Andrea Trapani- Compagnia Biancofango
Fragile show- da Il soccombente di Thomas Bernhard-Compagnia Biancofango in Rassegna Teatri di confine . Visto al Teatro Lux,Pisa
Fragile show, uno spettacolo della Compagnia Biancofongo, è il terzo lavoro della trilogia dedicata dal gruppo romano all'approfondimento del tema dell'"inettitudine" umana. L'incapacità ad essere adeguati, il malessere esistenziale del non saper rispondere alle richieste altrui o semplicemente a trovare il modo di far corrispondere la realtà al proprio desiderio, è tracciata attraverso una rilettura che prende a pre-testo il romanzo Il soccombente del viennese Thomas Bernhard, il più importante scrittore e drammaturgo austriaco della secondà metà del Novecento. Partendo dal finale del romanzo, la drammaturgia e regia di Francesca Macrì e Andrea Trapani (anche unico attore in scena), si dilata in una indagine sulla personalità di Mastino- alter ego del protagonista- il soccombente Werthaimer protagonista delle pagine di Bernhard-esplorando le dinamiche distruttive ed autodistruttive di una personalità che non accetta la sconfitta e che nella competizione della vita è sempre nevroticamente al confronto con l'altro da sé, un perdente. Certo, confrontarsi con Glenn Gould, il più geniale pianista del secolo scorso- così come ci racconta Bernhard nelle sue straordinarie pagine, non è cosa da non lasciar tracce anche sul più controllato dei concorrenti musicisti- ma Weirthaimer -Mastino soffre di una malattia più sottile, divorato da un'invidia senza remissione nè consolazione alcuna. La drammaturgia sposta la narrazione-un monologo di effetto scritto sul corpo di Andrea Trapani in una prova di oltre un ora e un quarto di massacrante fisicità-in una Firenze straniata, irriconoscibile, molto molto competitiva. Il protagonista, nel suo masochistico gioco all'auto massacro, decide di dare una festa, festa in cui invita i suoi ex compagni di conservatorio. Che si dvertono, intrecciano pettegolezzi, amorazzi, danze e brindisi. Mastino osserva da una panchina lo spettacolo della sua sconfitta. Non riesce a far finta di divertirsi o divertirsi, tout court- nel senso etimologixco del termine. Mastino si autodivora in un crescendo di rabbia.
Chissà forse in questo interrogarsi dei due coautori di Fragile show, c'è anche l'interogarsi degli artisti sul proprio fare, sempre inadeguato, mai abbastanza elogiato o forse semplicemente considerato, mentre la recita della vita sta fuori dal palcoscenico.
NOOSFERA LUCIGNOLO di e con Roberto Latini Compagnia Fortebraccio Teatro
Visto a Castiglioncello- Festival Inequilibrio Fondazione ARMUNIA
Castiglioncello.Uno dei lavori più interessanti e di enorme impatto emozionale della stagione in corso è Noosfera Lucignolo, un monologo scritto e interpretato da uno degli attori più dotati della sua generazione, Roberto Latini che in una prova da performer ha realizzato, anche drammaturgicamente, un piccolo manuale di senso sulla situazione esistenziale dei trentenni e quarantenni di questo ingrato Paese in cui viviamo. Prendendo a metafora il personaggio Lucignolo, un adolescente parecchio cresciutello in parrucca bionda molto cool ma in abiti cenciosi e impolverati, Latini impasta una monologo ispirato a Pinocchio concentrandosi sulla figura di Lucignolo, un Lucignolo sbandato ma profondamente irretito da una insana angoscia di morte. Il Paese del Balocchi che vorrebbe raggiungere è una meta imprecisata, irraggiungibile, non alla sua portata anche se è quello il Paese che il Potere ci propina come luogo di realizzazione dei più imprecisati desideri- la nostra Italia che sprofonda nel Basso Impero, la fine della seconda Repubblica?. La scena è vuota, un rettangolo bianco disegnato sulla scena, una sedia, un fondale completamente bianco, un cappio che scende dall'alto sopra la testa del protagonista: "Cosa accadrebbe se in un Paese che ... c'era una volta e c'è ancora..." così esordisce Latini. Uno spazio prigione, senza speranza, senza futuro ma denso di una tensione esemplare verso il raggiungimento dell'albero della cuccagna, quell'albero fiorito di doni che la società dello spettacolo consumistico ha inculcato alle nuove generazioni. L'illusione-disillusione del protagonista teso in uno spasmo fra l'andare verso e l'essere estromesso, cacciato rifiutato è rappresentata attraverso una gestualità spezzata, franta, costretta nello spazio fra la sedia e il quadrato bianco tracciato sulla scena, da una recitazione irta di risate isteriche, azioni accennate e bloccate in un nevrotico su e giù avanti e indietro nell'interrogarsi sul destino appoggiandosi a frasi sconnesse " l'immondo mondo, lo strazio di questo spazio", sottolineate da musiche originali e soprattutto suoni elettronici di Gianluca Misiti e le luci di Max Mugnai. La trasformazione in ciuco avverrà, ma avviene nel passaggio ambiguo disegnato dalla metafora dello strangolamento, in un passaggio dalla vita alla morte in cui il cappio sinistramente si abbassa sulla seggiola, vuota. La luce si spegne per riaccendersi su un livido neon. Il ciuco-attore però non trapassa nel Paese del Balocchi ma in una dimensione in bilico fra la premorte o il passaggio fra la vita uterina e l'espulsione dal corpo della madre.
La scena-stanza si riempie d'acqua, Latini si spoglia, ci sprofonda, non riesca più ad uscirne. L'atmosfera si fa sempre più inquietante nella sua sottilissima trama metaforica mentre l'attore ci offre una scena da performer memorabile punteggiata dalla macchina sonora abilmente tracciata dal tecnico del suono e compositore.
Il senso dell'intrappolamento è potente, il disagio dell'attore-Lucignolo è il disagio di un intero mondo che si interroga sul destino dei propri figli, sospesi fra un essere nati e un essere morti. Fra un non essere nati e un quasi essere morti. Peccato che in mezzo non solo non ci sia il promesso Paese di Balocchi, ma neanche la vita.
Poggibonsi. Sul confine. Di Gabriele Di Luca con Di Luca Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi
Al Teatro Verdi ieri sera una prova d'autore in essenzialità ed eleganza. Prodotto dalla giovane Compagnia formatasi a Udine presso la Scuola d'Arte Drammatica Nico Pepe, lo spettacolo Sul confine, per la drammaturgia di Gabriele Di Luca anche in scena insieme a Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi è un esempio interessante per questa stagione teatrale di come le nuove leve siano in grado di pensare e ripensare la scena italiana grazie a idee originali, ottime scuole di riferimento anche internazionali, in grado di offrire emozioni, riflessioni sulla contemporaneità giovanile e sociale, senza il vizio italico della retorica e del moralismo. Una prova in bilico fra coreografia e drammaturgia- efficace, per squarci e per frammenti ma molto ben integrata alle azioni. La tematica dellla guerra come operazione di pace, il coinvolgimento quasi occasionale, niente affatto politico di tre ragazzi coetanei alle prese con lavoretti mal retribuiti o non adeguati, insomma l'occasione che può cambiare la vita guadagando in fretta ciò che invece farebbe faticare per mesi e mesi, l'incontro su un metafisico campo di guerra, atmosfere rarefatte fra la notte e il giorno- accattivante e funzionale il gioco-danza delle torce fra i corpi allenati e induriti dalle prime shoccanti esperienze. No, la missione di pace non è decisamente una missione per la pace ma una sporca guerra da dove forse non si tornerà più, contaminati dall'uranio, nascosti dalle alte sfere per non creare panico fra i commilitoni. Segreti dell'Esercito italiano specie sul fronte dei Balcani
Il lavoro che è valso a Gabriele Di Luca il primo Premio Tuttoteatro.com dedicato al compianto Dante Cappelletti, è davvero un buon esempio di come i trentenni sappiano lavorare in strettezze di mezzi ma straordinaria energia di idee e muscolarità, come deve essere un teatro di movimento come questo testo sembra sugger4ire. Belle anche le musiche, ritmate, di Massimiliano Setti.
Cascina. La città del teatro. Festival Metamorfosi -giugno 2010 Sacchi di sabbia- Don Giovanni
Spregiudicato, irriverente, divertente e anche molto sorprendente questo nuovo lavoro dei Sacchi di Sabbia diretto da Giovanni Guerrieri ispirato al capolavoro mozartianoLa partitura musicale viene"eseguita" da un coro di bambini vestito in abiti stile ventennio attraverso una sorta di rielaborazione-imitazione vocale delle principali arie, seguendone anche le tracce sonore e paralinguistiche- insomma vi si riconosce l'opera almeno in senso generale, ma solo mediante rumori, schiocchi di labbra, lallazioni alla maniera dei poppanti in un operazione assolutamente impressionistica, apparentemente derisoria, in realtà un omaggio infantil-clawnesco come solo i piccoli sanno fare nel restiuire suoni e significanti. Si ride, ci si sorprende delle trovate, della microgestualità che accompagna lo " spartito" in esecuzione in un crescendo di coinvolgimento leggero ma insieme profondo. Il pastiche linguistico è veramente una operazione di rilettura mozartiana degno della lievità del grande compositore.
I Sacchi, che nel per il loro percorso artistico di sperimentazione specie nel comico hanno ottenuto l'UBU nel 2008, con questo lavoro si confermano come una delle formazioni più attente alla contaminazione linguistica in teatro, con attenzione al fumetto, alla letteratura, al cinema. Il progetto di Giovanni Guerrieri è insieme a Giulia Solano, Arianna Benvenuti, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Matteo Pizzanelli, Federico Polacci.
Castiglioncello. Castello Pasquini. Rumori di acque- di Marco Martinelli. Con Alessandro Renda
Monologo serratissimo, intriso di forza evocativa, durissima denuncia sociale, questo Rumori di acque, scritto da Marco Martinelli, anche regista insieme alla compagna storica Ermanna Montanari a cui è stato affidato la cura dello spazio, delle luci e dei costumi. In scena uno straordinario Alessandro Renda, performer dalla vocalita impressionante. Sessanta minuti di apnea, per lo spettatore, rapito dall'ascolto visionario delle parole di un dittatore di una non precisata isola mediterranea- un francobollo d'isola- alle prese con la conta dei morti. I morti sono i morti delle carrette del mare. Quelli fuggiti con mezzi di fortuna dalle coste libiche-tunisine per la terra promessa, la Sicilia , l'Italia.
Una computisteria da nevrosi ossessivo compulsiva- o da caserma, appunto, tratteggia un monologo delirante: è la conta del morti che quest'uomo, che poi svela essere un " appuntato" del diavolo, a fare da motore centro e propulsore della macchina di scena.
Macchina che poi si riduce ad una pedana dove il dittatore, contrappuntato da patacche inutili sulla divisa, si contorce con un microfono ad asta con dietro uno schermo dove solo e solo si riproducono cifre. Cifre e ossessioni. Quante morti ai pesci? i pesci che si pappano i corpi di chi non è mai sbarcato. Microstorie si intrecciano nella narrazione del folle. Nomi arabi. di giovani uomi di giovani donne. tutte e tutti in aspettativa di vita. migliore e poi finiti in pasto al mare.
In scena, col dittatore dell'isola che non c'è, due straordinari musicisti e cantanti, i fratelli Mancuso. Entrano in perfetta sintonia col capo, ma la loro storia , narrata con canti e suoni di una malinconicità avvincente, da ballata popolare, raccontano un'altra storia. Struggente e drammatica.
Marco Martinelli lavora da alcuni anni a Mazara del Vallo. Ha ascoltato tante storie di migranti. Lavora coi bambini della comunità tunisina di Mazara insieme a Ermanna.
Una storia che si ripete nel canale di Sicilia. Una storia che dovrebbe avere una fine. A chi fa teatro, un certo tipo di teatro militante, non resta che raccontarla.
Rumori d'acque è testimonianza viva e fedele di un percorso artistico di gran respiro. Di una vivida solidarietà con gli ultimi. Quelli che neanche i pesci possono riconoscere. se non come numeri, come accadeva nei lager nazisti.
Teatro di Lastra a Signa- Firenze- Da Otello di Gianfranco Pedullà con Antonio Rignanese
Una regia a quattro mani per una collaborazione già storicizzata in spettacoli come il recente Woyzeck- una versione per il serale di un testo che Gianfranco aveva già messo in scena ad Arezzo coi detenuti nella sua lunga esperienza con la compagnia del carcere(oggi chiuso, per ristrutturazione).
Uno scoppiettante autore e attore comico come Nicola Rignanese, noto anche per le sue apparizioni televisive- ricordiamo fra le altre la collaborazione con Antonio Albanese-nonché per essere stato protagonista del lavoro di Armando Punzo Teatro No fine anni Novanta.
Il lavoro, l'Otello, appunto, è segnale di uno spostamento in atto anzi, direi, uno spiazzamento rispetto al persorso artistico di Pedullà legato sia al soggetto drammaturgico-un classico della tragedia, nella traduzione di Salvatore Quasimodo, allo spazio teatrale, nuovo e molto bello del teatro di Lastra a Signa di cui Pedullà è diventato direttore artistico, che nasce nel solco di una non facile operazione di r istrutturazione del senso del fare teatro in una Regione che patisce il gap teatral- nazionale, ma contemporaneamente reagisce con idee proposte coraggiose e innovative
Avevo conosciuto Pedullà in qualità di studioso e come regista di teatro-carcere nell'ambito del progetto regionale del settore, lo ritrovo direttore artistico di un teatro rivalorizzato nelle vesti anche di regista di una operazione davvero particolare, insieme ad un attore come Rignanese.
Otello è un testo tragico, complesso, che si è prestato alle più diverse rappresentazioni e interpretazioni teatrali e critiche.Affrontarlo di petto come hanno fatto i due registi, deve essere stato un difficile scoglio. Nella versione di Pedullà- Rignanese, Otello, impersonato da Rignanese, è esempio di bete. Jago è un figlio di buona donna (bravo Luigi Tosto, quasi televisivo nei suoi contorsionismi da piacione da rotocalco gossip) mentre Cassio non compare, mai.
Efficaci le immagini,plastiche, in un microsiparietto sul fondo, quasi sipario nel sipario, che annuncia, quasi fotografandoli, l'ingresso dei diversi personaggi in scena. Desdemona, la signora di Venezia, sposa al Moro, il guerriero gran conquistatore del mare adriatico- è una giovane donna innamorata casta e ingenua. Emilia, la donna del fazzoletto, una risoluta ma altrettanto inesperta fantesca, che in un finale poco convincente in cui piange sulla bara nera di Desdemona, anche spiega cosa è accaduto- ( è questa una ridondanza della traduzione di Quasimodo che trasforma questo Da Otello con un finale quasi da teatro dell'assurdo).
e Cassio? dov'è Cassio?
Forse Desdemona lo concupiva, come qualche interprete della tragedia ha sostenuto, al punto di ingenerare le ire del marito oltre che nemico di Jago? una interpretazione psicanalitica della tragedia(ricordo uno straordinario Otello con l'accoppiata Jago- Umberto Orsini e Franco Branciaroli, il Moro) paventava l'omosessualità dei due uomini.
Se sbocco in una lettura protofemminista poteva essere- gli uomini pensano alla guerra, il loro è linguaggio autoreferenziale, odio gelosia e vendetta sono le loro parole d'ordine, nel caso di Emilia che piange la morte della sua padrona si avverte la sconfitta anche della serva che non è riuscita a salvaguardare la vita di Desdemona.
La tragedia si chiude qui, in questa versione da Quasimodo, con la percezione di due mondi separati, quello che dà voce alla guerra- un Rignanese corpulento, primitivo, bestione alleato se malgrado del truffatore presunto amico- un Gianluigi Tosto sottile fainesco da una parte, dall'altra quello delle donne che conoscono la lingua dell'amore e dell'obbedienza. Fino al sacrificio estremo. Due lingue dell'incompatibilità.
Siena . La Lut. B.I.C.U.S
Attendiamo alla fermata dell'autobus in Piazza del sale. Freddo pungente- la stessa notte avrebbe poi anche nevicato.Ci è parso curioso il fatto di essere portati da un mezzo pubblico, tutti insieme, a teatro, la sala Lia Lapini raggiungibilissima in pieno centro. Tant'è che si fa viva una ragazza coi biglietti, che servono sia per l'autobus (che ci riporterà indietro) sia per lo spettacolo. In realtà attendiamo il numero 5, bus urbano insieme ad altri comuni utenti. Saliamo. Scopriamo che abbiamo anche un accompagnatore che ci fa da guida turistica nel breve tragitto lungo le mura. Entriamo nello spazio dedicato alla Lia Lapini, anche detto ex Vegé. La guida ci racconta filo e per segno la storia dello spazio, i problemi logistici,specie del sonoro. Saliamo le scale e qui troviamo una stanza con impiantito in legno sul quale è disegnata una sagoma di uomo. Sopra ad questa un vecchio telefono- o citofono, con la cornetta staccata. Ci fa visitare i due camerini dove veniamo scacciati da due attrici infastidite. Ci sediamo in circolo. L'uomo continua a raccontare. A questo punto ci rendiamo conto che siamo dentro una di quelle situazioni di teatro nel teatro. La guida-attore diventa personaggio. Un personaggio alquanto disturbato, insomma un maniaco sessuale. Tratto da un racconto dalle Brevi interviste con uomini schifosi del geniale scrittore americano Wallace- morto suicida due anni fa, Ugogiulio Lurini diretto da Giuliano Lenzi, ci regala un pezzo di bravura incarnando tic e posture di una narrazione che procede per accumulazioni e strappi spazio-temporali, una confessione scandalosamente tenera di un uomo chiaramente affetto da doppio legame con la madre, che peraltro era una professionista della psiche in quanto, racconta, esercitava la professione di psichiatra. Una mamma-mostro.Una volta rivelata la perversione del nostro maniaco, la tensione si scioglie in una soluzione fra il comico e il grottesco con l'attore che se ne va scendendo le scale mentre dai camerini escono le due attrici travestite da donnine da cabaret che distribuiscono bombon e pizzette al formaggio.
Scendiamo anche noi le scale e ci fanno accomodare sugli spalti della sala teatrale. Qui è in corso " Festa" per la drammaturgia di Rita Frongia e Francesco Pennacchia. Musiche ad alto volume anni Settanta, un gruppo di giovanotti, sei per la precisione, e un'unica donna. Un cinico padrone di casa che ascolta se stesso e sta sempre al telefono, un prete cocainomane, alcol a fiumi, bicchieri continuamente riempiti da un fervido barman. Danze. Sta per accadere qualcosa ma ciascuno gioca per sé. La ragazza è contesa. Ma forse non si tratta di una rivalità vera e propria. la festa si svolge su due piani, quello che vediamo in sala,quello che sentiamo e immaginiamo nell'altra stanza, quella accanto appunto dove spesso i sette compagni si tuffano per poi ripresentarsi e continuare le proprie individuali esteriorizzazioni. Alla fine la tragedia che si rivela per quello che è: non ci sono vincitori né vinti, non si capisce perchè ci sia scappato il morto. Ma come tutti i morti privi di identità il padrone di casa decide che gli sporca il pavimento. La festa è finita, basta ripulire ilil pacco di roba sporca che l'ha conclusa. Fino alla prossima festa, alla prossima ragazza, una vale l'altra nella società del potere cinico dove le vite valgono lo spazio di una serata.
Firenze- San Casciano
Indagine d'amore di Nicola Zavagli
Per la regia e la scrittura di Nicola Zavagli ha debuttato Indagine d'amore . Una riflessione, aperta nella forma di commedia, sull'evoluzione della famiglia italiana in forte crisi identitaria di ruoli rispetto al fenomeno immigratorio. Una donna, impegnata nel sociale come psicoterapeuta nella "vecchia" città di Firenze, che la cresce da sola dopo la separazione dal marito, una ragazza in ricerca della propria identità femminile e professionale, l'incontro-scontro con una comunità eterogenea di immigrati di varia provenienza- l'est, il Marocco, l'amore con un giovane slavo che stravolge il rapporto fra madre e figlia e le obbliga ad una interrogazione- una indagine anche dolorosa-sul senso della famiglia, dell'amore, del sesso.
Beatrice Visibelli è la madre accogliente, pronta al dialogo, non razzista quindi, ma profondamente legata alla propria identità sociale etica ed ideologica che nel conflitto aperto con la figlia- io sono nata fra gli Uffizi e Palazzo Vecchio- esplora aspetti di sé frammentari, che contribuiscono a far esplodere la crisi identitaria di diverse generazioni di donne, ma questa volta con il fattore di valore aggiunto di uno scontro fra culture diverse, diverse mentalità, diversi linguaggi.
L'extra comunitario- lo stra-ordinario.
Un affresco sociale che ben racconta, con leggerezza ed ironia, uno spaccato di società in forte evoluzione, che costringe al dialogo e alla necessità dell'incontro.
Ma qui non c'è lieto fine, o meglio, il finale è aperto. Ciascuno deve trovare il proprio spazio e percorrere la propria strada, questo sembra dirci la vivace commedia di Zavagli, finale di una trilogia sulla
" famiglia italiota".
Insomma non trionfa l'amore, trionfa la vita con tutte le sue contraddizioni di percorsi.
- Mercuzio non vuole morire- Il progetto teatro carcere di Armando Punzo. Festival di VolterraTeatro
Due giornate straordinarie al festival di Volterra con un Punzo e Compagnia della Fortezza strepitosi, le petizioni di artisti entusiasti per la realizzazione del Progetto Teatro stabile in carcere, solidarietà sorrisi e abbracci affettuosi, gli amici teatranti ritrovati come Gianfranco Capitta, Mario Bianchi, Dario Marconcini con Giovanna Daddi, Massimo Marino e poi tanti altri:bello ritrovare il clima caloroso del teatro di ricerca quello che non s'arrende e non s'arrenderà. Mai.
La notizia cheAniello, detenuto a Volterra, diventerà attore protagonista del prossimo film dell'amico Garrone! E poi la straordinaria lezione di messa in scena di Marco Martinelli con la sua compagna Ermanna Montanari direttrice del Festival di Santarcangelo che hanno reso omaggio ad Armando Punzo nella chiesa all'interno del carcere stipata di persone come acciughe e le guardie carcerarie gentili e dignitosissime.
Piove. siamo costretti a iniziare la visione del nuovo lavoro Mercuzio non vuole morire, dentro i corridoi del carcere. poi smette di piovere. usciamo dai corridoi del carcere- quelli delle stanze del personale. Armando è eccezionalmente combattivo. ci sono i bambini di Volterra delle scuole di danza e di musica. Armando vuole coinvolgere la città, le famiglie. voci di bambini festanti. mi sembra la formula giusta. anche se la via è stretta e difficile.
Tutto è ristretto. come si può imbastire un festival come questo con 3500 euro di fondi pubblici? si può si può. Ermanna ha le orecchie d'asino. Marco Martinelli che ha lavorato e lavora coi bambini africani, di Scampia, di Mazara, racconta attraverso Giordano Bruno - L'asino cillenico di Nola- cosa vuol dire non essere accolti ma avere il coraggio di affrontare la pedanteria delle accademie, dei maestri con la puzza sotto il naso. Una lezione che al nolano è costato il rogo. Coraggio bisogna. Affrontare il Moloch.
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