sabato 1 novembre 2014


Jesus di Babilonia Teatri Posted by Renzia D’Incà Vicenza In una fase in cui la Rete, l’under 25 di fascia geografica cristiano-centrica, si appassiona a certe vignette sul Cristo e la cristologia fino a farne un cult apocrifo- Toc toc, chi è? Dio. La mamma mi ha detto di non aprire a cani e porci- oppure si spalma su Ipad, effe book, Iphone, video su you tube di Lady Gaga coi crocioni al petto, improbabilissime icone Harley Davidson per la new poor italian generation, collanine del rosario alla moda dei maschi greci isolani e simbologie sadomaso cadaveriche(ma non lo faceva anche Madonna, la cantante, a suo tempo e con altri più rozzi mezzi mediatici?). e che dire a commento della moda dilagante delle disco-cristoteche (che sempre al tecno house siamo da vent’anni)? e allora, che fare? certo, mettere al mondo e poi far crescere ed educare- oggi- un bambino nella confusione dei simboli-archetipi multimediali, non è affatto come bere o affogare dentro una tazza di tè, per dirla alla Mannarino? altro che Lipton o Twining delle madri o nonne mediamente borghesi. Che così incomincia l’affabulazione in salsa rapper a due- la coppia genitoriale di questo Jesus dei Babilonia Teatri, nella cornice di quell’architetto che fu Palladio, dentro una location teatrale unica al mondo: il Teatro Olimpico di Vicenza(per la microstagione vicentina a direzione artistica di Emma Dante e dopo la prima modenese ). E’Jesus : in scena irrompe l’energia a tutto tondo di un bambinetto età dell’asilo –l’Ettore, anche figlio della coppia in scena Valeria Raimondi e Enrico Castellani in jeans e magliette con stampigliato sopra il logo 33 (che a quell’età, pare-sia morto Gesù). La coppia genitoriale affronta in un monologante doppio il tema, con in braccio un imbarazzante pallone-pancione da basket – a volte in palleggio: Gesù chi è costui? e giù tutta una serie di slogan sulla iconografia-iconoclastia a partire dalla pubblicità invasiva ed invadente di questo ingombrantissimo Figlio dell’occidente cristiano, ma alla maniera del duo performers Raimondi /Castellani a cui Babilonia ci ha abituati - in doppio cantilenato. Certo da Chi mi ama mi segua della pubblicità (targata Oliviero Toscani)sui cartelloni di certi jeans primissimi anni Settanta, ne ha fatta di strada il brand del “crocifisso”. Parte una micro sezione- a cui ne seguiranno altre-di testualità dove è tutto un incrociarsi di meta-narrazioni sulla cristità. Il plot narrativo si snoda alternato a pezzi musicali pop al limite della banalità (attualissima e generazionale) e dal Vasco Rossi al Personal Jesus dei Depeche mode, mentre il bambino chiede (si chiede?) papà mamma perché Cristo muore? perché si nasce e poi si muore? magari ammazzati come Gesù? difficile pensare che queste siano domande che si pone un bimbetto di quell’età. certamente se le pongono i genitori di quel bimbo nella loro funzione, appunto, adulta-genitoriale. Anche nella scena, fissa, l’unico riferimento è un neon scomponibile/ ricomponibile formato da paroline dell’alfabeto, modello scuole elementari d’antan o di certa arte concettuale (che scorre con richiami da Alighiero Boetti a Cattelan), certo non quelle attuali del bimbo dell’asilo. Ecco che allora questo nuovo lavoro di Babilonia sembra voler rimandare ai temi di Vita versus Morte (ma anche eros-thanatos visti in Lolita) di cui ci siamo appassionati-quasi un rilancio in chiave post regressiva del Pinocchio (dove il tema era quello del coma e della sopravvivenza alla tragedia dell’incidente stradale che avrebbe potuto essere mortale ma che invece trasferisce ad un’altra dimensione pur sempre vitale, anche nelle sue limitazioni fisiche s/oggettive) e può far pensare ad un inno naturalistico alla prevalenza della corporeità e ad un darwinistico principio di élan vital o dell’equivalente del classicissimo amor vitae. Chissà, forse la risposta genitoriale alla domanda (?) del (loro figlio) che il loro Bambin Gesù, si trasforma in risposta esistenziale della coppia: non vogliamo un Cristo martirizzato ma un personal Jesus, un Paradiso in terra. Uno spazio dopo la cacciata di Adamo ed Eva ma hic et nunc, materiale, dove il corpo può avere dimensione di splendore e luce come la vita e la sua trasmissione attraverso la copula-insomma, il dionisiaco e|ma senza peccato originale? Un messaggio anti-intellettualistico che può lasciare perplessità. La sensazione del non-finito. Insomma, non che un spettacolo debba dare risposte, altri spazi politici e sociali dovrebbero darceli, a noi adulti e come semplici spettatori e persone. Credo , da non credente, che questo dei Babilonia ancora non sia un lavoro definito- il volo finale del corpo come utopia finale sia del bambino Jesus sull’altalena della vita come quello del risvegliato dal coma del precedente Pinocchio, non mi convince. Purtroppo. Tuttavia come soluzione artistica può essere e neanche troppo esotericamente un’ipotesi validissima. Quantomeno della speranza. Visto a Vicenza, Teatro Olimpico, 25 ottobre di Valeria Raimondi, Enrico Castellani e Vincenzo Todesco con Enrico Castellani e Valeria Raimondi Scene e luci di Babilonia Teatri ( Luca Scotton) Costumi Babilonia Teatri (Franca Piccoli) Produzione Babilonia Teatri in coproduzione con La Nef/ Fabrique des Cultures Actuelles Saint Dié-des Vosges (France) e MESS International Theater Festival Sarajevo (Bosnia and Herzegovina) in collaborazione con Emilia Romagna Teatro Fondazione con il sostegno di Fuori Luogo La Spezia con l’Associazione ZeroFavole- Alta Mane Italia Spettacolo scelto da Emma Dante per il 67esimo Ciclo di spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza

martedì 28 ottobre 2014


Teatro recensione — 22/10/2014 19:22 Una ieratica Alcesti per una convicente regia e interpretazione al femminile Posted by renzia.dinca RUMOR(S)cena FIRENZE - Il segno e filo conduttore di Alcesti per la regia, adattamento (e traduzione) di Massimiliano Civica, sembra essere quella della consegna alle due attrici in scena: Daria Deflorian e Monica Piseddu , del tratto asciutto della ieraticità. Ne risulta una solo apparente rottura del canone spazio-tempo-azione attraverso un raffinatissimo scalpello registico che interseca, crepandola, la magistralità della tradizione della tragedia classica. Civica si inventa uno spazio/ tempo/ azione con coordinate altre, fuori sia dal tentativo di ri-attualizzazione dei temi (a quante operazioni di questo tipo abbiamo assistito) ed insieme oltre la dimensione ordinaria che è della tragedia greca. Perché rompere lo schema della drammaturgia, inserendola in un panopticon –una piccola porzione ma architettonicamente emblematica di uno spazio ristrutturato di ex carcere cittadino, a Firenze; quello delle Murate recuperato alla vita del quartiere, contenerlo e riproporlo per circa un mese, ogni sera e senza intenzioni (o volontà) di prospettive di tournée, è rilanciare una sia pur piccola ma: provocazione. Che a mio avviso si pone anche a livello semiotico oltre che su quello puramente a impatto teatrale. Viene da citare il lavoro del filologo e antropologo Maurizio Bettini dell’Università di Siena, che ha da molti anni ha portato avanti questa linea guida rispetto al ripensare ai classici non quali nostri contemporanei, come spesso insegnano nei licei-e non solo, ma come pensiero di un simbolico altro e anche assai lontano da quello della nostra attualità. Alcesti Le sensazioni evocate alla visione del lavoro di Civica sono quelle del freddo, della rarefazione, dell’ antinaturalismo delle azioni sceniche-lentissime, quasi a pre e post commento della parola enunciata o quasi a mò di soffiato neutro, completamente privo di espressività. Gestualità essenziale- da cerimoniale orientale-con uso di maschere certamente distantissime dalla tradizione italiana della commedia. Segni ambigui, insomma a cui poco la scena italiana è avvezza. Segni di ricerca affilatissima e di rimandi polisemici. Domina, regnante, il corpo-voce delle attrici (Monica Demuru è la terza, una sorta di mono/coreuta però fuori asse rispetto al minuscolo spazio di una pedana con cassettiere, le due reciproche, dove sono riposte maschere e cintole per cambio costume en plein air). Monica Demuru offre un’interpretazione molto convincente con le sue melopee dai richiami mitici, ecco solo forse e qui che esultano-fiochi- pochi richiami al mito tragico greco dalla tradizione ed in totale de/centralità dentro una scena inesistente basta e avanza lo spazio panopticon carcerario a segnalarne le urgenze significative). Alcesti 3 Altrettanto superbe interpreti sono Daria Deflorian (Admeto e altri tre personaggi, con maschere), e Monica Piseddu (Ercole e altri personaggi della tragedia classica euripidea), e niente ha più in comune con la contemporaneità nella rilettura di Civica: le attrici multimaschere in quanto portatrici in scena di personaggi che nello scambio dei ruoli-quali a|settiche incarnazioni di essenze-presenze sceniche, risultano secche, quasi disossate, senza diventare manichini- maschere. Queste donne|schermo, richiamano a doppi di doppi (donne|attrici multimedia che interpretano, a scambio, ruoli di ruoli, e pur ruoli nello scambio macabro della vita/ morte/ resurrezione) sullo sfondo- carcerario della Casa. già, la casa. quale casa? Quella della famiglia, dell’ospite o dell’Ade? O anche della casa-teatro-carcere? Qui si possono ri-trovare echi di teatro che attinge ad una tradizione colta di teatro antropologico di scuola occidentale novecentesca. Visto alle Murate Firenze, 3 ottobre 2014 Uno spettacolo di Massimiliano Civica Con Daria Deflorian, Monica Piseddu, Monica Demuru E con Silvia Franco Maschere Andrea Cavarra Costumi di Daniela Salernitano Produzione Fondazione Pontedera Teatro e Atto Due in collaborazione con il Comune di Firenze e con Rialto Sant’Ambrogio di Roma e Parco Le Murate Centro Servizi- Firenze Spettacolo per venti spettatori In replica fino a domenica 26 ottobre 2014, Alcesti 5 FacebookTumblrPinterest Tags: Alcesti Daria Deflorian featured Massimiliano Civicarenzia.dinca Autore: renzia.dinca Si è laureata all’Università di Pisa. Giornalista dal 1985, ha collaborato con Hystrio, Sipario, Rocca, Il Grandevetro, Il Gazzettino di Venezia, Il Tirreno, La Nazione, Il Giorno, Sant’Anna News. Lavora come consulente in teatro e comunicazione. Ha condotto ricerche universitarie per le riviste Ariel e Drammaturgia e svolto tutoraggio di master universitario di Teatro e comunicazione teatrale per l’Università di Pisa. Ha pubblicato in poesia Anabasi (Shakespeare & Company, Bologna 1995), L'altro sguardo (Baroni, Viareggio 1998), Camera ottica (ivi, 2002), Il Basilisco (Edizioni del Leone, Venezia 2006) con postfazione di Luigi Blasucci, L'Assenza (Manni-Lecce 2010) con prefazione di Concetta D'Angeli, Bambina con draghi ( Edizioni del leone, Venezia 2013) con prefazione di Paolo Ruffilli. È inserita nella rivista Italian Poetry della Columbia University.Come saggista teatrale il volume Il teatro del cielo (Premio Fabbri 1997), Il gioco del sintomo (Pacini-Fazzi, Lucca 2002) su un’esperienza di teatro e disagio mentale, La città del teatro e dell'immaginario contemporaneo (Titivillus, Corrazzano 2009), Il Teatro del dolore (Titivillus 2012), su una esperienza ventennale di teatro e disagio mentale presso La Città del teatro. Per Garzanti uscirà un saggio sul Metodo mimico di Orazio Costa. Come autrice di teatro sono stati rappresentati Ars amandi-ingannate chi vi inganna ed uno studio per Passio Mariae con video di Giacomo Verde. Collabora come performer con musicisti, tra i quali il maestro Claudio Valenti, che hanno composto brani inediti sui suoi testi ispirati al Il Basilisco e L'Assenza. © Copyright 2014 — Rumor(s)cena . Tutti i diritti riservati - contatti: direttore@rumorscena.it Rumor(s)cena è iscritto al nr. 4/11 del Registro Stampa del Tribunale di Bolzano dal 16/5/11 - direttore responsabile: Roberto Rinaldi in redazione: Annalisa Ciuffetelli, Valentina Cirri, Renzia D'Incà, Vicenza Di Vita, Rossella Menna, Annamaria Monteverdi, Emilio Nigro, Claudia Provvedini, Paolo Randazzo, Giorgia Sinicorni, Anna Vittorio webmaster: notstudio soluzioni grafiche

Culture, Interviste, Pensieri critici — 24/10/2014 10:50 Per un Teatro Stabile in carcere a VolterraPosted by renzia.dinca RUMOR(S)cena VOLTERRA (Pisa) Il successo di VolterraTeatro è innegabile, se si scorre il lungo elenco di affermazioni riscontrate nel corso delle molte edizioni, in grado di affermarsi, soprattutto, grazie alla Compagnia della Fortezza diretta da Armando Punzo. Il mentore e regista di un gruppo di attori detenuti della Casa Circondariale di Volterra: il “Carcere dei miracoli”, i luoghi della città abitati dall’arte, dalla musica, dalla poesia, dalla bellezza, ma anche da occhi e sensibilità nuove che hanno intercettato con la freschezza dello stupore le mille meraviglie che ogni anno, nonostante le complicazioni, nonostante l’asperità di un tempo duro votato all’individualismo sfrenato, l’associazione Carte Blanche sotto la direzione artistica di Armando Punzo, riesce a concepire e realizzare. Una formula unica al mondo di un festival d’arte che trasfigura gli spazi del carcere: dal carcere alla città, una cittadella nella città e un’altra città nella città. Un gioco di microcosmi meravigliosi. L’impossibile che diventa possibile, l’utopia realizzata. L’edizione 2014 ha visto il successo dell’ultima creazione artistica che ha dato vita ad al visionario allestimento di “Santo Genet”. Nel nome di quella poetica dell’impossibile che dopo ventisei anni è diventata grido di battaglia della Compagnia della Fortezza incarnandosi in “Santo Genet”, offrendo uno spettacolo e una promessa per la stagione teatrale che ha inaugurato pochi giorni fa il Teatro Menotti di Milano e a seguire tra pochi gioeni il Teatro Verdi di Pisa, per poi arrivare anche all’Arena del Sole di Bologna. Aniello Arena (foto di Stefano Vaja) Aniello Arena (foto di Stefano Vaja) A Volterra nel carcere si sono entrati duecentocinquanta spettatori al giorno per le repliche del palcoscenico-carcere, il tutto esaurito con liste d’attesa. 432.770 accessi complessivi e 9.596 visitatori al sito di VolterraTeatro. Dati che portano il discorso sulla creazione di un Teatro Stabile in carcere. “Pensavo di trovare un festival di teatro, pensavo di vedere spettacoli, invece ho trovato un città che è diventata essa stessa spettacolo e opera d’arte, ho imparato ad andare su e giù nei vari spazi di Volterra e a sentirmi a casa, in un tempo diverso da quello di sempre. Credo che in un’altra città tutto questo non sarebbe possibile”, così ha commentato Frank Raddatz, direttore di Teater Der Zeit, importante mensile di teatro tedesco di Berlino. Armando Punzo Armando Punzo E’ stato un festival che ha inseguito con ostinazione la volontà di testimoniare un ruolo imprescindibile dell’arte, nelle dinamiche umane di una società sempre più lacerata nei rapporti, nell’agire sopra dentro e intorno a quella “ferita” intorno a cui si è ragionato, da quando Armando Punzo ha lanciato l’idea di dedicare il festival proprio al tema della Ferita, quella della terra franata, quella umana, invisibile, dell’artista, e quella della comunità che su quella ferita ha saputo costruire, ora possiamo dirlo, un nuovo intreccio di rapporti. “Abbiamo ancora nel cuore la città, gli slarghi e i vicoli attraversati. Cogliamo questa forza di stare insieme, questa magia che il teatro ha ricreato, di unire, di proiettare. La memoria è futuro. Il segreto è cercare vincoli: la forza che li annoda è l’amore”, scrive Massimo Marino sul Corriere di Bologna, a proposito di La Ferita-Logos Rapsodìa per Volterra: l’evento di teatro collettivo a cura della Compagnia Archivio Zeta. Mercuzio_Teatro Palladium Roma (foto di Stefano Vaja) Mercuzio_Teatro Palladium Roma (foto di Stefano Vaja) VolterraTeatro vive in tempi di grandi difficoltà economiche. Cosa potrebbe essere se, invece fosse sostenuto da un efficace sostegno? L’interrogativo porta il discorso all’istituzione di un Teatro Stabile in carcere. Rumor(s)cena ha voluto chiedere a chi ha la responsabilità di amministrare la Cultura e a chi ha l’incarico politico e ai funzionari dell’amministrazione penitenziaria, quali siano le loro opinioni in merito. Un dialogo di più voci a cui vogliamo contribuire per il giusto riconoscimento di tanti anni di lavoro e di impegno artistico e soprattutto umano, con l’unico scopo di permettere a persone detenute e non, un ruolo significativo e partecipativo, offrendo loro un’opportunità capace di contribuire ad una crescita morale civile e artistica. Sono contributi a cui si vuole dare impulso ad un dibattito in grado di estendersi , convinti di attribuire il giusto riconoscimento ad una realtà artistica di cui l’Italia stessa dovrebbe vantarsi e sostenere. Un Teatro Stabile per la Compagnia della Fortezza, significherebbe dare continuità e sicurezza istituzionale alla straordinaria esperienza artistica e professionale che in 26 anni ha trasformato radicalmente il carcere di Volterra. Costruire una rete di città toscane ed europee, che contribuiscano materialmente alle attività della Compagnia e si impegnino a far pressione sul Governo italiano per l’attribuzione dello status di stabilità ad un’esperienza unica nel suo genere in Italia e nel mondo. Ne abbiamo parlato con le personalità delle istituzioni e con Armando Punzo, fondatore della Compagnia, regista, drammaturgo e negli ultimi anni anche attore nei suoi lavori insieme ai detenuti. Abbiamo raccolto i pareri istituzionali sia in ambito politico che negli ambienti dell’amministrazione della Giustizia rispetto alla richiesta del regista che da ben dieci anni risulta inevasa. Il progetto di Teatro Stabile consiste nella richiesta di realizzazione (e quindi nel riconoscimento di un percorso ben consolidato artisticamente da 26 anni) di un Teatro all’interno del carcere di massima sicurezza di Volterra, corredato da un progetto che prevede la costruzione di un prefabbricato da adibire a teatro per 250 spettatori e con funzioni di sala prove (attualmente il regista ha a disposizione una cella di tre metri per undici per poi lavorare nel cortile, quello dell’ora d’aria) e a un ulteriore proposta di utilizzo dello spazio per creare corsi di formazione educativi sia per le scuole che per le professioni dello spettacolo. Abbiamo raccolto per capire meglio di cosa si tratta, alcuni autorevoli pareri , un ventaglio di ipotesi ed impressioni che vengono sia dal mondo della politica culturale e dell’amministrazione pubblica, sia dall’amministrazione della Giustizia e osservatorio politico sullo stato delle carceri italiane. Armando Punzo Armando Punzo Sara Nocentini, assessore alla Cultura della Regione Toscana Cosa pensa dell’esperienza di Armando Punzo a Volterra e del suo progetto di Teatro Stabile? “ E’ un lavoro prezioso. L’esperienza di Punzo è nota come eccellenza artistica di arte e sociale a livello nazionale. In questo momento la Regione Toscana ha in attivo 16 progetti di Teatro in carcere dove l’elemento comune è la socializzazione. Punzo ha dato continuità ad una esperienza di 26 anni che non è un semplice spot. Riconfermiamo il finanziamento a Carte Blanche in vista dell’obiettivo di un Teatro Stabile che ha bisogno di uno spazio riconoscibile. Mi incontrerò a breve col sindaco di Volterra e col Provveditore alle carceri toscane Cantone. Tuttavia, senza la disponibilità del Ministero della Giustizia, non è possibile sapere come continuare a portare avanti questa progettualità in quanto l’autorizzazione non può arrivare dalla Regione. Del resto il Presidente Regione Toscana Enrico Rossi ha appoggiato da tempo l’idea del progetto Teatro stabile a Volterra. Sarò io stessa a cercare il dottor Cantone. Mi dispiacerebbe anche se Cantone si sentisse mortificato, laddove ci fosse una non volontà ministeriale alla realizzazione del progetto”. Marat Sade Marat Sade Carmelo Cantone, Provveditore alla carceri della Regione Toscana Da due anni lei è il Provveditore delle carceri toscane dopo aver ricoperto per ben 10 anni la carica di direttore del carcere di Rebibbia a Roma dove è stato fautore di laboratori per i detenuti fra cui quello del regista Fabio Cavalli che ha portato alla realizzazione del film Cesare deve morire , Orso d’oro al festival di Berlino 2012, firmato dai fratelli Taviani. ”E’ così, ma quel film è stato solo la punta di un iceberg rispetto alle moltissime altre attività che ho introdotto all’interno di quel carcere. La mia esperienza come funzionario del Ministero della Giustizia per la verità, è iniziata al carcere di Trieste dove sono stato vicedirettore per un anno all’inizio della mia carriera. Al suo interno sono stati realizzati laboratori tenuti da Misculin dell’Accademia della follia. In seguito sono stato per cinque anni fautore dell’esperienza del TAM, compagnia Teatro musica, di un laboratorio permanente realizzato con un gruppo di detenuti presso il carcere Due Palazzi di Padova”. Mercuzio non vuole morire Mercuzio non vuole morire Lei ha acquisito una notevole esperienza sul campo delle attività di recupero e riabilitazione dei detenuti nelle carceri italiane producendo anche numerosi materiali congressuali di documentazione del fenomeno, adesso che è diventato Provveditore alle carceri della Toscana cosa pensa in particolare e nello specifico, delle attività laboratoriali di teatro in e per il carcere in questa Regione? “Ritengo che non tutti i laboratori estesi sul territorio nazionale e regionale siano validi . E’ evidente che ci sono delle eccellenze come la Compagnia di Rebibbia a Roma e quella della Fortezza a Volterra diretta da Armando Punzo in Toscana. Penso che questi progetti abbiano inciso anche proprio pedagogicamente sulla funzione di riabilitazione, la funzione teatro all’interno di alcuni progetti in carcere ha avuto ritorni importanti da questo punto di vista. A questo proposito ritengo che il teatro in carcere sia arte-terapia, che il teatro in carcere deve essere sostenuto da teatranti di grande professionalità onde evitare inganno intellettuale: teatro come impegno etico da parte di conduttori e detenuti dove il gruppo vive l’esperienza come effettiva crescita con regole chiare per un impegno comune finalizzato ad un intento riabilitativo. Vede, quasi sempre il carcere non educa nè allo studio né al lavoro, il teatro può svolgere bene queste funzioni educando alla disciplina del singolo e del gruppo. Penso al lavoro di Cavalli, Punzo, Pedullà , Laura Salerno” Alice nel paese delle meraviglie Alice nel paese delle meraviglie Non crede che a questo punto emerga una necessità culturale, sociale e anche politica di dare riconoscimento ad una Compagnia come quella della Fortezza, dopo 26 anni di lavoro ? Cosa pensa della proposta del Teatro stabile lanciata da Punzo e anche sostenuta almeno teoricamente, da una parte della politica Toscana? “La Regione Toscana riconosce la realtà volterrana ed anche in modo sostanzioso visto che conferisce al progetto una cifra di 200 mila euro per il progetto carcere”. Mi sto riferendo ad una ipotesi di progetto che va oltre il Ministro Beni Culturali ma riguarda il Ministero della Giustizia. Le cito Punzo rispetto alla sua richiesta formalizzata di costituzione di Teatro stabile in carcere: (…)”Lavoriamo in una cella di 3 metri per 11 e allestiamo gli spettacoli nel cortile. Pensiamo a una sala di 250 posti, all’interno dell’ultimo muro di cinta del carcere, dove sarebbe più facile fare arrivare il pubblico e, per esempio, ospitare progetti di formazione con le scuole”. Secondo lei si può andare ad una effettiva ipotesi di istituzionalizzazione dell’esperienza Teatro carcere ? “Il passaggio istituzionale che vedo è quello di espandere l’esperienza trasferendola in altri istituti di pena. Quanto allo spazio più agibile dentro le mura carcerarie del Maschio, non lo ritengo praticabile: l’idea del prefabbricato? Non è possibile in quanto realizzabile su un impianto che è un Istituto penitenziario con spazi ridotti data la sua struttura architettonica di fortezza medicea. Se realizzato impedirebbe anche di praticare altre iniziative che sono state attivate dentro i progetti del carcere, come ad esempio le apericene organizzate dai detenuti per un pubblico esterno al carcere e devolute in beneficenza.” Hamlice 2010 Hamlice 2010 Franco Corleone, già deputato europeo, ex sottosegretario del Ministero della Giustizia, attuale Garante dei detenuti della Regione Toscana Può spiegare ai nostri lettori in cosa consiste il suo mandato? “L’incarico mi è stato assegnato dal Consiglio regionale toscano, carica indipendente dal Governo italiano. Si tratta di un ruolo complesso. Comprende la verifica dello stato di detenzione in carcere e nelle camere di sicurezza (gli arresti provvisori nelle caserme da parte di carabinieri e polizia). Il compito è quello di verificare lo stato dei detenuti rispetto ai principi costituzionali, all’ordine penitenziario e alle leggi specifiche, per esempio quelle inerenti al lavoro dentro il carcere, alla materia delicata della salute, secondo le competenze del SSN come, per fare un altro esempio i casi di suicidio, così purtroppo frequenti nel nostro sistema carcerario. Inoltre mi occupo dei documenti dell’OMS. L’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo per le condizioni carcerarie dei detenuti nel nostro Paese, una condanna molto grave, per lo stato di diritto della situazione delle carceri italiane; insomma svolgo una funzione e di vigilanza e di denuncia in contraddittorio. Santo Genet (foto di Stefano Vaja) Santo Genet (foto di Stefano Vaja) In un momento in cui fra l’altro è vacante da tre mesi perché ancora non nominato, il Garante dei detenuti nazionale, cosa pensa della situazione delle carceri toscane per quanto riguarda i progetti culturali mirati al recupero e riabilitazione? “La Toscana presenta un quadro di grande ricchezza e di buon livello in generale con anche delle eccellenze. Fra le varie attività quella teatrale va molto bene fra i detenuti, anche a livello dilettantesco. Come anche la scrittura creativa, la lettura, il cinema. Li considero valori culturali non strettamente trattamentali ma ricostruttivi della personalità. Con l’attività teatrale si abbattono maggiormente le catene, il fare teatro assume anche funzione liberatoria, quasi un grido di “libertà”. Il Teatro in carcere dà grande ricchezza di espressività: il grande problema di chi è privato della libertà è infatti strettamente legato al corpo, quindi al muoversi liberamente”. Mercuzio non vuole morire 2011 Mercuzio non vuole morire 2011 VolterraTeatro,una esperienza che vive e resiste da ben 25 anni con la Compagnia della Fortezza diretta da Armando Punzo. Da alcuni anni il regista rivendica e chiede di istituzionalizzare il suo lavoro coi detenuti attraverso il riconoscimento di un Teatro Stabile. Cosa pensa di questa proposta e del suo lavoro presso il carcere di massima sicurezza volterrano? “Quella di Volterra è un’esperienza unica e straordinaria per il livello artistico d’eccellenza. Ha i seguenti caratteri 1) la durata e questo perché è segnata da un filo stabile e di ricerca artistica da consentire rappresentazioni di straordinaria tessitura; 2) per il carcere dove è nato (per le lunghe pene, facilitando una vera Compagnia teatrale) e nella continuità del regista –conduttore insieme al suo staff. Mi è capitato più volte di chiedermi, vedendo gli allestimenti di Punzo: ma questi soggetti coinvolti sono attori-detenuti o detenuti-attori? Da sottosegretario alla Giustizia negli anni Novanta sono stato a Berlino con la Compagnia della Fortezza e ho potuto toccare con mano l’accoglienza entusiasta del pubblico di là. L’esperienza di Armando Punzo va assolutamente potenziata, le iniziative di questo elevato spessore culturale devono essere sviluppate come stimolo anche per gli stessi attori e per il regista. L’esperienza non deve essere semplicemente replicata ma essere messa nelle condizioni di andare ad un ulteriore passaggio progettuale”. Marat Sade Marat Sade Il Provveditore alle carceri toscane Carmelo Cantone sostiene che la proposta del Teatro stabile a Volterra è improponibile in quando non ci sono spazi adeguati per costruire un prefabbricato dentro il Maschio che accolga, secondo la richiesta di Punzo, 250 spettatori. Cantone ha dichiarato inoltre che l’esperienza del regista e della Compagnia, potrebbe essere “esportata” in altre carceri. Cosa pensa di queste dichiarazioni del Provveditore? “La trovo incredibile e inaccettabile. E’ vergognoso che sulle proposte della Compagnia non ci sia stato un approfondimento, questo già da alcuni anni dalla proposta presentata alla direzione e all’amministrazione penitenziaria. Ritengo il fatto molto grave. Personalmente ho parlato col direttore generale amministrativo penitenziario che si occupa di edilizia carceraria. Il suo atteggiamento è stato pilatesco. Vogliamo sapere cosa intendono fare. Per questo ne ho riparlato col Provveditore Cantone e lui è d’accordo, di realizzare un sopralluogo a Volterra coi tecnici. Fisserò una data per capire se ci sono le condizioni ostative oppure no per la realizzazione del prefabbricato. Sono convinto che questa esperienza volterrana senza Punzo e la sua Compagnia sarebbe stata quella di un carcere duro, e basta. Credo che la congiunzione straordinaria nata molti anni fa fra il giovane regista Armando Punzo e l’allora direttore dell’Istituto di pena Graziani sia stata un evento unico e che prima di cancellare questa storia è necessario dar vita e realizzare questo progetto di Teatro stabile per altri vent’anni, anche con altri detenuti che si avvicenderanno nel tempo. Se non diamo veste strutturata a questa storica realtà come patrimonio di istituzione totale, il rischio è che essa non abbia orizzonti significativi anche da parte della Compagnia di continuità progettuale”. piantina Teatro Stabile piantina Teatro Stabile Pensa ad un concorso di istituzioni per la realizzazione, anche finanziaria, dell’idea? “Penso per il momento, ad un concorso con altri Ministeri per avviare la progettualità. Una partnership fra soci sostenitori”. P.P.Pasolini l'elogio del disimpegno P.P.Pasolini l’elogio del disimpegno Marco Buselli, Sindaco di Volterra Lei è Sindaco a Volterra da sei anni, rieletto, cosa pensa della edizione 2014 di VolterraTeatro? Ha partecipato a qualche spettacolo dell’ ultima edizione? “In realtà no. Ho solo partecipato alla serata finale, dove ho assistito al lancio delle lanterne in Piazza dei Priori. Però ho apprezzato il logo La ferita anche come tema del festival 2014, in quanto ciò che è accaduto in questa città murata, il crollo del bastione del gennaio scorso, è stato come un attacco anche se purtroppo per niente simbolico, ma così reale e disastroso. Un colpo durissimo all’anima della città ed alla sua popolazione. Può esserci un segnale positivo nella ‘ferita’, perché il sangue, deve scorrere. Il rischio è nell’ addormentarsi, è l’assuefazione.” Ci parli dell’esperienza della Fortezza, lei è Sindaco di Volterra da oltre cinque anni, l’esperienza della Compagnia di Armando Punzo è presente da ben 25 anni. “A mio modo di vedere è esperienza unica a livello internazionale. Il Festival Volterra Teatro è un brand che si è confermato nel tempo. Il rischio è quello della ripetizione, è necessario aprirsi a percorsi nuovi. Il tema della ferita-scelto nell’edizione 2014, richiama quello della catarsi. Con il crollo del pezzo delle mura abbiamo assistito ad un sorta di pellegrinaggio dei volterrani che andavano sul luogo del disastro, come se le persone avessero perso una parte della propria identità. E’ stato quindi interessante percorrere questo tema della “ferita”in quanto filo rosso che coglieva e riproponeva un processo di individuazione sociale e appartenenza di cittadinanza entro gli spazi della città. Il teatro parla a pochi eletti tuttavia ritengo che l’esperienza del Mercuzio ( Mercuzio non deve morire, nato dentro il carcere che ha coinvolto l’intera cittadinanza) sia stata positiva e che il progetto teatrale vada mantenuto e valorizzato”. Cosa pensa della proposta che viene da più soggetti come l’assessore alla cultura di Pisa Dario Danti e in precedenza dalla assessora Scaletti della Regione, a proposito di istituzionalizzare il Teatro stabile a Volterra ? “Per quanto riguarda la questione del Teatro stabile in carcere, è necessario prima parlare di un piano economico sulla sostenibilità. Come Comune abbiamo dato la nostra partnership al progetto, ma qui si tratta di investire e non abbiamo fondi. Siamo una città di undicimila abitanti : come posso pensare, da Sindaco, di poter investire sul progetto Teatro carcere nei prossimi anni di mia pertinenza, quando è crollato a gennaio un pezzo della cinta muraria?. La questione deve diventare a questo punto soprattutto di competenza regionale e statale, inquadrando la questione dentro Carcere stabile a Volterra in quanto patrimonio culturale. Volterra teatro gode di ben 30 mila euro di finanziamenti come festival e 12 mila per la Compagnia della Fortezza. Inoltre ritengo che l’esperienza, che ha avuto riconoscimenti straordinari in Europa sia in ambito teatrale che cinematografico, debba a questo punto essere di pertinenza anche del ministero della Giustizia oltre che di quello della Cultura”. Pinocchio Pinocchio Dario Danti, assessore alla cultura del Comune di Pisa Dario Danti, lei è da poco più di due anni assessore alla cultura del Comune di Pisa, tuttavia da molto tempo ha a cuore le sorti della Compagnia della Fortezza, fondata da Armando Punzo con Carte Blanche “E’ così E da quando sono diventato assessore ho promosso un network per i detenuti-attori. Il Teatro Stabile permetterebbe di non rischiare di vedere la nostra esperienza, nata dentro il territorio della provincia pisana svanire nel nulla, in un momento storico in cui le province sono state abolite”. Lei ha lanciato questa idea, unica nel suo genere, a Firenze nel dicembre scorso in occasione della presentazione dell’autobiografia di Aniello Arena, attore detenuto protagonista di Reality di Matteo Garrone. Di cosa si tratta e cosa è accaduto nel frattempo? “La mia proposta era quella di costruire un network di città che sostenessero concretamente la Compagnia proprio partendo da Pisa, dove nel 1993 la Fortezza si è esibita per la prima volta fuori dalle mura carcerarie e dentro lo spazio cittadino dello storico Teatro Verdi (alcuni spettacoli sono andati in tournée successivamente anche a Milano, Prato, Berlino). Il nostro Teatro comunale, che è Fondazione lirica (e con in atto iniziative internazionali di Danza come il Progetto NID 2014), inaugurerà nel prossimo novembre a distanza di ben 21 anni , la stagione di prosa con Santo Genet , ultimo lavoro di Punzo visto quest’anno, ma solo da poche persone e molti addetti ai lavori, dentro il Maschio a Volterra”. Da quanto sostiene, sembra che ci sia davvero una straordinaria continuità di progetto in atto e a lungo termine, cosa politicamente rara per il nostro Paese. “Stiamo lavorando perché questo sia così. La territorialità non deve essere un limite, anzi, deve essere un volano. E quindi io mi attivo per il massimo sostegno in Italia ed in Europa per una delle principali esperienze teatrali nazionali. La stessa Cristina Scaletti, ex assessore alla Cultura in Regione Toscana, aveva appoggiato il progetto del Teatro Stabile. Scaletti ha più volte anche sollecitato il ministero perché concedesse la stabilità considerando il progetto “ un modo straordinario di fare vivere la cultura in carcere, facendola diventare uno strumento di crescita, studio, incontro umano”. Ecco perché il mio assessorato darà il massimo sostegno alla realizzazione del progetto di Teatro stabile in Italia ed in Europa.” Silvano Patacca, direttore artistico del Teatro Verdi- Pisa Ci parla di come è nata l’idea di inaugurare la stagione di prosa 2014|2015 ( l’8 e 9 novembre) proprio con lo spettacolo Santo Genet della Compagnia della Fortezza? “Già dal primo studio su Genet del 2013 avevo fortemente voluto di poter far rappresentare anche nel nostro teatro il nuovo lavoro di Punzo. Il motivo principale è che ricorrono i 25 anni dalla fondazione della Compagnia della Fortezza ma c’è di più: il Teatro di Pisa è stato il primo teatro in assoluto ad ospitare il Marat Sade (l’occasione nacque dai permessi famigliari concessi ai detenuti-attori, dall’allora direttore del carcere Graziani). Sul palco del Teatro Verdi venne ricostruita la scenografia che riprendeva l’inferriata del cortile del Maschio,utilizzata per l’ora d’aria. Ci è sembrato estremamente significativo che dentro un teatro borghese, di tradizione, come il nostro( allora diretto da Riccardo Bozzi) fosse importata una esperienza così particolare. In realtà il lavoro di Armando dopo tutti questi anni è universalmente riconosciuto dalla critica come “lavoro sull’attore” al di là di quella che per qualcuno potrebbe sembrare essere stata una semplice esperienza riabilitativa (dentro un’ottica in senso lato di Teatro sociale) mentre secondo me è diventata, nel tempo, esperienza puramente estetica e già canonizzata dentro i termini di teatro classico”. Armando Punzo, direttore artistico di Volterrateatro e regista della Compagnia della Fortezza Ci racconta la sua esperienza di 26 anni di gestione, direzione di un’esperienza così determinante per la sua vita artistica e umana? E cosa pensa a proposito della mancata realizzazione del Teatro Stabile in carcere? “Viviamo in un mondo brutale ed insensato. Creare e cercare armonia e bellezza è la sola possibilità che abbiamo. Una aspirazione ideale e concreta che ho applicato al teatro, che è diventato il mio lavoro in carcere. Un carcere-metafora che raffigura la nostra attuale esistenza e non solo un luogo della nostra attualità, della nostra contemporaneità. Ci sono artisti che hanno dipinto una natura incontaminata, in molti casi altro non era che un sogno concreto di natura umana incontaminata. In 26 anni ho incontrato tante persone in carcere, ho lavorato con tantissimi, molti di loro, avrebbero potuto avere la possibilità di scegliere di essere degli ottimi attori, altri di essere dei bravissimi tecnici. Aniello Arena è uno degli esempi lampanti di queste possibilità, attore protagonista della Fortezza, è passato al cinema con Matteo Garrone che lo ha voluta come protagonista assoluto del suo film Reality, così come Franco Felici che ha lavorato nel cinema con Marco Simon Puccioni o Jamel Soltani che è stato nel 2010 attore protagonista di uno spettacolo presentato e prodotto dal Napoli Teatro Festival o ancora Alì El Barouni che finita la pena si è trasferito in Finlandia dove ha creato una compagnia teatrale con i ragazzi a rischio sociale. Hamlice Hamlice Il mio lavoro ha dato l’avvio a tantissime esperienze di teatro in carcere in Italia. Più di un centinaio ad oggi. I progetti Europei realizzati sul tema del teatro in carcere, hanno permesso di comprendere che l’esperienza della Fortezza rimane unica per longevità e risultati. In Libano e in Cile, Zeina Daccasce e Jaqueline Romeau, dopo un periodo di lavoro con la Fortezza, hanno creato due esperienze uniche nei loro rispettivi Paesi. Per non parlare della relazione straordinaria costruita con gli Agenti del carcere di Volterra che sono diventati, per la maggior parte, sostenitori e protagonisti dello sviluppo del nostro lavoro. Quello che ci è mancato, parallelamente al successo che ci è stato riconosciuto e ai risultati straordinari realizzati, è uno spazio vero ed attrezzato, che ci permettesse di lavorare ancora più a fondo sulla formazione ai diversi mestieri del teatro dandoci anche la possibilità di mostrare, durante tutto l’anno e non solo per un brevissimo periodo estivo, i nostri spettacoli al pubblico esterno e agli studenti delle scuole della Provincia e della Regione. Insomma un luogo dove poter sviluppare concretamente tanti tipi di possibilità lavorative, naturale e giusto sviluppo delle attività trattamentali. P.P.Pasolini l'elogio del disimpegno P.P.Pasolini l’elogio del disimpegno Accanto e parallelamente a tutto ciò, si pone la naturale esigenza, dopo 26 anni di serio e continuo lavoro in tale ambito, di avere una maggiore stabilizzazione istituzionale. Questo non vuol dire più finanziamenti, ma più tutela e garanzia di continuità nel tempo. Il riconoscimento di un modello culturale e trattamentale innovativo e unico, che dovrebbe essere messo a frutto e diventare un patrimonio di tutti. Quindi, per fare chiarezza, le linee di azione del nostro progetto sono due: una maggiore istituzionalizzazione e stabilizzazione dell’esperienza e la costruzione di uno spazio teatrale attrezzato all’interno del carcere, dove poter svolgere adeguatamente svariate attività teatrali, didattiche, formative e performative. Dico adeguatamente, perché è paradossale che il carcere di Volterra, famoso in tutto il mondo per l’esperienza teatrale della Compagnia della Fortezza, sia uno dei pochi carceri in Italia non dotato di sala teatrale. La formulazione e la presentazione del mio progetto di Teatro Stabile in carcere risale a circa dieci anni fa. In successive tappe ho presentato, alla Direzione del Carcere, il progetto relativo alla fattibilità del prefabbricato, disegnato da noti architetti (un teatro da 250 posti da costruirsi sull’ultimo cortile del carcere-non dentro gli spazi noti dove avvengono gli spettacoli ), corredato anche da progetti per le scuole e per la formazione dei detenuti alle arti dello spettacolo. Il progetto dovrebbe essere stato presentato alla Cassa Ammende, un organismo del Ministero della Giustizia che con i soldi provenienti appunto dalle ammende per vari reati, finanzia progetti e strutture nelle carceri, finalizzati alle attività trattamentali, lavorative e di reinserimento dei detenuti. Da allora, pur facendo numerose sollecitazioni e reinoltri del progetto, non ho mai ricevuto nessuna risposta, in primis dalla Direzione del Carcere e neanche dalla Cassa Ammende . Il nostro progetto era, comunque, solo indicativo, ed aveva molteplici possibilità di sviluppo che potevano anche essere realizzate dall’Amministrazione Penitenziaria in prima persona. Si potrebbe pensare a tante altre soluzioni alternative, ad esempio, anche ad un Teatro di paglia, totalmente ecologico e a più basso costo, costruito con tecniche innovative e già realizzato in altri Paesi. Sia ben chiaro, che per questo progetto strutturale non ho mai chiesto finanziamenti al Comune di Volterra e tanto meno alla Regione Toscana e Provincia di Pisa. Ho sempre e solo chiesto un sostegno politico. Ciò che attendo, sono risposte concrete e motivate da parte dell’Amministrazione Penitenziaria, dopo ben 26 anni di residenza come Compagnia della Fortezza-Carte Blanche, dentro il carcere di Volterra. Invece riconosco che il Ministero dei Beni e Attività Culturali ha fatto e fa la sua parte importante per sostenere il nostro lavoro. Così come, in maniera importante e fondamentale,la Regione Toscana, il Comune di Volterra e la Provincia di Pisa per la formazione. Il carcere ci ha solo permesso di entrare a lavorare, non è poco, ma non è più sufficiente. Adesso vorrei avere risposte dal Ministero della Giustizia. E’ vero che la Fortezza Medicea dove ho svolto e svolgo il mio lavoro a Volterra, ha una struttura peculiare, per ragioni strutturali storico-urbanistiche, dentro mura ciclopiche- cosa che non è in altre carceri costruite di recente in Toscana. Infatti è proprio per ovviare a questi problemi strutturali, che nel progetto da noi presentato, la struttura dovrebbe essere costruita in un cortile del carcere, “al limite” tra il dentro e il fuori, un cortile fino ad ora in disuso e usato quasi come discarica e deposito di materiali vecchi e all’interno del quale fanno bella mostra dei casottini di cemento armato usati come pompa dell’acqua, cabina elettrica, ecc., rispetto ai quali mai nessuno si è preoccupato di rilevare che arrecassero danno estetico alla Fortezza, quindi non vedo perché dovrebbe esserlo un teatro, tra l’altro prefabbricato e quindi totalmente rimovibile. La nostra prima proposta proponeva anche l’interramento di quelle strutture orribili per rendere fruibile alla città e ai visitatori quello spazio bellissimo. Armando Punzo Armando Punzo Tuttavia è inspiegabile e paradossale che dato il nostro progetto presentato da così tanti anni, non ci sia stata mai una risposta da chi di competenza. Dopo dieci anni sarebbe assurdo che mi si dicesse, dopo tutto il lavoro fatto e tutto il tempo dedicato a questo progetto, che ci sono problemi tecnici a realizzarlo in quello spazio. Anche perché nessuno ha mai sollevato obiezioni. Voglio sottolineare, che la questione che pongo non deve essere pensata all’interno di una logica localistica: credo che il mio lavoro sia noto a livello nazionale e non solo; inoltre la qualità del mio lavoro artistico è testimoniata da stampa e televisioni, da saggistica di critici teatrali e intellettuali che ne hanno scritto e riferito in abbondanza. Purtroppo la debolezza del contendere- io Armando Punzo- credo non stia negli argomenti artistici e/o culturali che ho prodotto col mio lavoro, ma risieda anche nel fatto che il tema del carcere, in questo Paese, ha scarsissimo interesse presso la comunità dei cittadini e quindi abbia ben poco peso nell’opinione pubblica, politicamente e quindi anche sulle indicazioni di voto. Ciò che mi preme è sostenere che, a distanza di dieci anni, è del tutto inspiegabile il fatto di non avere ricevuto risposte né dal direttore del carcere volterrano, né dalla Cassa Ammende nazionale: si tratta forse di una questione puramente economica? La costruzione del prefabbricato richiesto sarebbe sprovvista di copertura finanziaria rispetto al progetto a suo tempo presentato? Non credo… La Cassa Ammende ha finanziato il restauro del cortile e della torre del Maschio, un progetto che avevamo suggerito alla direzione e che è stato realizzato in totale autonomia e allo scopo di creare locali atti allo svolgimento delle attività lavorative dei detenuti. Questo progetto è stato presentato nella stessa sessione della Cassa Ammende nella quale sarebbe dovuto essere presentato il nostro, che invece è rimasto in giacenza su qualche scrivania. Perché? Ecco: è sul concreto che vorrei delle risposte. Che non sono arrivate e non arrivano. Ciò che io penso è che ci sia in atto, da tempo, una volontà di resistenza, che personalmente non comprendo: il Teatro carcere, che sto conducendo da svariati anni, è una attività trattamentale, sì o no? Qualcuno si aspetta di chiuderla, magari riducendoci allo sfinimento”. Cosa chiede in definitiva? “Chiedo solo di lavorare in condizioni che ci permettano l’evolversi del nostro percorso, anche perché noi come Carte Blanche siamo accreditati dalla Regione Toscana come “agenzia formativa” e come tale potremmo incrementare notevolmente la nostra attività e crescere sia attraverso la creazione di percorsi formativi per i detenuti legati ai mestieri del teatro: come la scenotecnica, la fonica, l’illuminotecnica, sia aprendo la formazione a partecipanti esterni al carcere che verrebbero a formarsi sia nel campo delle attività culturali in carcere che in quelle trattamentali. Possibilità queste che abbiamo sempre proposto è che sono state realizzate con la scuola, ad esempio, e negate al teatro che ha concretamente aperto il carcere di Volterra e indicato la strade da percorrere per la realizzazione di un Istituto all’avanguardia. Il nostro lavoro è stato fonte di ispirazione per tutti e messo da parte. Basta vedere che strada ha preso quello che era il nostro progetto con Sloow Food. E tornando al tema del Teatro stabile, visto che abbiamo immaginato, forti di numerose perizie professionali di ingegneri e architetti, il luogo dove costruire il prefabbricato-teatro, chiedo alle autorità: questo spazio non è forse adeguato? Se sì, perché ? manca forse di requisiti? Se sì, l’istanza va certificata e notificata dalle Autorità Penitenziarie. Il precedente capo del D.A.P., Giovanni Tamburino (Dipartimento Amministrazione Penale di Roma), si era preso carico del progetto e il Ministro di allora Cancellieri, vedeva molto positivamente il nostro progetto. Nel frattempo intanto è decaduto il Ministro e poi il Capo del Dipartimento. Quando io chiedo “un Teatro Stabile in Carcere a Volterra”, sto mettendo in atto una provocazione, una provocazione culturale, Strehler e Grassi proponevano “un teatro d’arte per tutti”, ed è questo che mi interessa”. FacebookTumblrPinterest Tags: Armando Punzo Compagnia della Fortezza featured Teatro Stabile in carcere Volterrarenzia.dinca Autore: renzia.dinca Si è laureata all’Università di Pisa. Giornalista dal 1985, ha collaborato con Hystrio, Sipario, Rocca, Il Grandevetro, Il Gazzettino di Venezia, Il Tirreno, La Nazione, Il Giorno, Sant’Anna News. Lavora come consulente in teatro e comunicazione. Ha condotto ricerche universitarie per le riviste Ariel e Drammaturgia e svolto tutoraggio di master universitario di Teatro e comunicazione teatrale per l’Università di Pisa. Ha pubblicato in poesia Anabasi (Shakespeare & Company, Bologna 1995), L'altro sguardo (Baroni, Viareggio 1998), Camera ottica (ivi, 2002), Il Basilisco (Edizioni del Leone, Venezia 2006) con postfazione di Luigi Blasucci, L'Assenza (Manni-Lecce 2010) con prefazione di Concetta D'Angeli, Bambina con draghi ( Edizioni del leone, Venezia 2013) con prefazione di Paolo Ruffilli. È inserita nella rivista Italian Poetry della Columbia University.Come saggista teatrale il volume Il teatro del cielo (Premio Fabbri 1997), Il gioco del sintomo (Pacini-Fazzi, Lucca 2002) su un’esperienza di teatro e disagio mentale, La città del teatro e dell'immaginario contemporaneo (Titivillus, Corrazzano 2009), Il Teatro del dolore (Titivillus 2012), su una esperienza ventennale di teatro e disagio mentale presso La Città del teatro. Per Garzanti uscirà un saggio sul Metodo mimico di Orazio Costa. Come autrice di teatro sono stati rappresentati Ars amandi-ingannate chi vi inganna ed uno studio per Passio Mariae con video di Giacomo Verde. Collabora come performer con musicisti, tra i quali il maestro Claudio Valenti, che hanno composto brani inediti sui suoi testi ispirati al Il Basilisco e L'Assenza. © Copyright 2014 — Rumor(s)cena . 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mercoledì 17 settembre 2014

Renzia D’Incà
E lo chiamano ‘Teatro sociale’

Lo chiamano Teatro sociale. Se per alcuni politici è stata, qualche volta, la classificazione compassionevole di un ghetto a basso costo, per padrini cinici un marchio un po’ spregevole e per gli opportunisti anche teatranti-talvolta purtroppo, un sottobosco di sfruttamento dei soggetti deboli, per noi, critici teatrali: cos’è?
Anche alla luce delle profonde trasformazioni politico-istituzionali (il MIB/act è di quest’estate), con in atto una involuzione dell’intero sistema culturale italiano legata alla profonda crisi economica di sistema vissuta in questo momento da tutti i Paesi europei ed occidentali, come sempre, chi ne fa le spese, in scuola pubblica come in cultura, sono le fasce più deboli della popolazione. Pensiamo allora a quelle famiglie  che oltre al peso di maggior povertà in più hanno in carico disabili, fisici e mentali, persone con disturbi adolescenziali come anoressie|bulimie che poi sfociano spesso in problemi  di patologie  a carico della sanità pubblica generalista cioè tutti noi (oggi a sua volta a gran rischio di tagli). Il ruolo del teatro a differenza delle arti terapie a cui talvolta è semplicisticamente accomunato (dalle azioni di strada a Torino anni Settanta fino alla proliferazione dei teatri nei bassi napoletani anni Duemila a bonifica di zone ad alto rischio di delinquenza minorile) poteva aver assunto una valenza politica di aggregazione e di scioglimento almeno parziale dei conflitti anche a bada di territori terre di nessuno, insomma una sorta di scudo protettivo nei confronti di realtà di emergenza sociale specie giovanile in cui la valenza relazionale che è intrinseca alla pratica teatrale, ha antropologicamente assunto significativa evidenza anche storicamente documentata.
Eppure, a volte e ancora, il cosiddetto Teatro sociale (etichetta di per sé stretta a molti che l’hanno praticata ribattesimandola magari Teatro civile o talvolta Politico) come sempre, suscitata da un atto espressivo a/sociale nato e cresciuto fuori dalle economie del teatro, può essere, e talvolta diventa, arte allo stato puro.  E lo è, di fatto, da quando è nato il teatro di ricerca novecentesco (ciò vale anche per  il cinema, con esempi davvero straordinariamente interessanti degli ultimi anni in Italia- e non cito, perché non ce n’è bisogno, dato  lo spazio intellettuale in cui stiamo interagendo).
Ciò lo sa bene chi ben conosce la storia delle avanguardie nazionali ed internazionali novecentesche in cui sia autori, uno per tutti  Beckett  che frequentò le  peggiori carceri internazionali, così come artisti ed operatori che si addentrano nel provare a tessere relazioni specie in ambito giovanile e quindi  a fare cultura per recuperare soggetti a rischio nei quartieri assediati dalla delinquenza minorile, nelle zone di mafia, di spaccio, di immigrazione insomma nel disagio sociale come nella malattia, ha nutrito la propria mescolanza  narrandola in forma appunto, d’arte e spesso con risultati d’eccellenza.
Forse e non a caso, molto giovane, per istinto e per passione seguivo le primissime esperienze di Teatro carcere del regista Armando Punzo a Volterra. Ricordo l’emozione di meraviglia mista a stupore (e ditemi se queste due emozioni non sono tangibile esperienza sensibile di visione di una forma di teatro allo stato puro) provata per un Pippo del Bono ai suoi albori visto la prima volta proprio a mezzanotte nella Piazza dei Priori (allora inserito nel festival di Roberto Bacci, era il 1999 con Barboni), seguendo poi esperienze nei Convegni appena nascenti dove ho assistito ad altri lavori, ne cito due fra i tanti, quelli di Lenz Rifrazioni e di Isolecomprese, a cura di Vito Minoia e Emilio Pozzi sui Teatri delle diversità a Cartoceto, sulla scia anche di indicazioni del mio maestro (e prefatore dei volumi che poi avrei firmato per il Teatro Politeama di Cascina) Giuliano Scabia. Voglio ricordare anche l’esperienza di Teatro sociale di Viterbo dove lavorava uno straordinario primario psichiatra prematuramente scomparso (2008) allievo di Giovanni Bollea (neuropsichiatra infantile di fama internazionale) insieme al suo staff di operatori ed insegnanti  con l’associazione Eta Beta guidata dall’amatissimo allievo Giorgio Schirripa che collaborava  anche con la Neuropsichiatria infantile pisana e Stella Maris.  Con quel gruppo e anche nel carcere viterbese, ha lavorato con suoi collaboratori Fabio Cavalli proprio in concomitanza con l’esperienza di Rebibbia e del film dei Taviani.
Nel frattempo mi occupavo per studio della ciclopica, in solitaria impresa, di Orazio Costa, che di seguaci e di “barboni”, fra Roma e Firenze ne aveva e ne ha ancora moltissimi fra i suoi ex allievi  attori e registi in quanto portatori di impegno civile e sociale appreso proprio dalla lezione umanistica del grande maestro  di intere generazioni di artisti passati dall’Accademia d’arte drammatica di Roma (ne cito solo due fra i tanti: i fiorentini Alessandra Niccolini e Paolo Coccheri).
Per  quanto riguarda un’obiezione spesso sentita dalla critica, più vecchio stampo: ma con quale linguaggio dobbiamo affrontare questo Teatro sociale? per me la risposta è semplice: quello delle categorie dell’arte e dell’analisi critica di nostra pertinenza. Punto e basta. Se poi arte non c’è, pazienza, non ne scriveremo.
Perché forse  non abbiamo recensito il lavoro di Danio Manfredini, così apprezzato anche dal mondo della psichiatria?
Forse è  per questa attenzione sensibile al fenomeno che mi sono avvicinata all’esperienza da me documentata per la Regione Toscana in due distinti step ne“Il gioco del sintomo” (Pacini Fazzi- Lucca 2002, poi in ristampa  con aggiornamenti ne “Il teatro del dolore”, Titivillus- 2012 testo adottato presso la Laurea in Riabilitazione, Facoltà di Medicina-Università di Pisa, Psichiatria) esperienza ventennale presso la Città del teatro  di Cascina diretta allora da Alessandro Garzella- (e fino al 2011), condotta dal regista con malati mentali in  collaborazione con l’USL 5 di Pisa.
Strettamente collegato con i bisogni, le urgenze, le follie del quotidiano che generazioni e generazioni di donne e uomini vivono  nella propria quotidianità tuttora ed hanno vissuto fra emergenze come: guerre, fenomenologie repressive legate al Potere di turno repressivo delle differenze ideologiche, sessuali, etniche, religiose,  oltre che ai parametri di prestazione  fisica e psichica vedi diverse abilità, quello che oggi è etichettato come Teatro sociale, aveva iniziato ad assumere nel tempo nel nostro Paese una sua distinta  autonomia fra i diversi generi teatrali più in voga almeno per un più largo pubblico di teatro.
Tuttavia nella legge regionale della Toscana, che per il triennio  segna i connotati del sistema e gli organismi che godono di risorse pubbliche, non v’è traccia di quelle che sarebbero potute  essere destinate al “teatro sociale”.
Mi sono rivolta una serie di domande cruciali sul tema, il Teatro sociale appunto, qui indagato in questo consesso così atipico per la sua-almeno  apparentemente ispirata debordianeità da parte di una neorealtà  di colleghe e colleghi di diverse generazioni dentro una convergenza mobilissima e molto individualmente tratteggiata  quale questa anarcoide di Rete Critica e proprio dentro un luogo a me particolarmente caro, il Carcere di Volterra dove ne seguo  e ho recensito i primi spettacoli per Hystrio fin dal 1990.

Credo che lo sguardo di noi critici nei confronti di spettacoli definiti semplicisticamente Teatro sociale  debba rimanere molto indipendente ed in autonomia di giudizio personale e responsabile-come deve essere per deontologia professionale da parte di una categoria come la nostra, quella di giornalisti esperti di cultura che hanno avuto ed hanno esperienze di spazi sia cartacei che in web. Attenti alle mutazioni, alle riflessioni critiche sul nostro lavoro, ma anche intellettuali pronti a scendere in campo e sporcarci le mani.
Personalmente ho attraversato un percorso di ricerca decennale da osservatrice  esterna sin dal 2000 presso la Città del Teatro di Cascina dei processi di lavoro operanti in quello che era il secondo polo regionale toscano di  Teatro stabile di Innovazione ed ho visto alcune straordinarie esperienze di ricerca laboratoriali protette con pazienti psichiatrici. Da quei laboratori sono emerse due personalità di pazienti inseriti in percorsi di inserimento lavorativo come attori. Ne sono nati tre spettacoli che hanno girato in Toscana e altrove fra cui mi piace ricordare Re nudo, diretti da Alessandro Garzella.  In questi lavori ( anche descritti nel volume Il teatro del dolore) si sono mescolate le utenze psichiatriche con attori professionisti. Ci sono testimonianze tradotte in film-video molto forti di quelle esperienze laboratoriali, fra cui quella di Giacomo  Verde e di  Daniele Segre.

Perché non ricordare, a questo punto, il lavoro di Misculin?

venerdì 18 luglio 2014

Teatro Carcere
Pinocchio #2
SCENA PADRE  di  Elisa Taddei                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            
 Posted  di Renzia D’Incà

Sollicciano

 Quando, da molto tempo , ti rendi conto che aver da sempre frequentato in Toscana  i lavori teatrali all’interno di carceri ( Pisa, Volterra , Firenze, e poi  Arezzo, Prato e da ultimo  Pistoia) e i tentativi, fruttuosi , secondo una politica  della Regione  nata col progetto  Porto Franco nel 1999 (idea lungimirante, legata alla consapevolezza e necessità dell’integrazione politica sociale e culturale fra diverse identità  geopolitiche in virtù della logica  che tutti noi, migranti e cittadini,  abbiamo bisogno degli altri, che  tutti noi cadiamo o possiamo cadere vittime  nella rete del Gatto e la Volpe), incontrare il lavoro di Elisa  Taddei, è  stato cartina di tornasole rivelatrice di una sia pur aspra sensibilità comune.
La Taddei è giovane regista, che  senza dubbio ha esplorato su di sé  il coraggio delle donne ed  artiste,  fino ad intercettare  nella  sua formazione professionale, nientemeno che  Iben Nagel Rasmussen ( attrice storica dell’Odin Teatret)- oggetto della sua tesi di laurea al Dams di Bologna,  per poi  lavorare con detenuti  sempre in quel di  Bologna  presso la  Casa circondariale a Dozza.  Quando poi scopri che anche lei aveva   visto-come me  a Castiglioncello (o dintorni) io personalmente dentro una  Casa del Popolo (con accanto l’osteria, colle urla, le grida del cosiddetto “popolo”): il “ Kohlhoass” di Baliani che ci ha aperto strade speciali-ben oltre quello che sarebbe poi stato definito  teatro di narrazione, bè allora comprendi perché certe strade si riconoscano.
Inoltre un’altra traccia di memoria  si affida al mio rapporto professionale  col trimestrale  storico Il Grande Vetro di Santa Croce sull’Arno con cui ho collaborato a suo tempo  e  per cui ero anche stata là, al carcere di  Sollicciano ai tempi della neonata o quasi FI PI LI che velocemente portava i toscani di mare dal Tirreno alle fiorentinità , per ascoltare i racconti di chi in quel carcere aveva provato a far raccontare storie- le loro storie   quelle dei detenuti,  allora rifletti che il terreno culturale di questo Paese  attraverso  la forma  teatro, può essere ancora uno spazio di  condivisione di intelligenza, memoria e risorsa essenziale anche e ancora del  far politica  e di produrre senso e conoscenza.

Il progetto di Elisa Taddei nasce nel 2004 col suo gruppo Krill approvato dal Coordinamento Teatro e Carcere entro le mura di  Sollicciano, nel comune di Scandicci immediata periferia di Firenze, da parte della Regione Toscana e dal 2005 ha il sostegno della Fondazione Carlo Marchi che opera” per la diffusione della cultura e del civismo in Italia”.
Questa versione di Pinocchio #2 ( in occasione dei festeggiamenti del decennale di  presenza e produzione continua di spettacoli del Krill) ha visto coinvolti due generazioni di detenuti, i giovani e gli anziani, i padri e i figli,  due gruppi distinti insomma che hanno lavorato, anche drammaturgicamente all’interno dei laboratori che precedono come di consueto accade allestimento del lavoro. Fra Geppetti e  Pinocchi- padri adottivi anzianotti e figli un po’ degeneri  circola un’aria viziata stracarica di umori  che ricalcano non tanto e non solo il naturale gap generazionale che tutte le generazioni passate hanno più o meno sperimentato ma si alimenta di un humus assai contemporaneo  nella nostra società italiana che è quella della novità di chi si interroga, da adulto più o meno consapevole, sulla sostanza dei propri figli legittimi o meno, insomma sulle sorti umane e progressive del proprio lascito spirituale e culturale.
Se i parametri antropologici e sul filo psicologico: archetipici, sono più o meno gli stessi di sempre, quelli che hanno attraversato il climax della nostra cultura occidentale, la Taddei sembra aver scelto una linea di pensiero che attraversa e contagia le diverse anime che ribolliscono nell’osservatorio comune che è materia peculiare dei nostri tempi: meticciati, confusione di ruoli, fine definitiva del ruolo tradizionale della famiglia italiota con conseguente perdita di identità fra padri, madri e figli. Non a caso nella scrittura drammaturgica sono entrate schegge di brani tratti da La pecora nera di Ascanio Celestini e da Gli sdraiati di Michele Serra, due intellettuali di generazioni diverse entrambi attenti ai cambiamenti.
Non a caso gran parte fra Pinocchi e Geppetti della Compagnia del Carcere di Sollicciano hanno nomi stranieri (mentre il progetto Krill è stato anche contaminato dalla collaborazione di un gruppo di studenti disabili del Liceo Artistico di Porta Romana, centro cool della fiorentinità).

 Lo spettacolo gira veloce, dinamico nelle due apparentemente semplici  contrappuntistiche varianti dei vecchi e dei giovani, ripercorrendo molto a volo d’uccello le straordinarie suggestioni collodiane. Semplici ma estrosi  i costumi e le maschere tutti rigorosamente  poveri

E allora chi sono i Telemachi e chi gli Anchise? quanto è di moda questa prescrizione intellettual-internettiana?

E se in  finale si appalesa la Fata Turchina madre nonna zia ma anziana che da leggio non fa morali ma prova a ricucire, solo come le donne sanno fare, ciò che nella vita conta, davvero.

Regia di Elisa Taddei
Visto a Sollicciano-Firenze  il 27 giugno 2014





martedì 15 luglio 2014

ANIMALI CELESTI/teatro d’arte civile e Atelier Re Giallo, con il patrocinio del Comune di Pisa e di altre istituzioni territoriali, segnalano con particolare piacere l’imminente avvio di un progetto di formazione e ricerca programmato a partire dal prossimo mese di ottobre:

DIS/SENSI

scuola gestalt teatro

... DIS/SENSI è una scuola di alta formazione e ricerca che opera attraverso la metodologia del gioco del sintomo, utilizzando le tecniche gestalt per ampliare le capacità di ascolto, di analisi e di espressione artistica...
... DIS/SENSI si rivolge a tutti coloro che, per motivi personali o professionali, sono interessati ad esplorare il proprio dissenso e quello altrui, il libero agire dell'espressione, le pratiche teatrali e pittoriche, i linguaggi della diversità …
DIS/SENSI è un progetto nato per combattere la malattia dell'indifferenza attraverso l'ascolto attivo delle emozioni, delle nevrosi o psicosi personali e sociali …
... DIS/SENSI è un percorso teorico pratico che si articolerà in un triennio per tutti coloro che vorranno completare il ciclo formativo e acquisire il titolo di “counselor gestalt a mediazione artistica nella gestione del disagio” ... 
PRINCIPALI AMBITI D’APPRENDIMENTO: improvvisazione teatrale applicando la metodologia e le tecniche del gioco del sintomo, ascolto ed espressione dell’alterità, socializzazione critica dei propri bisogni, studio degli aspetti caratteriali, pratiche sui linguaggi artistici, verbali ed extra verbali, dinamiche di gruppo, relazione d’aiuto/empatia  ...
FINALITA’: gli operatori socio sanitari (educatori, tecnici di riabilitazione, insegnanti di sostegno, assistenti sociali, ecc.), gli artisti e i frequentatori interessati all’esperienza per motivi puramente personali acquisiranno competenze teorico pratiche nell'accoglienza e nell’espressione del disagio attraverso sperimentazioni artistiche e processi creativi finalizzati a sostenere la convivenza emotiva, cognitiva e comportamentale, valorizzando l’espressione delle alterità in rapporto alle comunità sociali di riferimento ...  

LA SCUOLA -  diretta da Desy Vanni e Alessandro Garzella che selezioneranno personalmente i partecipanti - per il primo anno prevede 33 giornate di incontro nel periodo ottobre 2014 / giugno 2015 

lunedì 14 luglio 2014

Piccoli esercizi per il buon morire- Enrique Vargas  al Funaro PUBBLICATO su Rumorscena

Pistoia
Posted by Renzia D’Incà

Quando si incrociano personalità artistiche di spessore internazionale, grandi maestri come Enrique  Vargas, colombiano, regista e ricercatore teatrale, antropologo fondatore del Teatro de los Sentidos  -compagnia  internazionale residente a Barcellona, ti aspetti il massimo dell’emozione, del coinvolgimento, dello spiazzamento anche, come al teatro di sperimentazione e ricerca si deve chiedere da spettatori-Viaggiatori della vita e delle esperienze teatrali  d’eccezione. In Italia abbiamo avuto: Grotowski, Eugenio Barba, Leo de Berardinis  e fino allo stesso Vargas visto nel 2005 alla Città del Teatro in El eco della Sombra, straordinario viaggio per visitatore solitario commissionato dalla Fondazione Andersen di Copenaghen.
Ebbene, ciò è accaduto. La promessa è stata mantenuta. Anche questa volta la regia e drammaturgia di Vargas in Piccoli esercizi per il buon morire, lascia segni indelebili sulla pelle di chiunque voglia  avventurarsi dentro i labirinti della teatralità dove il rito-mito, inteso come rappresentazione cosmica che passa attraverso il corpo degli officianti-commemoranti si fa gioco, consustanzialità, elaborazione condivisa di un passaggio simbolico  ma molto nel segno del sensoriale, secondo la metodologia di lavoro ideata dal colombiano, che al Funaro ha  adesso residenza artistica.
E cosa c’è di più umano della mescolanza dei corpi dentro uno spazio scelto per la con-divisione di  voci sesso mense funerali notti giorni abiti sogni danze musiche scritture testamenti, magari inscritti in una stanza buia, segreta, la stanza onirica dei sogni delle passioni delle morti dei desideri, che è la stanza dell’elaborazione e della memoria del nostro inconscio, magari anche perché comunque a teatro siamo, è inconscio collettivo?
E così si ri|parte da spettatori-Viaggiatoridella vita, dalla fisicità concreta di oltre cinquanta persone, diverse età, nel cortile del Funaro, dove a tutti viene chiesto di lasciare borse occhiali orologi-anche le scarpe e a piedi nudi  sotto un bel sole del tardo pomeriggio toscano (qualcuno però si eclissa), viene applicata una benda nera sugli occhi.
Così, ciechi, allacciati affidati mano sulle spalle in fila indiana ma fiduciosi l’uno del passo breve, claudicante dell’altro a cui ci si appoggia, guidati da una attrice fra gli Abitanti (una Beatrice in abito bianco, speziata al profumo di cannella) veniamo introdotti alla sacralità dell’evento.
Due le porte d’ingresso, quella che avvia all’esercizio del “buon morire”, l’altra, che si rivelerà nel finale  essere la stessa, perché comune lo spazio interno quale specchio dell’identica proiezione, quella all’esercizio della “buona vita”a cui proprio lo stesso Vargas propone all’ignaro viandante di scegliere fin dal cortile: scegliete la vostra porta, quale preferite?  esercitarci per la vita o per la morte? provocazione  estrema che già di per sé crea due ali, il pubblico si divide fra un di qua e un altrettanto improbabile di là…
“Siamo le domande che viviamo. Alcuni di noi passano la vita senza esprimerle o darle forma. Altri scelgono la passività del fanatico che si dà risposte indiscutibili. L'esperienza poetica è un ingresso al mondo dei morti che celebrano la vita, o un ingresso al mondo dei vivi che celebrano la morte.“Esercizi” di ricerca dell'altro che sta in ognuno di noi “.
Così recita in brochure l’invito, firmato dallo stesso Enrique.
Insomma, la nostra Beatrice dantesca ci accompagna oltre la doppia porta, in un doppio enigmatico, due gruppi alla ricerca di identità frammentate polarizzate ma senza passare, per fortuna, dal fiume dominato da  Caronte (già oltrepassato invece in solitaria e con sgomento nell’Eco de la Sombra alla Città del Teatro a Cascina).
Dentro: il dentro, rigorosamente al buio con poche tracce di luce- cosa vediamo delle nostre esistenze? e fino alla fine che succede? Tutto e niente, come nella vita dove vedi e non vedi. Arriva una Madre-di là un Padre (nel senso di un maschile) che ti fa accomodare su una sedia, poi ti lava le mani (buio: rumore dell’acqua nel secchio, sensazioni allo stato puro, la Madre ti pulisce, ti lava, poi ti asciuga, semplici gesti del rassettare il tuo vestito rimesso in ordine- siamo allo status Bambino), e poi lo psicodramma della vita: in una stanza, freudianamente, di là un uomo e una donna fanno l’amore. Poi qualcuno nasce|muore, tutto si consuma o si trasforma. Appare una bara: bisogna tastare-letteralmente, il morto, questo pensiamo che ci sia sotto il lenzuolo bianco. Invece poi la scena cambia: si mangia-rito collettivo (ricorda le ritualità commensali di  Eugenio Barba frequentate a Pontedera da Roberto Bacci o il Thierry Salmon che rivisita i greci a Volterra o in Sicilia innamorato com’era delle figure marziali femminili). Sotto (o sopra)il cadavere bisogna vivere, vivere e brindare. A piccoli gruppi che sempre si scompongono. E allora, dopo ci si alza tutti in piedi e si balla un valzer lento, un classico rito collettivo  fra coppie però simbolicamente allacciati ad una maschera che introduce il ballo fra Morte|Vita, accompagnati da una allegra e un po’ triste orchestrina che sembra improvvisata, ma non è.
Nel finale si lasciano scritture individuali ma collettive(cosa lasceresti scritto in occasione della tua morte?) su carte riciclate-in alto sul soffitto una fioca luce lascia intravedere appesi o stesi panni modello camicie, in un ulteriore passaggio drammaturgico dove sotto una torcia da giardino-di nuovo l’oscurità, ciascuno la propria in una apparente confusione dove i gruppi Vita|Morte coi loro“esercizi”- anche se piccoli, si reintegrano ricompongono e scompongono grazie agli Abitanti-Attori aiutanti, scritti delle proprie personali memorie assolutamente individuali. Che forse, qualcuno, intercetterà nel bosco dei segni, delle memorie che da dentro il petto, il cuore, i desideri, che da singole diventeranno collettive inscritte nella storia delle generazioni. Affidate ancora ad una donna (forse una Parca, non si sa se buona, è in azione con una vecchia macchina da cucire)nell’ultima stanza tappezzata a festoni di cuciture fra foglio e foglio, che le cuce carta su carte in una improbabile tessitura infinita di parole ma possibile mappa- Borges insegna, di percorsi intrecci (qui di nuovo il segno di Vargas  e dei sudamericani coi suoi-loro  Labirinti).
Così l’ultima stanza, quella prima della porta che ci farà uscire e ricomporre-colla vita? colla morte? è intrecci di carte, carte di carte, mappe di destini in cammino, storie le nostre, quelle di chi è vissuto prima di noi lasciando in eredità a ciascuno di noi il proprio desiderio, con la propria provvisorietà e solitudine, a raccontare  il racconto delle loro e nostre vite.
Regia e drammaturgia Enrique Vargas
Coordinamento artistico Patrizia Menichelli
Disegno dello spazio Gabriella Salvaterra
Direzione musicale Stephane Laidet
Paesaggio olfattivo Nelson Jara e Giovanna pezzullo
Costumi e maschere Patrizia  Menichelli
Visto al Funaro, Pistoia  il 28 Giugno 2014

lunedì 2 giugno 2014

Teatro Metropopolare  H20tello  in carcere
Posted by Renzia  D’Incà
Prato

La Toscana è da molti anni oramai regione impegnata  a sostenere  progetti di formazione  e produzione teatrale nelle carceri con risultati talvolta anche  di straordinario valore artistico. Ma non solo Volterra è sede di sperimentazioni, anche  diversi altri spazi carcerari si sono aperti alla pratica teatrale  e fra questi La Dogaia a Prato dove da alcuni anni opera la giovane regista Livia Gionfrida col suo gruppo  Teatro  Metro popolare. Da molti anni la regista opera con la sezione maschile con laboratori che si concludono con la messa in scena di uno spettacolo aperto al pubblico mentre le repliche sono esclusivamente dedicate ai detenuti.
La regista ha scelto di lavorare su Shakespeare con una programmazione triennale. La trilogia si è conclusa proprio quest’anno con una riscrittura dell’Otello.
Di cosa parla l’Otello?-scrive in una nota di regia la Gionfrida. Tantissime possono essere le trame che ogni volta si possono rintracciare in ogni opera di Shakespeare, ma noi ci siamo concentrati su una cosa soltanto: perchè  un uomo come Otello si trova protagonista e artefice di un femminicidio? Che cosa ne pensano i detenuti del carcere di Prato della violenza sulle donne? Come sarà accolta la nostra opera dal pubblico dei detenuti per i quali facciamo le nostre repliche?
Con questa premessa  in testa ci siamo incamminati nei corridoi infiniti del carcere fino a raggiungere lo spazio dell’azione: una palestra o meglio un campo di basket con alcuni attori-detenuti in maglietta numerata ad accoglierci. Vengono distribuite delle bottigliette d’acqua con sopra la scritta H20tello, una sollecitazione mentale che apre una chiave di lettura sull’intera operazione sia scenografica che di regia. L’acqua infatti  raffigura lo spazio  del simbolico femminile- dalla parte di Desdemona quindi, ma è anche la suggestione dello spazio in cui avviene la trama della tragedia del Moro: Venezia ma anche Cipro e quindi il mare. Ecco che allora grandi contenitori d’acqua vengono trasportati su e giù per lo spazio scenico su carrelli di portavivande  mentre si svolge la “partita” fra Otello e Jago con un coro di altri  copratagonisti personaggi-giocatori. Otello  il Moro è impersonato da un attore marocchino, Desdemona è bianca come la neve, il padre Brabanzio gran signore di Venezia  recita con forte accento inglese  e abito moderno in linea. Gli attori-detenuti sono tutti stranieri (purtroppo nelle carceri italiane abbondano per complesse ragioni), le nazionalità sono albanesi ( Jago), il Coro un mix di razze: Africa,Albania, Polonia, Romania, Brasile.
La narrazione delle vicende della tragedia avviene in modo rapsodico, si alternano azioni sceniche veloci e atletiche- passaggi di palla, arrampicate sulle strutture delle porte che sostengono i due canestri. Dalla scena del  fazzoletto (con una Erminia picchiata e ricattata da  Jago) fino al climax del delirio di gelosia di Otello è un crescendo di pathos. Lo spazio è interamente occupato dal Coro-giocatori come in un match all’ultimo canestro.  Straordinariamente  efficace la scena che precede  l’assassinio della sposa innocente, con Otello al centro della scena in preda al  delirio: come da tragedia greca, qui le Erinni si trasformano in scimmie ululanti  con addosso occhiali enormi da sub che danzano intorno all’uomo in un macabro rito. Le ossessioni, le paure, le fantasie, le allucinazioni sonore- cornuto, gli sghignazzi prendono voce dentro la testa del Moro fino a farlo impazzire.  Segue un’altra scena molto densa con gli attori-coro che immergono la testa dentro secchi d’acqua-l’atto dell’affogare, e di nuovo ricorre ossessivo l’elemento acqua, lo sprofondare dentro un’acqua che anziché vita porta morte.
Insomma uno spettacolo coraggioso, ricco di invenzioni e di spunti originali questo firmato dalla Livia Gionfrida, esile donna che combatte ogni giorno con le difficoltà del portare avanti la sua ricerca artistica in un luogo difficile qual’è quello del carcere e che con piglio volitivo riesce a trasformare uno spazio chiuso  per persone private della libertà in un mondo possibile altro, creativo giocoso ed anche di arricchimento intellettuale.

Teatro Metropopolare
Regia Livia Gionfrida


Visto il 23 maggio   Prato Carcere La Dogaia 

domenica 1 giugno 2014

Anna Meacci è Romanina. La nascita di un cigno
Nella giornata internazionale contro omofobia e transfobia

Firenze
Posted by Renzia D’Incà

Ripercorrere tutte le fasi del lavoro su Romanina non è facile perché è una storia lunga 18 anni- così  esordisce Anna Meacci in una sua mail molto intensa e ricca di particolari dove mi racconta come e perché si è innamorata della storia di questa straordinaria persona. Del resto come sarebbe potuto non succedere quando la sensibilità estrema  dell’attrice porta ad una empatia altrettanto estrema per una figura emblematica, quella del più “ famoso travestito di Firenze” che fa da valore aggiunto alla dote intrinseca di generosità  e di giusto coraggio  che deve essere naturale in chi sceglie  il mestiere del palcoscenico?
La  Anna,  quella Anna che aveva sposato  con grande passione questa idea che come chiodo fisso ripeteva agli amici teatranti (oltre che alla sua agenzia di allora), nel frattempo aveva realizzato  e messo in scena con Dodi Conti e  Katia Beni: I monologhi della vagina e  Un due tre chiacchiere.
Dunque il percorso è  stato lungo e anche accidentato perchè questa serata fiorentina, ospite il Teatro delle Spiagge, Compagnia Teatri d’Imbarco diretto da Nicola Zavagli e Beatrice Visibelli,  da sempre molto attento ai temi della solidarietà e del sociale, ripropone  e rilancia questo lavoro scritto a quattro mani dalla stessa Meacci con Luca Scarlini-che all’attrice dopo un’esperienza teatrale  invitata da Vladimir Luxuria per  le serate  romane di Mucca Assassina  nel lontano 1996, aveva suggerito di leggersi la storia di Romano Cecconi, nato in un paesino della Garfagnana poi fiorentino e adesso bolognese.
Si tratta del diario della complessa e delicata(nell’accezione di intima) storia di una transessuale,  di un uomo che si sentiva donna e viveva da donna e che ad un certo punto della propria esistenza ha avuto il coraggio di trasformare, anche chirurgicamente, il suo status anagrafico. Sembrerebbe una questione nota, almeno  a livello di rotocalco, per le genti italiche  televisivamente ‘edotte’ ed anche per una certa politica. E invece: e invece questo lavoro è andato in scena per la prima volta nove anni fa grazie all’intuizione  e al coraggio utopistico di Massimo Paganelli  che affidò la regia a Giovanni  Guerrieri col contributo fondamentale di Barbara Nativi (il debutto a  Sesto  fiorentino, Teatro della Limonaia nel novembre 2005 corredato da una mostra fotografica), una conferenza stampa al Teatro del Sale con l’arrivo di Romina  da star fra frotte di fotografi e con a seguire alcune repliche con gran successo specie di pubblico.
Mi scrive Anna: durante le tre settimane di repliche, ho visto di fronte a me persone di ogni età e stato sociale. Gay, lesbiche, transessuali, eterosessuali, un’umanità eterogenea che rideva e si commuoveva assieme a Romina e a me. Dopo questo primo step di percorso il lavoro è andato in tournée per la penisola. Amato dal pubblico  e dai teatranti ma non dalla politica  per pregiudizi espliciti sul tema, qualche volta anche da parte di associazioni di genere. Il lavoro è stato ospitato solo dal Gay pride di Torino.

Tornato alla grande sul palcoscenico da tutto esaurito delle due serate fiorentine “ Romanina” è un lavoro godibilissimo con una Anna  Meacci strepitosa.
In scena con abito attillatissimo e paillette, pelliccia bianca, una  scena  vuota con in terra solo  coppie di scarpe di varie fogge,  la storia di Romanina è  raccontata con glamour e delicatezza anche nelle sue crudezze più inenarrabili( prostituzione, carcere, confino, abusi,  e anche violenze che l’hanno costretta a fuggire da Firenze) con una leggerezza commovente. Una prova d’attrice di coraggio e un pubblico straboccante, curioso e molto divertito


Con Anna   Meacci
Regia Giovanni Guerrieri
Compagnia Teatri d’ Imbarco di Nicola Zavagli e Beatrice Visibelli

Teatro delle Spiagge, Firenze 17 maggio