziata per prosciugamenti attraverso una mise en abime, un sottotesto che si desume più dalla fitta affabulazione in contraddittorio dialettico fra due interpreti che invece non risparmiano e non si risparmiano in scena. Sino alla cavalcata finale, agita sempre sul tavolaccio nuziale, quella della famosa foresta semovente della battaglia, su cui vengono allineate figure stranianti di eleganti cavalieri di varie fogge (in pasta di legno su intelaiatura metallica creati da Riccardo Gargiulo di pregevole fattura). Un omaggio ai Maestri questo della coppia, in particolare all’Odin Teatret per la cura dell’essenzialità, l’estrema pulizia formale di gesto e segni espressivi. Scrittura per la scena di Andrea Taddei con Dario Marconcini (anche regista) e Giovanna Daddi coreografia e luci di Riccardo Gargiulo musiche di Shonberg e Madrigali di Gesualdo da Venosa Visto a Buti( Pisa), il 9 febbraio 2016 al Teatro Francesco di Bartolo

giovedì 25 febbraio 2016


Giovedì 18 marzo 2016 ore 21.00 Teatro Gustavo Modena piazza Modena 3 – 16149 Genova Info: Teatro dell’Archivolto +39 010 659 21 // teatro@archivolto.it Teatro dell’Ortica+39 010 8380120 // segreteria@teatrortica.it Giovedì 18 marzo alle 21.00, Il Teatro dell’Archivolto / Teatro G. Modena ospiterà l’ultima produzione di GRUPPO STRANITA’: l’Altra bellezza. STRANITA’ nasce nel 1997 da un laboratorio di Teatro Sociale ideato e condotto dall’attrice e regista del Teatro dell'Ortica di Genova Anna Solaro, e svolto in collaborazione con la Salute Mentale della ASL3 genovese in un percorso di Teatro integrato che porta in scena laboratori e spettacoli. Come può la scienza psichiatrica trasformarsi in bellezza? Nell’immaginario collettivo la psichiatria è zona di carcerazione, di emarginazione e di esclusione sociale. Lo spettro del manicomio, un ricordo ancora vivo nelle memorie, è il paradigma di questa vera e propria “bruttura” che coincide con la disumanizzazione e con la perdita d'identità. Eppure, un'altra bellezza è possibile: il sogno di luoghi di cura trasformati, in cui la gradevolezza degli ambienti diventa specchio e simbolo di un'attenzione verso la persona che un tempo non era neppure lontanamente concepibile. Con L'altra bellezza Gruppo Stranità vuole mostrare attraverso la rappresentazione teatrale come, grazie all’espressività corporea, le persone si trasformano, per passare dall’essere corpi di individui sofferenti ad espressione di bellezza interiore. Il linguaggio del corpo esprime emozioni, stati d’animo e sentimenti comunicando allo spettatore tutto il complesso mondo interno degli attori, coinvolgendolo nella scoperta di contenuti nuovi e inaspettati. Il teatro ci permette così di togliere etichette, creare un tessuto di empatia ed entrare in rapporto con chi vive una situazione di vita diversa dalla nostra, ma soprattutto ci consente di vivere quella diversità come un pezzo della nostra anima. Le scene dello spettacolo sono state realizzate dall’Atelier del CEPIM UniDown con cui Teatro dell’Ortica collabora da molti anni. STORIE DI ORDINARIA STRANITA’ Campagna di crowdfunding a favore della tournée dello spettacolo e della realizzazione di un docu-film della stessa https://www.produzionidalbasso.com/project/storie-di-ordinaria-stranita/ VIDEO INTERVISTA AD ANNA SOLARO http://youtu.be/K3PPve7V9sA nasce a Genova nel 1996 per sviluppare un progetto di Teatro di Comunità con sede nei locali della Provincia di Genova siti in Via Allende a Molassana. In collaborazione con l’associazione di volontariato Nuovo C.I.E.P organizza una stagione teatrale per bambini e adulti diventata, negli anni, un punto di riferimento culturale del quartiere di Molassana. Nel 1999 inizia un percorso nell’ambito del Teatro Sociale che coinvolge soggetti che si trovano in condizione di disagio e di emarginazione: nasce, in collaborazione con la ASL3 di Genova, il laboratorio Stranità, gruppo teatrale stabile formato, oggi, da trenta pazienti psichiatrici e una decina tra operatori e attori; nel 2006 un simile progetto viene sviluppato con la ASL1 di Sanremo, creando il laboratorio “I Viaggiatori sognanti”. Nel 2006 prende vita il progetto Oltre il Cortile, attività laboratoriale realizzata con i detenuti, fino al 2009 della Casa Circondariale di Marassi, dal 2010 presso la sezione maschile di Pontedecimo e con la peculiarità di aver realizzato un percorso condiviso “a distanza” con una classe della scuola primaria Daneo di Genova, portando in scena il doppio spettacolo Le finestre sono passaggi, ma solo per gli occhi. Nell’ambito della formazione, dal 2006 si organizzano laboratori teatrali per bambini, adolescenti e adulti cercando di creare un clima di condivisione, avendo gli aspetti educativi e relazionali un ruolo preminente. Dal 2005 si tiene, in collaborazione con la Facoltà di Scienze della Formazione di Genova e dal 2009 anche con la Facoltà di Lettere, un corso Biennale per Operatore Pedagogico Teatrale, formazione specialistica con l’intento di fornire strumenti di carattere pedagogico e attorico. Il Teatro dell’Ortica, inoltre, collabora con enti e associazioni differenti - offrendo sia formazione specialistica che formatori - propone attività laboratoriali nelle scuole, è uno dei partner del Comune di Genova per l’organizzazione della rassegna TEGRAS e, nell’ambito dei percorsi di Teatro di Comunità, organizza a Genova e Provincia spettacoli teatrali di impegno civile all’interno di situazioni non teatrali. Dal 2008 partecipa a progetti di partnership europea sull’uso del Teatro Sociale.

mercoledì 24 febbraio 2016


Una Butterfly per grandi e piccini Posted by renzia.dinca Prato. Dall’opera pucciniana una rilettura originale e fresca di Butterfly. Una platea di quasi trecento bambini della scuola primaria pratese fra i sei e i 10 anni (e quanti occhietti a mandorla!), che hanno applaudito in grande attenzione e silenzio ad un’ora di spettacolo niente affatto banale da inventare e proporre rispetto alla complessità semantica dei linguaggi utilizzati da Kinkaleri fra opera lirica, multimedialità e gioco a specchio di compartecipazione reciproca col pubblico (un bambino viene fatto salire sul palco a interagire con gli attori). Certo il menu è a prima vista complesso da leggere sulla carta-programma di sala e insieme invitante per via dei molteplici codici artistici coraggiosamente proposti dalla Compagnia proprio per la contaminazione narrativa già di per sé intrinseca al libretto operistico pucciniano (due culture, l’americana yankee e quella della più pura tradizionale ottocentesca giapponese). Ma l’esperienza precedente di successo avuta con la riscrittura per la scena teatrale da Turandot, ha evidentemente rinforzato la consapevolezza di mezzi e strategie di comunicazione artistica del Kinkaleri. I due personaggi pucciniani, la bella e giovane Butterfly (Yanmei Yang), che dalle tradizioni giapponesi famigliari fugge per amore di Pinkerton tenente di marina americano cinico macho e fasullo, sono risolte sulla scena attraverso la elegante figura di Cio Cio San(ribattezzata Butterfly dal mefitico marito doppiogiochista), che canta e non in playback le principali arie dell’opera mentre, altalenando con il Narratore/Pinkerton (un Marco Mazzoni dotato di maschera negli scambi di ruolo, compreso quello della fedele domestica di lei), scrive attraverso un gioco di arti visive di proiezioni e azioni fisiche dentro lo spazio scenico del Fabbricone, la storia della triste vicenda. Questo impianto visivo-sonoro è molto apprezzato dai bambini ma è anche di soddisfacente visione per un pubblico adulto poiché lavora di scavo sulle metafore e sugli oggetti scenici essenziali a cominciare dagli origami di carta e non. Certo gli spunti dell’opera pucciniana sono molteplici per una riflessione contemporanea multi generazionale che va dal rapporto maschile-femminile, al confronto-scontro fra diverse culture reso oggi così drammatico sulla scena internazionale (le culture dominanti e quelle succubi fino all’ISIS che tutti minaccia), al mettersi in gioco con lo scabroso tabù, per lo meno occidentale, del sacrificio e della morte. Che così in un finale teatralmente spoglio ma efficace per l’effetto anche visivo su sfondo rosso fuoco, rosso sangue, si uccide per harakiri la dolce madre e sposa, offesa e tradita che credeva nella stagione dell’amore, dei pettirossi e dei ciliegi in fiore. Butterfly Progetto e realizzazione di Kinkaleri Adattamento e regia Massimo Conti, Marco Mazzoni e Gina Monaco Con Yanmei Yang e Marco Mazzoni Produzione Kinkaleri/Teatro Metastasio Stabile della Toscana in collaborazione con FTS Visto a Prato , al Teatro Fabbricone il 10 febbraio 2016

domenica 21 febbraio 2016


The Walk Posted by renzia.dinca Pistoia. Compagnia nata nel 1987 in residenza a febbraio presso il Centro culturale Il Funaro nella città toscana designata Capitale italiana della cultura 2017, Cuocolo|Bosetti ci propone un’esperienza di site specific. Gli italo australiani pluripremiati in tutto il mondo (UNESCO Award per la ricerca artistica, Festival Internazionale di Sitges Barcellona, Green Room Award, premio Cavour per contributo arte italiana all’estero, miglior spettacolo Festival internazionale Olimpiadi di Sidney, premio Hystrio 2015), presentano una singolare performance per attrice( Roberta Bosetti) in radiofrequenza per un piccolo pubblico dotato di cuffie. La location è la città per le sue vie e piazze in notturna fra lo splendore del gotico di chiese, facciate di palazzi e marmi policromi rinascimentali. Il lavoro è una narrazione in azione fisica dove l’attrice – una sorta di Beatrice dantesca, avvicina a sé come voce narrante il gruppo chiamato a seguirne la storia e le vicende dentro un alone perturbante. La storia è quella del percorso dell’ultimo giorno di vita di un amico (forse un attore) improvvisamente e misteriosamente scomparso proprio dopo aver lasciato la casa dove era ospite. In The Walk si trovano tracce un po’ del Joyce dell’Ulisse, un po’ La recherche proustiana ma soprattutto il Tabucchi di Requiem per le vie di Lisboa perché è di una esperienza e di una drammaturgia fantasmatica che si tratta. L’attrice è un io narrante, una guida che attraverso la sua memoria dolente per la perdita, mescola pagine private di diario coll’esperienza della pubblica condivisione in rituale composto e commovente da tragedia contemporanea in un mood metafisico. Roberta|Beatrice ci ricorda che abitare un luogo vuol dire abitare lo spazio-tempo che è il tempo delle nostre vite in condivisione di storie e memorie private e collettive e lo fa dentro una narrazione e azione efficace un po’ anche taumaturgica. La sua voce è calda ed accorata quasi un sussurro mentre ammiriamo la bellezza degli spazi cullati dal racconto postumo di una giornata “particolare” verso un destino ignoto- la vita la morte, che tutti ci accomuna in cammino per la città, una città che potrebbe essere questa come un’altra. Bosetti si rivela essere un doppio freudiano- una sorta di Ombra ed alter ego, nel momento in cui nella splendida Piazza Duomo dentro una luce surreale archetipica, ci attende nell’ultima tappa del percorso, per poi allontanarsi voce sempre più fioca fino a scomparire in un gioco al nascondino dove vivi e morti si incontrano. Occorre contare fino a cento-un due diciotto ventisette settantadue…un gioco infantile che infantile non è, fino ad essere rapiti dal buio, lei e noi, lasciandoci alle spalle ciò che è stato e non sarà mai più nella dissolvenza dell’incontro e della dipartita. Nostra e degli altri compagni camminanti. La Compagnia italo australiana presenterà a fine febbraio (il 26 e 27) sempre al Funaro in prima assoluta Roberta cade in trappola. The Walk di Renato Cuocolo e Roberta Bosetti con Roberta Bosetti regia Renato Cuocolo spettacolo in cammino per la città di Pistoia per 25 spettatori Visto a Pistoia il 5 febbraio 2016

sabato 20 febbraio 2016


Era la nostra casa posted by renzia.dinca Firenze. Una coppia cinquantenne o giù di lì. Una figlia che è partita per il Canada, forse per studio, chissà. I due che si ritrovano in una casa di famiglia, in campagna dopo aver lasciato forse per ferie o un week end la casa in affitto, ma di città. Insomma il classico interno piccolo borghese. Lui professore di letteratura, intellettuale poeta fallito le contesta: sei solo una bottegaia. Cosa potremmo aspettarci dal battibecco? La crisi di coppia per stanchezza, ritorsioni o forse sindrome del nido vuoto? No o meglio non solo. In realtà c’è dell’altro: la crisi esistenziale di un uomo e di una donna che hanno perso lui la creatività giovanile insieme con le belle speranze e lei la sua attività in coppia con un socio del negozio in città, che chiude e gli farà causa. Come i tempi ci raccontano (ed anche la letteratura degli odierni avvocati divorzisti), la realtà supera ogni fantasia- il campanello di allarme arriva dal solito cellulare che in notturna via sms svela un sicuro tradimento. Mentre lui pareva rilassarsi colla moglie di una vita, in realtà freudianamente, si lascia andare alla rivelazione, peraltro bugiarda e al proibito. Falso pure quello. Ed il resto è noia, come direbbe il cantautore romano di borgata Califano. La moglie è Beatrice Visibelli: madre moglie e anche possibile madre sostituta dell’amante del proprio marito, donna forte e impavida mentre il di lei marito Marco Natalucci ( già attore di Arca Azzurra) è goffo, infantile, ricorda molto da vicino certe controfigure maschili di Mastroianni al cine. Sì perché l’agnizione è che l’amante del marito è una ex studentessa del professore della stessa età della figlia in Canadà e tra l’altro è incinta. Problematica la ragazza-amante- figlia, anche lei stufa del suo lavoro(peraltro, beata lei che ce l’ha a 27 anni) e non esattamente come badante o call center, che tuttavia disprezza e con alle spalle un quadretto famigliare non proprio idilliaco. Insomma si tratta di una ripetizione. L’inaspettata gravidanza modifica ma non per il suo ex professore di liceo, le distopiche dinamiche di coppia intergenerazionali. In questo intreccio, che ha i caratteri della pochade, si intravedono echi cinematografici alla Truffaut (un po’ all’americano Allen ma solo di striscio), su musiche di Jacques Brel. Un testo amaro che lascia però un aperto finale sul destino della coppia scoppiata, con un pubblico divertito e compartecipe. Un nuovo testo di Nicola Zavagli che coraggiosamente porta avanti con la compagna Visibelli, nelle immediate periferie fiorentine, un progetto teatrale in un bel piccolo Teatro gestito dalla Compagnia Teatri d’Imbarco che ospita artisti noti e lancia nuove possibilità (una fra queste in cartellone La leggenda del pallavolista volante con Andrea Zorzi e Beatrice Visibelli in scena) e di scrittura drammaturgica che prevede attenzione al territorio (siamo nella giungla d’asfalto intorno alla città, dopo il Ponte all’Indiano sulla via Pistoiese),di progettazione e di inclusione sociale con attenzione ai travagli sociologici delle nuove e vecchie categorie antropologiche umane ed urbane. Era la nostra casa Compagnia Teatri d’Imbarco drammaturgia Nicola Zavagli regia Nicola Zavagli con Beatrice Visibelli e Marco Natalucci Visto al Teatro delle Spiagge a Firenze il 6 febbraio 2016

venerdì 5 febbraio 2016


Dell’attore Vecchiatto: Morganti/Bucci che coppia! pubblicato su RUMORScena di Roberto Rinaldi Posted by renzia.dinca PONTEDERA (Pisa). La programmazione del Teatro della Toscana, il nuovo Teatro nazionale nato dalla recente riforma dello spettacolo che ha sancito la partnership fra il fiorentino Teatro della Pergola e CSRT Pontedera Teatro, oltre a classici ed evergreen, ha in cartellone alcuni titoli assai coraggiosi. Uno fra questi è di sicuro Recita dell’attore Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto. Partiamo dal contest: un teatro di provincia-due gli attori Claudio Morganti (Attilio Vecchiatto) ed Elena Bucci (la moglie e attrice Carlotta); due leggii con partitura. Si tratta di una semplice lettura scenica? forse.Il dubbio nasce però immediatamente dal fatto che siamo accolti nella sala piccola del Teatro Era con tavolini dove ci si può accomodare e semplicemente, come in balera od osteria, gustare un bicchier di vino e dato che è inverno, sbucciare assaporandoli dei mandarini. La coppia nella mise en espace, nella narrazione perfettamente complice dei due Vecchiatto, Attilio e Carlotta, anche coppia nella vita, entrambi attori, entrambi con storie di storie da raccontare a intreccio, in palcoscenico ed in recite letterarie da Shakespeare a Leopardi a sonetti autografi, un groviglio di esistenze vissute, quelle fra i due in un mix fra teatro e autobiografie. Di qua e di là dall’oceano perché Vecchiatto, che si comprende essere attore di rango un po’ sbruffone un po’ intellettuale a fine carriera, mica è un attore improvvisato: lui ha lavorato con Laurence Olivier ed è stato in tournée partito da Venezia per le Americhe, recitando a New York fino a Buenos Aires. Un attore di successo, insomma. Poi, pian piano che si sdipana la matassa e forse, il pre-testo che è letterario ma anche e soprattutto teatrale, si incomincia a entrare nella vis tragi-comica del lavoro. A chi si rivolgono i due malcapitati? e di chi e cosa raccontano i due, evidentemente spaesati? ma soprattutto a chi? perché il dialogo fra loro è un moto continuo, un rimpallo, in cui il privato di una coppia agée e comunque assai affiatata di attori si mescola e rimbalza con la loro vita pubblica, teatrale e privata nel passato e nell’hic et nunc. Ma a chi raccontano la propria storia questi due individui e se a Teatro, ammesso che in un teatro stiano recitando, se non c’è un pubblico? perché è così: nel plot narrativo-drammaturgico davanti al folto pubblico al Teatro Era, in realtà è ad un’unica persona, occasionale, che i due attori si rivolgono. Per associazione ricordano un po’ l’equivalente paradossale di un insegnante che senza almeno un allievo rischia che la classe chiuda, così come il maestro che avrà destino di disoccupato. Perché i due attori si rendono conto che in teatro è forno, insomma non c’è nessuno, tranne una signora grassa colla sporta della spesa che forse passa di là, per caso, mentre ogni tanto qualcun’altro si appalesa, per poi sparire. E quindi la recita è con e fra se stessi, una beffarda situazione esistenziale dove non resta che svelare le carte del proprio individuale e reciproco cammino. Professionale e di coppia. E’ che si parte da un copione per il teatro dello scrittore Gianni Celati, dal cui testo, pubblicato da Feltrinelli nel 1996, si evince la drammaturgia della Recita di Vecchiatto. E qui è di meta-teatro che si tratta. Si tratta del senso e soprattutto non senso del fare teatro e per ellissi del ragionare sui meccanismi consci e inconsci di chi sceglie di diventare attore-attrice e dedicare, e un po’ immolare, la propria intera vita all’arte del palcoscenico. Soltanto una macchina affabulatoria raffinata e una tecnica attoriale immensa unita ad un affiatamento prodigioso dei due attori Claudio Morganti ed Elena Bucci avrebbero potuto restituire in sintonia divertente e insieme profonda una complessa e plurisemantica struttura testuale creata da Celati, che anche dà affondo nella stesura del suo testo, in universi storico sociologici coraggiosi rispetto al nostro Paese sul mestiere dell’attore ma non solo, sull’affacciarsi politico esistenziale che vede i cambiamenti della società fuori dai teatri, solo apparentemente lontani dalla specificità del palcoscenico. Ma non certo lontani da un teatro di riflessione e denuncia anche tagliente quale quello che da sempre è stato il percorso artistico di Claudio Morganti come di Elena Bucci. Metafora di un fare Teatro come lente dì ingrandimento di una società, quella italiana dove l’intellettuale ha dovuto e deve (dovrebbe), fare ancora i conti con l’imborghesimento selvaggio privo di scrupoli e l’impoverimento complessivo della cultura nell’irriconoscimento e anche disconoscimento della propria Storia, quella delle proprie radici. Recita dell’attore Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto Testo di Gianni Celati Con Claudio Morganti e Elena Bucci Visto a Pontedera, Teatro Era di Pontedera il 29 gennaio 2016

venerdì 22 gennaio 2016


Bambina con draghi Nella forma di un haiku post-moderno, che caratterizza con una lunga sequela di terzine buona parte della raccolta Bambina con draghi, Renzia D'Incà dà vita ad una poesia densa, graffiante, scomoda, alla ricerca costante di un equilibrio, quasi un senso superiore che però sembra sfuggirle, oppure viene rifiutato come una morale fastidiosa e retorica. La ricerca di un colloquio autentico con se stessi e con gli altri è comunque la chiave fondamentale delle poesie di Renzia d'Incà, che inizia i suoi versi con una lunga confessione, forse con la madre, forse con una figura più paterna, «un gatto mammone» lo chiama l'autrice, sicuramente con chi ha gestito anche la sua vita e, in parte, la sua anima. Ma attraverso l'altro, attraverso il dialogo, i versi operano uno scavo interiore feroce, condotto senza peli sulla lingua, che in poesia vuol di dire dare vita ad un linguaggio a volte duro, sicuramente trasgressivo, ribelle. È un percorso, come dice nella prefazione Paolo Ruffilli, di avvicinamento a se stessi, è un andare verso se stessi e verso l'uomo in generale, farlo però senza falsa retorica, senza sentimentalismi di sorta, in maniera cruda e vera. Questi muri di confronto, questi alter ego spietati, sono i draghi di cui si parla nel titolo, che evidentemente rimontano agli anni dell'infanzia, ma di cui l'autrice non si è liberata, forse anche volontariamente, visto che a volte la cura e la guarigione possono giungere proprio da ciò che sembra dannoso. «Quando nessun farmaco fa guarire» afferma la poetessa in una terzina «quasi sempre l'antidoto è l'infestante». Così la bambina che gioca con i draghi è la poetessa stessa alle prese con i mostri della propria interiorità e della realtà esteriore, i mostri dai quali però la poesia esige risposte, magari una cura, sicuramente una via, un percorso. I draghi sono mostri ambigui, non si sa mai se considerarli amici o nemici, proprio come le forze ostili che si muovono nel mondo e che rendono la società, il consorzio umano dove tutto dovrebbe essere sicurezza e armonia, una giungla, un campo di battaglia. Alle prese con i mostri del mondo sociale la poetessa però non considera la poesia un rifugio. Questa ambiguità della lotta, che porta l'autrice a trasformare lo stesso amore di coppia in una schermaglia, la portano a costruire nelle sue terzine (pregnanti a volte come aforismi) degli ossimori di grande forza espressiva. Come quando sostiene «e adesso per andare avanti è necessario tornare indietro», giustificando l'analisi spietata che la poetessa sembra condurre sulla sua vita attraverso la disamina indiretta e simbolica del passato e dell'infanzia In questo modo le terzine mostrano che tutto è se stesso, ma nello stesso tempo il suo contrario. E non è un caso che ad un certo punto ci si imbatte in un'affermazione scandalosa e antitetica, «ogni amplesso è un incesto», verso che in sé spiega davvero tutto, o comunque tanto di questa poesia, in cui il rapporto con il partner non può non nascondere le tracce dell'antico rapporto con il padre. È forse per questo che, quasi inevitabilmente, il costante dialogo con l'altro, iniziato con la madre, continuato con il o i compagni, si conclude con il confronto con la figura paterna, dando all'intera raccolta una coloritura psicanalitica, a dire la verità resa inevitabile già dall'uso della simbologia iniziale, quella che fa appunto riferimento ai draghi. Certo scandalizza e spaventa l'epilogo che l'autrice dà al suo viaggio poetico, una sorta di finale battaglia con il padre, che cerca di trasformarsi in un parricidio. Eppure dietro questa ribellione distruttiva, si nasconde un impeto costruttivo e creativo. Una ribelle, un'anima inquieta è Renzia D'Incà insieme al suo io poetico, una rivoluzionaria che cerca in fondo però la quiete, la pace, il proprio equilibrio. Un'anima disperata che vuole il contatto con l'altro da sé. Ma vuole che questo contatto sia vero, sia autentico, sia vitale. Senza nessuna pietà la poesia D'Incà va a cercare dove l'umano ancora sopravvive, elo fa a costo di uccidere l'umano che però umano più non è. Recensione Bambina con draghi poesia Autori • Renzia D'Incà Edizione: Biblioteca dei Leoni Castelfranco Veneto 2013 Prefazione di Paolo Ruffilli - pp. 62 prezzo: € 8,00 Recensione a cura di • Marco Tabellione Pubblicata su: Il Segnale nr. 101/2015

giovedì 14 gennaio 2016


ENIGMA perché niente significa mai una cosa sola By renzia.dinca Seravezza ( Lucca) Pubblicato su RUMORSCENA di Roberto Rinaldi Le trappole tese dal linguaggio insomma la semantica, sembrano fin dal titolo e dall’incipit essere la chiave di lettura di un testo complesso Enigma, apparentemente poco restituibile in forma teatrale eppure è proprio (e anche non solo questo) la forza del nuovo lavoro di Stefano Massini, la penna più prolifica in questi ultimi anni di drammaturgia italiana e internazionale (mentre riflettiamo ancora sul suo recente Lehman Trilogy, l’ultima regia di Luca Ronconi). Sì perché il testo ha la struttura di un racconto-anche diviso in scena da ben 16 siparietti-capitoli, denominati ‘segmenti ‘e proiettati come titoletti dal buio fra una scena e l’altra, dove frammenti di dialoghi fra un uomo e una donna che pretestuosamente si incontrano, con disinvolta astuzia narrativa, ci introducono passo passo nel vivo del dramma anche concentrato in un assioma più volte ripetuto dalla strana coppia ossia che“ la realtà è sguaiata”. Così veniamo a sapere che i due si incontrano-ma solo per apparente casualità, in un appartamento grigio e disordinato, come chi lo abita anche se si ammanta di virtù da ‘loico osservatore’ che gioca sulle parole( Silvano Piccardi) in un dialogo serratissimo con la coprotagonista (Ottavia Piccolo) che lo incalza e scalza sullo stesso piano linguistico di e in una Berlino liberata (siamo tedeschi in Europa!) molti anni dopo la caduta del Muro. Che entrambi, non più giovani, professori- forse, lei sì di Storia, erano cittadini della DDR e che qualche oscuro legame li accomuna. Il legame è un perturbante, il passato che ritorna in solo apparenti altre forme ma sempre carico come da manuale psichiatrico- antropologico, di violenza odio e vendette. E qui i riferimenti anche cinematografici potrebbero sprecarsi fin addirittura a sfiorare capolavori come i film Le vite degli altri e ancor prima Il portiere di notte- al di là delle risoluzioni formali e senza mai happy end- che in Enigma: il finale è aperto. Si tratta dell’instaurarsi sottile di un rapporto vittima-carnefice e viceversa, che nel climax ed anticlimax del plot narrativo si rovescia come nelle più note vicende studiate dalla storia della letteratura e della psicoanalisi che riguardano gli individui, i gruppi e che in questo particolare studio creato dalla penna di Massini, ha come sfondo e si confronta con un nodo cruciale e ancora poco esplorato perché purtroppo ancor precoce della attuale identità della Germania unita, insomma nientepopodimeno che con l’attualità europea (e per associazione come non pensare ai segreti sui fatti occorsi alle donne di Colonia del 31 dicembre scorso?). Insomma sono due le storie personali intrecciate individuali che poi hanno a molto a che vedere con la storia con la Esse maiuscola. La verità celata che si trasforma in agnizione per lo spettatore a suon di palindromi, paradossi e sfide enigmistiche, e poi segreti, memorie,omissioni, taccuini, tracce, rivela la vera identità dell’uomo un ex sbirro al servizio della STASI che viveva di pedinamenti e fascicoli di informazioni sui comuni cittadini della Germania est fra cui anche la professoressa Ingrid che a distanza di decenni non esiterà a restituirgli trattamento analogo. Perchè la storia individuale e collettiva si ripete e come scriveva Montale “non ha niente da insegnarci”. O forse perché, parafrasando Battiato“niente è come sembra| niente è come appare| perché niente è reale. Testo letterario sì Enigma ma coi tempi e il respiro a misura del teatro di parola al servizio di due attori di rango per una recitazione naturalistica resa alla scena asciutta e convincente. Enigma-Niente significa mai una cosa sola ARCA AZZURRA TEATRO e Ottavia Piccolo Drammaturgia Stefano Massini Con Ottavia Piccolo e Silvano Piccardi (anche regista) Prima regionale toscana Visto a Seravezza ( Lucca) Scuderie Granducali, Il 10 gennaio 2016

domenica 3 gennaio 2016


LE MILLE E UNA NOTTE il dolore delle donne Posted by renzia.dinca PORCARI (Lucca) Ultimo della serie di spettacoli della stagione autunnale Qualcosa si muove questo Le mille e una notte del Teatro del Carretto nello spazio SPAM, rete per le arti contemporanee curato fin dal 2008 e diretto da Roberto Castello, che ha ospitato residenze e una programmazione multidisciplinare di spettacoli, workshop, attività didattiche ed incontri, una realtà immersa nelle periferie lucchesi fra capannoni industriali e fumi delle cartiere. La Compagnia del Carretto (fondata nel lontano 1983) vanta un respiro internazionale fin da quando oltre venti anni or sono, iniziò a proporre dalla città di Lucca dentro il suo prestigioso teatro lirico del Giglio, macchine teatrali stupefacenti – e sempre e ancora in continuità nel binomio firmato Cipriani-De Gregori – una per tutte quel capolavoro dell’Iliade ancora oggi in tournée. Questa nuova proposta prende come snodo creativo le suggestioni del poema delle Mille e una notte ma trasferisce in scena una drammatica attualità, quella del femminicidio a livello planetario, quello che si sviluppa nel privato dell’opulento occidente e quello delle donne di altre religioni ed etnie, qui come altrove consumato da parte di un maschile autoritario e mortifero. La vicenda di Shahrazad che vuol porre fine alla carneficina delle spose messa in atto dal sultano vendicativo (perché tradito?) e feroce, a lui narrando storie di storie ancora incanta ed è materia letteraria di straordinaria vitalità. Si parte da una scena dove otto candele accese dividono lo spazio scenico dallo spettatore con agli estremi due automi in veste femminile con testa di morto (molto vicine a certa cultura messicana). Girano su se stesse con musica da carillon-che tornerà per tutta l’ora abbondante di spettacolo, in loop. Che in questo lavoro, essenziale è il commento musicale. Parte da Grazie alla vida per contaminarsi con arie liriche italiane specie da Verdi, in perfetta circolarità. Due i maschi in scena che si avvicendano nella comunque reciproca interrelazione quasi tasto nero e tasto bianco suonata dalla stessa mano e stessa melodia mentre il solo sfondo della scena è un armadio che contiene scarpe-femminili in un reparto, in un altro teschi, non si sa di chi, e altra cianfrusaglia. La figura femminile esile e diafana incomincia a narrare. Si parte dalla mitologia greca da Pasifae e il toro per attraversare la storia delle imprese dell’eroe Teseo che occuperà molta parte del lavoro. Potente il lavoro fisico sull’ancestralità dei due maschi in scena: l’eroe muscolare bello e potente Teseo e il suo alter ego, la forza bruta animalesca del Minotauro mentre la donna è l’io narrante, una delicata protagonista che passa in eleganza da una storia all’altra narrando le vicende di Eco e Narciso fino alla follia dell’Orlando furioso, ad Ofelia che a detta dell’Amleto deve andare in convento. E comunque femmina che deve essere soppressa, forse proprio per la sua libertà della Parola. Si arriva finalmente all’hic et nunc della contemporaneità: i due protagonisti maschili si improvvisano battitori di un’asta dove abiti femminili macchiati di sangue – dalla Siria alla ex Jugoslavia, alla Cina al Ruanda sono messi in vendita (donne stuprate e/o uccise)- crudele metafora e forte provocazione civile. Il lavoro è in evoluzione ma promette ancora tanto. Con tre attori molto generosi in perfetta sintonia. Drammaturgia e regia di Maria Grazia Cipriani Scene e costumi di Graziano Gregori Con Elsa Bossi, Nicolò Belliti e Giacomo Vezzani Teatro del Carretto Visto a Porcari ( Lucca) Spazio SPAM il 27 dicembre 2015

giovedì 24 dicembre 2015


Il MINOTAURO secondo Zaches Teatro Posted by renzia.dinca Empoli In prima nazionale dentro lo spazio multifunzionale di Giallo Mare Minimal Teatro diretto da svariati anni da Renzo Boldrini attore e regista, da sempre attento al teatro delle nuove generazioni, un elegante lavoro della giovanissima Compagnia Zaches Il Minotauro. Teseo in quanto eroe, ha molti nemici e tanti di questi deve accoppare, fino al più temibile: il Minotauro. Ma così recita il mito e non se ne può uscire se non percorrendo tutto l’iter delle morti seriali necessarie. Nelle versioni davvero molteplici e sempre attualissime come lo sono i classici di ogni tempo e provenienza geografica e multietnica, la storia di Teseo (con le relative costellazioni ad intreccio delle genealogie familiari sia umane che divine) è una fra le più suggestive e saccheggiate sia in teatro che in letteratura e in arte. Il rischio della scelta Zaches di cimentarsi in questa complessa tematica, poteva essere quella di una sovraesposizione. Invece così non è perché la temperatura di questo “Minotauro” è sintetica, sobria e affascinante. Riunite in prima linea le competenze della Compagnia fra le giovani italiane riconosciute da MIBACT e con già un bel medagliere anche internazionale, sono il teatro-danza e il teatro di figura fino al teatro d’ombre, che permette loro di stagliare in scena delle figure di algida quintessenza formale con l’aiuto fondamentale di un apporto luci sonoro e costumistico e di maschere che farebbe invidia ad un trattatello sia pure ipertestuale o anche on line della storia dell’arte. Naturalmente qui di teatro si tratta e di arte dal vivo dove non c’è sipario ma quadri a scomparsa mentre in proscenio si svolgono le principali scene del la narrazione. Il mix che crea la bellezza espressiva è proprio l’intreccio sapiente di microazioni dei tre attori-danzatori in scena e la calmierazione o esaltazione tecnica degli effetti emotivi e fantasmatici sullo spettatore di quanto si osserva e ascolta. Questo intreccio di corporeità, anche con il sussidio di strumenti tradizionali del teatro insieme alle tecniche più recenti delle tecnologie, fanno sì che questo lavoro sia contemporaneamente adatto alla didattica (lo spettacolo è anche rivolto a ragazzi in età dalle scuole medie inferiori) nonché ad un pubblico appassionato non tanto al teatro calligrafico quanto alla contaminazione dei linguaggi più attuali della scena contemporanea. Compagnia Zaches Coreografia regia e drammaturgia di Luana Gramegna Scene luci costumi maschere di Francesco Givone Progetto sonoro e musiche originali di Stefano Ciardi Con Gianluca Gabriele, Anna Solinas e Eugenia Coscarella Spettacolo consigliato per ragazzi dagli undici anni in su Visto a Empoli, Giallo Mare Minimal Teatro, il 18 dicembre 2015

martedì 22 dicembre 2015


Giovani autrici a SPAM: A LOAN e UN MINIMO DISTACCO Posted by renzia.dinca Porcari ( Lucca) Due progetti, l’uno A Loan già strutturato e presentato in prima nazionale la scorsa estate al Festival Inequilibrio di Castiglioncello, l’altro Un minimo distacco ancora in fase di studio, ben delineato. Due le performer Irene Russolillo e Caterina Basso, giovani danzatrici e coreografe con molti premi nazionali e internazionali già alle spalle dentro la stagione autunnale Qualcosa si muove di SPAM, rete per le arti contemporanee, diretta da Roberto Castello. Si parte con la creazione autorale Un Minimo distacco di Caterina Basso. Attraversata da suoni e rumori domestici, della pura quotidianità che vanno dalle note di una radio o una TV che trasmette The time goes by (riferimento al film Casablanca?), fino a crepitii di oggetti forse vasellame o passi estranei, il suo corpo reagisce animandosi in azioni scomposte, rarefatte ma scalene, come se fosse agita in scena proprio dal noise di sottofondo. Poi si passa al silenzio, finalmente. E qui, adesso suona lei, col suo corpo muovendosi nello spazio completamente vuoto cercando la propria dimensione interna ed esterna, forse un equilibrio per osservare la giusta distanza dalle cose del mondo. L’azione riparte sulle note del Boss in Streets of Philapelphia (Philadelphia anche come riferimento per il film?) e di nuovo il corpo si ri-armonizza. Fino allo scioglimento della tensione del finale sorprendente in cui Caterina Basso sputa fuori da sé qualcosa di inquinante per liberarsi del peso della vita, delle sue miserie, delle cattive memorie, tanti piccoli boli- sassetti bianchi, per infine, forse, respirare. A LOAN parte da un buio in cui risuona la voce di Irene Russolillo microfonata. ALOAN , equivalente fonico di alone cioè “sola”. Qui l’assolo della danzatrice-performer è per metonimie, sinestesie e contaminazione linguistica. Solitudine, assenza, ma anche ricerca di voce altra, fuori di lei. La pista è quella di alcuni sonetti di Shakespeare da lei stessa recitati o cantati mentre nella traccia sonora cita Arvo Part colla sua tastiera mistica in cui ombre e luci hanno lo stigma narrativo per micro frasi del sogno di una lei che sta sulla spiaggia, ascolta il mare ma ha perso gli occhiali-non vede. O forse vede, ma non c’è nessuno oltre a lei donna sposa, altri compagni di viaggio ad ascoltare il religioso suono delle onde sonore, in assetto minimalistico. La protagonista è sola (a loan, appunto) dunque nella notte della vita in balia dell’imago di uno spirito-corpo reale o immaginifico (dal sonetto LXI). Il passaggio successivo la vede essere asessuato in posizione fetale mentre un gioco di luci raffinatissimo esplora il suo corpo e lo spazio rischiarandola in una semi nudità rosata-come il corpo defraudato di un vivente o feto oltre la vita e la morte, priva di chioma o meglio calva(forse di apparenti istinti?). E qui Irene Russolillo dà il meglio di sé trasformando il suo corpo metamorfizzato in forma di insetto alla Kafka con movenze di ragno tessitore roteando su se stessa quasi non riconoscendo o provando a rintracciare i propri arti, oppure semplicemente ricostruendoli|si. Sembra una regressione quella a cui assistiamo, lei che morde il braccio di se stessa, lei che dalla vagina estrae un palloncino per poi farlo esplodere-gioco comune infantile o mimesi di un coito? nella ambiguità in cui i segni artistici dicono e amplificano di senso e significato, ecco che la performer distesa sulle due casse-unico oggetto di scena, prova o riprova una collocazione spazio-temporale instabile, fino a riappropriarsi della propria voce- microfono e cantando pezzi da Sonetto VIII “ ( …) tu che sei solo musica, perché l’ascolti con disdegno? (…) /queste mute voci, riunite in un sol coro, all’unisono ti dicono/Solo, non sarai nessuno”. A LOAN Si chiude con un passaggio fortemente muscolare della straordinaria performer in cui la musica, quella elettronica originale, ha un gran posto. SPAZIO SPAM A LOAN Progetto e interpretazione Irene Russolillo Musica originale Piero Corso e Spartaco Cortesi Disegno e luci Valeria Foti Testi di Irene Russolillo, Sonetti da W. Shakespeare Produzione ALDES con il sostegno produttivo di Inequilibrio, Festival Oriente Occidente|Rovereto UN MINIMO DISTACCO Coreografia e interpretazione di Caterina Basso trattamento sonoro Roberto Passuti Disegno luci Antonio Rinaldi produzione ALDES con il sostegno di Ministero per i Beni e le Attività Culturali / Direzione Generale per lo spettacolo dal vivo, Regione Toscana / Sistema Regionale dello Spettacolo Visto a Porcari ( Lucca), il 19 dicembre 2015

mercoledì 16 dicembre 2015


Un Trattato di economia che non fa sconti a nessunoPosted by renzia.dinca su RUMORSCENA di Roberto Rinaldi PONTE A MORIANO (Lucca) Analisi ludica ad alto tasso di complessità situazionista e quindi in apparente leggerezza, che in realtà delinea una feroce capacità autocritica dei due co-autori, la coppia Roberto Castello coreografo e danzatore internazionale, con Andrea Cosentino, uno fra i (pochi) attori-autori teatrali satirici di rango italiani. Il lavoro nasce parecchi mesi or sono all’interno della stagione SPAM ideata e diretta dallo stesso Roberto Castello. I segni di questo Trattato di economia sono multi semantici e alla fine si capisce che, spettatori in tutto esaurito o quasi nel Teatro di questa piccola realtà provinciale a Ponte a Moriano organica allo spazio SPAM di Porcari, si ride per non piangere. O forse si piange per non ridere. La spietatezza dei temi si evince fin dalle primissime battute dove con la scusa ed il linguaggio da conferenza a carattere economico, i due relatori seriosi ma solo di facciata in giacca e cravatta, espongono ex cathedra due oggetti da sex shop. Ma dove sta il business? È di denaro che si parla o forse di sesso? O di come questo e quello comunque di fatto reggano, da sempre, il Pianeta e l’intera umanità ? Il dove si va a parare pur partendone alla larga, si fa strada ben presto perché l’indagine dei due autori è finto economica sui temi dei grandi sistemi del pensiero unico lobbistico-finanziario e non tratta né di soldi né di sesso ma di cultura e di quella della società dello spettacolo in ispecie. Con spietatezza raffinata mixando diversi generi, dalla pantomima al talk show al cabaret, utilizzando le due diverse competenze in affabulazione e siparietti sincronici affiatati per ritmi e scrittura drammaturgica, Castello|Cosentino disegnano una partitura in cui ciò che viene messo alla berlina è proprio il mondo della società teatrale, quel microcosmo spesso schizoide rispetto alla cosiddetta società civile in un gioco perverso di realtà che si autorispecchiano perché nella macchina dei soldi c’è anche, eccome, la macchina-spettacolo. Anche in quello per qualcuno “fricchettone” per altri “di ricerca”. Trattato di economia, crediti di Ilaria Scarpa Trattato di economia, crediti di Ilaria Scarpa Nessuno è risparmiato nel copione di Trattato: non il pubblico-che dice noi siamo di sinistra, impegnati nel sociale, ambientalisti che teniamo al fisico ma vestiti informali-non i generi televisione, teatro e danza- né i mostri sacri e non il giornalismo, quello della critica (con una video-partecipazione in falsa absentia di Attilio Scarpellini). Ma nemmeno si risparmia la coppia autorale e artistica etero-definitasi dentro cartelli con scritture concettuali-pure etichette, anch’esse di mercato. Niente e nessuno viene risparmiato in un crescendo parossistico nel tritacarne della gioiosa macchina da guerra dissacrante e iconoclasta del duo surreale e machiavellico. Se gli oggetti sono status symbol e l’accapararsene significa far parte del clan dei ricchi potenti e superfighi (scarpe e sex toys scorrono nel finale su un tapis roulant mentre Cosentino con antennine disco anni 80 televisivamente, sproloquia), così nel mondo dello spettacolo alcune icone vengono tirate in ballo come oggetti-feticcio reificati. Vengono rappresentate in scena fra l’ironico e il parodistico da Castello: si va da Jan Fabre a Pina Bausch fino a Ronconi, così come certi metodi di certe scuole di teatro (il riferimento è al santone Osho e i suoi seguaci new age) mentre parte uno spezzato di Telemomò, un must di Cosentino televenditore, stavolta della famosa pietra (filosofale?). Andrea Cosentino crediti di Ilaria Scarpa Andrea Cosentino crediti di Ilaria Scarpa Insomma, se anche lo spettacolo è un prodotto di target, come poter riconnettere l’Arte e l’oggetto? L’arte e la sua remunerazione “oggettiva” sul mercato dell’arte? E qui si sfiora, elegantemente, una riflessione autocritica di meta-teatro ma solo per sinapsi, per allusioni sottili. Perché, allora, per contaminazione logica in ambito d’arte plastica contemporanea: chi decide le quotazioni di Damien Hirst?. E si potrebbe citare, sempre per contaminazioni logiche, il teatro del baratto- se i tempi non fossero decisamente altri- come i sistemi economici totalmente mutati dagli anni Settanta ed in barba al buon Carletto Marx. E qui sta il concept di Trattato di economia. Allora, chi siamo, chi eravamo e dove andiamo, noi che o facciamo o osserviamo, noi che da dentro o da fuori per lavoro o per divertimento bypassiamo nel nostro teatrino privato esistenziale il Teatro di ricerca? E chissà dove si dirigeranno allora, nella prossima stagione, nostra e loro, quelle mucche pezzate ruminanti in transumanza debordiana verso il Passo del Brennero di Qualcosa si muove , immortalate in fotografia che certo e non a caso è stata scelta come manifesto della stagione autunnale 2015 di SPAM? Trattato di economia di e con Roberto Castello e Andrea Cosentino Produzione ALDES con MIBACT e Regione Toscana Visto al Teatro Nieri di Ponte a Moriano (Lucca), l’11 dicembre 2015 FacebookTumblrPinterest Tags: featuredrenzia.dinca Autore: renzia.dinca Si è laureata all’Università di Pisa. Giornalista dal 1985, ha collaborato con Hystrio, Sipario, Rocca, Il Grandevetro, Il Gazzettino di Venezia, Il Tirreno, La Nazione, Il Giorno, Sant’Anna News. Lavora come consulente in teatro e comunicazione. Ha condotto ricerche universitarie per le riviste Ariel e Drammaturgia e svolto tutoraggio di master universitario di Teatro e comunicazione teatrale per l’Università di Pisa. Ha pubblicato in poesia Anabasi (Shakespeare & Company, Bologna 1995), L'altro sguardo (Baroni, Viareggio 1998), Camera ottica (ivi, 2002), Il Basilisco (Edizioni del Leone, Venezia 2006) con postfazione di Luigi Blasucci, L'Assenza (Manni-Lecce 2010) con prefazione di Concetta D'Angeli, Bambina con draghi ( Edizioni del leone, Venezia 2013) con prefazione di Paolo Ruffilli. È inserita nella rivista Italian Poetry della Columbia University.Come saggista teatrale il volume Il teatro del cielo (Premio Fabbri 1997), Il gioco del sintomo (Pacini-Fazzi, Lucca 2002) su un’esperienza di teatro e disagio mentale, La città del teatro e dell'immaginario contemporaneo (Titivillus, Corrazzano 2009), Il Teatro del dolore (Titivillus 2012), su una esperienza ventennale di teatro e disagio mentale presso La Città del teatro. Per Garzanti uscirà un saggio sul Metodo mimico di Orazio Costa. Come autrice di teatro sono stati rappresentati Ars amandi-ingannate chi vi inganna ed uno studio per Passio Mariae con video di Giacomo Verde. Collabora come performer con musicisti, tra i quali il maestro Claudio Valenti, che hanno composto brani inediti sui suoi testi ispirati al Il Basilisco e L'Assenza.

domenica 6 dicembre 2015


GROW Hansel Gretel e la strega cattiva Pubblicato su RUMORSCENA di Roberto Rinaldi Posted by renzia.dinca Camaiore( Lucca) Rivisitazione in ampia libertà della e dalla fiaba Hansel e Gretel dei Grimm, questo Grow che fin dal titolo accenna alla difficoltà del crescere. Una fiaba che sia dal punto di vista letterario che psicoanalitico può avere come riferimento Bambini-fratellini e dall’altra Donne Madri-arpie che come nella fiaba classica sono per qualche motivo separati dai propri genitori legittimi (qui non dispersi per povertà della famiglia d’origine a cui non si fa riferimento se non per desiderio di ritornarci), ma che ripetono le tappe della faticosa ricerca di un’altra Madre. Sì, ma quale? La madre per sostituzione, è una virago dark in tacchi a spillo tirata a lustro che dichiara: ho quasi quarant’anni. E che fa all’arrivo di questi due bambini che si rincorrono come tutti i cuccioli aggrovigliati ma sotto lenzuola ambigue nere e di pizzo? Adotta i due malcapitati, blandendoli. E’ chiaramente single. Si muove con gran disinvoltura nello spazio- che è il suo, la sua casa (?) cavalcando scope da una parte all’altra del palcoscenico e dimenandosi un po’ menade un po’ femminista fuori contesto, trascinandosi in scena perfino innalzando la falce ed il martello. I fratellini, una lei Gretel con treccione bionde e un lui Hans cicciottello ancor prima di esser messo nella gabbia all’ingrasso, un po’ meno reattivo, dimenandosi fra lenzuola–tovaglia tutte fittizie, trovano finalmente ciò che cercano: essere riconosciuti come individui e cibo- la casetta di marzapane. La Madre potenzialmente adottiva e sadica li accoglie o meglio accoglie il maschio a cui arriva a permettere cibi cattivi essendo lui celiaco mentre distribuisce merendine anche al pubblico. Ma è la sorellina, la femmina, costretta da copione come una Cenerentola ai lavori domestici, che mette in guardia la potenziale vittima – il fratellino- maschietto- dalle mire antropofaghe di una Medea ma senza apparente passato famigliare, per niente amorevole e dotata di ben poco istinto protettivo. Allora chi mangia e chi è mangiato? Nel forno non finiscono i fratellini che scappano dopo aver meditato di ritornare alla famiglia da cui sono forse, fuggiti. Della strega cattiva poi non è dato sapere, come da finale aperto. Forse si è distrutta da sola, in un delirio narcisistico nel proprio forno interiore. GROW di e con Silvia Bennett, Marcela Serli, Caterina Simonelli Drammaturgia Tobia Rossi Consulenza artistica Federico Tiezzi Produzione Compagnia Lombardi|Tiezzi e Associazione IF Prana Visto a Camaiore Teatro dell’Olivo il 21 novembre 2015

mercoledì 2 dicembre 2015


I DREAM- Tra vita, flashback e sogno Pubblicato su RUMORSCENA di Roberto Rinaldi Posted by renzia.dinca Porcari ( Lucca) Lo spazio è quello di SPAM dentro il cartellone della stagione autunnale Qualcosa si muove diretta da Roberto Castello, fra teatro, danza, musica, letteratura e videoarte. I Dream, in prima regionale toscana, parte con un’immagine sul palco in un a solo, una esperienza quasi unica dell’artista trentino Michele Abbondanza tanto dissacrante- provocatoria quanto leggera e divertente. L’artista, che ha co-fondato nel 1984 la Compagnia Sosta Palmizi dopo aver lavorato con Carolyn Carlson e poi fondato con la collega Antonella Bertoni l’omonima Compagnia Abbondanza|Bertoni, è fra i maggiori esponenti della scena mondiale di danza di ricerca contemporanea. Michele Abbondanza apre i quadri evocativi del suo nuovo spettacolo performativo in assolo mentre si infila una parrucca dai lunghi capelli biondi riccioluti per chiudere, ad anello, su una video proiezione in bianco e nero dove dal mixer si zoomma su un bimbo-forse proprio lui, sempre proiettato sullo sfondo, che fa pratica alla sbarra coi suoi compagni a scuola di danza classica, qualche decennio fa. I Dream è poco meno di un’ora di performance mozzafiato dove il filo conduttore è quello della memoria. Una successione di sequenze visive, sonore e performative allacciate come perle in una collana. A volte sono oggetti, a volte parole di canzoni ( I will survive di Gloria Gaynor è un po’ la colonna sonora di un film nel film), a volte testi da lui stesso suonati e cantati alla chitarra mentre sullo sfondo scorrono rimandi di rimandi, scene color seppia di silhouettes danzanti, scenografie di spettacoli altri. Si intrecciano lacerti di memorie in un continuo rispecchiamento di presente e passato dove proprio nel fondale risiede la traccia mnestica mixata con l’avvicendarsi di stimoli materiali in scena come quella criptica e inquietante di un enigmatico personaggio forse umano forse no nascosto da un drappo nero, unico elemento scenografico dentro lo spazio vuoto che ad un certo punto viene “ resuscitato” da Abbondanza. Si tratta di una sorta di manichino che lo stesso artista muove, di spalle, a passo di danza- un alter ego, un doppio inanimato che forse è ancora dentro il sé presente del coreografo. Ma non ci sono tracce di nostalgia in questo lavoro, anzi, sono proprio i molteplici materiali sensoriali e plastici ad animare il corpo del danzatore in un percorso di bellezza espressiva emozionante, quasi dessero il LA allo sprigionarsi di energie che si riattivano attraverso la memoria del corpo, dando vita cosciente alla filigrana emotiva della storia di un percorso esistenziale ed artistico. E’un po’ come quando ciascuno di noi sfoglia un album fotografico, un riassunto di alcuni momenti salienti della propria vita che però rimangono a livello di emozione mentale e affettiva; così e invece, Michele Abbondanza trasferisce al e sul proprio corpo per perfetta quintessenza di microazioni interpretative che la sua straordinaria macchina corpo gli permette, la fantasia rievocativa animando fantasmi, storie, frammenti, momenti brillantii e momenti opachi. Il lavoro si chiude in una dissolvenza dove il performer scompare- mentre il manichino rimane abbandonato a terra in disparte, mentre l’artista ricompare tra fumi un po’ diabolici, come nella materia pulviscolare notturna del sogno al risveglio, che attiva e riattiva desideri nel flusso di azioni fisiche e processi mentali in quella progressione complessa che è la nostra vita. I DREAM di Michele Abbondanza e Antonella Bertoni Con Michele Abbondanza Video Tommaso Monza e Andrea Gentili Produzione Compagnia Abbondanza|Bertoni MIBACT- Dipartimento Spettacolo Provincia autonoma di Trento- Comune di Rovereto- Assessorato alla contemporaneità Regione autonoma Trentino- Alto Adige Visto il 27 novembre 2015 a Spazio SPAM ( Porcari- Lucca)

venerdì 20 novembre 2015


Made in Italy, una babilonia di linguaggi Posted by renzia.dinca Pubblicato su RUMORScena di Roberto Rinaldi Ponte a Moriano ( Lucca) Dentro la notevole stagione autunnale “Qualcosa si muove” di SPAM, diretta da Roberto Castello di teatro, danza, musica, letteratura e videoarte, abbiamo visto Made in Italy, un lavoro pluripremiato (Premio Scenario 2007), che ha anche ottenuto diversi riconoscimenti UBU ed altri prestigiosi premi nazionali e che racconta o meglio fotografa un’Italietta che ahinoi purtroppo ancora c’è. Del resto il secondo Ventennio non può che avere una o nove code e si sa fin dalle favole di Fedro, che nella coda dello scorpione c’è il veleno. Si presentano così Adamo ed Eva Raimondi|Castellani, nudi e poi si rivestono e travestono per scatenarsi in pseudo danze dove i corpi risuonano in volgari passetti, smorfie e trasfigurazioni con uso di micro oggettistica di luci al neon, utilizzata come da fiera paesana per mettere in risalto pubi, seni, sederi. Poi partono a raffica, in cinque sequenze, lunghi elenchi che i due si rimpallano, apparentemente senza senso, partendo da bestemmie rigorosamente dialettali del nordest (il gruppo è veronese) in forma ora di allitterazione ora di litania o di mantra. Dentro la marmellata linguistica c’è un po’ di tutto ciò che passa di luoghi comuni e frasi strafatte, che i due attori performer si scambiano a mò di dialogo, tormentone, in loop. Sono micro sequenze – scatti fonico fotografici un po’ videoclip, un po’ zip fra canali TV, un po’ registrazioni di sfoghi da beoni o no comunque targati bar sport o famiglie al desco serale davanti la TV. Ci sono dentro invettive razziste, omofobe, fasciste, blasfeme. Fra un porco qui e un porcollà, inserti di partite di pallone, il Bocelli roboante che “partirà con te”- che non si sa chi sia lei io lui e per chissà dove. Made in Italy è uno sbocconcellamento di sintagmi visivi, sonori e frastici dove si sa dov’è l’inizio ma non si sa dove si va a parare. E’ orecchiamento, spezzatino di programmi TV, video, un blog scalcinato senza capo né coda dove le emozioni scaturiscono da rumore, noia, trash e infine, discorsi a vanvera e pessima musica, nel silenzio sconcertante dopo tanta baldoria di non sense, nel finale in scena a sorpresa, vengono deposte statuine di Biancaneve con sette nani-o settanta? e quanti ce ne sono a contarli, nei giardinetti di villette a schiera oppure no, terrazze, ville di parvenue, anche questi in decalogo-catalogazione fine a se stesso. Se fosse la restituzione di messaggi registrati dentro un cervello umano così, senza alcun filtro, ci sarebbe da preoccuparsi per la salute mentale del soggetto: un elettroencefalogramma semi piatto? una nuova forma di dipendenza da curare ai SERT? oppure cos’è: una reinvenzione imbellita tratta dalla poesia “La passeggiata” primo novecentesca di Palazzeschi? in realtà qui pare che i soggetti scandagliati da Babilonia Teatri e messi a nudo, siano un gruppo sociale parecchio diffuso, molto Made in Italy, e molto molto attuale appunto. Solo Rodrigo Garzia col suo urlo anticonsumistico, incavolato nero, potrebbe in qualche modo riecheggiare tanta deprecazione e irrisione su mode e modi così italiani. Troppo italiani. E quindi la preoccupazione così ossessiva e di lungo corso potrebbe farsi anche virale. Specie riflettendo sul fatto che la stessa sera e nella stessa ora di quel venerdì a Ponte a Moriano, un borgo italiano, principalmente noto per un Ponte, cosiddetto del Diavolo sul fiume Serchio, così caro all’Ariosto e al Pascoli, a Parigi è scoppiato un pezzo d’Occidente per via di ISIS. Babilonia Teatri, di e con Valeria Raimondi e Enrico Castellani Scene Babilonia /Gianni Volpe Coproduzione Babilonia Teatri/ Operaestate Festival Veneto Stagione autunnale “Qualcosa si muove”- SPAM in collaborazione col Comune di Lucca Visto a Teatro Nieri di Ponte a Moriano il 13 novembre 2015

venerdì 13 novembre 2015


La prossima stagione, è adesso Posted by renzia.dinca Pubblicato su RUMORSCENA di Roberto Rinaldi Pontedera – Lari (Pisa) Dentro una cornice toscanissima-un poderoso castello medievale che dall’alto si affaccia su una campagna d’ulivi e terrazze da un lato e dall’altro colline e monti che sfiorano il confine con il territorio della lucchesia, dentro il festival Collinarea diretto da Loris Seghizzi, abbiamo visto in edizione estiva dopo il debutto pontederese, questo lavoro di Michele Santeramo che sarà in replica a novembre a Pontedera al Teatro Era, nella stagione della Fondazione Teatro della Toscana e poi a Cascina alla Città del Teatro a gennaio, in una collaborazione artistica per le nuove drammaturgie. Un lavoro delicato ed insolito–pluripremiato di recente non a caso a livello nazionale dalla critica più attenta-dove si reinventano spazi e tempi che guardano altrove e lontano ma anche dentro un futuro pensabile con gli strumenti dell’hic et nunc. L’ideazione viene dallo stesso attore e regista e da Luca Dini, anche dirigente del nuovo Teatro Nazionale della Toscana. Che così è la narrazione- minimalista, come lo spazio dove Santeramo legge la sua partitura – e qui sta il concept – con accanto un video su cui sono proiettate immagini che corredano con sottotitoli ma anche commentano a scandire e/o interrompere la narrazione interagendo in modo originalissimo ciò che andremo a vedere. Il plot è quanto di più essenziale si possa immaginare: la storia di una ragazza ed un ragazzo Viola e Massimo, trentenni che non sarebbero dovuti nascere. Entrambi rifiutati- quantomeno psicologicamente – il che non è affatto poco, dai propri genitori biologici. E che sarà di quei due? delle loro vite insieme come coppia, per ben sessant’anni di convivenza e fra il 2015 ed il 2065? ce lo raccontano nel lungo tempo di ben cinquant’anni le parole di Michele Santeramo che dà voce ad entrambi i personaggi assecondato e insieme stimolato dai quadri delle straordinarie tavole disegnate da Cristina Gardumi. L’esperimento, che di questo si tratta, vede infatti l’attore davanti ad un leggio e microfonato mentre si interfaccia con le silhouettes di Viola e Massimo proiettate su maxi schermo dai disegni originali della Gardumi, che si sta rivelando creatrice raffinata e riconoscibile per un’ironica graffiante galleria di personaggi da bestiario medievale antropomorfo. Legati per la vita dalla stessa fune (o catena) ciascuno dando le spalle all’altro|a nel vano tentativo di fuggire- ma che si può fuggire al destino il proprio e quello che unisce, ha unito e unirà per un’intera esistenza Viola e Massimo? Disincantato eppure tenero, esistenzialista il lavoro di Santeramo/Gardumi passa attraverso quadri da un decennio all’altro della coppia un po’ intimistici un po’ sociologici gli scenari futuribili dei due trentenni. Si va dalla disoccupazione al precariato all’inventarsi lavori, dalla possibilità di diventare genitori alle difficoltà relative- siamo gente del secolo scorso, dalle App di realtà virtuale alle memorie al rimpianto, alle macchine della verità, dall’odore del tradimento al clistere di notizie, alle barrette sostitutive dei pasti, dai soldi sostituiti dal sangue, dentro il leit motiv di una rivoluzione mancata che la coppia non ha saputo o voluto intraprendere dentro il proprio tinello e fuori se stessa se è vero che il privato è politico e fino alla fine, dissanguati, nel proprio torpore di settantenni. La prossima stagione di e con Michele Santeramo da un‘idea di Michele Santeramo e Luca Dini Immagini Cristina Gardumi Musiche di Sergio Altamura Giorgio Vendola Marcello Zinni Produzione Fondazione Teatro della Toscana Centro per la Sperimentazione e la Ricerca teatrale –Pontedera Visto a Lari Collinarea festival, 31 luglio 2015 In replica a Pontedera dal 13 al15 novembre e 12-13 dicembre

domenica 8 novembre 2015


ANGEL o dell’androgino pubblicato su Rumorscena di Roberto Rinaldi Posted by renzia.dinca Porcari ( Lucca) Anteprima nazionale di danza alla stagione autunnale SPAM “Qualcosa si muove” diretta da Roberto Castello Angel – indagine sui generis tra i sonetti di William Shakespeare, è un lavoro coreografico curato da Charlotte Zerbey. Zerbey, anche danzatrice e vocalista, ha lavorato da 25 anni in Europa e Stati Uniti ( dove è nata) e in Italia nel 1989 con Alessandro Certini ha co-fondato Blu Company. Dal 2013 la Compagnia ha la direzione artistica per la danza del progetto di residenza multipla della Regione Toscana per il Teatro della Limonaia. Il lungo percorso di ricerca artistica di Charlotte Zerbey si è saldato con esperienze internazionali di festival, workshop e creazioni con particolare appealing e collaborazioni artistiche verso le suggestioni di area nord europea sull’improvvisazione coreografica. Per questo si è avvalsa spesso anche di musicisti dal vivo o partiture composte appositamente per i suoi lavori. Questa nuova produzione è una sintesi perfetta del percorso artistico di Zerbey che ne cura in proprio la partitura coreografica assegnandosi anche il ruolo di raffinatissima interprete vocale di alcuni sonetti del Bardo. Tre sono le danzatrici nello spazio assolutamente vuoto di SPAM: Elisa Capecchi, Olimpia Fortuni e Isabella Giustina. Anche le musiche sono affidate alla stessa Charlotte con Spartaco Cortesi. Non aspettiamoci nulla di funambolico o virtuosistico dalle tre danzatrici, tutto è affidato alla personale e reciproca intuizione fra le tre e la ricezione sui propri corpi materici in azione della parola-frase, della sottolineatura sonora ed espressiva in realtà meta significante che le ispira e fa muovere. Decostruzione del messaggio corporeo, decostruzione del testo ma solo apparente perché in scena si appalesano nuovi possibili raggiungimenti estetici fruibili e godibilissimi. E’ come se la traccia linguistica dovesse proprio far da filo rosso per espandere e fluidificare le esperienze tecniche e concettuali delle danzatrici e dar loro nuovo vigore e traccia sensibile di creazione individuale e interpersonale fino a renderle performer del proprio gesto. La matrice linguistica, quella di alcuni sonetti di Shakespeare, che è l’anima di Angel, è dettata dalla presenza del Fair Youth, un giovane bellissimo, una musa ispiratrice un angelo buono un po’ no, un semidio appollaiato fra la terra e il cielo che tutti e tutte seduce con la sua intrinseca cristallina ambiguità. Ma chi è questo Angelo| Demone se non il daimon della creazione artistica? Così le tre Grazie danzanti interpretano la propria ispirazione che è improvvisazione sonoro-musicale ma dettata, confondendo generi e modi, trasfigurando i propri corpi anche attraverso finzioni di travestimenti che potrebbero confondere i sessi ma in realtà li superano nella rappresentazione astratta della Poesia in danza pura. Con grande pulizia formale e restituzione della bellezza del genere sublime da cui scaturiscono i versi e la loro multivalente interpretazione. Angel Anteprima nazionale Indagine sui generis tra i sonetti di William Shakespeare Partitura coreografica Charlotte Zerbey Con Elisa Capecchi Olimpia Fortuni e Isabella Giustina Musica Spartaco Cortesi e Charlotte Zerbey Co produzione Company blu|ALDES Visto a Spazio SPAM il 31 ottobre 2015

venerdì 6 novembre 2015


De Revolutionibus secondo Carullo/ Minasi su RUMORSCENA di Roberto Rinaldi Posted by renzia.dinca Pisa Spettacolo vincitore nella recente edizione estiva ai Teatri del Sacro di Lucca, approda nell’ambito della rassegna Teatri di Confine Pisa|Buti 2015 il De Revolutionibus-sulla miseria del genere umano di Carullo e Minasi. Una coppia di giovani artisti assai coraggiosi che si misurano nientepopodimeno che con alcuni testi del “Giovane meraviglioso “, quel Giacomo Leopardi ritratto pochi mesi or sono per il grande schermo dal regista Mario Martone (che ci ha regalato anche un’altra regia, questa volta teatrale visionaria sempre attingendo dal sommo recanatese delle Operette morali, premio UBU 2011). Il cammino della coppia Carulli|Minasi nella scelta impervia di confrontarsi con due delle Operette morali “ Il Copernico” e “Galantuomo e Mondo”, è quanto di più antiteatrale si possa immaginare: siamo di fronte a testi filosofico-letterari in una lingua italianissima ma letteraria, a volte complessa e oscura, ricca di metafore, riferimenti dotti, insomma lontana dalla più corriva ideazione di messinscena delle più recenti generazioni di artisti del palcoscenico, perlomeno rispetto alle scelte di linguaggio. Una scelta di campo un po’anomala, insomma. Eppure il trattamento che la coppia è riuscita a dare alla complessità dell’operazione di translitterazione per la scena è interessante. E qui sta il valore meritorio di questo efficace lavoro. Carullo e Minasi si presentano nello spazio della Chiesa di Sant’Andrea-con il Teatro Francesco di Bartolo a Buti, uno dei due luoghi della rassegna-come due saltimbanchi di teatro delle origini, col loro carretto girovago a rotelle di legno componibile e scomponibile. munito di musiche di organetto da cantastorie comprensivo di palco, sipario e siparietti, praticabili, abito che fa da robe manteaux (anche epistemologico) per la donna e tenda da circo per lo spettacolo con tanto di luci da baraccone. Ma qui niente è improvvisato. I due personaggi si muovono con estrema disinvoltura impersonando i due personaggi delle Operette. La prima è definita “operetta infelice e per questo morale”, Il Copernico, dove la Terra deve confrontarsi col Sole vestito da gerarca con le ghette mentre l’altra, al rovescio è “operetta immorale e per questo felice” dove la Virtù (lui, imbranato occhialuto vittima dallo sguardo perso e perdente) ha da vedersela col Mondo e le sue miserie (lei, cinica tracotante ). L’ironia o meglio l’autoironia dei due interpreti è molto sottile come la loro bravura nel muoversi fra le trappole del testo e il conseguente rischio della mancata empatia del pubblico. Una recitazione mai urlata ma assolutamente in linea con le azioni e le intonazioni nel reciproco dialogo intessuto del leopardesco intreccio di senso e di rimandi nei rimandi, in una sorta di mise en abime. Infatti il gioco del teatro, alla fine si spoglia di abiti e fogge per restituire allo spettatore la verità dei corpi e delle maschere: i due attori lasciano gli abiti di scena raccogliendo un primo applauso. Per poi rimettere a posto chiodo su chiodo la macchina del carro di Tespi che hanno creato da veri cantastorie. De Revolutionibus di e con Carullo/ Minasi Visto a Pisa, Teatro Sant’Andrea il 3 novembre 2015 in Teatri di Confine