sabato 1 novembre 2014
martedì 28 ottobre 2014
mercoledì 17 settembre 2014
Renzia D’Incà
E lo chiamano ‘Teatro
sociale’
Lo chiamano Teatro sociale. Se per alcuni
politici è stata, qualche volta, la classificazione compassionevole di un
ghetto a basso costo, per padrini cinici un marchio un po’ spregevole e per gli
opportunisti anche teatranti-talvolta purtroppo, un sottobosco di sfruttamento
dei soggetti deboli, per noi, critici teatrali: cos’è?
Anche alla luce delle profonde
trasformazioni politico-istituzionali (il MIB/act è di quest’estate), con in
atto una involuzione dell’intero sistema culturale italiano legata alla
profonda crisi economica di sistema vissuta in questo momento da tutti i Paesi
europei ed occidentali, come sempre, chi ne fa le spese, in scuola pubblica
come in cultura, sono le fasce più deboli della popolazione. Pensiamo allora a
quelle famiglie che oltre al peso di maggior
povertà in più hanno in carico disabili, fisici e mentali, persone con disturbi
adolescenziali come anoressie|bulimie che poi sfociano spesso in problemi di patologie
a carico della sanità pubblica generalista cioè tutti noi (oggi a sua
volta a gran rischio di tagli). Il ruolo del teatro a differenza delle arti
terapie a cui talvolta è semplicisticamente accomunato (dalle azioni di strada
a Torino anni Settanta fino alla proliferazione dei teatri nei bassi napoletani
anni Duemila a bonifica di zone ad alto rischio di delinquenza minorile) poteva
aver assunto una valenza politica di aggregazione e di scioglimento almeno
parziale dei conflitti anche a bada di territori terre di nessuno, insomma una
sorta di scudo protettivo nei confronti di realtà di emergenza sociale specie
giovanile in cui la valenza relazionale che è intrinseca alla pratica teatrale,
ha antropologicamente assunto significativa evidenza anche storicamente
documentata.
Eppure, a volte e ancora, il
cosiddetto Teatro sociale (etichetta di per sé stretta a molti che l’hanno
praticata ribattesimandola magari Teatro civile o talvolta Politico) come
sempre, suscitata da un atto espressivo a/sociale nato e cresciuto fuori dalle
economie del teatro, può essere, e talvolta diventa, arte allo stato puro. E lo è, di fatto, da quando è nato il teatro
di ricerca novecentesco (ciò vale anche per il cinema, con esempi davvero
straordinariamente interessanti degli ultimi anni in Italia- e non cito, perché
non ce n’è bisogno, dato lo spazio
intellettuale in cui stiamo interagendo).
Ciò lo sa bene chi ben conosce la
storia delle avanguardie nazionali ed internazionali novecentesche in cui sia
autori, uno per tutti Beckett che frequentò le peggiori carceri internazionali, così come artisti
ed operatori che si addentrano nel provare a tessere relazioni specie in ambito
giovanile e quindi a fare cultura per
recuperare soggetti a rischio nei quartieri assediati dalla delinquenza minorile,
nelle zone di mafia, di spaccio, di immigrazione insomma nel disagio sociale
come nella malattia, ha nutrito la propria mescolanza narrandola in forma appunto, d’arte e spesso
con risultati d’eccellenza.
Forse e non a caso, molto giovane,
per istinto e per passione seguivo le primissime esperienze di Teatro carcere
del regista Armando Punzo a Volterra. Ricordo l’emozione di meraviglia mista a
stupore (e ditemi se queste due emozioni non sono tangibile esperienza
sensibile di visione di una forma di teatro allo stato puro) provata per un Pippo
del Bono ai suoi albori visto la prima volta proprio a mezzanotte nella Piazza
dei Priori (allora inserito nel festival di Roberto Bacci, era il 1999 con
Barboni), seguendo poi esperienze nei Convegni appena nascenti dove ho
assistito ad altri lavori, ne cito due fra i tanti, quelli di Lenz Rifrazioni e
di Isolecomprese, a cura di Vito Minoia e Emilio Pozzi sui Teatri delle diversità a Cartoceto, sulla scia anche di indicazioni
del mio maestro (e prefatore dei volumi che poi avrei firmato per il Teatro
Politeama di Cascina) Giuliano Scabia.
Voglio ricordare anche l’esperienza di Teatro sociale di Viterbo dove lavorava uno
straordinario primario psichiatra prematuramente scomparso (2008) allievo di
Giovanni Bollea (neuropsichiatra infantile di fama internazionale) insieme al
suo staff di operatori ed insegnanti con
l’associazione Eta Beta guidata dall’amatissimo allievo Giorgio Schirripa che collaborava anche con la Neuropsichiatria infantile pisana
e Stella Maris. Con quel gruppo e anche
nel carcere viterbese, ha lavorato con suoi collaboratori Fabio Cavalli proprio in concomitanza con l’esperienza di Rebibbia
e del film dei Taviani.
Nel frattempo mi occupavo per
studio della ciclopica, in solitaria impresa, di Orazio Costa, che di seguaci e
di “barboni”, fra Roma e Firenze ne aveva e ne ha ancora moltissimi fra i suoi
ex allievi attori e registi in quanto
portatori di impegno civile e sociale appreso proprio dalla lezione umanistica del
grande maestro di intere generazioni di artisti
passati dall’Accademia d’arte drammatica di Roma (ne cito solo due fra i tanti:
i fiorentini Alessandra Niccolini e Paolo Coccheri).
Per quanto riguarda un’obiezione spesso sentita
dalla critica, più vecchio stampo: ma con quale linguaggio dobbiamo affrontare
questo Teatro sociale? per me la risposta è semplice: quello delle categorie
dell’arte e dell’analisi critica di nostra pertinenza. Punto e basta. Se poi
arte non c’è, pazienza, non ne scriveremo.
Perché forse non abbiamo recensito il lavoro di Danio
Manfredini, così apprezzato anche dal mondo della psichiatria?
Forse è per questa attenzione sensibile al fenomeno
che mi sono avvicinata all’esperienza da me documentata per la Regione Toscana
in due distinti step ne“Il gioco del
sintomo” (Pacini Fazzi- Lucca 2002, poi in ristampa con aggiornamenti ne “Il teatro del dolore”, Titivillus- 2012 testo adottato presso la Laurea
in Riabilitazione, Facoltà di Medicina-Università di Pisa, Psichiatria) esperienza
ventennale presso la Città del teatro di Cascina diretta allora da Alessandro
Garzella- (e fino al 2011), condotta dal regista
con malati mentali in collaborazione con
l’USL 5 di Pisa.
Strettamente collegato con i
bisogni, le urgenze, le follie del quotidiano che generazioni e generazioni di
donne e uomini vivono nella propria
quotidianità tuttora ed hanno vissuto fra emergenze come: guerre, fenomenologie
repressive legate al Potere di turno repressivo delle differenze ideologiche,
sessuali, etniche, religiose, oltre che
ai parametri di prestazione fisica e
psichica vedi diverse abilità, quello
che oggi è etichettato come Teatro sociale, aveva iniziato ad assumere nel tempo
nel nostro Paese una sua distinta
autonomia fra i diversi generi teatrali più in voga almeno per un più
largo pubblico di teatro.
Tuttavia nella legge regionale
della Toscana, che per il triennio segna
i connotati del sistema e gli organismi che godono di risorse pubbliche, non
v’è traccia di quelle che sarebbero potute essere destinate al “teatro sociale”.
Mi sono rivolta una serie di
domande cruciali sul tema, il Teatro sociale appunto, qui indagato in questo
consesso così atipico per la sua-almeno apparentemente ispirata debordianeità da parte
di una neorealtà di colleghe e colleghi
di diverse generazioni dentro una convergenza mobilissima e molto
individualmente tratteggiata quale questa
anarcoide di Rete Critica e proprio dentro un luogo a me particolarmente caro,
il Carcere di Volterra dove ne seguo e
ho recensito i primi spettacoli per Hystrio
fin dal 1990.
Credo che lo sguardo di noi
critici nei confronti di spettacoli definiti semplicisticamente Teatro sociale debba rimanere molto indipendente ed in
autonomia di giudizio personale e responsabile-come deve essere per deontologia
professionale da parte di una categoria come la nostra, quella di giornalisti
esperti di cultura che hanno avuto ed hanno esperienze di spazi sia cartacei
che in web. Attenti alle mutazioni, alle riflessioni critiche sul nostro
lavoro, ma anche intellettuali pronti a scendere in campo e sporcarci le mani.
Personalmente ho attraversato un
percorso di ricerca decennale da osservatrice esterna sin dal 2000 presso la Città del
Teatro di Cascina dei processi di lavoro operanti in quello che era il secondo
polo regionale toscano di Teatro stabile
di Innovazione ed ho visto alcune straordinarie esperienze di ricerca
laboratoriali protette con pazienti psichiatrici. Da quei laboratori sono
emerse due personalità di pazienti inseriti in percorsi di inserimento
lavorativo come attori. Ne sono nati tre spettacoli che hanno girato in Toscana
e altrove fra cui mi piace ricordare Re nudo, diretti da Alessandro Garzella. In questi lavori ( anche descritti nel volume
Il teatro del dolore) si sono mescolate le utenze psichiatriche con attori
professionisti. Ci sono testimonianze tradotte in film-video molto forti di
quelle esperienze laboratoriali, fra cui quella di Giacomo Verde e di Daniele
Segre.
Perché non ricordare, a questo
punto, il lavoro di Misculin?
venerdì 18 luglio 2014
Teatro Carcere
Pinocchio #2
SCENA PADRE di Elisa
Taddei
Posted di Renzia D’Incà
Sollicciano
Quando, da molto
tempo , ti rendi conto che aver da sempre frequentato in Toscana i lavori teatrali all’interno di carceri (
Pisa, Volterra , Firenze, e poi Arezzo, Prato e da ultimo Pistoia) e i tentativi, fruttuosi , secondo una
politica della Regione nata col progetto Porto
Franco nel 1999 (idea lungimirante, legata alla consapevolezza e necessità
dell’integrazione politica sociale e culturale fra diverse identità geopolitiche in virtù della logica che tutti noi, migranti e cittadini, abbiamo bisogno degli altri, che tutti noi cadiamo o possiamo cadere vittime nella rete del Gatto e la Volpe), incontrare
il lavoro di Elisa Taddei, è
stato cartina di tornasole rivelatrice di una sia pur aspra sensibilità
comune.
La Taddei è giovane regista, che senza dubbio ha esplorato su di sé il coraggio delle donne ed artiste, fino ad intercettare nella
sua formazione professionale, nientemeno che Iben
Nagel Rasmussen ( attrice storica dell’Odin
Teatret)- oggetto della sua tesi di laurea al Dams di Bologna, per poi lavorare con detenuti sempre in quel di Bologna presso la
Casa circondariale a Dozza.
Quando poi scopri che anche lei aveva
visto-come me a Castiglioncello (o
dintorni) io personalmente dentro una Casa del Popolo (con accanto l’osteria, colle
urla, le grida del cosiddetto “popolo”): il “ Kohlhoass” di Baliani che ci ha aperto strade speciali-ben oltre
quello che sarebbe poi stato definito teatro di narrazione, bè allora
comprendi perché certe strade si
riconoscano.
Inoltre un’altra traccia di memoria si affida al mio rapporto professionale col trimestrale storico Il
Grande Vetro di Santa Croce sull’Arno con cui ho collaborato a suo tempo e per
cui ero anche stata là, al carcere di Sollicciano ai tempi della neonata o quasi FI
PI LI che velocemente portava i toscani di mare dal Tirreno alle fiorentinità ,
per ascoltare i racconti di chi in quel carcere aveva provato a far raccontare
storie- le loro storie quelle dei detenuti, allora rifletti che il terreno culturale di
questo Paese attraverso la forma teatro, può essere ancora uno spazio di condivisione di intelligenza, memoria e risorsa
essenziale anche e ancora del far politica
e di produrre senso e conoscenza.
Il progetto di Elisa Taddei nasce nel 2004 col suo gruppo
Krill approvato dal Coordinamento Teatro e Carcere entro le mura di Sollicciano, nel comune di Scandicci immediata
periferia di Firenze, da parte della Regione Toscana e dal 2005 ha il sostegno
della Fondazione Carlo Marchi che opera” per la diffusione della cultura e del
civismo in Italia”.
Questa versione di Pinocchio
#2 ( in occasione dei festeggiamenti del decennale di presenza e produzione continua di spettacoli
del Krill) ha visto coinvolti due generazioni di detenuti, i giovani e gli
anziani, i padri e i figli, due gruppi
distinti insomma che hanno lavorato, anche drammaturgicamente all’interno dei
laboratori che precedono come di consueto accade allestimento del lavoro. Fra
Geppetti e Pinocchi- padri adottivi
anzianotti e figli un po’ degeneri
circola un’aria viziata stracarica di umori che ricalcano non tanto e non solo il
naturale gap generazionale che tutte le generazioni passate hanno più o
meno sperimentato ma si alimenta di un humus
assai contemporaneo nella nostra società
italiana che è quella della novità di chi si interroga, da adulto più o meno
consapevole, sulla sostanza dei propri figli legittimi o meno, insomma sulle sorti umane e progressive del proprio
lascito spirituale e culturale.
Se i parametri antropologici e sul filo psicologico:
archetipici, sono più o meno gli stessi di sempre, quelli che hanno
attraversato il climax della nostra cultura occidentale, la Taddei sembra aver scelto una linea di
pensiero che attraversa e contagia le diverse anime che ribolliscono
nell’osservatorio comune che è materia peculiare dei nostri tempi: meticciati,
confusione di ruoli, fine definitiva del ruolo tradizionale della famiglia
italiota con conseguente perdita di identità fra padri, madri e figli. Non a
caso nella scrittura drammaturgica sono entrate schegge di brani tratti da La
pecora nera di Ascanio Celestini e da Gli sdraiati di Michele Serra, due
intellettuali di generazioni diverse entrambi attenti ai cambiamenti.
Non a caso gran parte fra Pinocchi e Geppetti della
Compagnia del Carcere di Sollicciano hanno nomi stranieri (mentre il progetto
Krill è stato anche contaminato dalla collaborazione di un gruppo di studenti
disabili del Liceo Artistico di Porta Romana, centro cool della fiorentinità).
Lo spettacolo gira
veloce, dinamico nelle due apparentemente semplici contrappuntistiche varianti dei vecchi e dei
giovani, ripercorrendo molto a volo d’uccello le straordinarie suggestioni
collodiane. Semplici ma estrosi i
costumi e le maschere tutti rigorosamente
poveri
E se in finale si appalesa la Fata Turchina madre nonna zia ma anziana che da leggio non fa morali ma prova a ricucire, solo
come le donne sanno fare, ciò che nella vita conta, davvero.
Regia di Elisa Taddei
Visto a Sollicciano-Firenze il 27 giugno 2014
martedì 15 luglio 2014
ANIMALI
CELESTI/teatro d’arte civile e Atelier Re Giallo, con il patrocinio del Comune di Pisa e di altre istituzioni
territoriali, segnalano con particolare piacere l’imminente
avvio di un progetto di formazione e ricerca programmato a partire dal prossimo
mese di ottobre:
DIS/SENSI
scuola gestalt teatro
... DIS/SENSI è una
scuola di alta formazione e ricerca che opera attraverso la metodologia del
gioco del sintomo, utilizzando le tecniche gestalt per ampliare le capacità di
ascolto, di analisi e di espressione
artistica...
... DIS/SENSI si
rivolge a tutti coloro che, per motivi personali o professionali, sono
interessati ad esplorare il proprio dissenso e quello altrui, il libero agire
dell'espressione, le pratiche teatrali e pittoriche, i linguaggi della
diversità …
… DIS/SENSI è un
progetto nato per combattere la malattia dell'indifferenza attraverso l'ascolto
attivo delle emozioni, delle nevrosi o psicosi personali e sociali …
... DIS/SENSI è un
percorso teorico pratico che si
articolerà in un triennio per tutti coloro che vorranno completare il ciclo
formativo e acquisire il titolo di “counselor
gestalt a mediazione artistica nella gestione del disagio” ...
PRINCIPALI AMBITI
D’APPRENDIMENTO: improvvisazione teatrale applicando la
metodologia e le tecniche del gioco del sintomo, ascolto ed espressione
dell’alterità, socializzazione critica dei propri bisogni, studio degli aspetti
caratteriali, pratiche sui linguaggi artistici, verbali ed extra verbali,
dinamiche di gruppo, relazione d’aiuto/empatia ...
FINALITA’: gli
operatori socio sanitari (educatori, tecnici di riabilitazione, insegnanti di
sostegno, assistenti sociali, ecc.), gli artisti e i frequentatori
interessati all’esperienza per motivi puramente personali acquisiranno
competenze teorico pratiche nell'accoglienza e nell’espressione del disagio
attraverso sperimentazioni artistiche e processi creativi
finalizzati a sostenere la convivenza emotiva, cognitiva e comportamentale,
valorizzando l’espressione delle alterità in rapporto alle comunità sociali di
riferimento ...
LA SCUOLA -
diretta da Desy Vanni e Alessandro Garzella che selezioneranno personalmente
i partecipanti - per il primo anno prevede 33 giornate di incontro nel periodo
ottobre 2014 / giugno 2015 …
lunedì 14 luglio 2014
Piccoli esercizi per il buon morire- Enrique Vargas al Funaro PUBBLICATO su Rumorscena
Pistoia
Posted by Renzia D’Incà
Quando si incrociano personalità artistiche di spessore internazionale, grandi maestri come Enrique Vargas, colombiano, regista e ricercatore teatrale, antropologo fondatore del Teatro de los Sentidos -compagnia internazionale residente a Barcellona, ti aspetti il massimo dell’emozione, del coinvolgimento, dello spiazzamento anche, come al teatro di sperimentazione e ricerca si deve chiedere da spettatori-Viaggiatori della vita e delle esperienze teatrali d’eccezione. In Italia abbiamo avuto: Grotowski, Eugenio Barba, Leo de Berardinis e fino allo stesso Vargas visto nel 2005 alla Città del Teatro in El eco della Sombra, straordinario viaggio per visitatore solitario commissionato dalla Fondazione Andersen di Copenaghen.
Ebbene, ciò è accaduto. La promessa è stata mantenuta. Anche questa volta la regia e drammaturgia di Vargas in Piccoli esercizi per il buon morire, lascia segni indelebili sulla pelle di chiunque voglia avventurarsi dentro i labirinti della teatralità dove il rito-mito, inteso come rappresentazione cosmica che passa attraverso il corpo degli officianti-commemoranti si fa gioco, consustanzialità, elaborazione condivisa di un passaggio simbolico ma molto nel segno del sensoriale, secondo la metodologia di lavoro ideata dal colombiano, che al Funaro ha adesso residenza artistica.
E cosa c’è di più umano della mescolanza dei corpi dentro uno spazio scelto per la con-divisione di voci sesso mense funerali notti giorni abiti sogni danze musiche scritture testamenti, magari inscritti in una stanza buia, segreta, la stanza onirica dei sogni delle passioni delle morti dei desideri, che è la stanza dell’elaborazione e della memoria del nostro inconscio, magari anche perché comunque a teatro siamo, è inconscio collettivo?
E così si ri|parte da spettatori-Viaggiatoridella vita, dalla fisicità concreta di oltre cinquanta persone, diverse età, nel cortile del Funaro, dove a tutti viene chiesto di lasciare borse occhiali orologi-anche le scarpe e a piedi nudi sotto un bel sole del tardo pomeriggio toscano (qualcuno però si eclissa), viene applicata una benda nera sugli occhi.
Così, ciechi, allacciati affidati mano sulle spalle in fila indiana ma fiduciosi l’uno del passo breve, claudicante dell’altro a cui ci si appoggia, guidati da una attrice fra gli Abitanti (una Beatrice in abito bianco, speziata al profumo di cannella) veniamo introdotti alla sacralità dell’evento.
Due le porte d’ingresso, quella che avvia all’esercizio del “buon morire”, l’altra, che si rivelerà nel finale essere la stessa, perché comune lo spazio interno quale specchio dell’identica proiezione, quella all’esercizio della “buona vita”a cui proprio lo stesso Vargas propone all’ignaro viandante di scegliere fin dal cortile: scegliete la vostra porta, quale preferite? esercitarci per la vita o per la morte? provocazione estrema che già di per sé crea due ali, il pubblico si divide fra un di qua e un altrettanto improbabile di là…
“Siamo le domande che viviamo. Alcuni di noi passano la vita senza esprimerle o darle forma. Altri scelgono la passività del fanatico che si dà risposte indiscutibili. L'esperienza poetica è un ingresso al mondo dei morti che celebrano la vita, o un ingresso al mondo dei vivi che celebrano la morte.“Esercizi” di ricerca dell'altro che sta in ognuno di noi “.
Così recita in brochure l’invito, firmato dallo stesso Enrique.
Insomma, la nostra Beatrice dantesca ci accompagna oltre la doppia porta, in un doppio enigmatico, due gruppi alla ricerca di identità frammentate polarizzate ma senza passare, per fortuna, dal fiume dominato da Caronte (già oltrepassato invece in solitaria e con sgomento nell’Eco de la Sombra alla Città del Teatro a Cascina).
Dentro: il dentro, rigorosamente al buio con poche tracce di luce- cosa vediamo delle nostre esistenze? e fino alla fine che succede? Tutto e niente, come nella vita dove vedi e non vedi. Arriva una Madre-di là un Padre (nel senso di un maschile) che ti fa accomodare su una sedia, poi ti lava le mani (buio: rumore dell’acqua nel secchio, sensazioni allo stato puro, la Madre ti pulisce, ti lava, poi ti asciuga, semplici gesti del rassettare il tuo vestito rimesso in ordine- siamo allo status Bambino), e poi lo psicodramma della vita: in una stanza, freudianamente, di là un uomo e una donna fanno l’amore. Poi qualcuno nasce|muore, tutto si consuma o si trasforma. Appare una bara: bisogna tastare-letteralmente, il morto, questo pensiamo che ci sia sotto il lenzuolo bianco. Invece poi la scena cambia: si mangia-rito collettivo (ricorda le ritualità commensali di Eugenio Barba frequentate a Pontedera da Roberto Bacci o il Thierry Salmon che rivisita i greci a Volterra o in Sicilia innamorato com’era delle figure marziali femminili). Sotto (o sopra)il cadavere bisogna vivere, vivere e brindare. A piccoli gruppi che sempre si scompongono. E allora, dopo ci si alza tutti in piedi e si balla un valzer lento, un classico rito collettivo fra coppie però simbolicamente allacciati ad una maschera che introduce il ballo fra Morte|Vita, accompagnati da una allegra e un po’ triste orchestrina che sembra improvvisata, ma non è.
Nel finale si lasciano scritture individuali ma collettive(cosa lasceresti scritto in occasione della tua morte?) su carte riciclate-in alto sul soffitto una fioca luce lascia intravedere appesi o stesi panni modello camicie, in un ulteriore passaggio drammaturgico dove sotto una torcia da giardino-di nuovo l’oscurità, ciascuno la propria in una apparente confusione dove i gruppi Vita|Morte coi loro“esercizi”- anche se piccoli, si reintegrano ricompongono e scompongono grazie agli Abitanti-Attori aiutanti, scritti delle proprie personali memorie assolutamente individuali. Che forse, qualcuno, intercetterà nel bosco dei segni, delle memorie che da dentro il petto, il cuore, i desideri, che da singole diventeranno collettive inscritte nella storia delle generazioni. Affidate ancora ad una donna (forse una Parca, non si sa se buona, è in azione con una vecchia macchina da cucire)nell’ultima stanza tappezzata a festoni di cuciture fra foglio e foglio, che le cuce carta su carte in una improbabile tessitura infinita di parole ma possibile mappa- Borges insegna, di percorsi intrecci (qui di nuovo il segno di Vargas e dei sudamericani coi suoi-loro Labirinti).
Così l’ultima stanza, quella prima della porta che ci farà uscire e ricomporre-colla vita? colla morte? è intrecci di carte, carte di carte, mappe di destini in cammino, storie le nostre, quelle di chi è vissuto prima di noi lasciando in eredità a ciascuno di noi il proprio desiderio, con la propria provvisorietà e solitudine, a raccontare il racconto delle loro e nostre vite.
Regia e drammaturgia Enrique Vargas
Coordinamento artistico Patrizia Menichelli
Disegno dello spazio Gabriella Salvaterra
Direzione musicale Stephane Laidet
Paesaggio olfattivo Nelson Jara e Giovanna pezzullo
Costumi e maschere Patrizia Menichelli
Visto al Funaro, Pistoia il 28 Giugno 2014
Pistoia
Posted by Renzia D’Incà
Quando si incrociano personalità artistiche di spessore internazionale, grandi maestri come Enrique Vargas, colombiano, regista e ricercatore teatrale, antropologo fondatore del Teatro de los Sentidos -compagnia internazionale residente a Barcellona, ti aspetti il massimo dell’emozione, del coinvolgimento, dello spiazzamento anche, come al teatro di sperimentazione e ricerca si deve chiedere da spettatori-Viaggiatori della vita e delle esperienze teatrali d’eccezione. In Italia abbiamo avuto: Grotowski, Eugenio Barba, Leo de Berardinis e fino allo stesso Vargas visto nel 2005 alla Città del Teatro in El eco della Sombra, straordinario viaggio per visitatore solitario commissionato dalla Fondazione Andersen di Copenaghen.
Ebbene, ciò è accaduto. La promessa è stata mantenuta. Anche questa volta la regia e drammaturgia di Vargas in Piccoli esercizi per il buon morire, lascia segni indelebili sulla pelle di chiunque voglia avventurarsi dentro i labirinti della teatralità dove il rito-mito, inteso come rappresentazione cosmica che passa attraverso il corpo degli officianti-commemoranti si fa gioco, consustanzialità, elaborazione condivisa di un passaggio simbolico ma molto nel segno del sensoriale, secondo la metodologia di lavoro ideata dal colombiano, che al Funaro ha adesso residenza artistica.
E cosa c’è di più umano della mescolanza dei corpi dentro uno spazio scelto per la con-divisione di voci sesso mense funerali notti giorni abiti sogni danze musiche scritture testamenti, magari inscritti in una stanza buia, segreta, la stanza onirica dei sogni delle passioni delle morti dei desideri, che è la stanza dell’elaborazione e della memoria del nostro inconscio, magari anche perché comunque a teatro siamo, è inconscio collettivo?
E così si ri|parte da spettatori-Viaggiatoridella vita, dalla fisicità concreta di oltre cinquanta persone, diverse età, nel cortile del Funaro, dove a tutti viene chiesto di lasciare borse occhiali orologi-anche le scarpe e a piedi nudi sotto un bel sole del tardo pomeriggio toscano (qualcuno però si eclissa), viene applicata una benda nera sugli occhi.
Così, ciechi, allacciati affidati mano sulle spalle in fila indiana ma fiduciosi l’uno del passo breve, claudicante dell’altro a cui ci si appoggia, guidati da una attrice fra gli Abitanti (una Beatrice in abito bianco, speziata al profumo di cannella) veniamo introdotti alla sacralità dell’evento.
Due le porte d’ingresso, quella che avvia all’esercizio del “buon morire”, l’altra, che si rivelerà nel finale essere la stessa, perché comune lo spazio interno quale specchio dell’identica proiezione, quella all’esercizio della “buona vita”a cui proprio lo stesso Vargas propone all’ignaro viandante di scegliere fin dal cortile: scegliete la vostra porta, quale preferite? esercitarci per la vita o per la morte? provocazione estrema che già di per sé crea due ali, il pubblico si divide fra un di qua e un altrettanto improbabile di là…
“Siamo le domande che viviamo. Alcuni di noi passano la vita senza esprimerle o darle forma. Altri scelgono la passività del fanatico che si dà risposte indiscutibili. L'esperienza poetica è un ingresso al mondo dei morti che celebrano la vita, o un ingresso al mondo dei vivi che celebrano la morte.“Esercizi” di ricerca dell'altro che sta in ognuno di noi “.
Così recita in brochure l’invito, firmato dallo stesso Enrique.
Insomma, la nostra Beatrice dantesca ci accompagna oltre la doppia porta, in un doppio enigmatico, due gruppi alla ricerca di identità frammentate polarizzate ma senza passare, per fortuna, dal fiume dominato da Caronte (già oltrepassato invece in solitaria e con sgomento nell’Eco de la Sombra alla Città del Teatro a Cascina).
Dentro: il dentro, rigorosamente al buio con poche tracce di luce- cosa vediamo delle nostre esistenze? e fino alla fine che succede? Tutto e niente, come nella vita dove vedi e non vedi. Arriva una Madre-di là un Padre (nel senso di un maschile) che ti fa accomodare su una sedia, poi ti lava le mani (buio: rumore dell’acqua nel secchio, sensazioni allo stato puro, la Madre ti pulisce, ti lava, poi ti asciuga, semplici gesti del rassettare il tuo vestito rimesso in ordine- siamo allo status Bambino), e poi lo psicodramma della vita: in una stanza, freudianamente, di là un uomo e una donna fanno l’amore. Poi qualcuno nasce|muore, tutto si consuma o si trasforma. Appare una bara: bisogna tastare-letteralmente, il morto, questo pensiamo che ci sia sotto il lenzuolo bianco. Invece poi la scena cambia: si mangia-rito collettivo (ricorda le ritualità commensali di Eugenio Barba frequentate a Pontedera da Roberto Bacci o il Thierry Salmon che rivisita i greci a Volterra o in Sicilia innamorato com’era delle figure marziali femminili). Sotto (o sopra)il cadavere bisogna vivere, vivere e brindare. A piccoli gruppi che sempre si scompongono. E allora, dopo ci si alza tutti in piedi e si balla un valzer lento, un classico rito collettivo fra coppie però simbolicamente allacciati ad una maschera che introduce il ballo fra Morte|Vita, accompagnati da una allegra e un po’ triste orchestrina che sembra improvvisata, ma non è.
Nel finale si lasciano scritture individuali ma collettive(cosa lasceresti scritto in occasione della tua morte?) su carte riciclate-in alto sul soffitto una fioca luce lascia intravedere appesi o stesi panni modello camicie, in un ulteriore passaggio drammaturgico dove sotto una torcia da giardino-di nuovo l’oscurità, ciascuno la propria in una apparente confusione dove i gruppi Vita|Morte coi loro“esercizi”- anche se piccoli, si reintegrano ricompongono e scompongono grazie agli Abitanti-Attori aiutanti, scritti delle proprie personali memorie assolutamente individuali. Che forse, qualcuno, intercetterà nel bosco dei segni, delle memorie che da dentro il petto, il cuore, i desideri, che da singole diventeranno collettive inscritte nella storia delle generazioni. Affidate ancora ad una donna (forse una Parca, non si sa se buona, è in azione con una vecchia macchina da cucire)nell’ultima stanza tappezzata a festoni di cuciture fra foglio e foglio, che le cuce carta su carte in una improbabile tessitura infinita di parole ma possibile mappa- Borges insegna, di percorsi intrecci (qui di nuovo il segno di Vargas e dei sudamericani coi suoi-loro Labirinti).
Così l’ultima stanza, quella prima della porta che ci farà uscire e ricomporre-colla vita? colla morte? è intrecci di carte, carte di carte, mappe di destini in cammino, storie le nostre, quelle di chi è vissuto prima di noi lasciando in eredità a ciascuno di noi il proprio desiderio, con la propria provvisorietà e solitudine, a raccontare il racconto delle loro e nostre vite.
Regia e drammaturgia Enrique Vargas
Coordinamento artistico Patrizia Menichelli
Disegno dello spazio Gabriella Salvaterra
Direzione musicale Stephane Laidet
Paesaggio olfattivo Nelson Jara e Giovanna pezzullo
Costumi e maschere Patrizia Menichelli
Visto al Funaro, Pistoia il 28 Giugno 2014
lunedì 2 giugno 2014
Teatro Metropopolare H20tello in carcere
Posted by Renzia
D’Incà
Prato
La Toscana è da molti anni oramai regione impegnata a sostenere
progetti di formazione e
produzione teatrale nelle carceri con risultati talvolta anche di straordinario valore artistico. Ma non
solo Volterra è sede di sperimentazioni, anche diversi altri spazi carcerari si sono aperti alla
pratica teatrale e fra questi La Dogaia
a Prato dove da alcuni anni opera la giovane regista Livia Gionfrida col suo gruppo
Teatro Metro popolare. Da molti anni la regista opera con la sezione maschile con
laboratori che si concludono con la messa in scena di uno spettacolo aperto al
pubblico mentre le repliche sono esclusivamente dedicate ai detenuti.
La regista ha scelto di lavorare su Shakespeare con una
programmazione triennale. La trilogia si è conclusa proprio quest’anno con una
riscrittura dell’Otello.
Di cosa parla
l’Otello?-scrive in una nota di regia la Gionfrida. Tantissime possono essere le trame che ogni volta si possono rintracciare
in ogni opera di Shakespeare, ma noi ci siamo concentrati su una cosa soltanto:
perchè un uomo come Otello si trova
protagonista e artefice di un femminicidio? Che cosa ne pensano i detenuti del
carcere di Prato della violenza sulle donne? Come sarà accolta la nostra opera
dal pubblico dei detenuti per i quali facciamo le nostre repliche?
Con questa premessa in testa ci siamo incamminati nei corridoi
infiniti del carcere fino a raggiungere lo spazio dell’azione: una palestra o
meglio un campo di basket con alcuni attori-detenuti in maglietta numerata ad
accoglierci. Vengono distribuite delle bottigliette d’acqua con sopra la
scritta H20tello, una sollecitazione mentale che apre una chiave di lettura
sull’intera operazione sia scenografica che di regia. L’acqua infatti raffigura lo spazio del simbolico femminile- dalla parte di
Desdemona quindi, ma è anche la suggestione dello spazio in cui avviene la
trama della tragedia del Moro: Venezia ma anche Cipro e quindi il mare. Ecco
che allora grandi contenitori d’acqua vengono trasportati su e giù per lo
spazio scenico su carrelli di portavivande mentre si svolge la “partita” fra Otello e
Jago con un coro di altri copratagonisti
personaggi-giocatori. Otello il Moro è
impersonato da un attore marocchino, Desdemona è bianca come la neve, il padre
Brabanzio gran signore di Venezia recita
con forte accento inglese e abito
moderno in linea. Gli attori-detenuti sono tutti stranieri (purtroppo nelle
carceri italiane abbondano per complesse ragioni), le nazionalità sono albanesi
( Jago), il Coro un mix di razze: Africa,Albania, Polonia, Romania, Brasile.
La narrazione delle vicende della tragedia avviene in modo
rapsodico, si alternano azioni sceniche veloci e atletiche- passaggi di palla,
arrampicate sulle strutture delle porte che sostengono i due canestri. Dalla
scena del fazzoletto (con una Erminia
picchiata e ricattata da Jago) fino al
climax del delirio di gelosia di Otello è un crescendo di pathos. Lo spazio è
interamente occupato dal Coro-giocatori come in un match all’ultimo
canestro. Straordinariamente efficace la scena che precede l’assassinio della sposa innocente, con
Otello al centro della scena in preda al delirio: come da tragedia greca, qui le Erinni
si trasformano in scimmie ululanti con
addosso occhiali enormi da sub che danzano intorno all’uomo in un macabro rito.
Le ossessioni, le paure, le fantasie, le allucinazioni sonore- cornuto, gli sghignazzi prendono voce
dentro la testa del Moro fino a farlo impazzire. Segue un’altra scena molto densa con gli
attori-coro che immergono la testa dentro secchi d’acqua-l’atto dell’affogare,
e di nuovo ricorre ossessivo l’elemento acqua, lo sprofondare dentro un’acqua
che anziché vita porta morte.
Insomma uno spettacolo coraggioso, ricco di invenzioni e di
spunti originali questo firmato dalla Livia Gionfrida, esile donna che combatte
ogni giorno con le difficoltà del portare avanti la sua ricerca artistica in un
luogo difficile qual’è quello del carcere e che con piglio volitivo riesce a
trasformare uno spazio chiuso per
persone private della libertà in un mondo possibile altro, creativo giocoso ed
anche di arricchimento intellettuale.
Teatro Metropopolare
Regia Livia Gionfrida
Visto il 23
maggio Prato Carcere La Dogaia
domenica 1 giugno 2014
Anna Meacci è Romanina.
La nascita di un cigno
Nella giornata
internazionale contro omofobia e transfobia
Firenze
Posted by Renzia
D’Incà
Ripercorrere tutte le
fasi del lavoro su Romanina non è facile perché è una storia lunga 18 anni- così
esordisce Anna Meacci in una sua mail molto
intensa e ricca di particolari dove mi racconta come e perché si è innamorata
della storia di questa straordinaria persona. Del resto come sarebbe potuto non
succedere quando la sensibilità estrema dell’attrice porta ad una empatia altrettanto
estrema per una figura emblematica, quella del più “ famoso travestito di
Firenze” che fa da valore aggiunto alla dote intrinseca di generosità e di giusto coraggio che deve essere naturale in chi sceglie il mestiere del palcoscenico?
La Anna, quella Anna che aveva sposato con grande passione questa idea che come
chiodo fisso ripeteva agli amici teatranti (oltre che alla sua agenzia di
allora), nel frattempo aveva realizzato e messo in scena con Dodi Conti e Katia Beni: I monologhi della vagina e Un
due tre chiacchiere.
Dunque il percorso è stato lungo e anche accidentato perchè questa
serata fiorentina, ospite il Teatro
delle Spiagge, Compagnia Teatri
d’Imbarco diretto da Nicola Zavagli e Beatrice Visibelli, da sempre molto attento ai temi della
solidarietà e del sociale, ripropone e
rilancia questo lavoro scritto a quattro mani dalla stessa Meacci con Luca Scarlini-che all’attrice dopo
un’esperienza teatrale invitata da Vladimir Luxuria per le serate romane di Mucca
Assassina nel lontano 1996, aveva
suggerito di leggersi la storia di Romano
Cecconi, nato in un paesino della Garfagnana poi fiorentino e adesso
bolognese.
Si tratta del diario della complessa e
delicata(nell’accezione di intima) storia di una transessuale, di un uomo che si sentiva donna e viveva da
donna e che ad un certo punto della propria esistenza ha avuto il coraggio di
trasformare, anche chirurgicamente, il suo status anagrafico. Sembrerebbe una
questione nota, almeno a livello di
rotocalco, per le genti italiche
televisivamente ‘edotte’ ed anche per una certa politica. E invece: e
invece questo lavoro è andato in scena per la prima volta nove anni fa grazie
all’intuizione e al coraggio utopistico di
Massimo Paganelli che affidò la regia a Giovanni Guerrieri col
contributo fondamentale di Barbara
Nativi (il debutto a Sesto fiorentino, Teatro della Limonaia nel novembre 2005 corredato da una mostra
fotografica), una conferenza stampa al Teatro del Sale con l’arrivo di Romina da star fra frotte di fotografi e con a
seguire alcune repliche con gran successo specie di pubblico.
Mi scrive Anna: durante
le tre settimane di repliche, ho visto di fronte a me persone di ogni età e
stato sociale. Gay, lesbiche, transessuali, eterosessuali, un’umanità eterogenea
che rideva e si commuoveva assieme a Romina e a me. Dopo questo primo step
di percorso il lavoro è andato in tournée per la penisola. Amato dal pubblico e dai teatranti ma non dalla politica per pregiudizi espliciti sul tema, qualche
volta anche da parte di associazioni di genere. Il lavoro è stato ospitato solo
dal Gay pride di Torino.
Tornato alla grande sul palcoscenico da tutto esaurito delle
due serate fiorentine “ Romanina” è
un lavoro godibilissimo con una Anna
Meacci strepitosa.
In scena con abito attillatissimo e paillette, pelliccia
bianca, una scena vuota con in terra solo coppie di scarpe di varie fogge, la storia di Romanina è raccontata con glamour e delicatezza anche
nelle sue crudezze più inenarrabili( prostituzione, carcere, confino,
abusi, e anche violenze che l’hanno
costretta a fuggire da Firenze) con una leggerezza commovente. Una prova
d’attrice di coraggio e un pubblico straboccante, curioso e molto divertito
Con Anna Meacci
Regia Giovanni Guerrieri
Compagnia
Teatri d’ Imbarco di Nicola Zavagli e Beatrice Visibelli
Teatro delle Spiagge,
Firenze 17 maggio
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